Archivio annuale 4th Gennaio 2018

Donne del Marocco

Le donne del Marocco sono complicate, alcune sono estremamente tradizionaliste, altre sono assetate di libertà. Tra le donne più influenti c’é la manager Meriem Bensalah-Chaqroun che dirige la Confederation Generale Entreprises du Marocco e Aicha Ech-Channa che si occupa delle madri single, per anni un vero e proprio tabú della cultura marocchina.

La moda é attratta dalle grandi firma mondiali, soprattutto europee, ma ci sono anche stilisti del luogo come Amine Bendriouiche e Said Mahrouf. Poche le donne nella politica ma la moglie del sovrano presiede una fondazione per la lotta al cancro mentre le sorelle si occupano di diritti femminili, protezione dell’infanzia, ecologismo.

Il Calendario del rispetto

Il Calendario 2018 di Miss Italia é un “calendario del rispetto” che racconta la bellezza in modo alternativo rispetto alle scelte che propongono la donna come merce, oggetto, terra di nessuno e di tutti…le foto, rigorosamente in bianco e nero , sono di Gabriele Micalizzi, abitualmente reporter sui fronti di guerra.

Emma

” Dovrò rallentare, ma non ho intenzione di interrompere la mia attivitá politica perché da una passione non ci si dimette.”

Così dichiara Emma Bonino alludendo al tumore che l’affligge dal 2015, con uno spirito libero da Donna vera.

Auguri Emma, ce la farai!

Amalia Bruni, Socia d’onore di sos KORAI: non ci sto!

Un guscio di noce privo della sostanza. Rischia di diventare questo il Centro Regionale di Neurogenetica.   A lanciare l’avvertimento e contestualmente un appello alla politica è la scienziata Amalia Bruni che dirige la struttura, allocata nell’ospedale Giovanni Paolo II di Lamezia Terme.

Un centro all’avanguardia, un’eccellenza, che sin dalla sua nascita nel 1995, ha dovuto faticare molto per farsi ascoltare, per avere i fondi regionali che gli spettavano, per potere avere quella benzina necessaria a mettere in moto quella che è tutti gli effetti una vera e propria Ferrari.

Il centro, specializzato nella cura dell’Alzhemeir, fa ricerca e assistenza e lavora in collaborazione con l’Associazione per la Ricerca Neurogenetica.  E’ al centro che si deve la scoperta della Nicastrina, la proteina responsabile della formazione delle “placche senili”  Alzheimer. E’ sempre al centro che si deve la scoperta della prima malata di Alzheimer, una calabrese e non una tedesca come fino ad allora si era erroneamente creduto.

E’ facile intuire la risonanza che il centro ha a livello internazionale, i riconoscimenti della comunità scientifica, avuti anche da Rita Levi Montalcini. Dal 1995 ad oggi sono passati dal centro 12 mila pazienti che hanno reso l’archivio di cartelle cliniche uno tra i più ricchi al mondo. Eppure, il centro regionale di Neurogenetica non ha nemmeno un infermiere, la pianta organica è composta da precari e non si può attivare un day service per mancanza di personale.

Il vento nei capelli

La giornalista iraniana Masih Alinejad, che vive in esilio, ha dato vita al movimento MyStealtyFreedom per raccontare la vita senza velo.

Sono molte poi le foto di sorelle o amiche, così come quelle scattate da un fratello alla propria sorella
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Il gesto di togliere il velo è una forma di protesta contro un governo che nega alla popolazione femminile alcuni diritti fondamentali: devono chiedere il permesso al proprio marito per lavorare o per viaggiare fuori dall’Iran. Non possono sposare un uomo se questi non è iraniano o convertito all’Islam. E devono comunque ottenere il consenso da parte del proprio padre per sposarsi. Non possono cantare in pubblico. «Le donne non possono candidarsi in politica per le elezioni presidenziali – spiega Alinejad – e ce ne sono solo nove in Parlamento. Ma le donne iraniane sono molto intelligenti: rappresentano il 60% degli studenti Iraniani».

Cos’è per lei l’hijab? 

È il simbolo dell’oppressione contro le donne. Da bambina volevo essere come mio fratello, che giocava libero. Io invece sono stata costretta a indossare il velo a sette anni.
Cosa rischiano le donne che pubblicano la propria foto senza velo sul web?

Senza pubblicare alcuna foto, 18 mila donne sono state mandate davanti alla Corte e queste donne non sono quelle che hanno inviato foto a MyStealthyFreedom. Non serve pubblicare le foto per rischiare (secondo l’art. 638 del codice penale islamico dell’Iran una donna senza il velo in pubblico può essere condannata fino a due mesi di carcere, a pagare una piccola multa o a ricevere 74 frustate, ndr). Quando le donne camminano per strada possono essere fermate dalla polizia anche se non indossano l’hijab in modo corretto perché potrebbe intravvedersi qualche ciocca di capelli. Chi rifiuta di indossare il velo non può andare a scuola né ricevere un’educazione: di fatto non potrà lavorare nel proprio Paese e dovrà lasciare la propria casa. L’hijab obbligatorio è tutto questo: è contro la dignità. Le donne iraniane sfidano il governo ogni giorno e non dipende da una pagina Facebook.
Ci sono uomini che sostengono MyStealthyFreedom?

Moltissimi. Quando le donne girano un video per la strada senza il velo, gli uomini non le additano, né le insultano. Hanno rispetto per la nostra scelta: è solo il governo che vuole mostrare che gli uomini in Iran non sono interessati a questo tema, o che possono stuprare le donne che non indossano l’hijab. Ci sono molti uomini con una certa cultura che ci supportano e sono tanti i loro messaggi sulla mia pagina. Basti pensare che sono stati proprio due uomini ad avermi aiutata a tradurre le testimonianze delle donne dal persiano all’inglese.
Allora perché è così difficile abolire l’hijab obbligatorio?

Purtroppo la domanda andrebbe posta ai politici. Noi continuiamo a chiedere loro perché ignorino i diritti umani in Iran, focalizzandosi solo sul nucleare. Per l’Iran è importante ottenere un accordo con i paesi occidentali sul nucleare, ma quando si scavalcano i diritti umani, non va più bene. Il nostro governo va a negoziare con gli altri paesi occidentali, dicendo che in Iran c’è libertà, quando non è così.
Cosa pensa del gesto di Oriana Fallaci, che si tolse il velo di fronte all’Ayatollah Khomeini nel 1979? 

È proprio questo che io chiedo ai giornalisti stranieri, così come alle donne della politica. Ad esempio Julie Bishop, Ministro degli affari esteri australiani e Claudia Roth, parlamentare tedesca, sono le prime donne arrivate in Iran da quando MyStealthyFreedom è nato, e loro non si sono tolte il velo. Vorrei che le donne della politica fossero coraggiose come fu Oriana Fallaci, come lo sono le donne iraniane. Molti credono che questo sia un problema interno, ma per me l’obbligatorietà del velo è un tema che coinvolge tutte le donne, perché una turca, americana o italiana che decidesse di visitare l’Iran sarebbe costretta a indossare l’hijab: per questo tutte le donne dovrebbero stare dalla stessa parte.
Cosa ne pensa delle donne che indossano il velo nei paesi occidentali? 

Io sostengo la libertà di scelta: le donne che nei paesi occidentali indossano l’hijab hanno questo diritto. In Iran non è così.
Ha vinto di recente un premio a Ginevra per i diritti delle donne grazie a MyStealthyFreedom. Qual è il prossimo passo? 

Fare in modo che tutte le donne del mondo siano coinvolte: quelle in politica e tutte quelle che visiteranno l’Iran. Chiedo loro di rifiutarsi di stare in silenzio. Il primo passo era far alzare una voce all’interno dell’Iran, dove il governo ci ignorava e basta. Il secondo passo è il supporto esterno. Il nostro governo va nei paesi non musulmani chiedendo di rispettare i loro usi e costumi, e noi vorremmo si facesse lo stesso nei nostri confronti.
Cosa ha provato quando ha tolto il velo per la prima volta in pubblico?

Ho sentito il vento tra i capelli. La prima esperienza è questa: gioire dei capelli che, davvero, danzano.

Da l’Espresso

Le celebrità di Hollywood, sull’onda del caso del produttore Harvey Weinstein, unite contro le molestie sessuali. Oltre 300 fra attrici, sceneggiatrici e personalità del mondo del cinema hanno lanciato un progetto per combattere abusi e violenze: ‘Time’s up’ prevede un fondo per il sostegno legale a donne e uomini molestati sessualmente sul lavoro. Fra i membri di ‘Time’s up’ figurano Cate Blanchett, Ashley Judd, Brie Larson, Reese Witherspoon, Natalie Portman e Meryl Streep, la présidente di Universal Pictures Donna Langley, la scrittrice femminista Gloria Steinem, l’avvocato ed ex capo dello staff di Michelle Obama Tina Tchen e la co-presidente della Fondazione Nike Maria Eitel. Lo slogan dice “è finito il tempo del silenzio, è finito il tempo dell’attesa, è finito il tempo di tollerare abusi, discriminazioni e molestie”.
La Repubblica 

L’Islanda è il primo paese al mondo a rendere obbligatoria per legge la parità di stipendio tra uomo e donna. D’ora in poi aziende e uffici pubblici con più di 25 impiegati dovranno dimostrare con una serie di documenti che le dipendenti sono pagate quanto i loro colleghi, altrimenti saranno puniti con un’ammenda. L’Islanda non è nuova a misure che promuovono l’uguaglianza tra uomo e donna, tanto che negli ultimi nove anni è stata al primo posto della lista dei Paesi più avanti nella parità di genere stilata dal World Economic Forum.  

 

Il report analizza il divario di genere attraverso quattro parametri: partecipazione alla crescita economica, risultati accademici, salute e aspettativa di vita e partecipazione alla politica. Una classifica che, per intenderci, vede gli Stati Uniti al 49esimo posto, davanti al Kazakistan ma dietro l’Uganda. Per non parlare dell’Italia, dove il divario tra uomini e donne ha fatto piombare il Paese all’82esimo posto in classifica (su 144 posizioni complessive), con un crollo di ben 22 posizioni nell’arco di un solo anno.  

 

Nel 2015 negli Stati Uniti le donne hanno guadagnato circa l’83% del salario della controparte maschile. Una voragine che si è andata assottigliando nel corso dei decenni, ma a un ritmo troppo lento. Tanto che di questo passo la parità di paga non si concretizzerà prima del 2119. L’Islanda ha deciso di dare un’accelerata. “Da anni stiamo lavorando per raggiungere la piena parità di genere, è un obiettivo che non si può più rimandare, ha dichiarato ad Al Jazeera, Dagny Osk Aradottir Pind, figura di spicco nel direttivo dell’associazione islandese per i diritti delle donne.  

 

L’Islanda è stata anche tra i primi Paesi – l’apripista fu la Svezia nel 1971 – a introdurre nel 2000 un sistema di congedo parentale di nove mesi condiviso tra padre e madre: ciascun genitore ha tre mesi di congedo e, se uno dei due decide di non utilizzarli, questi tre mesi vengono persi, non sono trasferibili all’altro genitore. Inoltre i due genitori possono decidere chi usa i restanti tre mesi: in questo modo né il padre né la madre si assentano dal lavoro per più di sei mesi, periodo durante il quale ricevono circa l’80% del loro salario. Un metodo che si è rivelato enormemente efficiente per non penalizzare agli occhi del datore di lavoro le donne che decidono di avere figli.  

 

E ora il grande passo con la legge sulla parità dei salari, che ha ottenuto il supporto della maggioranza di centro destra e dell’opposizione. Sarà un caso, ma in Islanda il 50 per cento dei membri del Parlamento è composto da donne.  

 Da La Stampa dell’1/01/18

  

Simonetta con gli imperfetti

Si é posta come obiettivo per il 2018 che i bagni per i disabili siano mantenuti sempre puliti e attrezzati perché hanno diritto alla privacy e ai confort.

É Lei, Simonetta Agnello Hornby, avvocato e scrittrice, a  schierarsi decisamente  dalla parte degli imperfetti forse perché Sin da bambina ha convissuto con persone diversamente abili ed ha imparato a conoscerne il valore, la sensibilitá e i diritti negati.

Giornata mondiale della Pace

In questo giorno dedicato alla pace il mio pensiero va alle tantissime donne vittime delle guerre fatte con le armi culturali dei pregiudizi e dei luoghi comuni.

Il sangue femminile pesa sulla civiltà dei popoli che non saranno liberi finchè la bandiera della pari dignità non si illuminerà nel vento

Dove sono Ella, Kate, Mag, Edith e Lizzie,

la tenera, la semplice, la vociona,

l’orgogliosa, la felice?

Tutte, tutte, dormono sulla collina.

Edgardo Lee Masters

Antologia di Spoon

River

Una a sette

Il più alto tasso di aborto di feti femmine spetta all’India.

In alcuni villaggi del Tamil Nadu e dell’Uttar Pradesh una sola bambina può nascere a fronte di sette bambini.

Orribile costumanza eppure la comunità internazionale considera l’India una grande nazione!