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Nella complementarietà ricchezza

“Le donne, anche le peggiori, devono andare a governare il mondo. Non é possibile vivere governati solo dagli uomini. Non é più accettabile …I segnali ci sono giá: gli oceani invasi dalle plastiche, lo scioglimento dei ghiacciai, l’innalzamento dei mari, le isole sommerse, perché tutto questo? Perché uomini egoisti non sanno gestire le loro ambizioni…Solo noi donne possiamo creare un mondo più conciliante perché abbiamo l’attenzione suprema alla vita degli altri. E non solo perché siamo madri, ma per come stiamo.”

Letizia Battaglia

Beatrice Lento

Lea Garofalo

Lea Garofalo nasce a Pagliarelle, una frazione di Petilia Policastro, in Calabria, nell’aprile del 1974. Sua mamma è Santina Miletta, mentre suo padre è Antonio Garofalo, boss della ’ndrina di Petilia Policastro, che viene ucciso durante quella che è stata poi definita la “faida di Pagliarelle”. Lea ha solo otto mesi quando resta orfana e durante l’infanzia sentirà moltissimo la mancanza del padre, al punto tale che, ancora piccola, chiederà di potersi tatuare l’iniziale del suo nome. Cresce con la madre, la sorella maggiore Marisa, il fratello Floriano, che prenderà il posto del padre come capo cosca e che quando Lea avrà solo 9 anni le chiederà di maneggiare una pistola; con una nonna il cui principale insegnamento è che “il sangue si lava con il sangue”. Viene cioè educata secondo i codici ndranghetistici.

A 14 anni conosce Carlo Cosco, allora diciassettenne. Pensa che sia una persona normale, un ragazzo che ha in progetto di spostarsi a Milano, al nord, dove lei spera di poter avere una vita migliore. Così decide di seguirlo e di fare una fuitina degli innamorati, come già sua madre e sua nonna avevano fatto prima di lei. Ma Carlo Cosco non è una persona qualunque, non è un “ragazzo normale”: fa parte anche lui della ‘ndrangheta, per la quale gestisce lo spaccio di stupefacenti a Milano, nella zona di Baiamonti-Montello. Ed è proprio in viale Montello 6 che vanno a vivere Carlo e Lea, insieme a tutta la famiglia di lui, in un palazzo interamente occupato dalla ‘ndrina milanese.

Aveva fatto la “fuitina” a 13 anni con il ragazzo di cui s’era innamorata proprio per dimenticare la Calabria e abbracciare un mondo nuovo a Milano, fatto di regole diverse e senza strade imbrattate di sangue. Invece qui si era ritrovata in un ambiente identico, con i picciotti della ‘ndrangheta che si ammazzavano tra loro, nello stabile di via Montello 6 di proprietà della Fondazione Policlinico occupato abusivamente da famiglie calabresi che campavano con la droga.

Il fatto è che Lea non è come gli altri, lei è una testa calda, una persona onesta, che crede nella giustizia e che detesta quel tipo di mentalità. Sopporta di vivere in quelle condizioni fintanto che è da sola con Carlo, ma poi succede qualcosa; a 17 anni rimane incinta di Denise e la sua decisione diventa irrevocabile: sua figlia non dovrà vivere neanche per un secondo in mezzo a quello schifo.Succede così con la maternità: spesso e volentieri è la miccia che fa esplodere il desiderio di libertà delle donne cresciute negli ambienti mafiosi, ed è esattamente per questo che la mafia le teme, perché in ogni donna si nasconde una potenziale madre.

“La mia mamma era una giovane donna difficile e complicata, con una grande voglia di vivere. Molto coraggiosa e molto testarda”, racconterà più avanti Denise. A Lea non va che sua figlia nasca e cresca in quel contesto, con quei valori e con la garanzia di un futuro fatto di menzogne e di violenze, di sangue che si lava col sangue. Così, quando la mattina del 7 maggio 1996, la polizia circonda lo stabile di Viale Montello e arresta Carlo Cosco, Lea ne approfitta. Decide di lasciare il compagno e soprattutto di non fargli più vedere Denise, di portarsela via. Quando glielo annuncia, durante un colloquio in carcere, lui le mette le mani addosso e devono intervenire le guardie per fermarlo.

Ma Lea non molla. Non è disposta a cambiare idea. Si trasferisce a Bergamo, dove trova un nuovo lavoro e anche un nuovo compagno. Denise va scuola e insieme provano a rifarsi una vita. Un colpo di testa, quello di Lea, mal visto anche dalla sua stessa famiglia, e in particolare dal fratello Floriano, che con Cosco ci lavora. Una donna non può lasciare il suo uomo e portarsi anche via la figlia; una donna, soprattutto in un contesto come quello, deve stare al suo posto. E allora iniziano le pressioni, i litigi e le minacce. Un giorno, a Bergamo, l’auto di Lea viene bruciata. Quando lei e Denise tornano in Calabria, per le vacanze estive, Lea viene aggredita in piazza sotto gli occhi della figlia: è il fratello di Carlo Cosco a picchiarla. Quella sera stessa, sempre a Petilia Policastro, viene bruciata un’altra sua auto.

Siamo a luglio 2002; Lea è spaventata, è preoccupata, ma è anche arrabbiata e ferita. È quella donna testarda e coraggiosa, descritta così bene dalle parole di sua figlia. Non può stare zitta a sopportare e così, quella stessa sera, decide di andare alla caserma dei carabinieri di Petilia, e di parlare. Racconta tutto quello che sa, dei Cosco, ma anche della sua tessa famiglia. Denuncia tutti. Parla e chiede protezione. È così che diventa una testimone di giustizia e che lei e Denise entrano ufficialmente in un programma di protezione testimoni. Sono anni difficili per entrambe: per Denise, che in un’età di crescita deve cambiare nome e identità, fingere di essere un’altra persona; e per Lea, che, in mancanza di documenti ufficiali, non può neanche lavorare. Trascorre la maggior parte delle sue giornate barricata in casa, vive con pochissimi soldi. Quando riesce va a fare volontariato per sentirsi viva. Ma è come se il programma di protezione non funzionasse mai fino in fondo: madre e figlia sono costrette a cambiare città quasi ogni mese e spesso Cosco riesce a scoprire dove si trovano.

Lea non si sente protetta. Ha paura che le possano fare del male, a lei e a Denise. Di notte non dorme, tiene sempre un coltello sotto al cuscino e si addormenta davvero solo quando la figlia è a scuola. Chiede aiuto più volte, scrive anche una lettera a Napolitano, allora Presidente della Repubblica, ma nessuno le risponde. Si sente sola e così, dopo sette anni di vagabondaggio, decide di agire di nuovo per conto suo, e di uscire dal programma di protezione. Chiama sua sorella in Calabria, la manda a chiedere a Carlo Cosco il permesso di rientrare a Petilia Policastro con la figlia e si fa garantire che nessuno avrebbe fatto loro del male.

Si ribellava alle cose che non andavano bene. Anche all’interno del sistema di protezione. Per esempio, diceva, “perché mi devono trattare così?” Se non ha seguito alla lettera le restrizioni imposte, è perché se ne fregavano. Per esempio, se doveva andare a fare una visita, lo chiedeva una, due volte, poi andava lo stesso dove doveva andare, diceva: “mica non posso vivere più”; ecco perché ogni tanto ha disubbidito

Siamo ad aprile 2009; Lea e Denise, come previsto dal programma da cui hanno appena deciso di uscire, si trovano a Campobasso. Carlo Cosco accetta la richiesta di Lea di tornare in Calabria, ma lei vuole che Denise concluda l’anno scolastico a Campobasso; in fondo mancano solo un paio di mesi. E Carlo le aiuta con le spese di affitto della casa. Non solo, ma manda anche lì sua madre e un cugino a vivere, per controllarle. A inizio maggio Lea viene aggredita in quella stessa casa. Denise sta dormendo, lei aspetta qualcuno che la aiuti a riparare la lavatrice. Quando il tecnico arriva però si insospettisce perché si accorge che quell’uomo non sa nulla di idraulica. Così va in cucina, afferra un coltello e chiede all’idraulico di aprire la cassetta degli attrezzi, perché vuole vedere cosa c’è dentro: dentro non ci sono attrezzi del mestiere, ma solo nastro adesivo e corda che servono per rapire Lea, ucciderla e scioglierla in un bidone con 50 litri di acido. L’uomo la aggredisce, ma Denise si sveglia e si intromette nella colluttazione per salvare la madre. Lo picchia, lo prende a calci e pugni ma lui alla ragazza non fa nulla perché ha ricevuto istruzioni precise: uccidere Lea e non sfiorare Denise.

Lea sa benissimo che il mandante di quell’aggressione è Carlo; prova a chiedere aiuto di nuovo alle istituzioni, ma è completamente sfiduciata. Nei mesi a seguire però Carlo sembra cambiare atteggiamento. Si comporta in modo docile, remissivo, come se si fosse messo il cuore in pace e si fosse deciso a perdonarla. E in qualche modo Lea gli concede un briciolo di fiducia. Lo fa soprattutto per Denise, perché sono sette anni che non le fa un regalo, non ha neanche i soldi per prenderle un paio di pantaloni, figuriamoci per pagarle l’Università. Quando Carlo, a novembre del 2009, le dice di salire a Milano per qualche giorno insieme alla figlia e le promette che insieme avrebbero potuto trovare una soluzione ai problemi economici, Lea decide di andarci. Enza Rando, da poco suo avvocato, e responsabile dell’associazione Libera, le chiede di non andarci, le intima di non fidarsi, ma Lea è convinta che finché ci sarà Denise con lei nessuno le potrà fare del male.

Volevo impedirle di andare a Milano, avevo persino tentato di trattenerla fisicamente. Lei mi rassicurava: ‘Avvocato, non si preoccupi: finché con me ci sarà Denise, non mi accadrà nulla’. Così quel giorno a Firenze prendemmo due treni per direzioni diverse, e durante il viaggio continuavamo a mandarci sms. ‘Tornate indietro’, le scrivevo, ‘scendete a Piacenza, abbiamo già un posto dove sarete al sicuro’. Lei a un certo punto mi rispose: ‘Grazie avvocato, che Dio la benedica, Denise e io accettiamo la sua proposta di rifarci una vita’. Ma a Piacenza non è scesa. Quattro giorni dopo mi hanno chiamata i carabinieri di Milano

Il 24 novembre Lea è a Milano. Passeggia per le strade di Corso Sempione con la figlia. È rilassata, è tranquilla – per quanto possibile. La sera prima lei, Denise e Carlo sono usciti a cena insieme, quasi come una famiglia normale. Quella sera invece Denise deve andare a cena dagli zii paterni, per salutarli prima che entrambe prendano il treno per tornare in Calabria, alle 11 di sera. Hanno appuntamento alla Stazione Centrale di Milano alle 10.30, ma Lea non si presenterà mai. Quando Denise la chiama, intorno alle otto e mezza di sera, il suo cellulare è già spento, e la figlia non ha dubbi: capisce subito cosa è successo.
Il padre la va a prendere dagli zii, fa finta di portarla in giro a cercare la madre e quando vanno insieme in questura a depositare la denuncia di scomparsa, Denise viene interrogata e dice subito ai poliziotti “mia madre non è scomparsa. Mia madre è stata uccisa, ed è stato mio padre”. Carlo Cosco, in qualità di padre, chiede i verbali dell’interrogatorio della figlia, perché vuole sapere cosa ha detto. Diventa sospettoso nei suoi confronti e, quando, il giorno seguente, la riporta in Calabria la fa controllare e seguire da Carmine Venturino, allora ventenne.

L’inchiesta della polizia sulla scomparsa di Lea si muove subito in un’unica direzione: Lea è stata uccisa e sciolta nell’acido. Il processo per la sua morte inizia nel 2011 e Denise decide di onorare il sacrificio di sua madre prendendo esempio dal suo coraggio: si costituisce parte civile, viene reinserita nel programma di protezione (sotto cui è tutt’ora) e testimonia contro suo padre. Per l’omicidio di Lea Garofalo vengono condannati i tre fratelli Cosco (Carlo, Giuseppe e Vito), Massimo Sabatino (che aveva tentato di sequestrare Lea a Campobasso), Carmine Venturino e Rosario Curcio, all’ergastolo.

Nell’estate del 2012 c’è però una svolta: Carmine Venturino decide di collaborare con la giustizia. Lo fa per Denise, perché quando gli era stato chiesto di controllarla si era innamorato di lei. E racconta tutto: racconta di come Lea, quella sera del 24 novembre, sia stata portata in una casa, picchiata, seviziata, strangolata. Di come il suo corpo sia stato buttato in un barile di benzina, le sua ossa spaccate perché bruciasse più in fretta. E di come poi le sue ceneri siano state messe in un sacchetto e buttate in un tombino. Carmine fa ritrovare i resti di Lea, che può così avere un vero funerale, che si svolge a Milano, in piazza Beccaria. Mentre la bara passa tra la folla, portata sulle spalle dall’allora sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, dagli altoparlanti si sente la voce di Denise, che non può essere fisicamente presente, perché è sotto protezione: Grazie per quello che hai fatto per me. Grazie per avermi dato una vita migliore. Se è successo tutto questo è solo per il mio bene, e non smetterò mai di ringraziarti. Ciao mamma”.

Il 29 maggio 2013, la sentenza di secondo grado conferma l’ergastolo per Carlo e Vito Cosco, per Rosario Curcio e per Massimo Sabatino, mentre riduce la pena a 25 anni per Carmine Venturino (in virtù della sua collaborazione e del suo concorso parziale). Assolve Giuseppe Cosco, per non avere commesso il fatto, anche se attualmente sta scontando una pena di dieci anni per traffico di stupefacenti.

A Lea sono stati intitolati i giardini di Viale Montello, a Milano. E diverse altre piazze o giardini in giro per l’Italia. A Lea, al suo coraggio, alla forza che ha avuto per se stessa, per sua figlia e per tutti noi.

Beatrice Lento

Anja Grigor’evna Snitkina

Seconda figlia di Anna Nikolaevna Miltopaeus (1812-1893) e Grigorij Ivanovič Snitkin (1799-1866). La coppia aveva altri due figli, Maria e Ivan. Il padre era appassionato di letteratura e di teatro, e leggeva molte opere di Dostoevskij.

La ragazza studiò stenografia, e quando lo scrittore, che aveva bisogno di dettare velocemente Il giocatore cercava un’impiegata, si trovò a lavorare per lui, a partire dal 4 ottobre 1866. Quattro mesi più tardi, il 15 febbraio 1867, i due si sposarono (lei aveva 21 anni, e lui 45), quindi partirono per la Germania, e vissero a Vilnius (Lituania), Ginevra e Firenze, soggiornando all’estero per oltre quattro anni.

La giovane sposa tentò continuamente di far smettere il vizio del gioco d’azzardo a suo marito, tanto che in pochi mesi, complice anche lui che voleva smettere di indebitarsi, prese le redini dell’economia familiare e finalmente nel 1871 lui si liberò della propria ossessione.

Nel 1868, nacque la loro prima figlia, Sofia, che visse solo tre mesi. Quindi l’anno successivo Ljubov’ (1869-1926) e, dopo il ritorno a San Pietroburgo, Fjodor (1871-1922) e Alexeï (1875-1878).

Dopo la morte del marito, nel 1881, non volle più sposarsi e si dedicò a raccogliere le sue carte pubblicando opere su di lui, oltre a fondare una stanza nel Museo statale di storia di Mosca a lui dedicata (il materiale fu poi trasferito nel 1971 nel Museo letterario memoriale Fëdor Michajlovič Dostoevskij).

Beatrice Lento

#Wo YeShi

Il nome del movimento femminista cinese, nato sulla scia di quello originato negli Stati Uniti , è #WoYeShi.

Tra i suoi simboli ci sono la 30enne Luo Qianqian, che sul web ha raccontato l’aggressione sessuale subita all’età di 18 anni da un suo tutor, e Gao Yan, giovane studentessa che si suicidò nel 1998, dopo essere stata stuprata da un professore.

Il MeToo cinese sta iniziando a raccogliere i primi frutti.

Lo dimostra la storia dell’assistente sociale Liu li che ha deciso di denunciare le molestie sessuali subite dall’ex capo quattro anni fa.

Come ha raccontato, nel corso del processo, la difesa ha scandagliato e giudicato minuziosamente la sua vita privata.

Liu é andata avanti per la sua strada, finché il suo ex boss non è stato costretto dal tribunale di Chengdu a chiedere pubblicamente scusa per le molestie.

Nessun risarcimento o chissà quale pena. Ma per la Cina, si tratta già di un risultato di rilievo.

Beatrice Lento

UNA PANCHINA ROSSA A TROPEA

UNA PANCHINA ROSSA a Tropea 
Da ieri, 25 Novembre 2019, in Largo Duomo a Tropea, alle spalle della Cattedrale,  spicca, nel suo brillante rosso, una panchina, tra le tante distribuite lungo la suggestiva Piazza che guarda il porto e le chiese di San Francesco e della Michelizia. 
Chi si avvicina a guardarla scopre che é stata realizzata, in occasione della Giornata Internazionale contro la Violenza sulla Donna, dal Comune in collaborazione con l’Istituto Superiore e l’Associazione sos KORAI Onlus. 
Sulle sue doghe campeggiano i versi della grande poetessa Emily Dickinson:”Il silenzio é tutto ciò che temiamo. C’é riscatto in una voce”.
L’inaugurazione è recentissima e ha visto il piazzale gremito di giovani studenti e di altrettanti cittadini, desiderosi di poter dire:”Io c’ero.”
Effettivamente ne é valsa la pena perché l’emozione è stata tanta e viverla intensamente ha suscitato una sensazione di profondo benessere. Splendido lo spettacolo delle ragazze e dei ragazzi che, disposti a semicerchio davanti al magico punto rosso, ammirati frontalmente dagli adulti, altrettanto emozionati e gioiosi di soddisfazione, hanno, lentamente, svelato la panchina raccogliendo il lungo velo drappeggiato a coprirla.
 Fino all’ultimo si era temuto di non poter concludere così l’ intenso momento preparatorio svoltosi al Santa Chiara, ma, quasi per magia, il cielo nero si é improvvisamente alleggerito dai nuvoloni che preannunciavano la pioggia. 
Nel salone dell’antico Monastero in tanti a preparare emotivamente l’evento PANCHINA ROSSA. Col sottofondo delle rappresentazioni musicali e teatrali degli studenti sono andati in scena tutti  i promotori dell’iniziativa. Un palcoscenico decisamente inconsueto, rappresentato da un grande cerchio punteggiato, lungo la circonferenza, da centinai di pezzetti di cuore caduti a causa della violenza subita, frammenti di donne ferite dai maltrattamenti, dalle umiliazioni e dalle sofferenze fisiche e psicologiche inferte da uomini malati di assurdo, esasperato maschilismo.
A entrare per prima nel cerchio rosso dell’impegno Beatrice Lento, Presidente di sos KORAI Onlus, che ha svolto il compito di conduttrice. Nel suo primo intervento ha spiegato il senso dell’iniziativa evidenziando che la panchina non é un elemento dell’arredo urbano né tantomeno un’ istallazione artistica, si tratta, piuttosto, di un progetto di sensibilizzazione e informazione di dimensione nazionale, promosso dagli Stati Generali delle donne, che ora include anche Tropea in un circuito di sensibilità rinnovata.
 La panchina é molto più di un evento, destinato a consumarsi  nel  giro di due o tre ore, é un segno che rimane nella Comunità e parla, invitando a uscire dai circuiti dell’indifferenza, perché la sofferenza, o addirittura la morte di una donna per mano di un uomo violento, é una ferita che pesa sulla comunità. 
La Lento a poi invitato a varcare il cerchio rosso i partner dell’ iniziativa a iniziare dal Sindaco che ha rimarcato la vicinanza alla donna dell’Amministrazione giá evidente nel numero notevole di presenze femminili in seno alla Giunta e al Consiglio.
 Il Primo Cittadino ha anche sottolineato l’importanza di un’azione corale e l’esigenza di non cadere nella generalizzazione che fa di tutti gli uomini un fascio. Subito dopo il Sindaco Macrì, a entrare nel cerchio rosso, la prof. Maria Domenica Ruffa, in rappresentanza del Dirigente Scolastico  Nicolantonio Cutuli. La docente ha espresso il grande impegno nel settore riversato dalla Scuola e la grande volontà del corpo docente, costituito per la gran parte da donne.
 Ultima a collocarsi nello spazio rosso la socia di sos KORAI Luigia Barone,  che ha dinato una toccante testimonianza, frutto della sua professionalità di Giudice Onorario del Tribunale dei Minori di Catanzaro. 
La storia di Stella, studentessa del Superiore, é apparsa, nel suo squallore di profondo degrado etico, un tragico episodio di indifferenza. La giovane ha lanciato tantissimi messaggi d’aiuto ma nessuno, neppure  la sua scuola, li ha raccolti impedendo la tragedia. Luigia ha sottolineato, in particolare, il timore della ragazza di affrontare le vacanze estive, una paura così profonda da indurla a tentare di togliersi la vita. Fortunatamente non ci é riuscita, o, per meglio dire, c’é riuscita a metá ed ora giace in stato vegetativo in ospedale. 
Il backstage della realizzazione della PANCHINA ROSSA ha segnato la fine della prima fase al Santa Chiara e il lungo corteo si é portato in Largo Duomo concludendo la celebrazione della speciale giornata in un clima  di profonda condivisione comunitaria. Ha colpito, particolarmente, il religioso e assoluto silenzio che ha scandito le fasi più forti della celebrazione.
“ Femminicidio” ha dichiarato la Lento, coordinatrice del progetto “ é un neologismo, bruttino, dietro cui si nascondono realtà e motivazioni complicate. Essenzialmente c’é la difficoltà di alcuni uomini di accettare l’emancipazione femminile e la resistenza di una forte tradizione maschilista che induce a confondere l’amore col possesso, l’ uomo si sente il padrone della donna ridotta ad oggetto da usare ed abusare a proprio piacimento. 
UNA PANCHINA ROSSA é l’ impegno condiviso dalla Città di Tropea ad andare oltre per conquistare spazi di civiltà”.
Tropea 26 Novembre 2019 
La Coordinatrice del Progetto
UNA PANCHINA ROSSA a Tropea 
Dott.ssa Beatrice Lento 
Presidente di sos KORAI Onlus 
Beatrice Lento

Eccola la nostra Panchina Rossa

Si trova in Largo Duomo a Tropea e porta i versi di Emily Dickinson, un monito a uscire dall’indifferenza.

Tutti dobbiamo fare la nostra parte, non far finta di niente, non giustificare, non sottovalutare, non sminuire… pensiamo che una creatura sta soffrendo e anche domani potrebbe essere troppo tardi.

Beatrice Lento

Una Panchina Rossa a Tropea

Si è realizzata con successo la celebrazione del 25 Novembre, Giornata Internazionale contro la violenza sulla donna.

L’evento, promosso dal Comune di Tropea, è stato condiviso dall’Istituto Superiore di Tropea e dalla nostra Associazione.

sos KORAI Onlus ha coordinato la manifestazione che si è conclusa con l’inaugurazione di una panchina rossa in Largo Duomo recante la frase di Emily Dickinson:” Il silenzio è tutto ció che temiamo. C’è riscatto in una voce.”

Beatrice Lento

Libri? No! É una donna!

Sembra assurdo eppure qualcuno, anzi più di uno, ha detto che i libri sono veleno e per leggerli occorre possedere l’antidoto.

Gli esseri deboli non lo posseggono, ergo le donne che leggono sono pericolosissime.

Beatrice Lento

Una Panchina Rossa

Una Panchina Rossa a Tropea per dare spazio alla Donna
Il 25 Novembre, Giornata Internazionale contro la Violenza sulla Donna, sarà celebrato a Tropea con l’inaugurazione di una panchina rossa in Largo Duomo. Promotore dell’iniziativa il Comune, col Sindaco Giovanni Macrì, coadiuvato
 dall’Istituto Superiore di Tropea, diretto da Nicolantonio Cutuli, e dall’ Associazione di Volontariato sos KORAI Onlus, impegnata nel contrasto alla subcultura maschilista e alla violenza sulla Donna, presieduta da Beatrice Lento.
 Purtroppo la problematica attorno a cui muove l’evento continua ad essere di drammatica attualitá tant’é che ogni tre giorni in Italia una donna viene uccisa.  La stragrande maggioranza dei delitti avviene nell’ambito familiare, per mano di un partner o di un ex, alle uccisioni occorre aggiungere, inoltre, il gran numero delle violenze sessuali, dei maltrattamenti in famiglia e dei casi di stalking denunciati.
 L’unico dato incoraggiante é che nel 2018 questi reati  sono diminuiti mentre sono aumentate  le donne che si rivolgono ai centri antiviolenza, esiste, comunque, un sommerso di proporzioni non irrilevanti.
Le motivazioni in gioco sono tante ma nella stragrande maggioranza c’é un nesso con la difficoltà di molti uomini ad accettare l’emancipazione femminile e con la tendenza a confondere la passione e l’amore col possesso. Nella subcultura maschilista persiste l’dea del maschio padrone, sia esso padre, marito, compagno, fratello.
 Purtroppo, non si tratta di un atteggiamento del passato, ancor oggi alcuni giovani, sia maschi che femmine, non riescono a superare questa logica distorta per cui i ragazzi tendono a controllare le fidanzatine e alcune giovani donne ritengono che la gelosia sia espressione dell’intensità amorosa per cui l’accettano arrivando a considerare lecite alcune forme di violenza.
L’ impegno del 25 si articolerá in due fasi, la prima, con inizio alle 11,00, avrà luogo al Santa Chiara e vedrà anche la presenza di molti studenti del Superiore tropeano, alcuni dei quali interverranno nella realizzazione. Il momento culminante sarà la testimonianza di una socia di sos KORAI, l’ avv.ssa Luigia Barone, Giudice Onoraria del Tribunale dei Minori di Catanzaro. 
Poco prima delle 12,00 ci si dirigerá in corteo a Largo Duomo dove sarà inaugurata la Panchina Rossa e ci sará un Happening degli Studenti. 
La Panchina, voluta dal Comune di Tropea, é stata ideata e realizzata dal Comune stesso, dagli Studenti e da sos KORAI, sulle sue doghe campeggerà una significativa affermazione della grande poetessa Emily Dickinson.
La Panchina Rossa é un progetto di sensibilizzazione e di informazione lanciato dagli Stati Generali delle Donne e rivolto ai Comuni, alle associazioni, alle scuole e alle imprese di tutt’Italia, sono ormai decine e decine i Comuni, le Associazioni e gli Organismi educativi che hanno risposto. 
Diversamente da un evento la Panchina Rossa resterà ogni giorno nella Città di Tropea e la sua presenza sarà un monito contro la violenza sulla donna. 
Beatrice Lento

Ciao Caterina

Era una ragazza solare, dolce e buona.

Caterina era una nostra studentessa del Liceo Classico e voleva diventare medico.

La vita le aveva riservato il peso di una malattia ma a portarla via é stata la fatalità di un incidente.

Se n’è andata assieme alla sua mamma che con Lei condivideva ogni sospiro.

Era solare e voleva vivere ma era consapevole della fragilità della vita.

“Soffrirò… Morirò…

Ma intanto

sole, vento, vino, trallallà.”

Ciao farfalla ricciolina

variopinta e leggera

nel vento fresco

vola sulla tua collina

Beatrice Lento