Con nostro grande dolore…
Con nostro grande dolore e con grande indignazione abbiamo appreso che l’atteggiamento di molta gente di fronte a noialtri ebrei è molto cambiato. Abbiamo udito che l’antisemitismo è penetrato in ambienti dove prima non ci si pensava nemmeno. La causa di questo antisemitismo è comprensibile, talvolta è perfino umana, ma non è giusta. È triste, è molto triste che per l’ennesima volta si confermi il vecchio principio: “Se un cristiano compie una cattiva azione la responsabilità è soltanto sua; se un ebreo compie una cattiva azione, la colpa ricade su tutti gli ebrei”»
Anna Frank, dal suo “Diario”
Stili
La mamma le diceva: Arili, i bambini devono dormire. Hanno bisogno di sognare per crescere forti e tranquilli. lo non voglio sognare, se chiudo gli occhi vedo i tedeschi coi grandi stivali che vogliono farmi del I male. E poi ci sono gli urli e questi rumori terribili
Mimma Paulesu Quercioli, da “L’erba non cresceva ad Auschwitz”
Ci spogliavano della femminilità
Nel Lager ho sentito con molta forza il pudore violato, il disprezzo dei nazisti maschi verso donne umiliate. Non credo assolutamente che gli uomini provassero la stessa cosa.
Qualunque delinquente comune aveva diritto di vita e di morte su noi donne ebree, generatrici di un popolo odioso.
E tuttavia noi di questo, allora, non eravamo consapevoli.
Sapevamo la sopraffazione, la vergogna, la brutale umiliazione che ci spogliava della nostra umanità, e con essa anche della nostra femminilità.
Liliana Segre, deportata nel Lager femminile di Auschwitz-Birkenau all’età di tredici anni
100 donne contro vli stereotipi
Finiamola col dire “Non ci sono donne”, è una calunnia!
Donne competenti e valide ce ne sono e come ma non sono riconosciute. In Italia gli uomini sono molto più visibili sui media: 79% contro 21%.
Una mostra fotografica a Milano raccoglie i dati del progetto # 100 esperte per dare visibilità alle nostre ricercatrici eccellenti.
I ritratti sono di Gerard Bruneau.
Le donne vittime speciali
Vittime della persecuzione e dello sterminio nazisti furono sia gli uomini che le donne di etnia ebraica. Tuttavia, le donne – sia ebree che non-ebree – furono spesso soggette ad una persecuzione eccezionalmente brutale da parte del regime. L’ideologia nazista prese di mira anche le donne Rom (Zingare), quelle di nazionalità polacca e quelle che avevano difetti fisici o mentali e che vivevano negli istituti.
Interi campi, così come speciali aree all’interno di altri campi di concentramento, furono destinati specificatamente alle donne. Nel maggio del 1939, i Nazisti aprirono il più grande campo di concentramento esclusivamente femminile, quello di Ravensbrück, dove più di 100.000 donne vi furono incarcerate tra la sua apertura e il momento in cui le truppe sovietiche lo liberarono, nel 1945. Un campo femminile fu costituito anche ad Auschwitz-Birkenau nel 1942 (conosciuto anche come Auschwitz II), per incarcerare principalmente le donne; tra le prime ad esservi rinchiuse furono proprio prigioniere provenienti da Ravensbrück. Analogamente, una zona femminile venne creata a Bergen-Belsen nel 1944, dove le SS trasferirono migliaia di prigioniere ebree provenienti da Ravensbrück e Auschwitz.
Né le donne né i bambini, ebrei come non-ebrei, vennero risparmiati dalle uccisioni di massa condotte dai Nazisti e dai loro collaboratori. L’ideologia nazista sosteneva la necessità di eliminare tutti gli Ebrei, senza differenza di età o di genere. Le SS tedesche, insieme alle autorità di polizia, si occuparono di mettere in pratica quella politica, chiamata in codice “Soluzione Finale”, fucilando in massa uomini e donne in centinaia di località dell’Unione Sovietica occupata. Durante le deportazioni, le donne in stato di gravidanza e le madri di bambini piccoli venivano generalmente catalogate come “inabili al lavoro” e venivano perciò trasferite nei campi di sterminio, dove gli addetti alla selezione le inserivano quasi sempre nei gruppi di prigionieri destinati a morire subito alle camere a gas.
Le donne ebree ortodosse accompagnate dai bambini erano particolarmente vulnerabili, siccome vestivano abiti tradizionali che le rendevano facilmente individuabili, anche durante le crudeli violenze dei pogrom. Inoltre, il gran numero di bambini che generalmente caratterizzava quelle famiglie ortodosse, rese le loro donne uno degli obiettivi principali dell’ideologia nazista.
Donne non appartenenti alla popolazione ebraica erano però altrettanto vulnerabili: i Nazisti condussero infatti operazioni di assassinio di massa di donne Rom anche nel campo di concentramento di Auschwitz; uccisero donne disabili nel corso delle operazioni denominate T-4 ed “Eutanasia”; infine, tra il 1943 e il 1944, in molti villaggi dell’Unione Sovietica, massacrarono donne e uomini considerati appartenenti a unità partigiane.
Nei ghetti, così come nei campi di concentramento, i Nazisti selezionavano le donne per inviarle a lavori forzati che spesso ne causavano la morte. Inoltre, i medici e ricercatori nazisti spesso usarono donne ebree e Rom per esperimenti sulla sterilizzazione e per altre pratiche disumane di ricerca, contrarie a qualunque etica. Sia nei campi che nei ghetti, le donne erano particolarmente vulnerabili e soggette spesso sia a pestaggi che a stupri. Le donne ebree in gravidanza cercavano di nascondere il loro stato per non essere costrette ad abortire. Anche le donne deportate dalla Polonia e dall’Unione Sovietica per essere impiegate nei lavori forzati per il Reich, venivano spesso picchiate e violentate, o forzate a prestazioni sessuali in cambio di cibo o altri generi di conforto. La gravidanza fu l’ovvia conseguenza per molte donne polacche, sovietiche e yugoslave inviate ai lavori forzati e costrette a relazioni sessuali con i Tedeschi. Se i cosiddetti “esperti della razza” determinavano che il bambino non potesse essere “germanizzato”, le donne venivano generalmente obbligate ad abortire, o mandate a partorire in ospedali improvvisati, dove le condizioni avrebbero garantito la morte dei nascituri. Altre volte, invece, venivano semplicemente rispedite nelle regioni d’origine, senza cibo né assistenza medica.
Molte donne incarcerate nei campi di concentramento crearono gruppi di mutua assistenza che permettevano loro di sopravvivere grazie allo scambio di informazioni, di cibo e di vestiario. Spesso le donne appartenenti a questi gruppi provenivano dalla stessa città o dalla stessa provincia, avevano lo stesso livello di istruzione o condividevano legami familiari. Infine, altre donne furono in grado di salvarsi perché le SS le trasferirono nei reparti destinati al rammendo degli abiti, nelle cucine, nelle lavanderie o nei servizi di pulizia.
Le donne ebbero anche un ruolo importante in numerose operazioni della Resistenza, specialmente quelle appartenenti ai movimenti giovanili socialisti, comunisti e sionisti. In Polonia, le donne vennero impiegate come corrieri per portare informazioni nei ghetti; molte altre scapparono nei boschi della Polonia orientale e dell’Unione Sovietica, dove si unirono alle unità partigiane. Un ruolo importante assunsero anche molte appartenenti alla Resistenza francese (e ebraico-francese): Sophie Scholl, studentessa all’Università di Monaco di Baviera e membro dell’unità della Resistenza chiamata “Rosa Bianca”, venne arrestata e fucilata nel 1943 per aver distribuito volantini contro il Nazismo.
Alcune donne, come Haika Grosman, di Bialistok, furono leader o membri di organizzazioni della Resistenza nei campi di concentramento. Ad Auschwitz, cinque donne assegnate al reparto di Vistola per la lavorazione del metallo – Ella Gartner, Regina Safir, Estera Wajsblum, Roza Robota e, forse, Fejga Segal – fornirono la polvere da sparo con la quale membri di un’Unità Speciale Ebraica fecero saltare in aria una camera a gas, uccidendo molte guardie delle SS, nel corso della rivolta dell’ottobre 1944.
Numerose donne furono anche attive nelle operazioni che vennero organizzate nell’Europa occupata per mettere in salvo gli Ebrei. Tra di loro ci furono la paracadutista ebrea Hannah Szenes e l’attivista sionista Gisi Fleischmann. Hannah Szenes fu paracadutata in Ungheria nel 1944, mentre Gisi Fleischmann, leader del Gruppo d’Azione (Pracovna Skupina) facente capo al Consiglio Ebraico di Bratislava, tentò di fermare le deportazioni degli Ebrei dalla Slovacchia.
Milioni di donne furono perseguitate e uccise durante l’Olocausto. Tuttavia, alla fine non fu tanto la loro appartenenza al genere femminile a farne dei bersagli, quanto il loro credo politico o religioso, oppure il posto da loro occupato nella gerarchia razzista teorizzata dal Nazismo.
Edith Bruck
C’è chi colleziona farfalle
e chi colleziona medaglie
chi denaro chi francobolli
c’è chi costruisce armi
chi le usa
chi lavora se c’è lavoro
c’è chi si perde dietro un amore
vincendo una vita.
C’è il mare
c’è la montagna
l’aria sa di ginestra
le stanze di pulito
c’è di tutto
e tutto è tuo
non sei mai stata
tanto ricca
e così sola.
Nascere per caso
nascere donna
nascere povera
nascere ebrea
è troppo
in una sola vita…..
Edith Bruck, “In difesa del padre”, Guanda,1980
Andrea De Carlo, un femminista
É l’autore di ” Una di luna”
” Molte battaglie degli anni ’60 sono ancora in corso. Vedo governi quasi tutti al maschile, uomini che usano un gergo aggressivo, il diritto d’ aborto messo in discussione, la tv piena di vallette. Vedo donne che fanno cose bellissime ma le vedo affaticate. Combattono sempre. Al loro posto sarei molto arrabbiato. Per capire meglio ho scelto di vedere il mondo con gli occhi di una donna nel mio nuovo romanzo, un esercizio mentale che consiglio a tutti. Alle politiche dico: dovete imporre le leggi che vi riguardano e non aspettare che le facciano i colleghi. Siate consapevoli del vostro potere, non fermatevi”
Sibilla
Il 13 gennaio 1960 moriva in una clinica romana Sibilla Aleramo, una delle più famose e controverse letterate del Novecento. L’hanno letta le ragazze di oggi? O conoscono solo la sua tormentata relazione con Dino Campana, portata al cinema da Michele Placido? Se così fosse, peccato! Scandalosa, avida di vita e di amore ha ancora tanto da insegnare. Sul serio: la sua voce non ci fa piombare in un passato ormai morto, ma ci riporta al presente e alla dose di coraggio necessaria per scegliere liberamente il proprio destino.
Il giorno dopo la sua morte, Eugenio Montale la descrisse come una signora canuta, nobile nel portamento e nello sguardo, senza gelosie, senza invidie. “Sopravvissuta a tante tempeste, portava ancora con sé, e imponeva agli altri, quella fermezza, quel senso di dignità ch’erano stati la sua vera forza e il suo segreto”. Erano gli occhi a tradirla. Indomabili negli ultimi giorni come all’inizio, quando ancora si chiamava Marta Felicina Faccio e viveva in una Italia dove tutto e tutti – gli uomini, la famiglia, la società – le imponevano di abbassarli. Che chinasse il capo, che serrasse le labbra, che soffrisse in silenzio. Violenze e umiliazioni erano ciò che la vita riservava alle donne. Perché dunque ribellarsi? Perché rinunciare a un figlio, alla sicurezza economica, al rispetto?
Sibilla Aleramo sapeva di non avere scelta. Tutto, tranne rinunciare a se stessa. Aveva visto la madre, sempre più pallida ed emaciata, spegnersi in manicomio dopo una vita sottomessa. L’aveva vista elemosinare briciole di amore, sacrificare se stessa alla cura dei figli. Era stata una bambina come le altre, cresciuta in una famiglia borghese, una delle tante che nell’Italia di allora faceva strage di donne.
Sibilla Aleramo sapeva di non avere scelta. Tutto, tranne rinunciare a se stessa
Innamorata del padre, spirito laico e anticonformista, sentiva crescere il disprezzo nei confronti della madre. Nessuna pietà, neanche quando tentò il suicidio. Le vittime non piacevano a Sibilla Aleramo. E forse per questo quando lei stessa si ritrovò soffocata da un matrimonio umiliante, dopo avere ingerito laudano, a un passo dalla fine, decise di ribellarsi. L’uomo che l’aveva prima stuprata e poi portata all’altare – si chiamava matrimonio riparatore – che la soffocava per addomesticarla, non meritava il suo sacrificio. Non era solo violento, era ottuso e pavido. Il che, per Sibilla Aleramo, era molto peggio. Così rinunciò a tutto, anche al figlio tanto amato, pur di salvare se stessa e diventare quello che voleva essere: una persona libera.
Rinunciò a tutto, anche al figlio tanto amato, pur di salvare se stessa e diventare quello che voleva essere: una persona libera
A trent’anni prese la sua vita e la plasmò in un libro apertamente scandaloso, la prima opera letteraria a mettere in discussione la dedizione materna: Una donna. Era il 1906, le madri borghesi crescevano figli e andavano in chiesa, le altre lavoravano nelle manifatture dei tabacchi, nelle industrie tessili, nei campi, giornate lunghissime con la schiena piegata e una paga irrisoria. Erik Ibsen aveva già scritto Casa di bambola e dalla Norvegia il vento delle polemiche era soffiato su tutta Europa. Anche in Italia qualcosa stava cambiando: a Milano era attiva l’Unione femminile nazionale, di cui Sibilla Aleramo era fervida sostenitrice e nel 1908 Roma ospitò il primo congresso nazionale delle donne italiane.
Bellezza
Charles Baudelaire, “Inno alla bellezza”
Vieni dal cielo profondo o esci dall’abisso,
Bellezza? Il tuo sguardo, divino e infernale,
dispensa alla rinfusa il sollievo e il crimine,
ed in questo puoi essere paragonata al vino.
Racchiudi nel tuo occhio il tramonto e l’aurora;
profumi l’aria come una sera tempestosa;
i tuoi baci sono un filtro e la tua bocca un’anfora
che fanno vile l’eroe e il bimbo coraggioso.
Esci dal nero baratro o discendi dagli astri?
Il Destino irretito segue la tua gonna
come un cane; semini a caso gioia e disastri,
e governi ogni cosa e di nulla rispondi.
Cammini sui cadaveri, o Bellezza, schernendoli,
dei tuoi gioielli l’Orrore non è il meno attraente,
l’Assassinio, in mezzo ai tuoi più cari ciondoli
sul tuo ventre orgoglioso danza amorosamente.
Verso di te, candela, la falena abbagliata
crepita e arde dicendo: Benedetta la fiamma!
L’innamorato ansante piegato sull’amata
pare un moribondo che accarezza la tomba.
Che tu venga dal cielo o dall’inferno, che importa,
Bellezza! Mostro enorme, spaventoso, ingenuo!
Se i tuoi occhi, il sorriso, il piede m’aprono la porta
di un Infinito che amo e che non ho mai conosciuto?
Da Satana o da Dio, che importa? Angelo o Sirena,
tu ci rendi -fata dagli occhi di velluto,
ritmo, profumo, luce, mia unica regina!
L’universo meno odioso, meno pesante il minuto?
É femminista la governatrice di Tokyo
Femminista, patriota, opportunista: Yuriko Koike, eletta il 31 luglio alla carica di governatrice di Tokyo, è stata etichettata in modi diversi, non tutti lusinghieri. Una carriera fatta di passaggi da un partito politico all’altro senza mai impegnarsi davvero con nessuno le ha fatto ottenere il soprannome di Madam Kaiten Sushi, dal nome di quei ristoranti in cui piatti di pesce crudo girano su un nastro in attesa di essere raccolti. La sua principale caratteristica però potrebbe essere l’ambizione.
Come Margaret Thatcher, che ammira molto, Koike si è fatta da sola, facendosi largo con la forza tra le file composte quasi interamente da uomini della sua professione. In questo è diversa da Makiko Tanaka, che all’inizio degli anni 2000 è stata la prima ministra degli esteri giapponese ma era figlia di un ex primo ministro.
Barriera d’acciaio
Le donne sono solo il 9,3 per cento dei deputati nel parlamento giapponese, una percentuale che colloca il paese al 155° posto rispetto al resto del mondo. Esponente del Partito liberaldemocratico, Koike è stata ministra della difesa nel 2007 ma un anno dopo ha perso l’opportunità di diventare premier del Giappone quando Taro Aso l’ha battuta alla carica di leader del suo partito. Poi ha fatto infuriare i capi del partito presentandosi alle elezioni contro il loro candidato Hiroya Masuda alle amministrative di Tokyo, sbaragliandolo con uno scarto di più di un milione di voti.
Koike ha convinto gli abitanti di Tokyo anche grazie all’immagine presentata dai mezzi d’informazione di donna coraggiosa che sfida una politica dominata dagli uomini. Quando Shintaro Ishihara, uno dei suoi predecessori alla carica di governatore, ha detto che la guida della capitale non dovrebbe essere affidata a “una donna troppo truccata”, lei ha riso, affermando di essere abituata a questo genere di insulti. La barriera di genere in Giappone non è di vetro, ha detto parafrasando Hillary Clinton, ma di acciaio. Migliorare la situazione delle donne in Giappone è diventato un obbiettivo importante per lei. Il paese ha bisogno “delle qualità delle donne: forza, fermezza, tenacia”, ha detto nel suo programma.
Nonostante i giudizi poco galanti, è simile a Ishihara, uno scontroso falco che adorava punzecchiare la Cina
Tuttavia, secondo Tomomi Yamaguchi della Montana state university, Koike è più una nazionalista che una femminista. Da ministra della difesa si è battuta per una linea più dura nei confronti della Cina, ed è una delle poche politiche giapponesi a chiedere apertamente armi nucleari per il Giappone.
Ha contribuito a gestire l’associazione parlamentare Nippon Kaigi, una lobby conservatrice secondo cui nella seconda guerra mondiale il Giappone ha combattuto per liberare l’Asia dal colonialismo occidentale e che vuole ripristinare i valori della famiglia. In questo, nonostante i giudizi poco galanti, è del tutto simile a Ishihara, uno scontroso falco che adorava punzecchiare la Cina.
Il primo compito di Koike sarà ripristinare la fiducia nell’istituzione che rappresenta: una serie di scandali finanziari ha provocato la caduta dei suoi ultimi due predecessori. Governerà la più grande economia cittadina del mondo, con un pil annuo che secondo le stime è di circa 1.500 miliardi di dollari, edificata su una delle più instabili zone sismiche del pianeta (la possibilità che nei prossimi trent’anni si verifichi un terremoto di magnitudo 7 è del 98 per cento).
E deve guidarla verso le Olimpiadi del 2020, dopo due anni di preparativi esitanti e dispendiosi che hanno affossato l’entusiasmo dell’opinione pubblica. Soprattutto, dovrà trovare un modo per orientarsi in un mondo che la osserva con un misto di sfiducia e rispetto, ma con poco affetto.
(Traduzione di Giusy Muzzopappa)
Questo articolo è uscito sul settimanale britannico The Economist.