Archivio degli autori

Annegret Kramp-Karrenbauer

La chiamano la Mini- Merkel e lei non l’accetta e s’ indigna.

Effettivamente ha alle spalle una consistente carriera politica e grandi prospettive per il futuro che le consentono di rivendicare la propria individualità.

Il suo nomignolo é Akk ed é il nuovo leader del partito cristiano democratico tedesco, é Lei ad aver preso il posto di Angela, dopo 16 di cancelleria, a 56 anni.

La formazione cattolica la distingue dalla Merkel, é contraria al matrimonio omosessuale e all’aborto, questioni delicate su cui Angela aveva invocato la libertà di coscienza.

É cresciuta in una regione di frontiera, é appassionata di rock ed è favorevole all’ accoglienza dei migranti.

Beatrice Lento

Una strada di Tropea per Irma

L’ Associazione di Volontariato sos KORAI ha avanzato l’istanza di intitolare una via della Città di Tropea ad Irma Scrugli, cofondatrice della Casa della Caritá e degli Oblati del Sacro Cuore. La richiesta ha trovato immediato riscontro da parte dell’ Amministrazione Comunale. A confermarlo lo stesso Sindaco, Giovanni Macrì, nel corso della prima riunione annuale della Consulta delle Associazioni, dello scorso 5 gennaio, nella quale si é anche discusso degli eventuali contributi allo specialissimo evento dell’ Anno Mottoliano appena iniziato. ”Quanto prima” ha dichiarato con evidente compiacimento l’ avv. Macrì “dedicheremo una strada o una piazza alla Signorina Scrugli, é giá pronta la pratica da inoltrare in Prefettura.”
Com’ è  noto a molti, sos KORAI é una Onlus, con sede sociale a Tropea, che, a un anno dalla sua nascita, ha già al suo attivo numerose iniziative di successo, l’intitolazione ad una Donna come Irma, che col suo carisma e il suo impegno lungimirante ha illuminato la storia tropeana, lasciando segni incancellabili di civiltá, rientra nelle finalitá dell’associazione che vuole contrastare la subcultura maschilista e la violenza sulle donne valorizzando a tutto campo i talenti femminili. Irma Scrugli, del resto, é una figura di spicco della comunità tropeana che la ricorda come” La Signorina” e conserva indelebile il fascino della sua grandiosa missione.
 Giovanissima, Irma avvertì la chiamata spirituale e a ventitrè anni intrecciò la sua vita a quella del Venerabile Don Francesco Mottola, condividendo con lui l’ideale di una donazione totalitaria a Dio e agli ultimi. Irma esce dal palazzo dei Conti Scrugli ed entra nei tuguri, tende le mani alle classi deboli, abbraccia gli emarginati, i sofferenti, i bambini, i vecchi: una grande fede capace di annientare gli egoismi personali per darsi senza remore a chi ha bisogno.
Particolarmente lieta del riscontro positivo e celere da parte del Comune la presidente di sos KORAI
” Si, sono veramente soddisfatta e felice perché porto avanti questa richiesta fin dal 2011 e finora non ero riuscita a raggiungere l’obiettivo.” Così dice la Presidente Beatrice Lento” Una vera battaglia la mia che, usando un’ iperbole che mi piace,  definirei crociata, se non altro per il tempo che ha occupato. Ho avanzato la prima richiesta come presidente della Commissione Pari Opportunità e la seconda come Dirigente dell’ Istituto Superiore ma una lunga serie di congiunture sfavorevoli hanno frapposto ostacoli che sembravano insormontabili. Sono certa che nulla accada per caso e la coincidenza dell’accoglimento della richiesta proprio nell’ Anno dedicato a Don Mottola mi pare di buon auspicio, sono certa che presto avremo il piacere di percorrere la via “ Signorina Irma Scrugli”, una Donna di cui ho sempre ammirato l’estrema emancipazione dai pregiudizi del tempo, che certamente l’hanno vista controcorrente rispetto ai consueti canoni femminili, e il suo incanto travolgente al punto da attrarre nella sua scelta estrema tantissime ragazze, conservando il suo potere ancor oggi.”
Quanto prima, dunque,  Irma Scrugli sarà ricordata anche nello stradario cittadino e si avrà uno strumento in più per suscitare nei giovani l’ entusiasmo verso ideali nobili di cui oggi, più che mai, si avverte l’ esigenza.
La Presidente di sos KORAI Onlus
Beatrice Lento

Sibilla

Quando la famiglia di Sibilla Aleramo (nata Rina Faccio) si trasferì nel 1887 da Milano a Civitanova Marche, per lei fu impossibile continuare gli studi dopo le elementari: iniziò dunque un alacre percorso da autodidatta che la portò in seguito ad essere una delle più rivoluzionarie e indipendenti intellettuali italiane, in un periodo, quello a cavallo fra le due guerre mondiali, ancora fortemente dominato dagli uomini.
Violentata da un operaio della fabbrica del padre e costretta con lui a un matrimonio riparatore, raccontò la storia di quell’unione aberrante in Una donna (1906), tradotto in tutto il mondo. Fuggita a Roma e poi di nuovo a Milano, continuò ad affermarsi come libera pensatrice, impegnata per il diritto al voto femminile e contro la prostituzione, coinvolta anche in una relazione lesbica assolutamente inedita per l’epoca (raccontata nel romanzo Il passaggio, 1919). La sua vita amorosa estremamente libera (celebre è il suo rapporto con Dino Campana) e le sue idee progressiste la rendono di diritto uno degli esempi più lampanti del femminismo artistico italiano.

Beatrice Lento

Sofia Corradi

«Un’arrabbiatura e un’umiliazione: ecco la genesi dell’Erasmus. Ho promesso a me stessa che nessun altro studente avrebbe dovuto subire un’offesa come quella che avevo patito io». Gli occhi vivi e curiosi, la lingua veloce e forbita, la testa che corre nel tempo connettendo date e dati, aneddoti e visioni: sorride, con affetto e orgoglio, quando le si chiede se è vero che allievi e colleghi di mezza Europa l’hanno soprannominata «Mamma Erasmus». Sofia Corradi, 82 anni, fino al 2004 Professore di Educazione Permanente all’Università Roma Tre, è la persona a cui quattro milioni di studenti devono dire grazie: è lei che, per prima, nel 1969 ha ipotizzato nero su bianco un programma di mobilità tra atenei. Battendosi a colpi di ciclostile, nei 18 anni successivi, affinché quest’utopia si realizzasse. Un merito ora consacrato dal prestigioso Premio «Carlo V», che lunedì prossimo, festa dell’Europa, le verrà assegnato dal Re di Spagna Filippo IV e dal presidente del Parlamento Ue Martin Schulz

L’idea

La risposta, finale e definitiva, a quel direttore della segreteria che nel 1958 l’aveva cacciata dallo sportello, accusandola di volersi laureare andando in vacanza in America. «Dopo gli studi in giurisprudenza vinsi una borsa di studio Fulbright, finanziata con la vendita all’asta dei residuati bellici della II Guerra Mondiale, che mi diede la possibilità di passare un anno alla Columbia University di New York, conseguendo un Master in diritto comparato. Rientrata a Roma mi sono presentata alla segreteria dell’ateneo per farmi convalidare gli esami: lì mi hanno guardata con disprezzo, dileggiandomi davanti a tutti. In quel momento è nata l’idea dell’Erasmus». 

Una volta laureata, la Corradi svolge attività di ricerca sul diritto allo studio presso l’Onu, prima di diventare consulente della Conferenza dei Rettori Italiani. Siamo nel 1969, sono gli anni della contestazione, le università sono in subbuglio, alla ricerca di autonomia e identità. Ed è a Ginevra, all’incontro dei pari ruolo europei, che Alessandro Faedo, rettore dell’Università di Pisa, si presenta con un appunto che riportava questo testo: «Lo studente, anche se non appartenente a famiglia residente all’estero, può chiedere di svolgere parte del suo piano di studio presso università straniere, presentandolo all’approvazione del Consiglio di Facoltà in preventivo. Il Consiglio di Facoltà potrà dichiarare l’equivalenza, che diventerà effettiva dopo che lo studente avrà prodotto la documentazione degli studi compiuti all’estero».

Il primo passo

«Era il nocciolo dell’Erasmus, un promemoria redatto con la mia macchina Lettera 22 e che conteneva i punti salienti del progetto – racconta la Corradi –. Quando illustravo la mia idea in tanti mi chiedevano a cosa serviva mandare gli studenti in Germania a inseguire le ragazze bionde. Io spiegavo che in Italia potevano inseguire le brune, ma non era quello il problema: se uno non aveva voglia di studiare non avrebbe dato esami comunque. Quello che contava è che gli esami passati all’estero fossero ritenuti validi in Italia». L’appunto della Corradi viene adottato dal ministro per la Pubblica Istruzione dell’epoca, Mario Ferrari Aggradi, come base per un disegno di legge approvato anni dopo. Mentre diventa il nucleo centrale degli incontri bilaterali con Francia e Germania per immaginare i primi scambi. «Grazie alla mia insistenza, e al fatto che forse in quei giorni c’erano poche notizie, i giornali diedero comunicazione di quello che stava accadendo. Era il primo passo per educare anche l’opinione pubblica. Ma eravamo davvero solo all’inizio e da quel momento lo sforzo andava in due direzioni: sollecitare l’ambito politico e parallelamente preparare le tabelle di equivalenza dei singoli esami tra vari atenei. Ogni nuovo documento e ogni tabella la duplicavo in decine di copie con il ciclostile, e inviavo lettere a rettori, docenti, politici, europarlamentari. 18 anni di battaglie, di piccole e grandi sconfitte, in cui ho rotto le scatole a tantissima gente. L’unica cosa che sopravviveva era il mio promemoria, che continuava ad essere usato come modello di riferimento».

La vittoria

E così, mentre l’Ue, all’epoca ancora Cee, prende forma, nel 1976 per la prima volta esami sostenuti da studenti italiani in Francia vengono, a fatica, ritenuti validi: la sperimentazione di quello che, seguendo le lentezze della burocrazia, nel 1987 sarebbe diventato l’Erasmus. «Studiare all’estero mi ha cambiato la vita – conclude la Corradi – ed è quello che ancora oggi racconto agli studenti nei tanti incontri che faccio. La cosa bella è che dopo le chiacchierate spesso si va a cena insieme, e quasi sempre mi chiedono di andare in discoteca con loro. Un’amica psicologa mi ha detto che è un modo per ringraziarmi per averli incoraggiati a volare fuori dal nido, ed è il massimo per un educatore: prima o poi mi sa che accetterò l’invito». Promessa di Mamma Erasmus. 

Dal web

Beatrice Lento

Umbertina

Una storia al femminile che ora é possibile leggere anche in versione italiana.

L’autrice é Helen Barolini, nata vicino New York, di origini calabresi grazie alla nonna materna che era di Castagna di Cicala in provincia di Catanzaro.

Attraverso le vite di tre donne di una stessa famiglia, nel romanzo si ricostruisce la storia delle donne italoamericane dal 1860 al 1975 circa. Il romanzo si apre con le vicende di Umbertina, la donna che dà il titolo al romanzo: partita da Castagna, un borgo poverissimo della Calabria, emigrerà negli Stati Uniti dove, grazie alle sue doti, riuscirà a ottenere il benessere per sé e per i propri familiari. La nipote, Marguerite (19271973), tornerà in Italia, e morirà in un incidente stradale. Tina, figlia di Marguerite, nata nel 1950 concluderà il viaggio intrapreso dalla nonna calabrese cento anni prima e sposerà un ricco borghese americano.

Un bel romanzo che racconta l’emigrazione con gli occhi delle donne e senza alcuna retorica

Beatrice Lento

Molto spesso é una donna

Virginia Woolf
«Mi azzardo a immaginare che quell’Anonimo, che ha scritto così tante poesie senza firmarle, molto spesso fosse una donna» 

Beatrice Lento

Domestic Violence

L’abuso psicologico ed emotivo all’interno della coppia è stato riconosciuto come crimine in Irlanda. Entrato in vigore il 1° gennaio, il Domestic Violence Act 2018 e fornisce protezione alle vittime di “controllo coercitivo“, un tipo di abuso emotivo e psicologico che cerca di spogliare l’autostima e la capacità di agire della persona. Il ministro della Giustizia Charlie Flanagan ha spiegato che la nuova legge “riconosce che l’effetto del controllo non violento in una relazione intima può essere altrettanto dannoso per le vittime quanto l’abuso fisico, perché è un abuso di fiducia”. Ora, gli abusanti rischiano fino a 5 anni di prigione. “Questa nuova disposizione”, ha concluso il ministro, “invia un messaggio chiaro: la società non tollererà più la terribile violazione della fiducia commessa da un partner contro un altro”.

La nuova legge irlandese prevede anche altre misure per combattere la violenza di genere: dalla criminalizzazione dei matrimoni forzati all’abrogazione della legislazione che in precedenza consentiva alle coppie minorenni di sposarsi. Ha introdotto anche la possibilità per le vittime di abusi domestici di richiedere protezione dai famigliari violenti.

La ricerca realizzata nel 2014 dall’Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali sulla violenza contro le donne mostra che quasi un terzo delle donne irlandesi (31%) ha segnalato un abuso psicologico da parte di un partner. Un altro 23% ha dichiarato di aver avuto un comportamento di controllo, il 24% ha affermato di essere stato abusivo e il 12% ha dichiarato di essere stato oggetto di molestie (inclusa la sorveglianza su Internet).

Beatrice Lento

Marija Bockareva

Tra gli episodi dimenticati della Prima Guerra mondiale, la storia di Marija Bočkareva è una tra le più singolari. Di origine contadina, si arruola all´età di 25 anni nell´esercito russo, dopo aver chiesto e ottenuto l’autorizzazione ufficiale di Nicola II, e sin dallo scoppio del conflitto fornisce un apporto fondamentale alle fortune del suo reggimento. Guardata con diffidenza e molestata durante i primi mesi del suo servizio, riesce a conquistare sul campo la stima dei suoi commilitoni, battendosi con coraggio senza pari a fianco degli uomini, come gli uomini. Ma non è tutto. Nel 1917, Marija, ormai promossa sergente, riceve dal governo Kerenskij l´invito a formare un battaglione formato da sole donne. Il morale dell´esercito russo è basso, iniziano le prime diserzioni, e la formazione di un battaglione femminile avrebbe dovuto servire,almeno nelle intenzioni del governo provvisorio, da esempio all´esercito. E così, Marija, da tutti ormai conosciuta con il nome di battaglia di Jaska, lancia un appello a cui rispondono più di duemila volontarie. Il “Battaglione femminile della morte”, che porterà sul fronte 300 soldatesse, combatterà regolarmente, scontrandosi con i soldati tedeschi nel luglio del 1917. Le donne di questo singolare battaglione, non sono, però, le uniche a difendere la Patria in guerra e, dopo la rivoluzione del febbraio 1917, a Pietrogrado si moltiplicano le associazioni femminili a sostegno del conflitto. Il governo premia il loro ardore patriottico, varando una serie di misure, che pongono la Russia all´avanguardia in materia di diritti di genere: parità di salari, libero accesso a tutti i ruoli dell’amministrazione pubblica, diritto di voto e divorzio civile. Non è poco per un paese da sempre considerato tra i più arretrati d´Europa, tenendo conto soprattutto delle difficoltà e del tempo che dovette passare per ottenere gli stessi diritti in molti paesi dell´Europa occidentale. Non vi è dubbio, quindi, che per le donne russe la guerra rappresentò un’eccezionale occasione di emancipazione. E non è certamente un caso, nel 1918, la presenza a San Pietroburgo di Emmeline Pankhurst, una delle più accese femministe europee, che assiste alla sfilata del “Battaglione della morte” e descrive la comandante come “la donna più importante del XX secolo”.
Il caso di Marija Bočkareva è, però, solo il più noto. Il ruolo attivo delle donne russe nell’esercito negli anni dal 1914 al 1917 raggiunse un numero considerevole, che va dalle 700 alle 800 unità. Le loro storie sono state per decenni dimenticate e solo il centenario della prima guerra mondiale ne ha riportato a galla l’esistenza. Nominarle tutte in un breve articolo è impossibile, ma la documentazione a disposizione degli storici narra di donne di tutte le età ed estrazione sociale. Alcune di loro nascosero il loro sesso per il timore di non essere accettate, altre si arruolarono regolarmente. Tra queste: Olga Jehlweiser, di origine lituana, che aveva già partecipato come soldatessa alla guerra russo giapponese nel 1904-1905; Maria Selivanova, che a diciassette anni fuggì dal collegio femminile in cui studiava per arruolarsi con il nome di Stepan; la ventitreenne Ekaterina Linevska, che assunse il nome di Ivan Solovev; il colonnello Margarita Kokovceva, comandante del sesto reggimento degli Urali; la nobile georgiana Kati Dadeshkeliani, e moltissime altre. Il loro impegno non si esaurì nella partecipazione attiva alla guerra, molte di loro si schierarono a difesa del Palazzo d´inverno per impedire la presa del potere dei bolscevichi. Altre si arruolarono più tardi nelle armate bianche contro il nuovo governo sovietico.

Dare una spiegazione a questo fenomeno, di per sé eccezionale se si pensa a quanto avviene negli eserciti dell´Europa occidentale dove alle donne vengono al massimo riservati i ruoli di infermiere e centraliste (tra le pochissime storie di soldatesse conosciute vi è quella di Victorija Savs, arruolatasi tra le file dell´esercito austriaco, nascondendo il proprio sesso), è abbastanza complesso, ma l´origine, come hanno messo in evidenza le studiose americane Vera Dunham e Laura Engelstein, risiede probabilmente nella cultura contadina russa, che vede le donne impegnate da sempre accanto agli uomini nei lavori più duri. Una tradizione molto lontana da quella occidentale che considera la donna come un essere debole, da proteggere e teme la promiscuità, come elemento perturbatore dell´ordine sociale.
La storia delle soldatesse russe mette in crisi molti luoghi comuni e le teorie di quanti ritengono che il pacifismo, la non violenza costituiscano i tratti fondanti della differenza di genere femminile, mentre la guerra e la competizione siano caratteristiche prettamente maschili.
L´avventura di Marija Bočkareva, fu trascritta nel 1918, dal giornalista Don Levine, negli Stati Uniti, dove la donna si era recata per raccogliere i fondi necessari a organizzare le armate bianche contro i bolscevichi ed è disponibile in italiano con il titolo “Yashka. Una donna combattente nella prima guerra mondiale”(Il glifo, 2012), con un´introduzione di di Stéphane Audoin–Rouzeau e Nicolas Werth, quella delle altre soldatesse deve essere ancora scritta.

Paola Cioni

Beatrice Lento

Non tornare …

A volte, ad una donna che confida le violenze subite dal marito o compagno si dice

” Torna a casa , pensa ai figli, fai la pace…”

Attenti consiglieri di conciliazione: ci sono donne che hanno seguito questa indicazione misericordiosa, sono tornate a casa e ne sono uscite vittime.

Beatrice Lento

La nostra ultima prima cena

“La nostra ultima prima cena”

Una performance teatrale straordinaria!

Un monologo esilarante che ha affrontato il tema della violenza sulla donna e della subcultura maschilista in maniera esclusiva e avvincente.

Un’altalena di emozioni tra un susseguirsi di coinvolgenti e stravolgenti colpi di scena.

Il mio plauso alla bravissima presidente di LaboArt e Amica mia carissima Maria Grazia Teramo, al Suo braccio destro Francesco Carchidi, a tutti i componenti l’Associazione e, ovviamente, al super bravo attore, di cui non conosco il nome, che ho ammirato per l’intensità dell’interpretazione che è arrivata al cuore degli spettatori, ne sono certa.

Bellissima notte al Santa Chiara, freddissima ma caldissima d’emozioni.

Beatrice Lento