Le poche sterili parole della nostra epoca vengono strappate dolorosamente al silenzio. Abbiamo cominciato a tacere da ragazzi, a tavola, di fronte ai nostri genitori. Noi stavamo zitti per protesta e per sdegno. Eravamo ricchi del nostro silenzio. Adesso ne siamo vergognosi e disperati e ne conosciamo tutta la miseria, ma il silenzio può essere universale e profondo. Il silenzio può raggiungere una forma di infelicità chiusa, mostruosa, avvizzire i giorni della giovinezza, fare amaro il pane. Può portare alla morte. Perché il silenzio è un peccato un peccato comune a tanti nostri simili nella nostra epoca, è il frutto amaro della nostra epoca malsana.
Natalia Ginzburg
Natalia Levi Ginzburg
di Laura Balbo
La sua vita ha attraversato eventi storici difficili, pesantissime tragedie personali. Cresce a Torino in un ambiente intellettuale e antifascista: continui controlli della polizia, la prigione che tocca diversi membri della sua famiglia, tra cui il padre e alcuni dei fratelli. Sono anni che sintetizzerà bene, in seguito, nel suo Lessico famigliare (1963). Nel 1938 si sposa con Leone Ginzburg, che nel 1940 viene mandato al confino in un piccolo paese dell’Abruzzo, e con lui vivranno Natalia e i tre figli (Carlo, Andrea, Alessandra) fino al 1943. Ricorderà quel momento in un testo delle Piccole virtù (1962), un tempo vissuto come un passaggio scomodo e che si rivelerà essere invece il più felice.
Tra il 1943 e il 1944, i Ginzburg presero parte a diverse attività di editoria clandestina. Al loro ritorno a Roma, Leone fu arrestato e condotto in prigione, dove morì per tortura, senza poter rivedere la moglie ed i tre figli.
La scrittrice torna a Torino e, al termine della guerra, inizia a collaborare alla casa editrice Einaudi. Traduzioni, romanzi, saggi, opere di teatro: la sua attività di scrittrice riempie i decenni successivi. Si sposerà di nuovo, nel 1950, con Gabriele Baldini, che morirà nel 1969. E sarà anche parlamentare (1983 e 1987), eletta nella Sinistra Indipendente, attiva in iniziative per la difesa dei diritti e contro il razzismo.
È lì che io l’ho conosciuta.
Scrivere queste righe ha significato per me rendermi conto di qualcosa di inaspettato: come una persona che da tanti anni non è più con noi possa, a un tratto, essermi di nuovo vicina. Un’emozione profonda, che non conoscevo.
Natalia, nel ricordo, è proprio lei: affettuosa con le persone che le sono attorno, molto consapevole dei problemi umani e politici del mondo di cui siamo parte. Schiva e discreta. Silenziosa, in molte occasioni. Sempre attenta. La sua presenza non si deforma, non si appanna.
È la persona grazie alla quale ho capito come incontrare generazioni, esperienze, e pezzi di storia differenti da quelli che viviamo, possa costituire un “ponte” molto importante – se lo sappiamo utilizzare – per imparare, in qualche modo, a vivere: consapevoli, anche fiduciosi. Ci sono momenti e aspetti difficili, della vita e della storia; ma magari, andando avanti, di tutto questo capiremo il senso. Quel che succede attorno a noi, cercare di capirlo; e riuscire a fare la nostra parte. Non starne fuori, o ai margini. Un disorientamento estremamente attento, che sta tutto nella misura dell’umano. Questo c’è nei suoi scritti.
Il suo linguaggio è “umile”; lo sono i titoli dei romanzi, Le voci della sera (1961); Lessico famigliare (1963), Ti ho sposato per allegria (1966); La città e la casa (1984). Ci sono le “piccole cose”, la “vita quotidiana” (termini usati in alcuni filoni della sociologia: dunque, anche in questo c’è tra noi un legame).
I personaggi che nella sua scrittura arriviamo a conoscere come se davvero li avessimo incontrati, per quanto ci sono messi vicino, nei gesti semplici, nelle parole e anche in quello che non dicono, vivono negli anni del fascismo, delle leggi contro gli ebrei, di Mussolini e dell’Asse Roma-Berlino, della guerra. Ho chiara in mente (Tutti i nostri ieri, 1952) la descrizione del momento in cui si sparge la notizia della caduta del fascismo, e si parla dell’armistizio, e si spera che sia tutto finito. Ma poi arrivano i tedeschi, e invece «gli inglesi non arrivano mai».
Molti dei suoi libri sono costruiti attraverso lo sguardo di donne. C’è la vita di bambine (Natalia, in Lessico Famigliare), di giovani ragazze incinte, di vecchie (la «signora Maria»), di donne adulte con i loro figli (Lucrezia, La città e la casa) le contadine, le borghesi.
E gli uomini: quelli in guerra, lontani per mesi e per anni; quelli di cui si sapeva solo che erano “in Russia”. Cenzo Rena e Franz che si consegnano ai tedeschi per salvare la vita di dieci ostaggi innocenti, e vengono fucilati: sono le ultime pagine dei “nostri ieri”.
Ho amato moltissimo l’invenzione (appunto nell’ultimo testo che ho citato) di mettere insieme le lettere di persone, familiari, amici, che si tengono in contatto o si ritrovano (e cambiamenti, sofferenze, il passare del tempo). Il tono, le parole sono quelle della vita di ogni giorno e delle “piccole cose”, che però sono parte di vicende storiche complesse, pesanti. Complesse e pesanti anche le sue esperienze, a partire dalla morte terribile di Leone Ginzburg, il marito torturato e ucciso in carcere nel ‘44. Di questo lei non parlava mai.
Ci siamo “viste” per la prima volta (entrambe come neodeputate elette nella Sinistra Indipendente, ed entrambe “nuove” dell’ambiente) nel corso di una affollata riunione, in una stanza di Montecitorio. Mi ero seduta vicino ad alcune altre persone del nostro “gruppo” quando è entrata, un po’ incerta tra tanta gente in quel contesto inconsueto. Sono andata verso di lei e le ho suggerito di venire dove già alcuni di noi erano seduti. Da allora, mi ha definito il suo “angelo custode” nelle prime esperienze parlamentari, quelle burocratiche in particolare: fare il tesserino di deputato, identificare la propria cassetta postale tra le molte centinaia disponibili, trovare l’ascensore giusto per salire ai piani superiori. Allora c’erano queste cose, poi certo molto sarà cambiato nel palazzo.
Abbiamo passato insieme molto tempo: le sedute durante i lunghi dibattiti parlamentari, riunioni di ogni tipo, convegni. Nel 1989 abbiamo costituito, insieme ad altri, l’associazione Italia/Razzismo. E momenti liberi: a casa sua a Roma; una volta a Sperlonga durante le vacanze e anche un’estate, chissà come, in Val d’Aosta, con Vittorio Foa. Voglio ricordare anche lui, che mi è altrettanto caro.
I figli, i nipoti. In un paio di occasioni anche Giulio Einaudi: lui mi sembrava poco contento che io fossi tra i piedi, proprio non c’entravo con il loro mondo. In effetti non ricordo che si sia mai parlato dei suoi romanzi o di letteratura in generale: forse avrei dovuto farlo.
Certe sue brevi frasi comunque mi sono rimaste in mente. Alcune dei suoi libri; altre, di momenti vissuti insieme: quelle dell’ultima volta che ci siamo viste. Abbiamo parlato di cose quotidiane, come sempre. Il giorno dopo mi hanno chiamato, e ho saputo che non c’era più.
Le tengo dentro di me: con gratitudine e un senso di profonda tenerezza.
Donne stuprate durante la seconda guerra mondiale
Quel milione di donne stuprate durante la seconda guerra mondiale troppo spesso dimenticate, monito contro ogni nuova guerra
È difficile stabilire con certezza quante donne vennero violentate nel corso della Seconda guerra mondiale. Le cifre al ribasso parlando di alcune centinaia di migliaia di vittime, quelle più alte superano i due milioni.
In ogni caso si tratta di numeri impressionanti che dovrebbero far comprendere bene quale calvario dovettero vivere moltissime donne. Tutte le forze armate delle principali potenze che presero parte al conflitto, in misura maggiore o minore, si macchiarono di questo orribile crimine.
Tra i paesi dell’Asse probabilmente furono i giapponesi ad utilizzare con maggiore ferocia e sistematicità lo stupro nei confronti delle popolazioni occupate. Alle migliaia di donne violentate nel corso della conquista del Pacifico e della Cina vanno aggiunte le circa ducentomila confort women, costrette a prostituirsi nei bordelli di mezza Asia.
Pure tra i soldati della Wermacht lo stupro fu una prassi, specie nell’Europa dell’Est dove divenne un fenomeno di massa. Anche i tedeschi crearono dei bordelli per i propri soldati e le SS arrivarono perfino a costruirne alcuni nei lager.
Himmler era convinto che i prigionieri in attesa della morte fossero più produttivi dopo aver avuto rapporti con altre internate, scelte di solito tra le cosiddette “asociali”.
Stuprano e uccisero anche gli italiani, in particolare nei Balcani e in Grecia dove il Regio Esercito creò diverse case chiuse per soddisfare gli appetiti dei suoi uomini.
Anche gli eserciti Alleati compirono numerosissimi casi di violenze carnali. L’Armata Rossa restituì con gli interessi alla Germania ciò che era accaduto sul Fronte Orientale. Le stime più basse parlano di duecentomila vittime, quelle più alte toccano il milione e mezzo.
I soldati americani stuprarono in Francia, in Giappone e perfino in Gran Bretagna in attesa del D-Day. Infine, come non ricordare le terribili “marocchinate”: le violenze perpetrare dai goumier francesi durante la Campagna d’Italia.
E, purtroppo, si potrebbe continuare a lungo.
Detto ciò non si possono mettere sullo stesso piano paesi aggrediti e paesi aggressori. E alla fine tutte le conseguenze più nefaste di quella orribile guerra vanno ascritte a chi l’ha pianificata e scatenata. Resta il fatto però che le vittime sono tutte vittime, e i criminali di guerra tutti criminali di guerra.
Oltre i caratteri somatici, oltre le storie personali, oltre il luogo d’origine, quelle donne erano donne allo stesso modo e indipendentemente da quale divisa indossassero gli uomini che le stava stuprando, il dolore, la paura, la sofferenza fisica e psicologica era la stessa. Per questo meriterebbero di essere ricordate, di aver un posto in tutte le cronache ufficiali, perché non si dimentichi il male che hanno dovuto sopportare. Perché siano da monito a chi parla con sufficienza della guerra e delle sue conseguenze.
Helena vince lo Strega
IL RICONOSCIMENTOStrega 2018 a Helena Janeczek
Dopo 15 anni il premio è donna
La scrittrice tedesca naturalizzata italiana trionfa con «La ragazza con la Leica»,
romanzo dedicato alla fotografa Gerda Taro. Prima volta dell’editore Guanda
di EMILIA COSTANTINI
«Sono felicemente sconvolta, penso che abbia vinto Gerda, senza di lei non sarei arrivata qui» ha esclamato Helena Janeczek, vincitrice ieri sera con 196 preferenze della 72ª edizione del Premio Strega (su un totale di 554 voti espressi) con il suo romanzoLa ragazza con la Leica(Guanda), dove racconta l’avventura umana e professionale dell’attivista politica e fotoreporter tedesca che si conquistò un posto nella storia del fotogiornalismo, morendo giovanissima durante la Guerra di Spagna. È arrivato secondo con 144 voti Marco Balzano con Resto qui (Einaudi). Sandra Petrignani invece di preferenze ne ha ottenute 101 con La corsara (Neri Pozza), mentre sono ultimi Carlo D’Amicis con Il gioco, Mondadori (57) e Lia Levi conQuesta sera è già domani, e/o (55 voti).
Antonia Masanello: la Garibaldina
“L’abbiam deposta, la Garibaldinaall’ombra della Torre di San Miniato
con la faccia rivolta alla marina
perché pensi a Venezia, al lido amato.
Era bionda, era bella, era piccina
ma avea cor di leone e di soldato.
E se non fosse che era donna
e spalline avria avute e non la gonna
e poserebbe sul funereo letto
con la medaglia del valor sul petto.
Ma che fa la medaglia e tutto il resto?
Pugnò con Garibaldi, e basti questo!”
Cristina Trivulzio di Belgioioso
Cristina è stata famosissima in vita e non solo in Italia. Celebrata anche dopo morta per decenni, grazie al suo apporto alla causa dell’Unità d’Italia, è oggi quasi sconosciuta. A Milano, dove il suo nome era noto a tutti, per la sua ricchezza, la bellezza, il coraggio e l’anticonformismo, è oggi ricordata con una via suburbana che porta a Pero, dopo lo svincolo autostradale di Roserio.Cristina fu una bambina gracile e timida, ma già da giovanissima si dimostrò intrepida. Era nata in una famiglia nobile e ricca; suo padre morì quando lei aveva solo quattro anni e tuttavia la sua fu un’infanzia serena: la madre si risposò con Alessandro Visconti d’Aragona, ebbe altri quattro figli e Cristina ebbe buoni e affettuosi rapporti sia con il patrigno che con i fratellastri. Come si usava a quel tempo nelle famiglie nobili, non fu mandata a scuola e prese invece lezioni a casa. Determinante per la sua formazione fu il rapporto con l’insegnante di disegno, Ernesta Bisi, che per prima le fece intravedere idee nuove, e l’amicizia con Bianca Milesi: idee che venivano dalla Francia e che non piacevano neppure un po’ al potente nonno materno di Cristina, Gran Ciambellano dell’imperatore d’Austria.
A 16 anni Cristina rifiutò il matrimonio con un cugino triste e piagnucoloso e sposò invece, pur sconsigliata dagli amici, il principe Emilio di Belgioioso: che era bello, giovane, sifilitico e stava dilapidando allegramente il suo patrimonio. Per dare un’idea della ricchezza della famiglia Trivulzio, si pensi che Cristina portò in dote 400.000 lire austriache, calcolate oggi a 4 milioni di euro. Il matrimonio con Belgioioso durò poco, ma si dissolse pacificamente in un rapporto d’amicizia che durò tutta la vita.
Verso la fine degli anni Venti Cristina cominciò a frequentare i patrioti, cosa che ovviamente non sfuggì all’occhiuta polizia di Milano. Sentendosi minacciata, scappa prima in Svizzera, poi in Francia. Qui, ospite di un amico notaio, conosce lo storico francese Augustin Thierry, che le rimane amico per tutta la vita, innamorato della sua testa, della sua vitalità, della sua intraprendenza: non poteva ammirarne la bellezza perché era da poco diventato cieco.
Intanto la polizia austriaca sequestra tutti i suoi beni in Italia: Cristina decide allora di trasferirsi in Francia dove per qualche tempo si guadagna da vivere facendo pizzi e coccarde. Ma per sua fortuna la povertà dura poco: arriva prima l’aiuto materno, poi il dissequestro del suo patrimonio.
Affitta allora un appartamento nel centro di Parigi, apre un salotto, stringe amicizia con Heinrich Heine, Liszt, de Musset, corrisponde con La Fayette. Scrive articoli, paga di tasca sua giornali patriottici, aiuta numerosi fuorusciti italiani, finanzia addirittura un tentativo di colpo di stato mazziniano in Sardegna, perora la causa italiana nel mondo che conta a Parigi.
È molto ammirata, sicuramente affascinante. Alta, sottile, colorito pallidissimo, capelli nerissimi, molti la corteggiano, tutti l’ammirano. A trent’anni mette al mondo una bambina, Maria. Figlia di chi? Non si saprà mai di sicuro, forse di uno storico che si chiamava François Mignet. Seguono anni di isolamento e di studio. Poi Cristina decide di tornare a Locate, dove possiede una grande proprietà di famiglia.
Prima di lasciare Milano, Cristina chiede di dare un ultimo saluto a Giulia Beccaria , la madre di Alessandro Manzoni, malata gravemente. Ma il “pio” Manzoni non la lascia entrare: troppo scandalosa era stata la sua vita per essere accettata da un cattolico. Lo stesso Manzoni, quando gli fu riferito che Cristina a Locate aveva fondato un asilo per i bambini poveri esclamò: «ma se ora i figli dei contadini vanno a scuola chi coltiverà i nostri campi?»
Asilo che fu invece lodato dal grande pedagogista Ferrante Aporti e non fu l’unica iniziativa filantropica della Belgioioso, che in Francia aveva apprezzato le idee del socialismo utopistico di Charles Fourier: a Locate crea anche scuole maschili e femminili, nonché forme di previdenza per i contadini.
Seguono anni di studio (tra l’altro traduce in francese le opere di Gian Battista Vico) e di fervore di idee, dissensi, iniziative: Cristina si orienta per la soluzione unitaria e monarchica. Sono anni caldi che preparano il ‘48. Usa il suo denaro per diffondere idee, fonda la rivista «Ausonio» sul modello della celebre «Revue des Deux Mondes». Incontra Cavour, Cesare Balbo, Tommaseo, Giuseppe Montanelli.
È a Roma quando scoppiano le Cinque Giornate di Milano. Organizza quello che, con un po’ di ironia, venne chiamato l’ “esercito Belgioioso”, 200 volontari portati in piroscafo fino a Genova e di qui a Milano. Poco tempo dopo si unisce ai patrioti della Repubblica Romana, trascorre giorno e notte negli ospedali, si espone a ogni rischio e “inventa” le infermiere, che ancora non esistevano: dame aristocratiche, donne borghesi e anche qualche prostituta. Ciò che, quando si verrà a sapere anni dopo, non mancherà di scandalizzare i “benpensanti” e lo stesso Papa, al quale Cristina risponderà rispettosamente, ma per le rime, con una pubblica lettera.
Dopo la sconfitta della Repubblica Romana s’imbarca a Civitavecchia con la figlia, sbarca a Costantinopoli, finisce in Turchia, dove con soldi a prestito acquista una proprietà, fonda una colonia agricola aperta a profughi italiani, assiste la popolazione locale come a Locate, si guadagna da vivere scrivendo articoli di sorprendente verismo sull’Anatolia, il Libano, la Siria, la Palestina.
Nel 1855 ottiene dalla burocrazia austriaca la restituzione dei suoi beni, torna in Italia, e nel 1860 si sposa la figlia Maria – e sarà un matrimonio felice, che renderà felice anche Cristina. Nel 1861, dopo la proclamazione della tanto sospirata unità d’Italia, la principessa di Belgioioso lascia serenamente ogni attività politica e vive tra Milano, Locate e il lago di Como con l’affezionato servo turco Burdoz e la governante inglese Miss Parker, entrambi compagni di viaggi e d’avventure da vent’anni.
Muore nel 1871, a 63 anni, a Locate: dove si trova ancora la sua tomba.
Elena Doni
Onorata fu pittrice e fu soldato!
Fu pittrice e fu soldato. Una leggenda quattrocentesca. Perché in effetti di notizie certe ce ne sono poche. Ma Onorata Rodiani, artista e soldato di ventura, è davvero esistita ed è un peccato che, in Italia, sia così poco conosciuta.A parlare per primo di lei fu, nel 1630 don Clemente Fiammeni o Fiammeno nella sua Castelleonea cioè Historia di Castelleone. Nel 1354 la cittadina venne conquistata dal Ducato di Milano, ma, tra il 1420 e il 1424, gli anni in cui la nostra vicenda ebbe inizio, fu affidata al marchese Cabrino o Gabrino Fondulo.
Nel 1423 Honorata Rodiani, “giovane virtuosa” stava dipingendo il Palazzo di Gabrino. E «ammazzò con un coltello un cortegiano di esso per un atto poco honesto», scrive Fiammeni. Un tentativo di stupro finito male per lo stupratore. A quel punto la ragazza, temendo vendette, si vestì da uomo e fuggì di notte, abbandonando la famiglia e la cittadina e dichiarando: «è meglio viver honorata fuori della patria, che disonorata in essa». La cosa mandò su tutte le furie Gabrino che la fece processare. Però subito dopo la perdonò ma lei forse non lo seppe e non tornò. Anche perché, nel frattempo, sotto mentite spoglie, era diventata soldato a cavallo nella compagnia di Oldrado Lampugnano. Aggiunge don Clemente: «visse poi con habito e nome mutati sotto varij capitani, & hebbe officij militari». Ovvero visse vestita da uomo e fece carriera come ufficiale. Poi, nel 1452, quando era al servizio di Conrado o Corrado, fratello del duca di Milano Francesco Sforza, giunse in soccorso di Castelleone, assediata dai veneziani «onde si diportò cõ il solito valore, e si levò l’assedio, ma fu ferita a morte». Portata dentro le mura di Castelleone e riconosciuta «con gran stupore», morì poco dopo, dicendo: «honorata io vissi, honorata io moro».
Secondo don Clemente fu sepolta nella sua parrocchia il 20 agosto 1452.
La storia ha avuto grande risonanza, in tempi recenti, all’estero: Onorata è stata subito battezzata “la Giovanna d’Arco di Castelleone”. E via via, soprattutto con il tam tam di internet, si è arricchita di dettagli. Falsi. Nelle biografie puntualissime, che circolano oggi in Rete, appaiono balie complici, lettere, putti affrescati, cortigiani troppo intraprendenti, scambi di battute e compassi conficcati in gola.
Così molti studiosi, a cominciare da quelli del museo di Brooklyn, definiscono la sua una “semi-leggenda”, nel senso che non è facile far giustizia degli orpelli posticci. L’unica immagine che conserviamo della Rodiani è ottocentesca: in essa sembra davvero una Giovanna d’Arco oversize. La stampa è di pura fantasia, anche perché, se Onorata fosse stata quel donnone alla Bradamante, i suoi compagni d’arme si sarebbero accorti ben prima che si trattava di una donna.
Nonostante questo alcuni dati paiono attendibili. Così come sembra ragionevole la convinzione che Fiammeni non si sia inventato Honorata.
Come data di nascita di Onorata viene indicato il 1403. Benché donna, era stata incaricata di affrescare il palazzo di Cabrino Fondulo, marchese di Castelleone, diventato signore di Cremona dal 1404 al 1419 (dopo aver sterminato i maschi della famiglia Cavalvabò), conte di Soncino e vicario imperiale, oltre che feroce e coraggioso capitano di ventura. L’incarico dell’affresco è insolito: le pittrici rinascimentali dipingevano in genere al cavalletto. Non a caso la leggenda dice che la furia sessuale del cortigiano fosse stata suscitata dalle gonne e dalle maniche arrolati per lavorare sui ponteggi. Basta osservare l’autoritratto di Artemisia Gentileschi come Allegoria della pittura (1638-1639) per pensare che la furia della creazione rendeva in effetti accaldate. È probabile che Onorata fosse figlia o nipote del pittore Mario Rodiani, incaricato, pare, di affrescare il palazzo di Cabrino. La semi-leggenda vuole la ragazza orfana dei genitori e affidata a uno zio. Non abbiamo riscontri, se non la notizia che sarebbe poi fuggita con gli abiti di un fratello di latte. Dice sempre la semi-leggenda che la diciannovenne e immancabilmente bella Onorata era entrata nel palazzo come dama di compagnia della moglie del feudatario, Pominia. E che avesse chiesto di affrescare le stanze della sua signora perché si annoiava. Il giovane molestatore la colse sola. L’assaltò, lei si difese. Benché Fiammeni parli di coltello, la leggenda racconta di un compasso conficcato in gola. Poi la fuga.
Arrivata a casa della vecchia balia, Onorata decise di vestirsi da uomo e, dopo aver lasciato una lettera di confessione per la marchesa, partì a cavallo, facendo perdere le sue tracce. Sappiamo dell’ira di Cabrino, del suo perdono. Del fatto che Onorata non lo seppe. Destino volle che solo due anni dopo il marchese fu catturato con l’inganno a Cremona da Oldrado Lampugnani, ministro e uomo di fiducia di Filippo Maria Visconti, condannato a morte seduta stante e decapitato sulla piazza dei Mercanti. Nell’esercito di Lampugnani militava, sotto falso nome e false vesti, anche Onorata. Pare che, con gli anni, la fanciulla avesse conquistato il grado di capitano. Poi, nell’agosto del 1452 o del 1453, la battaglia per liberare Castelleone dall’assedio dei veneziani. Dice la semi-leggenda, che proprio sotto il Torrazzo, che stava per cadere in mano veneta, Onorata fu colpita da una sciabolata. Quando la trassero fuori dalla mischia e le tolsero l’armatura, i compagni, che pure la conoscevano da molti anni e con lei avevano condiviso battaglie e bivacchi, scoprirono che era donna. La battaglia avvenne tra il 16 e il 17 agosto: il funerale è stato subito dopo. L’anno invece non è così certo: potrebbe essere il 1452, quello cioè della presa del potere, a Milano, di Francesco Sforza, contro cui si schierarono quasi tutte le potenze dell’epoca. O il successivo, il 1453, che vide nuovi e sempre simili scontri, con continui e confusi cambiamenti di fronte. La Pace di Lodi, che pose fine all’interminabile e altalenante conflitto tra Milano e Venezia, è del 1454.
Della pittrice Rodiani non resta nulla, o quasi, benché le siano state attribuite diverse tavole e a lei sono assegnati anche gli affreschi in casa di don Lodovico Mondini, un sacerdote di Castelleone che scrisse di lei nel 1880 e che viveva in via Beato Realino 13. Nell’odierno palazzo Galeotti-Vertua sono stati riconosciuti i resti della dimora di Fondulo e, durante un restauro, è affiorato un affresco della Vergine con il Bambino e, ai lati, San Sebastiano e San Cristoforo, che forse le si possono attribuire. A lei è stata anche assegnata una santa Caterina, un olio su tela, che è ancora nella chiesa parrocchiale. In compenso il mito di Onorata ha ispirato alcuni letterati: di lei, per esempio, si parla nel dramma I pattriotti di una terra Lombarda, di Romualdo Cappi (Venezia 1873).
Valeria Palumbo
sos KORAI indossa una maglietta rossa: indossala anche Tu!
…rosso é il colore dei vestiti e delle magliette dei bambini che muoiono in mare e che a volte il mare riversa sulle spiagge del Mediterraneo .
Anch’io sabato 7 luglio indosso una #magliettarossa per #fermarelemorragia di umanità!
Ecco per bosco
Ecco per bosco un cavalier venire
il cui sembiante é d’uomo gagliardo e fiero
candido come nieve é il suo vestire
un bianco pennoncello ha per cimiero…
La guerriera per eccellenza del nostro Rinascimento mi ha sempre affascinato, ho ammirato la sua indipendenza ed anche il suo animo interculturale: la paladina di Francia innamorata del Pagano Ruggiero che per amore suo si converte al cristianesimo.
Lady Oscar
” Il buon padre voleva un maschietto
ma ahimé sei nata tu
nella culla han messo un fioretto
lady dal fiocco blu.”
Il buon padre é un generale ed ha insegnato alla figlia a tirare di scherma e a indossare l’uniforme…alla fine si sente in colpa per la vita altra che ha imposto alla figlia e vorrebbe trovarle un marito ma Oscar rifiuta.