Franchetta Borelli: strega di Triora
Era inverno, il 2 gennaio, di molti secoli fa… in una casa di pietra e antiche travi, adagiata nel suo letto di anziana signora, si spegneva un’anima intensa… si spegneva una donna che molto aveva visto e vissuto, che molto aveva sofferto e patito… una donna che sussurrò dal nero pozzo di dolore della tortura “io stringo li denti, e loro diranno che rido”… si spegneva una delle Streghe di Triora: Franchetta Borelli.In occasione di questo anniversario appena trascorso, ripercorriamo ciò che travolse la vita di quel piccolo paese dell’entroterra ligure.
Triora era, ed è, un piccolo paese arroccato nelle montagne della Liguria, a picco sul vuoto, a picco su boschi incantevoli, ricchi e selvaggi e sterminati, aggrappato alla roccia, roccia di cui son fatte tutte le case e i vicoli ancora oggi. Passeggiare nei nebbiosi mattini d’inverno per Triora consente di ascoltare antichi ricordi che aleggiano nell’aria da secoli… L’atmosfera si fa rada, ci si siede sugli scalini della Ca’botina, e si ascolta… se farete attenzione vedrete un alito di vento smuovere qualche vecchio e secco ramo, ed un sussurro giungere al vostro orecchio… è la voce di Franchetta, che narra, a modo suo, ciò che vide, ciò che visse, ciò che la rese forte e saggia, ciò che non la uccise e la rese immortale….
“Ricordo che era il 1587 ed era estate. Non l’estate allegra del raccolto, ma l’ennesima di povertà e carestia. Non avevamo nulla con cui nutrire le bestie e nulla da riporre nelle dispense per l’inverno… da due anni vivevamo di stenti, da due anni la disperazione si leggeva nei nostri poveri occhi, da due anni gli animali eran pelle e ossa e per ‘ste strade ci si arrampicava a fatica e curvi. Era colpa delle streghe, sicuramente colpa delle streghe… il Parlamento triorese si era riunito sapete? e così aveva deciso: sono le streghe sono le streghe sono le streghe! Avevan pagato cinquecento scudi per avere i loro processi! Morivamo di fame, ma i soldi li avevamo per trovare le streghe!
Quanta pura e quanto odio…
Rammento che in ottobre giunsero i vicari dell’inquisizione di Genova, nelle persone sciagurate e malvagie di Girolamo del Pozzo e di un altro suo compare di cui non conosco il nome. Rammento le sue parole aspre e dure, i suoi discorsi perversi ed osceni, e ancora oggi, che sono solo un povero alito di nebbia, ricordo bene la paura che riuscì a scatenare, ad alimentare, ad insinuare nell’animo di tutti i miei compaesani, ricordo i nomi che vennero crudelmente elencati: ecco le streghe! Ecco chi ha affamato bestie e bambini! E ricordo i volti stravolti, lo stupore e l’angoscia di chi venne strappato dalle braccia delle proprie famiglie e trascinato nelle prigioni.
Noi nemmeno le avevamo le prigioni… presero due case, le resero sicure e ci stiparono le streghe. Ci chiamavano baggiue, streghe, e ci sputavano addosso. Ma noi non avevamo fatto nulla…
All’inizio presero venti povere anime, poi un’altra dozzina, e poi anche i bambini. Venimmo tutti torturati. La mia amica Isotta ne morì. Era vecchia, aveva più di sessant’anni, ma non le risparmiarono nulla, come a me del resto. Morì e non poté nemmeno avere i Sacramenti povera anima… Confessarono tutti: venivano appesi e lasciati cadere, le braccia assumevano pose così orrende ed innaturali… e chi non avrebbe confessato?
Che inverno di dolore e di orrore… con i boschi che si riempivano di lamenti… con le fonti che cantavano il nostro patimento.
A gennaio il Consiglio degli Anziani pensò che forse era troppo, che forse l’Inquisizione stava esagerando… ormai avevano coinvolto anche altre amiche mie.
Sapete io non ero una povera stolta, ma una signora per bene, e le signore per bene, da che mondo è mondo, non si toccano.
Ah che sospiro di sollievo quando il vicario Del Pozzo disse che noi non centravamo nulla, che tutte le accuse erano assurde… aveva ricevuto una bella strigliata dal suo vescovo! I ricchi non si toccano.
Il Consiglio non ne voleva sapere più nulla. Una pover’anima si era buttata dalla finestra per sfuggire alle torture ed era morta. Era troppo… ormai accusavano tutto e tutti… non controllavano nulla, si passava alla tortura e via!
Era troppo… e il consiglio, in quel gennaio, ricordo che voleva che il paese tornasse tranquillo! Oh il Podestà, quello Stefano Carrega, si difese strenuamente! Disse che loro il loro sporco lavoro lo avevan fatto con coscienza, scrisse al vescovo, ricordo ancora le parole, che “la volontà di questo populo è sempre stata et è (che) cotali malefiche totalmente si estirpino et si erdadichino da questi paesi e tutti ad alta voce in parlamento congregati hanno acceso animo e gridato e di continuo gridano che si estirpino”. (ndr: lettera data 20 gennaio 1588)
Quel mese di gennaio mi fu caro, sperai che tutto finisse. Loro se ne andarono, ma nulla finì. Le streghe vennero lasciate alla Ca’botina e alla Ca degli Spiriti, le “nostre prigioni”. Le lasciarono lì a marcire fino a maggio. Nessuno venne ad ascoltarle, nessuno si preoccupò di loro, nessuno pensò alla lunghezza delle albe in prigionia… nessuno.
Quando a maggio arrivò il nuovo Podestà, quel Gian Battista Lerice, le mie amiche negarono tutto ciò che la corda delle tortura aveva strappato alle loro lingue. Voi pensate che vennero credute? No, nessuno ascoltò le loro verità. Ancora Nessuno. Arrivò di nuovo l’estate e ricordo che a giugno, l’8 giugno, il commissario straordinario che il buon governo di Genova ci aveva mandato, un tale Giulio Scribani, iniziò a lavorare per chiudere la sporca e triste faccenda.
Volesse il cielo che mai lo avesse fatto…
Volesse il cielo che mai quel demonio avesse calcato il povero suolo del mio paese..
Volesse il cielo che lo Scribani fosse rimasto all’Inferno.
Ma il cielo non volle, e l’inferno sbocciò di nuovo tra i vicoli della povera Triora.
Quel folle disse che ci accoppiavamo col Diavolo, che uccidevamo donne, bambini e animali, e che rinnegavamo la Buona Vergine! Quel folle disse che le streghe erano in tutta la valle, e portò l’odore dello zolfo anche nei paesotti vicini! Che demonio, che oscenità, arrivò a chiedere che quattro poveracce di Andagna venissero bruciate vive. Vi rendete conto? Vive, tra le fiamme, senza aver mai nuociuto ad anima alcuna!
Alla fine, quando ottobre era ormai giunto, diciotto di noi vennero portate a Genova ed incarcerate. Volevano ucciderle. Non ce ne fu mica bisogno… morivamo come mosche lo stesso. Da troppo tempo non ci scompigliavamo i capelli al sole. Cinque di noi se ne andarono così, senza aver più visto i boschi e le fonti, senza aver più abbracciato i figli e i mariti…
E dalla disperazione, le altre gridarono il mio nome.
Io, Franchetta Borelli, venni arrestata quell’estate. Venni incarcerata e torturata. Dissero che io ero la più potente di tutte! Dissero che da fanciulla ero bella come il peccato e che mi davo a tutti. Io non confessai nulla, gli risi in faccia a quegli stolti. Ero ricca e vecchia, e forte. Io risi, e non gli dissi nulla. Mio fratello pagò mille scudi e me ne tornai a casa. Non avevo più carne sui piedi, me l’avevano bruciata… eppure io mi rifugiai lo stesso nei boschi. Quando tornai lo feci solo perché avevano arrestato il mio povero fratello. E loro ricominciarono a torturarmi, lo fecero per 23 ore di fila… Una volta sola avevo parlato, la prima notte di tortura, mesi prima, e da allora più nulla avevo detto. Rimasi zitta, o parlai delle mie amate castagne. Ormai era autunno e maturavano ed il loro profumo era caro al mio vecchio cuore… Non dissi nulla. Distrussero il mio povero corpo, ma io rimasi placida. Non piansi, risi…
Ci volle quasi un anno perché ci lasciassero tornare a casa.
Tornammo a casa al tempo del raccolto, proprio come quando tutto era iniziato. Era l’agosto del 1589.
Io, in tutta la mia lunga vita, non avevo mai sofferto così tanto, non avevo mai visto e udito tanto dolore…. e mai più ne avrei voluto vedere. Quando resi l’anima a Dio, il 2 gennaio del 1595, non pensai a coloro che avevano bruciato i miei piedi, distrutto le mie ossa e flagellato la mia pelle..
ma pensai al profumo delle castagne, al vento nei capelli quand’ero giovane e bella.
Pensai ai boschi e al vento, e in vento tra i rami dei castagni mi tramutai…”
Ho voluto narrarvi la storia di Franchetta in prima persona, come se la raccontasse lei, perché amo immaginarla come una vecchia saggia donna capace ancora oggi, dopo secoli, di narrare con semplicità l’orrore di cui l’uomo sa macchiarsi. Si dice che il sonno della ragione genera mostri. Così fu, a Triora, come a Salem, come in tutta Europa, per secoli e secoli.
In questa giornata di neve riguardo le immagini della bella Triora e narro con voce sottile la storia di questa donna forte e coraggiosa. In vita amò così tanto questi boschi che pare ovvio pensare che, da spirito, lei ancora vi abiti, ancora rida leggera e guardi con benevolenza chi passeggia con rispetto tra i castagni….
“…io stringo li denti, e poi diranno che rido”
Franchetta Borelli
“I grit my teeth, and they say I laugh”
Franchetta Borelli
Note: Articolo scritto da Argante
Per una lettura storica precisa e ben datata e documentata vi rimando all’articolo di Andrea Gandolfo presente nel sito del comune di Triora:
http://www.comune.triora.im.it/Guidaalpaese/tabid/10686/Default.aspx?IDDettaglio=3930
Le tre bocche di cerbero di Stefano Moriggi
Bagiue – Le streghe di Triora – Fantasia e realtà di Sandro Oddo
I Segreti di Triora
Il potere del luogo, le streghe e l’ombra del boia.
A cura di Maria Antonietta Breda, Ippolito Edmondo Ferrario, Gianluca Padovan
Premier e Mamma: benissimo!!!
La prima ministra neozelandese Jacinda Ardern ha dato alla luca la sua prima figlia, partorendo all’Auckland City Hospital e diventando la seconda leader eletta del mondo nella storia moderna a partorire durante il suo mandato.
È stata la stessa Ardern a darne notizia pubblicamente, con una foto e un post pubblicato su Instagram.
La prima fu la premier del Pakistan Bhutto.
Segni fausti di un mondo migliore in cui la Genitorialitá si coniuga con gioia, libertá e cittadinanza!
Shobha
Gli scatti, fatti nel Bangladesh nel 2010 dalla fotografa palermitana, raccontano la tragica usanza punitiva di sfigurare il volto delle giovani donne
Deledda: la prima italiana a vincere il Nobel
Grazia Deledda è stata una delle più importanti e influenti scrittrici italiane del Diciannovesimo e del Ventesimo secolo, e nel dicembre 1927 vinse il premio Nobel per la letteratura, la prima donna italiana a farlo. Deledda fu esponente, anche se a modo suo, del verismo e del decadentismo, e scrisse sempre molte storie di contadini e paesani della sua terra, la Sardegna.
Grazia Deledda nacque a Nuoro, in Sardegna, nel settembre del 1871. Apparteneva a una famiglia benestante ed era la quinta di sette fratelli e sorelle. Ebbe un’istruzione intermittente – un po’ a scuola e un po’ con un insegnante privato – e iniziò a scrivere molto giovane, per conto suo. Le sue prime pubblicazioni arrivarono quando non aveva ancora 20 anni e il suo primo libro di qualche successo fu Anime oneste, del 1895. Pochi anni dopo, nel 1899, Deledda conobbe il mantovano Palmiro Madesani, che sposò pochi mesi più tardi trasferendosi con lui a Roma.A Roma Deledda continuò a scrivere e pubblicare romanzi. Elias Portolu, uscito nel 1903, ottenne subito un buon successo e Deledda poté dedicarsi con grande intensità alla scrittura. In pochi anni pubblicò moltissimi libri e opere teatrali, tra cui: Dopo il divorzio, Cenere, L’edera e Canne al vento. Il suo successo fu tale che il marito si licenziò dal lavoro come funzionario al ministero delle Finanze per diventarne l’agente di sua moglie. In tutto Deledda pubblicò 56 opere in circa 40 anni di carriera e fu apprezzata e tradotta anche all’estero.
Nel 1927, Deledda fu insignita del premio Nobel per la Letteratura “per la sua potenza di scrittrice, sostenuta da un alto ideale, che ritrae in forme plastiche la vita quale è nella sua appartata isola natale e che con profondità e con calore tratta problemi di generale interesse umano”. Il Nobel di Deledda fu tecnicamente quello del 1926, che la commissione del premio aveva deciso di trattenere per un anno non avendo trovato un candidato adatto a riceverlo. Deledda fu la prima donna italiana a vincere un Nobel e la seconda italiana a vincerlo per la Letteratura, dopo Giosué Carducci nel 1906. Deledda morì per un tumore al seno, il 15 agosto 1936. Cosima, quasi Grazia un racconto autobiografico rimasto incompiuto, fu pubblicato postumo con il titolo Cosima.
Grazia Deledda
Io non sogno la gloria per un sentimento di vanità e di egoismo, ma perché amo intensamente il mio paese, e sogno di poter un giorno irradiare con un mite raggio le fosche ombrie dei nostri boschi, di poter un giorno narrare, intesa, la vita e le passioni del mio popolo, così diverso dagli altri così vilipeso e dimenticato e perciò più misero nella sua fiera e primitiva ignoranza.Avrò tra poco vent’anni, a trenta voglio avere raggiunto il mio sogno radioso quale è quello di creare da me sola una letteratura completamente ed esclusivamente sarda.
Sono piccina piccina, sa, sono piccola anche in confronto delle donne sarde che sono piccolissime, ma sono ardita e coraggiosa come un gigante e non temo le battaglie intellettuali.
Felicia Bartolotta
Felicia Bartolotta nasce in una famiglia di piccola borghesia con qualche appezzamento di terreno di proprietà, coltivato ad agrumi e ulivi. Il padre era impiegato al Municipio, la madre casalinga, come sarà anche Felicia.
Si sposa, nel 1947, con Luigi Impastato, di una famiglia di piccoli allevatori legati alla mafia del paese: «Io allora non ne capivo niente di mafia, altrimenti non avrei fatto questo passo» (così racconta nella sua storia di vita pubblicata nel volume La mafia in casa mia, da cui sono tratte anche le citazioni successive). In effetti Felicia sceglie di sposarsi con Luigi per amore, dopo avere preso una decisione non usuale a quei tempi nelle famiglie come la sua. Era stata fidanzata con un uomo scelto dal padre, mentre lei avrebbe voluto un giovane di un altro paese che le piaceva di più, ma non era benvoluto dalla sua famiglia. Ma poco prima del matrimonio, quando già era tutto pronto, disse al padre che non voleva più sposarsi e che non dovevano permettersi di prenderla con la forza (cioè, come si usava, non dovevano rapirla per la tradizionale fuitina).
Il 5 gennaio 1948 nasce Giuseppe; nel 1949 nasce Giovanni che morirà nel 1952; nel 1953 nasce il terzo figlio, anche lui Giovanni.
Luigi Impastato, durante il periodo fascista, aveva fatto tre anni di confino a Ustica, assieme ad altri mafiosi della zona, e durante la guerra aveva fatto il contrabbando di generi alimentari. Dopo non ebbe più problemi con la giustizia.
Uno dei suoi fratelli, soprannominato “Sputafuoco”, era impiegato come gabelloto (affittuario) in un feudo. Il cognato di Luigi, Cesare Manzella, marito della sorella, era il capomafia del paese. Manzella muore nel 1963, ucciso assieme al suo campiere (guardia campestre) dall’esplosione di un’auto imbottita di tritolo, durante la guerra di mafia che vide contrapposte la cosca dei Greco, con cui era alleato, e quella dei La Barbera. La morte dello zio colpisce profondamente Peppino, che aveva quindici anni e da tempo aveva cominciato a riflettere su quanto gli dicevano il padre e lo zio. Felicia ricorda che le diceva: «Veramente delinquenti sono allora».
L’affiatamento con il marito dura molto poco. Lei stessa afferma: «Appena mi sono sposata ci fu l’inferno. Attaccava lite per tutto e non si doveva mai sapere quello che faceva, dove andava. Io gli dicevo: ‘Stai attento, perché gente dentro [casa] non ne voglio. Se mi porti qualcuno dentro, che so, un mafioso, un latitante, io me ne vado da mia madre’». Felicia non sopporta l’amicizia del marito con Gaetano Badalamenti, diventato capomafia di Cinisi dopo la morte di Manzella, e litiga con Luigi quando vuole portarla con sé in visita in casa dell’amico. Il contrasto con il marito si acuirà quando Peppino inizierà la sua attività politica.
Per quindici anni, dall’inizio dell’attività di Peppino fino alla morte di Luigi, avvenuta otto mesi prima dell’assassinio del figlio, la vita di Felicia è una continua lotta, che però non riesce a piegarla. In quegli anni non ha più soltanto il problema delle amicizie del marito. Ora c’è da difendere il figlio che denuncia potenti locali e mafiosi e rompe con il padre, impegnandosi nell’attività politica in formazioni della sinistra assieme a un gruppo di giovani che saranno con lui fino all’ultimo giorno.
Felicia difende il figlio contro il marito che lo ha cacciato di casa, ma cerca anche di difendere Peppino da se stesso. Quando viene a sapere che Peppino ha scritto sul giornale ciclostilato «L’idea socialista» un articolo sulla mafia fa di tutto perché non venga pubblicato: «…fece un giornalino e ci mise che la mafia era merda. Quando l’ho saputo io, salgo sopra e vedo… E dissi: “E dài, Giuseppe figlio, io ti do qualunque cosa se ti mi consegni quel giornalino. Tu non lo devi pubblicare quel giornale”…Andavo da tutti… dicendo di non presentare quel giornalino». E quando l’attività politica di Peppino entra nel vivo, non ha il coraggio di andare a ascoltare i suoi comizi, ma intuendo di cosa avrebbe parlato chiede ai suoi compagni di convincerlo a non parlare di mafia. E a lui: «Lasciali andare, questi disgraziati».
Morto il marito (in un incidente che può essere stato un omicidio camuffato), la cui presenza era in qualche modo una protezione per il figlio, Felicia intuisce che per Peppino sono aumentati i pericoli: «Guardavo mio figlio e dicevo: ‘Figlio, chi sa come ti finisce’. Lo andai a trovare che era a letto, gli dissi: ‘Giuseppe, figlio, io mi spavento’. E come apro quella stanza, ché ci si corica mia sorella là, io vedo mio figlio, quella visione mi è rimasta in mente».
La mattina del 9 maggio 1978 viene trovato il corpo sbriciolato di Peppino. Felicia dopo alcuni giorni di smarrimento decide di costituirsi parte civile (allora era possibile chiederlo anche durante la fase istruttoria). Una decisione che nelle sue intenzioni doveva servire anche per proteggere Giovanni, il figlio che le era rimasto e che, al contrario, in questi anni si è impegnato assieme alla moglie (anche lei Felicia), per avere giustizia per la morte di Peppino. Felicia ricorda: «Gli dissi: ‘Tu non devi parlare. Fai parlare me, perché io sono anziana, la madre, insomma non mi possono fare come possono fare a te’». Per questa decisione ha dovuto fare ancora una volta una scelta radicale, rompere con i parenti del marito che le consigliavano di non rivolgersi alla giustizia, di non mettersi con i compagni di Peppino, con i soci del Centro siciliano di documentazione di Palermo, successivamente intitolato a Peppino, di non parlare con i giornalisti.
Al contrario, da allora Felicia ha aperto la sua casa a tutti coloro che volevano conoscere Peppino. Diceva: «Mi piace parlarci, perché la cosa di mio figlio si allarga, capiscono che cosa significa la mafia. E ne vengono, e con tanto piacere per quelli che vengono! Loro si immaginano: ‘Questa è siciliana e tiene la bocca chiusa’. Invece no. Io devo difendere mio figlio, politicamente, lo devo difendere. Mio figlio non era un terrorista. Lottava per cose giuste e precise«. Un figlio che: «… glielo diceva in faccia a suo padre: ‘Mi fanno schifo, ribrezzo, non li sopporto… Fanno abusi, si approfittano di tutti, al Municipio comandano loro’… Si fece ammazzare per non sopportare tutto questo».
Le delusioni, quando sembrava che non si potesse ottenere nulla, e gli acciacchi di un’età che andava avanzando non l’hanno mai piegata. Al processo contro Badalamenti, venuto dopo 22 anni, con l’inchiesta chiusa e riaperta più volte grazie anche all’impegno di alcuni compagni di Peppino e del Centro a lui intitolato, con il dito puntato contro l’imputato e con voce ferma lo ha accusato di essere il mandante dell’assassinio.
Badalamenti è stato condannato, come pure è stato condannato il suo vice.
Entrambi sono morti, e Felicia, che aveva sempre detto di non volere vendetta ma giustizia, a chi le chiedeva se aveva perdonato rispondeva che delitti così efferati non possono perdonarsi e che Badalamenti non doveva ritornare a Cinisi neppure da morto. E il giorno in cui i rappresentati della Commissione parlamentare antimafia le hanno consegnato la Relazione, in cui si dice a chiare lettere che carabinieri e magistrati avevano depistato le indagini, esprime la sua soddisfazione: «Avete risuscitato mio figlio».
Felicia ha accolto sempre con il suo sorriso tutti, in quella casa che soltanto negli ultimi tempi, dopo un film che ha fatto conoscere Peppino al grande pubblico, si riempiva, quasi ogni giorno, di tanti, giovani e meno giovani che desideravano incontrarla. Rendendola felice e facendole dimenticare i tanti anni in cui a trovarla andavamo in pochi e a starle vicino eravamo pochissimi. E ai giovani diceva: «Tenete alta la testa e la schiena dritta».
Anna Puglisi
Epipola
Epipola è un personaggio della mitologia greca, figlia di Trachione. Il padre ricevette l’ordine di recarsi in Aulide per partecipare alla guerra di Troia. Era però troppo anziano per combattere e non aveva figli maschi da mandare in guerra. Allora sua figlia Epipola radunò gli schieramenti del padre e al suo posto si recò al porto di Aulide, mascherata da uomo.
Palamede, che già aveva scoperto l’inganno di Ulisse, riuscì a svelare l’identità di Epipola e, nonostante le proteste di Achille, al quale la giovane aveva chiesto aiuto, la fece uccidere a sassate dall’esercito acheo.
La Leonessa di Bretagna: Jeanne
Stava con gli inglesi ed affrontò nella Manica tante navi francesi , verso la metá del Trecento.
Ebbe sette figli e quando il secondo marito fu decapitato, come traditore, dal re di Francia, investì il suo patrimonio in navi da guerra, le dipinse di nero e scelse il rosso per le vele, per tredici anni divenne pirata.
Si quietò solo con il terzo marito, un capitano del re inglese Edoardo Terzo.
Il suono nome era Jeanne de Clisson.
A Dragunara
A Palmi ad esempio, secoli fa, si credeva ad un’antica leggenda secondo la quale le trombe marine sono creature magiche fatte di acqua e di vento, figlie della «Dragunara», la donna drago, uno dei tanti mostri marini che popolano gli abissi del Mediterraneo. La «Dragunara» di tanto in tanto sfoga la cattiveria scagliando le sue trombe marine e non teme nulla, tranne i coltelli e certe parole che solo alcuni esseri umani sanno pronunciare per sconfiggerla: le donne di Palmi.
Le palmesi, quindi, non appena sulla linea dell’orizzonte s’intravvedeva cuda d’arrattu, coda di topo, e cioè il profilo minaccioso d’una tromba marina, guidate da una di loro dotata di poteri magici, correvano sulla spiaggia impugnando nella mano destra un coltello a punta col manico d’osso bianco e con esso sciabuliavanu ‘u celu (squarciavano a coltellate il cielo) con larghi e decisi fendenti.
La «comandante» puntava il coltello contro la tromba marina e le urlava: Luni esti santu/ marti esti santu/ merculi esti santu/ juovi esti santu/ vennari esti santu/ sabato esti santu/ duminica è di Pasca/ cuda e rattu casca; e ogni volta che diceva esti santu tracciava in direzione della tromba una croce, subito imitata dalle altre donne; poi, quando arriva a duminica è di Pasca/ cuda d’arrattu casca vibra un fendente da destra a sinistra e un altro dall’alto in basso, squarciando così la «Dragunara».
Annamaria Persico
Ph Mario Greco
Donne e alcol
Il numero delle alcoliste é in vertiginoso aumento!
Attente, il corpo femminile é più vulnerabile all’alcol e tende a sviluppare più rapidamente le complicazioni psichiatriche legate all’abuso.
Le donne, a differenza dei maschi che lo fanno spesso per ragioni sociali e di lavoro, iniziano a bere per stati d’ansia, abbandono del partner e senso di solitudine…
Mary, ascoltami non copiare dagli uomini l’ idea di uscire a bere, esci per camminare, godere di uno spettacolo, fare compere, scattare foto, chiacchierare e…sorridere alla vita.