Insieme contro la violenza sulle donne!
Grazie all’adesione dell’Istituto Comprensivo e di quello di Istruzione Superiore di Tropea saranno distribuiti volantini informativi a tutti gli allievi, docenti e personale ATA in occasione della Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne.
Altri ancora saranno offerti nel corso dell’Open Day alla Pro Loco.
Lottiamo insieme per la civiltà!
La violenza contro le donne ha una storia secolare
Certamente la violenza contro le donne ha una storia secolare, ma questo non vuol dire che sia un fenomeno “naturale” e immutabile nel tempo.
Gli studi storici, così come quelli antropologici, legano la violenza alle società che si basano sulla diseguaglianza tra uomini e donne, come la nostra.
Nel corso del tempo e a seconda delle aree, però, la violenza maschile è variata nelle forme, così come è mutato anche il modo di concepirla e definirla.
Ad esempio, quello che oggi noi identifichiamo come violenza domestica e familiare, fino a meno di un secolo fa era considerato uso legittimo della forza da parte del marito capofamiglia.
Allo stesso tempo, in passato la violenza maritale era molto comune, ma in generale meno brutale di oggi.
Dunque, la storia ci insegna che non si può isolare la questione della violenza maschile contro le donne dal resto delle relazioni sociali e che, quindi, per comprendere le forme in cui si è manifestata bisogna tenere in considerazione i contesti e le identità sociali dei soggetti coinvolti.
Laura Schettini
Grazie a Laura Cortose!
sos KORAI annuncia il suo progetto FIORI di PAROLE con una delle creazioni dell’artista Laura Cortose.
Il Giardino di Laura, per il secondo anno consecutivo, in occasione del 25 Novembre, offre una delle sue donne fiorite alla campagna di sensibilizzazione promossa dall’associazione di volontariato che nasce a Tropea, nel 2017, per contrastare la subcultura maschilista e tutelare la dignità della persona.
I vasi all’Affaccio di Largo Duomo, per l’evento, si adorneranno di edere, ciclamini rossi e dei versi di tre grandi poetesse.
Grazie Laura del tuo dono, il tuo bellissimo volto femminile, nato da una splendida armonia di foglie, e da un petalo di fiore sarà il nostro esclusivo ambasciatore di civiltà!
Che la grazia della tua opera sia di buon auspicio!
25 Novembre Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne
In occasione del 25 Novembre l’Associazione sos KORAI, impegnata nel contrasto alla subcultura maschilista, continuerà nella realizzazione del suo progetto “ Fiori di Parole”.
Nelle tre fioriere, poste all’Affaccio di Largo Duomo, a Tropea, Borgo più bello d’Italia 2021, curerà la piantumazione di edere e ciclamini rossi accompagnati dai versi di tre grandi poetesse: Rupi Kaur, Louise Glück e Subhi Tahyeb.
Ricordiamoci che Il 25 novembre è la Giornata mondiale per l’eliminazione della violenza contro le donne (International Day for the Elimination of Violence against Women), una giornata tutta dedicata al maltrattamento fisico e psicologico che molte donne nel mondo subiscono.
Impegniamoci perché ogni forma di violenza abbia termine: lottiamo per un mondo civile!
Un’Artista futurista
Leandra Andreucci Cominazzini, nata a Foligno da una famiglia dell’alta borghesia, aderì al Futurismo e riuscì ad emergere nonostante il tratto programmaticamente misogino del movimento, con la sua visione dell’arte basata su valori considerati estranei alla femminilità come la forza, la velocità, lo spirito bellico. Bellissima la mostra allestita a Palazzo Trinci, sicuramente da non perdere
Shirin Neshat
Shirin Neshat (Qazvin, Iran, 1957) è internazionalmente nota per i lavori filmici e le serie fotografiche con cui esplora le rappresentazioni identitarie del femminile e del maschile nella cultura iraniana, ambito di provenienza dell’artista. Le sue eleganti e rigorose costruzioni filmiche le sono valse, nel 2009, il Leone d’Argento per la migliore regia alla Mostra del Cinema di Venezia con il lungometraggio Uomini senza donne. Sempre a Venezia, ma nell’ambito della Biennale d’Arte, già nel 1999 Neshat aveva ricevuto il Leone d’Oro come migliore artista internazionale.
Neshat salda la propria biografia alla ricerca artistica. Poco prima che, nel 1979, l’Iran diventasse una repubblica islamica a seguito della rivoluzione komehinista, l’artista aveva abbandonato il suo paese di origine e si era trasferita negli Stati Uniti per studiare arte, a San Francisco prima e alla UC Berkeley poi, prima di stabilirsi definitivamente a New York. Nel 1990 Neshat visita di nuovo l’Iran e questo soggiorno sarà per lei estremamente significativo: lo shock che prova davanti alle trasformazione cui è andato incontro il suo paese rispetto ai ricordi dell’adolescenza, insieme con la necessità di confrontarsi con le proprie radici culturali, la porteranno a sviluppare una serie di cicli fotografici. Le prime serie di fotografie con cui Neshat si impone sulla scena internazionale nei primi anni Novanta sono Unveling e Women of Allah(“Disvelamento” e “Donne di Allah”), di cui un esemplare è esposto all’interno della collezione permanente del museo Madre, opera presentata nell’ambito della mostra personale che la Galleria Lucio Amelio di Napoli dedicò all’artista nel 1996.
Women of Allah è una serie alla quale Neshat si dedica dal 1993 al 1997 e attraverso cui indaga la complessità della dimensione femminile in Iran dopo la rivoluzione islamica. In un nitido bianco e nero, che diventerà uno dei tratti distintivi della sua ricerca in campo fotografico, Neshat ritrae donne iraniane velate e che spesso imbracciano armi da fuoco. Le poche porzioni di pelle lasciate scoperte dallo chador – il viso, le mani e, più raramente, i piedi – sono ricoperte da stralci di testi in lingua farsi (ovvero il persiano).
I testi, tratti da libri di scrittrici iraniane, dialogano con l’immagine per renderne più complesso il senso; prosa e poesia sono spesso integrate, e i contenuti variano dai soggetti religiosi a quelli più profani, fino a esplorare le sfere dell’intimità e della sessualità.
La donna ritratta nell’opera esposta al Madre è l’artista stessa e i versi, tracciati sul suo volto fino a formare una spirale, sono tratti da una poesia della poetessa Forugh Farrokhzad, attiva negli anni precedenti la rivoluzione islamica. Come accade in molte altre immagini di queste serie, anche in questo caso i punti focali sono lo sguardo e il velo, interpretati rispettivamente come simboli dell’individualità e della cultura religiosa. La figura della donna all’interno della cultura islamica viene così restituita in tutta la sua complessità e ambiguità, colta nella dualità dei ruoli che la società iraniana post-rivoluzionaria le assegna: da un lato le restrizioni imposte dai rigidi dettami religiosi, dall’altro la condizione paradossale che la vuole responsabile e partecipe (si veda la presenza dei fucili). Lo sguardo di Neshat evita il giudizio per concentrarsi sulle molteplici sfaccettature culturali, sociali e piscologiche di queste figure.
È opportuno inoltre segnalare come la ricerca sulla figura umana, in particolare femminile, che contraddistingue gran parte del lavoro di Neshat – quindi le dimensioni dell’esistenza e della socialità come palcoscenico – abbia trovato espressione anche nell’installazione La Vita è Teatro, il Teatro è Vita, che l’artista ha concepito per la Stazione Toledo della Metropolitana di Napoli con fotografie di Luciano Romano.
Dal Web
La prima statua femminile a Milano per Cristina Trivulzio di Belgioioso
Cristina è stata famosissima in vita e non solo in Italia. Celebrata anche dopo morta per decenni, grazie al suo apporto alla causa dell’Unità d’Italia, è oggi quasi sconosciuta. A Milano, dove il suo nome era noto a tutti, per la sua ricchezza, la bellezza, il coraggio e l’anticonformismo, è oggi ricordata con una via suburbana che porta a Pero, dopo lo svincolo autostradale di Roserio.
Cristina fu una bambina gracile e timida, ma già da giovanissima si dimostrò intrepida. Era nata in una famiglia nobile e ricca; suo padre morì quando lei aveva solo quattro anni e tuttavia la sua fu un’infanzia serena: la madre si risposò con Alessandro Visconti d’Aragona, ebbe altri quattro figli e Cristina ebbe buoni e affettuosi rapporti sia con il patrigno che con i fratellastri. Come si usava a quel tempo nelle famiglie nobili, non fu mandata a scuola e prese invece lezioni a casa. Determinante per la sua formazione fu il rapporto con l’insegnante di disegno, Ernesta Bisi, che per prima le fece intravedere idee nuove, e l’amicizia con Bianca Milesi: idee che venivano dalla Francia e che non piacevano neppure un po’ al potente nonno materno di Cristina, Gran Ciambellano dell’imperatore d’Austria.
A 16 anni Cristina rifiutò il matrimonio con un cugino triste e piagnucoloso e sposò invece, pur sconsigliata dagli amici, il principe Emilio di Belgioioso: che era bello, giovane, sifilitico e stava dilapidando allegramente il suo patrimonio. Per dare un’idea della ricchezza della famiglia Trivulzio, si pensi che Cristina portò in dote 400.000 lire austriache, calcolate oggi a 4 milioni di euro. Il matrimonio con Belgioioso durò poco, ma si dissolse pacificamente in un rapporto d’amicizia che durò tutta la vita.
Verso la fine degli anni Venti Cristina cominciò a frequentare i patrioti, cosa che ovviamente non sfuggì all’occhiuta polizia di Milano. Sentendosi minacciata, scappa prima in Svizzera, poi in Francia. Qui, ospite di un amico notaio, conosce lo storico francese Augustin Thierry, che le rimane amico per tutta la vita, innamorato della sua testa, della sua vitalità, della sua intraprendenza: non poteva ammirarne la bellezza perché era da poco diventato cieco.
Intanto la polizia austriaca sequestra tutti i suoi beni in Italia: Cristina decide allora di trasferirsi in Francia dove per qualche tempo si guadagna da vivere facendo pizzi e coccarde. Ma per sua fortuna la povertà dura poco: arriva prima l’aiuto materno, poi il dissequestro del suo patrimonio.
Affitta allora un appartamento nel centro di Parigi, apre un salotto, stringe amicizia con Heinrich Heine, Liszt, de Musset, corrisponde con La Fayette. Scrive articoli, paga di tasca sua giornali patriottici, aiuta numerosi fuorusciti italiani, finanzia addirittura un tentativo di colpo di stato mazziniano in Sardegna, perora la causa italiana nel mondo che conta a Parigi.
È molto ammirata, sicuramente affascinante. Alta, sottile, colorito pallidissimo, capelli nerissimi, molti la corteggiano, tutti l’ammirano. A trent’anni mette al mondo una bambina, Maria. Figlia di chi? Non si saprà mai di sicuro, forse di uno storico che si chiamava François Mignet. Seguono anni di isolamento e di studio. Poi Cristina decide di tornare a Locate, dove possiede una grande proprietà di famiglia.
Prima di lasciare Milano, Cristina chiede di dare un ultimo saluto a Giulia Beccaria , la madre di Alessandro Manzoni, malata gravemente. Ma il “pio” Manzoni non la lascia entrare: troppo scandalosa era stata la sua vita per essere accettata da un cattolico. Lo stesso Manzoni, quando gli fu riferito che Cristina a Locate aveva fondato un asilo per i bambini poveri esclamò: «ma se ora i figli dei contadini vanno a scuola chi coltiverà i nostri campi?»
Asilo che fu invece lodato dal grande pedagogista Ferrante Aporti e non fu l’unica iniziativa filantropica della Belgioioso, che in Francia aveva apprezzato le idee del socialismo utopistico di Charles Fourier: a Locate crea anche scuole maschili e femminili, nonché forme di previdenza per i contadini.
Seguono anni di studio (tra l’altro traduce in francese le opere di Gian Battista Vico) e di fervore di idee, dissensi, iniziative: Cristina si orienta per la soluzione unitaria e monarchica. Sono anni caldi che preparano il ‘48. Usa il suo denaro per diffondere idee, fonda la rivista «Ausonio» sul modello della celebre «Revue des Deux Mondes». Incontra Cavour, Cesare Balbo, Tommaseo, Giuseppe Montanelli.
È a Roma quando scoppiano le Cinque Giornate di Milano. Organizza quello che, con un po’ di ironia, venne chiamato l’ “esercito Belgioioso”, 200 volontari portati in piroscafo fino a Genova e di qui a Milano. Poco tempo dopo si unisce ai patrioti della Repubblica Romana, trascorre giorno e notte negli ospedali, si espone a ogni rischio e “inventa” le infermiere, che ancora non esistevano: dame aristocratiche, donne borghesi e anche qualche prostituta. Ciò che, quando si verrà a sapere anni dopo, non mancherà di scandalizzare i “benpensanti” e lo stesso Papa, al quale Cristina risponderà rispettosamente, ma per le rime, con una pubblica lettera.
Dopo la sconfitta della Repubblica Romana s’imbarca a Civitavecchia con la figlia, sbarca a Costantinopoli, finisce in Turchia, dove con soldi a prestito acquista una proprietà, fonda una colonia agricola aperta a profughi italiani, assiste la popolazione locale come a Locate, si guadagna da vivere scrivendo articoli di sorprendente verismo sull’Anatolia, il Libano, la Siria, la Palestina.
Nel 1855 ottiene dalla burocrazia austriaca la restituzione dei suoi beni, torna in Italia, e nel 1860 si sposa la figlia Maria – e sarà un matrimonio felice, che renderà felice anche Cristina. Nel 1861, dopo la proclamazione della tanto sospirata unità d’Italia, la principessa di Belgioioso lascia serenamente ogni attività politica e vive tra Milano, Locate e il lago di Como con l’affezionato servo turco Burdoz e la governante inglese Miss Parker, entrambi compagni di viaggi e d’avventure da vent’anni.
Muore nel 1871, a 63 anni, a Locate: dove si trova ancora la sua tomba.
Dall’Enciclopedia delle donne
Lella Golfo a Tropea!
Lella Golfo è nata a Reggio Calabria e vive a Roma. Giornalista pubblicista, Commendatore e Cavaliere della Repubblica, la sua vita è una storia d’impegno sociale per le donne. È ancora una ragazza quando si batte con determinazione per sostenere e difendere i diritti delle “gelsominaie” della zona Jonica e delle “raccoglitrici di olive” nella Piana di Gioia Tauro.
Approdata a Roma, con un gruppo di donne, inventandosi una forma di autofinanziamento per creare iniziative ad hoc finalizzate alla promozione delle donne, nel 1982 costituisce l’Associazione culturale “Buongiorno Primavera” e inizia la sua marcia ufficiale di attivismo culturale, politico, sociale dedicato alle donne, alle loro problematiche e aspirazioni. Colpita dalla figura di Marisa Bellisario, allora Amministratore Delegato dell’Italtel e prima manager di successo che il nostro Paese ricordi, nell’89, a un anno dalla sua scomparsa, decide di dar vita a un Premio in sua memoria. Nasce così il Premio Marisa Bellisario e due anni dopo la Fondazione Marisa Bellisario. Riconosciuta ufficialmente come Ente morale nel 1996, dal 2005 la Fondazione è anche una ONG riconosciuta con decreto dal Ministero degli Affari Esteri.
Dopo quasi trent’anni di impegno e lavoro – celebrati con due Mostre al Vittoriano di Roma e a Palazzo Reale a Milano – la Fondazione Marisa Bellisario rappresenta oggi un indiscutibile punto di riferimento sia per le donne che hanno già dimostrato “sul campo” le proprie capacità e competenze, sia per coloro che si affacciano nel mondo del lavoro.
L’impegno parlamentare
Nel 2008 entra in Parlamento nelle fila del Pdl e diviene membro della Commissione attività produttive, commercio e turismo e della Commissione parlamentare d’inchiesta sui fenomeni della contraffazione e della pirateria in campo commerciale. Si distingue per essere una delle parlamentari con il più alto tasso sia di presenza sia in Aula sia nelle commissioni. Presenta numerose proposte di legge, incentrate soprattutto sulla questione femminile, oltre a interrogazioni e ordini del giorno per la difesa della sua terra, la Calabria.
Le quote di genere
Nel 2011 la proposta di legge sulle quote di genere nei CdA delle società quotate e controllate, di cui è prima firmataria, diviene Legge dello Stato. Nel 2013 esce il libro “Ad Alta Quota. Storia di una donna libera” (Marsilio Editore, con la prefazione di Antonio Catricalà) in cui Lella Golfo ripercorre tutte le tappe della sua vita. Dall’impegno per le donne in Calabria e poi a Roma, al matrimonio, il figlio – “l’amore della mia vita” –, il sofferto divorzio – “tra i primi in Calabria” –, la politica attiva, l’amicizia mai rinnegata con Bettino Craxi, la caparbietà nel creare e portare avanti la Fondazione intitolata a Marisa Bellisario, l’impegno all’estero e in patria, l’ingresso in Parlamento nel 2008 fino alla più importante affirmative action mai applicata in Italia.
Presentato in oltre 50 città italiane, oltre che a New York e Madrid e giunto alla terza ristampa, il libro è stato tradotto anche in inglese ed è disponibile su Amazon.
L’impegno sul fronte internazionale l’ha portata a promuovere missioni all’estero, corsi di formazione e d’imprenditoria femminile in Afghanistan, Palestina, Kosovo, India, Rwanda, Cina e tanti altri luoghi nel mondo, dove Lella Golfo sa di poter dare il proprio contributo sia in aiuto dei soggetti più deboli sia per rafforzare un network al femminile.
I riconoscimenti di una vita in difesa delle donne
Numerosi i Premi ricevuti nel corso del suo lungo impegno per le donne. Ultimo in ordine di tempo, The Italy America Chamber of Commerce Business and Culture Award 2013, un riconoscimento internazionale tra i più prestigiosi, ‘in ragione delle iniziative assunte e dell’incredibile impegno per l’affermazione dei diritti delle donne nel mondo del lavoro in un contesto globale’.
- LA FONDAZIONE
Goliarda Sapienza
Goliarda non esiste. Lei è l’esistenza», dicevano di lei, scherzando, alcuni amici per intendere un tratto della personalità che caratterizzava sia la donna che l’artista: mettersi sempre in gioco e sempre con estrema passionalità. Era un tipo di donna che incuteva negli altri desiderio di autenticità. E ancora oggi lo fa: attraverso la sua opera letteraria.
Leggere opere come L’arte della gioia (Einaudi), Lettera aperta (Sellerio), Il filo di mezzogiorno(Baldini&Castoldi), L’università di Rebibbia (Rizzoli) e alcune poesie ed opere teatrali rimaste ancora inedite può risultare irritante. Tale è l’insistente e spietato svelamento delle contraddizioni e imperfezioni della «bugia-realtà», in un andirivieni stilistico volutamente incompiuto che punta dritto all’animo di chi legge. Goliarda, attraverso una scrittura politica e intimista al tempo stesso, svela l’estrema problematicità dell’esistenza umana, ma anche la prospettiva di una vita migliore: se si osa contattare ogni parte di sé, senza escludere sofferenze, ambiguità, bugie, contraddizioni, paure, desideri e delitti, simbolici e reali.
Goliarda Sapienza nasce a Catania il 10 maggio 1924. I suoi genitori – la nota sindacalista lombarda Maria Giudice (1880-1953) e Giuseppe Sapienza (1880-1949), un avvocato socialista – si conoscono quando sono entrambi vedovi e quarantenni, con tre figli l’uno e sette l’altra. La loro intesa è sia sentimentale che politica: dirigono il giornale «Unione» e partecipano attivamente alle lotte per l’espropriazione delle terre in Sicilia, nel biennio 1920-22, durante il quale il figlio maggiore di Giuseppe, Goliardo Sapienza, viene trovato morto affogato in mare, presumibilmente ucciso dalla mafia, che difendeva gli interessi dei proprietari terrieri.
Il nome ricevuto dal fratello morto tre anni prima della sua nascita è solo uno dei “pesi” dell’infanzia di Goliarda, segnata dalla morte di altri tre fratellastri, poco più che adolescenti; dalla sempre maggiore sofferenza e instabilità mentale della madre antifascista e idealista; dalla vitalità e passionalità del padre che non vuole rinunciare a nessun piacere della vita: ha molte donne, si dedica con fervore al suo lavoro di “avvocato del popolo”, ed è molto amato da tutti, in un’epoca difficile come quella fascista.
Le doti artistiche di attrice, ballerina, cantante e affabulatrice della parola emergono fin da quando Goliarda è bambina ed adolescente, in cui ai “successi” di enfant prodige si alterna una salute precaria e l’insorgenza di malattie lunghe e gravi, come la difterite e la TBC.
Nel 1943 si trasferisce con la madre a Roma, dove frequenta l’Accademia d’Arte drammatica, allora diretta da Silvio D’amico. Fare l’attrice le piace perché attraverso la recitazione può esprimere la pienezza e contraddizione del suo animo, ma non le piace il mondo falso in cui spesso vivono attori e attrici di successo. Alla fine del corso non si diploma, e, contestando gli insegnamenti retrogradi dell’Accademia, forma una compagnia di avanguardia insieme ad altri ex studenti contestatari, attratti, come lei, dal metodo Stanislavskj.
Nel 1947 incontra il regista Citto Maselli: ha inizio una relazione fortissima, simbiotica, ma aperta a nuovi incontri, durata oltre 18 anni, e che, anche dopo la sofferta separazione, si trasfomerà in una sincera amicizia. Entrambi vivono tutto molto febbrilmente, ma Goliarda non resta in superficie e sa cogliere, in ogni situazione e persona, il risvolto poetico che poi trasporterà in letteratura.
Prima di diventare scrittrice la vita di Goliarda è intensa. Frequenta ambienti esclusivi e lavora, oltre che con Maselli, con registi come Luigi Comencini, Alessandro Blasetti, Cesare Zavattini e Luchino Visconti: prendendo parte attivamente alla corrente del neorealismo italiano, luogo per eccellenza di partecipazione civile, politica e morale di quel tempo. Vivendo direttamente, ma in maniera critica, il mondo artistico, impara a riconoscerne le contraddizioni e a costruirsi una personalità propria, che la scrittura letteraria fa emergere in tutta la sua potenza.
Ma il suo animo, tramato da tante tessiture emotive, predisposto a grandi entusiasmi e grandi disfatte, la porta a tentare il suicidio: dapprima nel 1962 (in seguito al quale subisce una serie di elettroshock) e poi nel 1964. Dal coma che ne consegue Goliarda traghetta in tuttaltro luogo esistenziale rispetto all’ambiente di intellettuali, artisti e “cinematografari” che per tanti anni aveva esercitato su di lei un grande fascino: un luogo più luminoso, ricco e sano, in cui l’elaborazione del lutto si trasforma in rinascita e apertura alla ricchezza umana, e in capolavori come L’arte della gioia.
Goliarda Sapienza muore il 30 agosto del 1996, scrittrice senza fama, ex attrice del neorealismo italiano. Ma è oggi riconosciuta tra le maggiori autrici letterarie italiane del Novecento.
Giovanna Providenti