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Sibilla


Il 13 gennaio 1960 moriva in una clinica romana 
Sibilla Aleramo, una delle più famose e controverse letterate del Novecento. L’hanno letta le ragazze di oggi? O conoscono solo la sua tormentata relazione con Dino Campana, portata al cinema da Michele Placido? Se così fosse, peccato! Scandalosa, avida di vita e di amore ha ancora tanto da insegnare. Sul serio: la sua voce non ci fa piombare in un passato ormai morto, ma ci riporta al presente e alla dose di coraggio necessaria per scegliere liberamente il proprio destino.

Il giorno dopo la sua morte, Eugenio Montale la descrisse come una signora canuta, nobile nel portamento e nello sguardo, senza gelosie, senza invidie. “Sopravvissuta a tante tempeste, portava ancora con sé, e imponeva agli altri, quella fermezza, quel senso di dignità ch’erano stati la sua vera forza e il suo segreto”. Erano gli occhi a tradirla. Indomabili negli ultimi giorni come all’inizio, quando ancora si chiamava Marta Felicina Faccio e viveva in una Italia dove tutto e tutti – gli uomini, la famiglia, la società – le imponevano di abbassarli. Che chinasse il capo, che serrasse le labbra, che soffrisse in silenzio. Violenze e umiliazioni erano ciò che la vita riservava alle donne. Perché dunque ribellarsi? Perché rinunciare a un figlio, alla sicurezza economica, al rispetto?

Sibilla Aleramo sapeva di non avere scelta. Tutto, tranne rinunciare a se stessa. Aveva visto la madre, sempre più pallida ed emaciata, spegnersi in manicomio dopo una vita sottomessa. L’aveva vista elemosinare briciole di amore, sacrificare se stessa alla cura dei figli. Era stata una bambina come le altre, cresciuta in una famiglia borghese, una delle tante che nell’Italia di allora faceva strage di donne.

Sibilla Aleramo sapeva di non avere scelta. Tutto, tranne rinunciare a se stessa

Innamorata del padre, spirito laico e anticonformista, sentiva crescere il disprezzo nei confronti della madre. Nessuna pietà, neanche quando tentò il suicidio. Le vittime non piacevano a Sibilla Aleramo. E forse per questo quando lei stessa si ritrovò soffocata da un matrimonio umiliante, dopo avere ingerito laudano, a un passo dalla fine, decise di ribellarsi. L’uomo che l’aveva prima stuprata e poi portata all’altare – si chiamava matrimonio riparatore – che la soffocava per addomesticarla, non meritava il suo sacrificio. Non era solo violento, era ottuso e pavido. Il che, per Sibilla Aleramo, era molto peggio. Così rinunciò a tutto, anche al figlio tanto amato, pur di salvare se stessa e diventare quello che voleva essere: una persona libera.

Rinunciò a tutto, anche al figlio tanto amato, pur di salvare se stessa e diventare quello che voleva essere: una persona libera

A trent’anni prese la sua vita e la plasmò in un libro apertamente scandaloso, la prima opera letteraria a mettere in discussione la dedizione materna: Una donna. Era il 1906, le madri borghesi crescevano figli e andavano in chiesa, le altre lavoravano nelle manifatture dei tabacchi, nelle industrie tessili, nei campi, giornate lunghissime con la schiena piegata e una paga irrisoria. Erik Ibsen aveva già scritto Casa di bambola e dalla Norvegia il vento delle polemiche era soffiato su tutta Europa. Anche in Italia qualcosa stava cambiando: a Milano era attiva l’Unione femminile nazionale, di cui Sibilla Aleramo era fervida sostenitrice e nel 1908 Roma ospitò il primo congresso nazionale delle donne italiane.

Di Stefania Parmeggiani

Bellezza


Charles Baudelaire, “Inno alla bellezza”

Vieni dal cielo profondo o esci dall’abisso,
Bellezza? Il tuo sguardo, divino e infernale,
dispensa alla rinfusa il sollievo e il crimine,
ed in questo puoi essere paragonata al vino.

Racchiudi nel tuo occhio il tramonto e l’aurora;
profumi l’aria come una sera tempestosa;
i tuoi baci sono un filtro e la tua bocca un’anfora
che fanno vile l’eroe e il bimbo coraggioso.

Esci dal nero baratro o discendi dagli astri?
Il Destino irretito segue la tua gonna
come un cane; semini a caso gioia e disastri,
e governi ogni cosa e di nulla rispondi.

Cammini sui cadaveri, o Bellezza, schernendoli,
dei tuoi gioielli l’Orrore non è il meno attraente,
l’Assassinio, in mezzo ai tuoi più cari ciondoli
sul tuo ventre orgoglioso danza amorosamente.

Verso di te, candela, la falena abbagliata
crepita e arde dicendo: Benedetta la fiamma!
L’innamorato ansante piegato sull’amata
pare un moribondo che accarezza la tomba.

Che tu venga dal cielo o dall’inferno, che importa,
Bellezza! Mostro enorme, spaventoso, ingenuo!
Se i tuoi occhi, il sorriso, il piede m’aprono la porta
di un Infinito che amo e che non ho mai conosciuto?

Da Satana o da Dio, che importa? Angelo o Sirena,
tu ci rendi -fata dagli occhi di velluto,
ritmo, profumo, luce, mia unica regina!
L’universo meno odioso, meno pesante il minuto?

É femminista la governatrice di Tokyo

Femminista, patriota, opportunista: Yuriko Koike, eletta il 31 luglio alla carica di governatrice di Tokyo, è stata etichettata in modi diversi, non tutti lusinghieri. Una carriera fatta di passaggi da un partito politico all’altro senza mai impegnarsi davvero con nessuno le ha fatto ottenere il soprannome di Madam Kaiten Sushi, dal nome di quei ristoranti in cui piatti di pesce crudo girano su un nastro in attesa di essere raccolti. La sua principale caratteristica però potrebbe essere l’ambizione. 

Come Margaret Thatcher, che ammira molto, Koike si è fatta da sola, facendosi largo con la forza tra le file composte quasi interamente da uomini della sua professione. In questo è diversa da Makiko Tanaka, che all’inizio degli anni 2000 è stata la prima ministra degli esteri giapponese ma era figlia di un ex primo ministro. 

Barriera d’acciaio

Le donne sono solo il 9,3 per cento dei deputati nel parlamento giapponese, una percentuale che colloca il paese al 155° posto rispetto al resto del mondo. Esponente del Partito liberaldemocratico, Koike è stata ministra della difesa nel 2007 ma un anno dopo ha perso l’opportunità di diventare premier del Giappone quando Taro Aso l’ha battuta alla carica di leader del suo partito. Poi ha fatto infuriare i capi del partito presentandosi alle elezioni contro il loro candidato Hiroya Masuda alle amministrative di Tokyo, sbaragliandolo con uno scarto di più di un milione di voti. 

Koike ha convinto gli abitanti di Tokyo anche grazie all’immagine presentata dai mezzi d’informazione di donna coraggiosa che sfida una politica dominata dagli uomini. Quando Shintaro Ishihara, uno dei suoi predecessori alla carica di governatore, ha detto che la guida della capitale non dovrebbe essere affidata a “una donna troppo truccata”, lei ha riso, affermando di essere abituata a questo genere di insulti. La barriera di genere in Giappone non è di vetro, ha detto parafrasando Hillary Clinton, ma di acciaio. Migliorare la situazione delle donne in Giappone è diventato un obbiettivo importante per lei. Il paese ha bisogno “delle qualità delle donne: forza, fermezza, tenacia”, ha detto nel suo programma. 

Nonostante i giudizi poco galanti, è simile a Ishihara, uno scontroso falco che adorava punzecchiare la Cina

Tuttavia, secondo Tomomi Yamaguchi della Montana state university, Koike è più una nazionalista che una femminista. Da ministra della difesa si è battuta per una linea più dura nei confronti della Cina, ed è una delle poche politiche giapponesi a chiedere apertamente armi nucleari per il Giappone. 

Ha contribuito a gestire l’associazione parlamentare Nippon Kaigi, una lobby conservatrice secondo cui nella seconda guerra mondiale il Giappone ha combattuto per liberare l’Asia dal colonialismo occidentale e che vuole ripristinare i valori della famiglia. In questo, nonostante i giudizi poco galanti, è del tutto simile a Ishihara, uno scontroso falco che adorava punzecchiare la Cina. 

Il primo compito di Koike sarà ripristinare la fiducia nell’istituzione che rappresenta: una serie di scandali finanziari ha provocato la caduta dei suoi ultimi due predecessori. Governerà la più grande economia cittadina del mondo, con un pil annuo che secondo le stime è di circa 1.500 miliardi di dollari, edificata su una delle più instabili zone sismiche del pianeta (la possibilità che nei prossimi trent’anni si verifichi un terremoto di magnitudo 7 è del 98 per cento). 

E deve guidarla verso le Olimpiadi del 2020, dopo due anni di preparativi esitanti e dispendiosi che hanno affossato l’entusiasmo dell’opinione pubblica. Soprattutto, dovrà trovare un modo per orientarsi in un mondo che la osserva con un misto di sfiducia e rispetto, ma con poco affetto. 

(Traduzione di Giusy Muzzopappa)

Questo articolo è uscito sul settimanale britannico The Economist.

Sibilla

Quando la famiglia di Sibilla Aleramo (nata Rina Faccio) si trasferì nel 1887 da Milano a Civitanova Marche, per lei fu impossibile continuare gli studi dopo le elementari: iniziò dunque un alacre percorso da autodidatta che la portò in seguito ad essere una delle più rivoluzionarie e indipendenti intellettuali italiane, in un periodo, quello a cavallo fra le due guerre mondiali, ancora fortemente dominato dagli uomini.
Violentata da un operaio della fabbrica del padre e costretta con lui a un matrimonio riparatore, raccontò la storia di quell’unione aberrante in Una donna (1906), tradotto in tutto il mondo. Fuggita a Roma e poi di nuovo a Milano, continuò ad affermarsi come libera pensatrice, impegnata per il diritto al voto femminile e contro la prostituzione, coinvolta anche in una relazione lesbica assolutamente inedita per l’epoca (raccontata nel romanzo Il passaggio, 1919). La sua vita amorosa estremamente libera (celebre è il suo rapporto con Dino Campana) e le sue idee progressiste la rendono di diritto uno degli esempi più lampanti del femminismo artistico italiano.

Sofia Corradi

«Un’arrabbiatura e un’umiliazione: ecco la genesi dell’Erasmus. Ho promesso a me stessa che nessun altro studente avrebbe dovuto subire un’offesa come quella che avevo patito io». Gli occhi vivi e curiosi, la lingua veloce e forbita, la testa che corre nel tempo connettendo date e dati, aneddoti e visioni: sorride, con affetto e orgoglio, quando le si chiede se è vero che allievi e colleghi di mezza Europa l’hanno soprannominata «Mamma Erasmus». Sofia Corradi, 82 anni, fino al 2004 Professore di Educazione Permanente all’Università Roma Tre, è la persona a cui quattro milioni di studenti devono dire grazie: è lei che, per prima, nel 1969 ha ipotizzato nero su bianco un programma di mobilità tra atenei. Battendosi a colpi di ciclostile, nei 18 anni successivi, affinché quest’utopia si realizzasse. Un merito ora consacrato dal prestigioso Premio «Carlo V», che lunedì prossimo, festa dell’Europa, le verrà assegnato dal Re di Spagna Filippo IV e dal presidente del Parlamento Ue Martin Schulz

L’idea

La risposta, finale e definitiva, a quel direttore della segreteria che nel 1958 l’aveva cacciata dallo sportello, accusandola di volersi laureare andando in vacanza in America. «Dopo gli studi in giurisprudenza vinsi una borsa di studio Fulbright, finanziata con la vendita all’asta dei residuati bellici della II Guerra Mondiale, che mi diede la possibilità di passare un anno alla Columbia University di New York, conseguendo un Master in diritto comparato. Rientrata a Roma mi sono presentata alla segreteria dell’ateneo per farmi convalidare gli esami: lì mi hanno guardata con disprezzo, dileggiandomi davanti a tutti. In quel momento è nata l’idea dell’Erasmus». 

Una volta laureata, la Corradi svolge attività di ricerca sul diritto allo studio presso l’Onu, prima di diventare consulente della Conferenza dei Rettori Italiani. Siamo nel 1969, sono gli anni della contestazione, le università sono in subbuglio, alla ricerca di autonomia e identità. Ed è a Ginevra, all’incontro dei pari ruolo europei, che Alessandro Faedo, rettore dell’Università di Pisa, si presenta con un appunto che riportava questo testo: «Lo studente, anche se non appartenente a famiglia residente all’estero, può chiedere di svolgere parte del suo piano di studio presso università straniere, presentandolo all’approvazione del Consiglio di Facoltà in preventivo. Il Consiglio di Facoltà potrà dichiarare l’equivalenza, che diventerà effettiva dopo che lo studente avrà prodotto la documentazione degli studi compiuti all’estero».

Il primo passo

«Era il nocciolo dell’Erasmus, un promemoria redatto con la mia macchina Lettera 22 e che conteneva i punti salienti del progetto – racconta la Corradi –. Quando illustravo la mia idea in tanti mi chiedevano a cosa serviva mandare gli studenti in Germania a inseguire le ragazze bionde. Io spiegavo che in Italia potevano inseguire le brune, ma non era quello il problema: se uno non aveva voglia di studiare non avrebbe dato esami comunque. Quello che contava è che gli esami passati all’estero fossero ritenuti validi in Italia». L’appunto della Corradi viene adottato dal ministro per la Pubblica Istruzione dell’epoca, Mario Ferrari Aggradi, come base per un disegno di legge approvato anni dopo. Mentre diventa il nucleo centrale degli incontri bilaterali con Francia e Germania per immaginare i primi scambi. «Grazie alla mia insistenza, e al fatto che forse in quei giorni c’erano poche notizie, i giornali diedero comunicazione di quello che stava accadendo. Era il primo passo per educare anche l’opinione pubblica. Ma eravamo davvero solo all’inizio e da quel momento lo sforzo andava in due direzioni: sollecitare l’ambito politico e parallelamente preparare le tabelle di equivalenza dei singoli esami tra vari atenei. Ogni nuovo documento e ogni tabella la duplicavo in decine di copie con il ciclostile, e inviavo lettere a rettori, docenti, politici, europarlamentari. 18 anni di battaglie, di piccole e grandi sconfitte, in cui ho rotto le scatole a tantissima gente. L’unica cosa che sopravviveva era il mio promemoria, che continuava ad essere usato come modello di riferimento».

La vittoria

E così, mentre l’Ue, all’epoca ancora Cee, prende forma, nel 1976 per la prima volta esami sostenuti da studenti italiani in Francia vengono, a fatica, ritenuti validi: la sperimentazione di quello che, seguendo le lentezze della burocrazia, nel 1987 sarebbe diventato l’Erasmus. «Studiare all’estero mi ha cambiato la vita – conclude la Corradi – ed è quello che ancora oggi racconto agli studenti nei tanti incontri che faccio. La cosa bella è che dopo le chiacchierate spesso si va a cena insieme, e quasi sempre mi chiedono di andare in discoteca con loro. Un’amica psicologa mi ha detto che è un modo per ringraziarmi per averli incoraggiati a volare fuori dal nido, ed è il massimo per un educatore: prima o poi mi sa che accetterò l’invito». Promessa di Mamma Erasmus. 

Dal web

Umbertina

Una storia al femminile che ora é possibile leggere anche in versione italiana.

L’autrice é Helen Barolini, nata vicino New York, di origini calabresi grazie alla nonna materna che era di Castagna di Cicala in provincia di Catanzaro.

Attraverso le vite di tre donne di una stessa famiglia, nel romanzo si ricostruisce la storia delle donne italoamericane dal 1860 al 1975 circa. Il romanzo si apre con le vicende di Umbertina, la donna che dà il titolo al romanzo: partita da Castagna, un borgo poverissimo della Calabria, emigrerà negli Stati Uniti dove, grazie alle sue doti, riuscirà a ottenere il benessere per sé e per i propri familiari. La nipote, Marguerite (19271973), tornerà in Italia, e morirà in un incidente stradale. Tina, figlia di Marguerite, nata nel 1950 concluderà il viaggio intrapreso dalla nonna calabrese cento anni prima e sposerà un ricco borghese americano.

Un bel romanzo che racconta l’emigrazione con gli occhi delle donne e senza alcuna retorica

Domestic Violence

L’abuso psicologico ed emotivo all’interno della coppia è stato riconosciuto come crimine in Irlanda. Entrato in vigore il 1° gennaio, il Domestic Violence Act 2018 e fornisce protezione alle vittime di “controllo coercitivo“, un tipo di abuso emotivo e psicologico che cerca di spogliare l’autostima e la capacità di agire della persona. Il ministro della Giustizia Charlie Flanagan ha spiegato che la nuova legge “riconosce che l’effetto del controllo non violento in una relazione intima può essere altrettanto dannoso per le vittime quanto l’abuso fisico, perché è un abuso di fiducia”. Ora, gli abusanti rischiano fino a 5 anni di prigione. “Questa nuova disposizione”, ha concluso il ministro, “invia un messaggio chiaro: la società non tollererà più la terribile violazione della fiducia commessa da un partner contro un altro”.

La nuova legge irlandese prevede anche altre misure per combattere la violenza di genere: dalla criminalizzazione dei matrimoni forzati all’abrogazione della legislazione che in precedenza consentiva alle coppie minorenni di sposarsi. Ha introdotto anche la possibilità per le vittime di abusi domestici di richiedere protezione dai famigliari violenti.

La ricerca realizzata nel 2014 dall’Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali sulla violenza contro le donne mostra che quasi un terzo delle donne irlandesi (31%) ha segnalato un abuso psicologico da parte di un partner. Un altro 23% ha dichiarato di aver avuto un comportamento di controllo, il 24% ha affermato di essere stato abusivo e il 12% ha dichiarato di essere stato oggetto di molestie (inclusa la sorveglianza su Internet).

Marija Bockareva

Tra gli episodi dimenticati della Prima Guerra mondiale, la storia di Marija Bočkareva è una tra le più singolari. Di origine contadina, si arruola all´età di 25 anni nell´esercito russo, dopo aver chiesto e ottenuto l’autorizzazione ufficiale di Nicola II, e sin dallo scoppio del conflitto fornisce un apporto fondamentale alle fortune del suo reggimento. Guardata con diffidenza e molestata durante i primi mesi del suo servizio, riesce a conquistare sul campo la stima dei suoi commilitoni, battendosi con coraggio senza pari a fianco degli uomini, come gli uomini. Ma non è tutto. Nel 1917, Marija, ormai promossa sergente, riceve dal governo Kerenskij l´invito a formare un battaglione formato da sole donne. Il morale dell´esercito russo è basso, iniziano le prime diserzioni, e la formazione di un battaglione femminile avrebbe dovuto servire,almeno nelle intenzioni del governo provvisorio, da esempio all´esercito. E così, Marija, da tutti ormai conosciuta con il nome di battaglia di Jaska, lancia un appello a cui rispondono più di duemila volontarie. Il “Battaglione femminile della morte”, che porterà sul fronte 300 soldatesse, combatterà regolarmente, scontrandosi con i soldati tedeschi nel luglio del 1917. Le donne di questo singolare battaglione, non sono, però, le uniche a difendere la Patria in guerra e, dopo la rivoluzione del febbraio 1917, a Pietrogrado si moltiplicano le associazioni femminili a sostegno del conflitto. Il governo premia il loro ardore patriottico, varando una serie di misure, che pongono la Russia all´avanguardia in materia di diritti di genere: parità di salari, libero accesso a tutti i ruoli dell’amministrazione pubblica, diritto di voto e divorzio civile. Non è poco per un paese da sempre considerato tra i più arretrati d´Europa, tenendo conto soprattutto delle difficoltà e del tempo che dovette passare per ottenere gli stessi diritti in molti paesi dell´Europa occidentale. Non vi è dubbio, quindi, che per le donne russe la guerra rappresentò un’eccezionale occasione di emancipazione. E non è certamente un caso, nel 1918, la presenza a San Pietroburgo di Emmeline Pankhurst, una delle più accese femministe europee, che assiste alla sfilata del “Battaglione della morte” e descrive la comandante come “la donna più importante del XX secolo”.
Il caso di Marija Bočkareva è, però, solo il più noto. Il ruolo attivo delle donne russe nell’esercito negli anni dal 1914 al 1917 raggiunse un numero considerevole, che va dalle 700 alle 800 unità. Le loro storie sono state per decenni dimenticate e solo il centenario della prima guerra mondiale ne ha riportato a galla l’esistenza. Nominarle tutte in un breve articolo è impossibile, ma la documentazione a disposizione degli storici narra di donne di tutte le età ed estrazione sociale. Alcune di loro nascosero il loro sesso per il timore di non essere accettate, altre si arruolarono regolarmente. Tra queste: Olga Jehlweiser, di origine lituana, che aveva già partecipato come soldatessa alla guerra russo giapponese nel 1904-1905; Maria Selivanova, che a diciassette anni fuggì dal collegio femminile in cui studiava per arruolarsi con il nome di Stepan; la ventitreenne Ekaterina Linevska, che assunse il nome di Ivan Solovev; il colonnello Margarita Kokovceva, comandante del sesto reggimento degli Urali; la nobile georgiana Kati Dadeshkeliani, e moltissime altre. Il loro impegno non si esaurì nella partecipazione attiva alla guerra, molte di loro si schierarono a difesa del Palazzo d´inverno per impedire la presa del potere dei bolscevichi. Altre si arruolarono più tardi nelle armate bianche contro il nuovo governo sovietico.

Dare una spiegazione a questo fenomeno, di per sé eccezionale se si pensa a quanto avviene negli eserciti dell´Europa occidentale dove alle donne vengono al massimo riservati i ruoli di infermiere e centraliste (tra le pochissime storie di soldatesse conosciute vi è quella di Victorija Savs, arruolatasi tra le file dell´esercito austriaco, nascondendo il proprio sesso), è abbastanza complesso, ma l´origine, come hanno messo in evidenza le studiose americane Vera Dunham e Laura Engelstein, risiede probabilmente nella cultura contadina russa, che vede le donne impegnate da sempre accanto agli uomini nei lavori più duri. Una tradizione molto lontana da quella occidentale che considera la donna come un essere debole, da proteggere e teme la promiscuità, come elemento perturbatore dell´ordine sociale.
La storia delle soldatesse russe mette in crisi molti luoghi comuni e le teorie di quanti ritengono che il pacifismo, la non violenza costituiscano i tratti fondanti della differenza di genere femminile, mentre la guerra e la competizione siano caratteristiche prettamente maschili.
L´avventura di Marija Bočkareva, fu trascritta nel 1918, dal giornalista Don Levine, negli Stati Uniti, dove la donna si era recata per raccogliere i fondi necessari a organizzare le armate bianche contro i bolscevichi ed è disponibile in italiano con il titolo “Yashka. Una donna combattente nella prima guerra mondiale”(Il glifo, 2012), con un´introduzione di di Stéphane Audoin–Rouzeau e Nicolas Werth, quella delle altre soldatesse deve essere ancora scritta.

Paola Cioni

Anna Kamienska

Signore ridona alle cose il loro splendore perduto
rivesti il mare della sua magnificenza consueta
e torna a coprire i boschi di vari colori
togli la cenere dagli occhi
lava via l’amarezza delle lingue
fai cadere acqua pura che si mescoli alle lacrime
lascia che i nostri morti dormano nel verde
che la nostra pena ostinata non riesca a imbrigliare il tempo
e che il cuore dei vivi fiorisca d’amore.

Le Magare


Le
 magare di San Fili, lasciatemelo dire, sono diverse.

In che senso le magare di San Fili sono diverse?

Per rispondere a tale domanda bisognerà dire, ovviamente riferendoci alla terminologia classica (dialetto cosentino – sanfilese) chi è o cosa è una magara

Non biasimo gli ignoranti (perché di ignoranti, ossia di persone che non conoscono il significato del termine o del fatto, si tratta) che non sanno cosa si celi dietro la parola magara… dopotutto la parola magara è un termine legato al dialetto dei nostri anziani ed il dialetto dei nostri anziani, lo sappiamo benissimo, è una lingua tutt’altro che viva e vegeta.

Il dialetto sanfilese (cosentino?) proprio perché una lingua a rischio d’estinzione… non può più definirsi neanche dialetto. Il dialetto infatti è il linguaggio proprio di una determinata regione o città, contrapposto alla lingua nazionale, e quindi una lingua più viva, è il caso di dire, di quella ufficialmente riconosciuta.

La magara, se cerchiamo su internet o su un qualsiasi dizionario del (defunto) dialetto cosentino, viene segnalata come sinonimo di strega… e forse in altre zone ed in altri tempi di strega (nel significato dispregiativo del termine) veramente si trattava.

Ma le magare di San Fili, lasciatemelo dire per l’ennesima volta, sono diverse… e sicuramente non sono streghe nel vero senso della parola.

E allora chi o cosa sono le magare? … sempre navigando su internet mi sono imbattuto in un post che spiegava chi sono le mavare termine con cui si indicano in Sicilia (siamo, guarda caso, comunque nel Regno delle Due Sicilie) una sorte di streghe.

Strano a dirsi, in tale post ho letto esattamente cosa avrei voluto scrivere io nel cercare di spiegare chi sono o cosa sono le magare di San Fili almeno nell’immaginario che mi sono creato fin da quando ho emanato i miei primi vagiti.

«La “mavara” è, secondo la voce popolare, una conoscitrice di antichi segreti di magia, ella sa utilizzare le preziose virtù delle piante per guarire ma anche per avvelenare, sa preparare una fattura ma sa anche scioglierla, sa ridare l’amore perduto e farlo perdere a chi ce l’ha già, etc.

Molte giovani fanciulle ricorrono alle arti di questa maliarda e ciò che le chiedono è sempre la stessa cosa. suscitare l’interesse di un uomo in particolare per legarlo a sé, oppure far tornare un amante che se n’è andato… (non è il caso che io scriva come fa… è un po’ forte…)».
Tale post, ci dice l’autrice, è prelevato dal libro “Messinarcana” di Giandomenico Ruta.

Ed è proprio così, le magare di San Fili (mavare in Sicilia) sono sì le naturali depositarie della conoscenza di antichi misteri (ovvero di parte ciò che siamo abituati, per ignoranza in materia, a considerare delle arti magiche) ma non per questo possono essere considerate dei soggetti buoni solo da mandare al rogo in quanto servitori (servitrici) del male.

… e purtroppo di magare sul rogo, grazie alla Santa Inquisizione, ne sono finite tantissime.

Le magare (sarebbe bello sapere da cosa deriva questo termine) sono un po’ indovine, un po’ psicologhe, un po’ erboriste (arte tipica delle streghe durante il periodo che le ha viste vittime di una inconcepibile persecuzione), un po’ fattucchiere (che fanno la fattura o tolgono la stessa), un po’ zingare, un po’ druide, un po’ sacerdotesse della greca Ecate, un po’… sante e un po’ demonie.

Spesso, nel modo di esprimersi del popolo sanfilese (quello vero) non raramente abbiamo sentito qualificare qualche ragazza alquanto vispa (sveglia, eccessivamente intelligente e furba) con il termine “è na bella magareddra” in senso ovviamente più che positivo.

Nei secoli che ci siamo appena lasciati alle spalle (XIX e XX) contrapposto al femminile “magareddra” (donna appunto intelligente e furba) c’era il maschile “brigante, brigantieddru” (a qualificare il ragazzo intelligente e furbo).

Le magare di San Fili erano (qualcuno dice che lo sono tuttora) regolarmente interpellate per problemi di cuore e di salute: “ppe ru carmu” (tipico quello dei “cattivi”, ovvero dei vermi intestinali), per indovinare il futuro e “ppe ru for’affascinu” (in particolare per togliere il malocchio).
Di Pietro Per

… /pace ma… “si vis pacem para bellum”!