Canto d’amore per le parole
Canto d’amore per le parole
Perché abbiamo paura delle parole
quando sono state mani dal palmo rosa
delicate quando ci accarezzano gentilmente le gote
e calici di vino rincuorante
sorseggiato, un’estate, da labbra assetate?
Perché abbiamo paura delle parole
quando tra di loro vi sono parole simili a campane invisibili,
la cui eco preannuncia nelle nostre vite agitate
la venuta di un’epoca di alba incantata,
intrisa d’amore e vita?
Allora perché abbiamo paura delle parole
Ci siamo assuefatti al silenzio.
Ci siamo paralizzati, temendo che il segreto possa dividere
le nostre labbra.
[…]
Perché abbiamo paura delle parole?
Se una volta le loro spine ci hanno ferito,
hanno anche avvolto le loro braccia attorno al nostro collo
e diffuso il loro dolce profumo sui nostri desideri.
Se le loro lettere ci hanno trafitto
e il loro viso si è voltato stizzito
ci hanno anche lasciato un liuto in mano
e domani ci inonderanno di vita.
Su, versaci due calici di parole!
Domani ci costruiremo un nido di sogni di parole
in alto, con l’edera che discende dalle sue lettere.
Nutriremo i suoi germogli con la poesia
e innaffieremo i suoi fiori con le parole.
Costruiremo un terrazzo con la timida rosa
con colonne fatte di parole,
e una stanza fresca inondata di ombra,
protetta da parole.
Abbiamo dedicato la nostra vita come una preghiera
Chi pregheremo… se non le parole
Nazik al- Malaika
Cindy Sherman
La sfuggevole complessità di Cindy Sherman, e la sua controvertibile posizione intellettuale, sembrano simboleggiate con grande acume da un “ritratto”, che Annie Leibowitz dedica alla collega anni or sono: in esso, per la “legge del contrappasso”, sembra perfettamente logico che debbano apparire una dozzina di donne dai capelli corti, e in abiti maschili, contro un fondo totalmente neutro.Sono di varia natura i problemi che sorgono tentando di analizzare la sua opera multiforme, ma sempre intrinsecamente coerente.
Va premesso, innanzi tutto, che Sherman ha definito se stessa non una fotografa, ma piuttosto un’artista performativa, e le sue immagini sono state definite dal critico Verena Lueken “performance congelate”. Il suo uso del medium fotografia è, però, per così dire, spiccatamente “fotografico”: i suoi scatti non sono semplice documentazione di performance, che hanno vita propria. Le sue messe in scena viceversa nascono per essere riprese dalla macchina fotografica e sono strettamente condizionate dal codice linguistico peculiare al mezzo: composizione, formato, inquadratura, uso espressivo delle ombre o dei colori.
Il percorso artistico di Sherman s’inserisce in ogni caso nelle tendenze, diffuse presso le neoavanguardie degli anni Settanta, all’indagine metalinguistica e all’uso di riferimenti puntuali alla cultura popolare.
La sua prima opera di rilievo, “Untitled Film Stills“, prende spunto dai più triti schemi della comunicazione cinematografica, rappresentati da Sherman come “pose” tratte da immaginari film degli anni Cinquanta, stranamente familiari grazie alla tipicità delle situazioni e dell’aspetto delle protagoniste, impersonate sempre dall’autrice: un’operazione d’indubbio fascino ed interesse visivo, accolta con entusiasmo da molti critici, ma che risulterà però agli occhi di molte femministe ambigua e discutibile.
Allo scorcio degli anni Settanta, è in corso, infatti, un aspro dibattito sulla predominanza di una cultura maschile (e maschilista) dalla quale le intellettuali sono chiamate a prendere le distanze, anche con l’uso di linguaggi espressivi più consoni alla sensibilità femminile, allo scopo di creare una cultura alternativa. La posizione di Sherman, in tale contesto, è considerata, contrariamente alle sue affermazioni, del tutto acquiescente verso gli stereotipi imposti alla donna dalla società: l’operazione della fotografa (che già in quanto tale non è vista di buon occhio, perché si serve d’un mezzo tradizionalmente maschile, legato ad una percezione prettamente visiva del mondo, tipica dell’uomo) sembrerebbe anzi consolidare tali cliché, piuttosto che opporvisi.
Le donne di Sherman sono chiaramente tipi e non donne reali, così come sono tipiche le ambientazioni da film che le accolgono, ispirate ai “B movie” (pellicole di second’ordine). La sua interpretazione è parodistica, ma sarebbe colpevole secondo le femministe di non introdurre nelle proprie immagini nessuna chiara presa di posizione politica e culturale, limitandosi a ripresentare l’ennesima “proiezione dell’inconscio maschile”.
Nelle 69 immagini di piccolo formato in bianco e nero, che costituiscono “Untitled Film Stills” appaiono prefigurati la maggior parte dei temi che caratterizzeranno le sue successive creazioni artistiche: l’uso del travestimento; la parodia degli stereotipi imposti dalla società alla donna; il ricorso ad immagini mutuate da un immaginario mediatico comune; l’imitazione di codici linguistici appartenenti alla cosiddetta sottocultura; lo “spaesamento” delle ambientazioni.
Al primo lavoro fa seguito una seconda serie dedicata ancora al cinema ed i suoi finti paesaggi costituiti da retroproiezioni (”Rear Screen Projections”): è da notare come l’uso del colore, introdotto in queste fotografie, abbia la funzione di staccare la protagonista dal fondo; i suoi atteggiamenti rimangono invece come negli scatti precedenti inconsapevoli dell’osservatore, al quale viene dunque proposto un ruolo voyeuristico.
Per la rivista “Artforum” Sherman crea nel 1981 “Centerfolds or Horizontal”, una delle sue opere più contestate, nella quale indaga i codici visivi della fotografia creata per le riviste pornosoft, e dove l’immagine della donna grazie ad inquadrature orizzontali e a riprese dall’alto risulta fragile ed umiliata. Quasi in risposta alle critiche nasce invece “Pink Robes”, gruppo d’immagini con un tema analogo, nelle quali al contrario un formato verticale, lo sguardo diretto all’obiettivo e l’espressione della modella, nonché l’uso più espressionistico del colore, forniscono una chiave di lettura ben diversa.
Stesse modalità adotterà per le foto di moda che le vengono commissionate a più riprese da stilisti e riviste del settore, nelle quali l’accento è posto, oltre che sulla bizzarria delle modelle, su una particolare impressione di artificialità da mascherata.
L’uso del travestimento ricorre ossessivamente nell’opera di Cindy Sherman, ed è stato interpretato, oltre che come una ricerca all’interno di un discorso sul gender, come una ricostruzione dell’identità personale in un continuo sdoppiamento (coerente, comunque, all’istanza di “decostruzione” dei vari linguaggi artistici, che miticamente – e psicanaliticamente – nascerebbero dalla contemplazione dello specchio e nella formazione di un doppio, altro da sé).
I richiami alla psicanalisi, ancor più che all’analisi proppiana della favola (grazie alla quale non appaiono riferimenti diretti ad alcuna storia nota, ma il genere letterario appare evocato attraverso i suoi topoi) sono poi molto evidenti in “Fairy Tales”, opera commissionatale dalla rivista “Vanity Fair” nell’85.
Con le successive serie di fotografie, a partire dall’allucinata digressione quasi aniconica di “Disasters” (dove presenta immagini ributtanti di quelli che si scoprono esser cibi, ma sembrano i poveri resti di qualche tragedia), e attraverso l’asettico orrore in “Sex Pictures” (dove riassembla modelli anatomici che mimano la pornografia, in questo modo smitizzandola e denunciandone la natura fredda ed anonima, persino macabra), Sherman pare approdare infine ad una visione surreale della realtà e le sue ultime immagini (orrifici assemblaggi per lo più di vegetali dai quali sembrano scaturire bambole woodoo) hanno tutti i connotati di un certo bretoniano humor nero.
Gli spunti surreali hanno percorso sin dall’inizio la sua opera nella forma ora del dépaysage delle ambientazioni, ora di un pervasivo senso dell’onirico, ma acquistano infine un peso preponderante e sembrano spingere la figura della fotografa-protagonista dell’immagine in secondo piano. Gli oggetti invadono la scena e “arbitrariamente accostati”, danno vita ad una realtà grottesca, al limite del carnascialesco, e per questo la critica ha infine fatto ricorso a Bakthin ed ai sui studi su Rabelais, allo scopo di leggere in siffatti gruppi d’immagini il senso di un’epoca decadente presaga di un cambiamento epocale.
Ma l’autrice, nel miglior stile surrealista, ha sempre rifiutato di essere incasellata intellettualmente, pretendendo, anzi, di essere in realtà del tutto estranea alla cultura istituzionalizzata, della quale ha anzi voluto prendersi un po’ gioco, e di attingere, invece, a piene mani ad un più attuale immaginario collettivo mediatico pieno di riferimenti, sia pure “involgariti”, a codici più alti.
Le sue operazioni concettuali sono rivendicate, dunque, come proprie intuizioni personali, anche inscrivendosi perfettamente in un generalizzato clima culturale postmoderno, così che persino il ricorso alla citazione in “History Portraits”, serie che ricalca pedissequamente la ritrattistica classica, non sarebbe altro che il logico evolversi di un percorso da sempre basato sull’imitazione di ogni possibile linguaggio visuale, avendo tutti agli occhi di Sherman pari valore comunicativo.
Rosa Maria Puglisi
Marpessa
Marpessa era il nome di una ninfa, rapita da un guerriero di nome Idas. Anche il dio Apollo si era invaghito di lei e se la contese con Idas. Questa “bagarre” costrinse Zeus ad intervenire e a chiedere a Marpessa di scegliere fra i due. Marpessa, temendo l’incostanza del bel dio Apollo, optò per Idas. Il suo nome è tratto dal verbo greco “marpto” – rapire e dunque significa proprio “la rapita”Successivamente il Boiardo trasse ispirazione per il nome di “marfisa”, una guerriera pagana che compare ne “L’orlando Innamorato” e ne “l’Orlando Furioso”
E della ninfa, Marpessa Hennik, la modella olandese resa immortale dalle primissime campagne di Dolce&Gabbana negli scatti di Ferdinando Scianna, ha probabilmente la stessa affascinante, irresistibile bellezza, e fu così che la moda la rapì.
Donna dal fisico sottile come un giunco, dal seno perfetto e dal volto di un’atipica bellezza poco associabile ad un clichè, dalla pelle ambrata e gli occhi del colore del deserto e da un’aria vagamente intellettuale, ha rappresentato sia la donna androgina, quando indossava gilet, pantalone e coppola, e sia la donna del sud, la donna sicula, così misteriosa e sensuale, magrissima negli abiti neri castigati o voluttuosamente trasparenti, sempre con quel suo volto magnetico, quasi “zingaresco”.
Marpessa ha attraversato il periodo più fulgido della moda, quello delle top models, quello della grande moda italiana degli anni ’90 e dei grandi stilisti. Quello che ancora oggi crea tanta nostalgia in chi lo ha vissuto. Oggi Marpy, come la chiamano gli amici, vive tra Amsterdam e Ibiza (luogo che adora), con la sua bambina, si occupa ancora di moda e ha mantenuto ancora molte amicizie in questo ambiente.
L’ho conosciuta tempo fa tramite il fotografo Mario Gomez, un carissimo amico comune. Marpessa oltre ad aver mantenuto una bellezza naturale ed un fascino inalterato, è una persona di una semplicità e sincerità atipiche, uniche direi.
Ho un ricordo di qualche anno fa che vorrei condividere con voi. Sarà stato il 2006 ed ero nella mia città, a Milano durante la settimana della moda. Ero seduta mentre aspettavo che iniziasse la sfilata di Francesco Scognamiglio. La gente si stava finendo di accomodare e c’era un bel fermento, quando nella sala è entrata Marpessa per sedersi, i fotografi che si occupano di scattare e riprendere tutte le uscite della sfilata hanno cominciato a urlare e ululare invitando “La Marpessa” a farsi fotografare. Per cinque minuti mi è sembrato di essere ad un concerto rock. E lei con la sua solita attitudine umile e un po’ timida ha sorriso, si è concessa un po’ ai suoi “fans” e poi si è accomodata per godersi la sfilata. Questa scena mi è rimasta impressa fino ad oggi e per un momento ho “vissuto” un piccolo frammento di quello che devono essere state le sfilate di quegli anni. Dell’entusiasmo, della sincerità, dell’amore, della devozione e della capacità creativa che ancora non troppo stritolata dal business e dalla velocità morbosa e nevrotica di oggi, permetteva ad artisti, designers, modelle e fotografi di emergere nel modo più prorompente possibile, creando così icone immortali e immagini incorruttibili dal tempo.
Marpessa, che ho rincontrato recentemente ad una sfilata, mentre era inviata per una sua rubrica di moda per la rivista “Amica”, si è concessa ad un’intervista per il mio blog e io sono ben felice di condividere questa bellissima “chiacchierata” con tutti voi.
Marpessa ed io
Ciao Marpessa, parlaci del tuo nome. E davvero molto bello e singolare?
I miei mi hanno chiamato Marpessa in onore all’attrice Marpessa Dawn che fu la protagonista del film “Orfeo Negro” di Marcel Camus, un capolavoro premiato con l’Oscar nel ’59, e che racconta il classico di Orfeo e Euridice messo in scena durante il carnevale a Rio de Janeiro. Per anni pensammo che fosse un nome brasiliano ma poi ho scoperta che Marpessa era una figura della mitologia Greca, come hai scritto nella tua introduzione. Non era un nome facile da portare quando era piccola ma penso che mi abbia dato carattere e grinta…. Poi in Italia viene a volte scambiato per Malpensa!
Raccontaci di te. Da dove vieni? I tuoi genitori? E come hai decido di intraprendere la carriera di modella. Come è andata?
Sono nata ad Amsterdam da una mamma Olandese e un padre bi-razziale, avendo una madre Olandese e un padre del Suriname, all’epoca colonia Olandese e paese che in Italia è soprattutto conosciuto per essere la patria di calciatori come Clarence Seedorf, Kluivert e Gullit. La mamma era una casalinga molto creativa in cucina mescolando sapori esotici con quelli più basici olandesi e nel modo di vestirmi con cose “vintage” dei mercatini e abiti fatti da lei, insegnando a anche a me a cucire. Mio padre invece era fashion designer, DJ, visual designer e adesso scrittore. Quindi vivevo in un ambiente creativo e sin da piccola avevo una grande interesse per la moda, il design, la cucina e la musica. Le riviste di moda straniere che erano sparse per casa quando ero piccola sicuramente hanno contribuito a svegliare in me il desiderio di diventare modella, vedendo le foto di Pat Cleveland e Janice Dickinson avevo un riferimento che in Olanda non era molto comune all’epoca!
A 16 anni una scout mi suggerì di andare in un’agenzia e cominciai a lavorare quasi subito lasciando il liceo dove ero distratta e fannullona. Dopo sei mesi veniva la Papessa degli agenti Eileen Ford ad Amsterdam per trovare nuovi volti ma quando mi vide mi consigliò di fare un intervento per le occhiaie, per i denti e per le orecchie a sventola. Offesissima e già un pò prepotente, questo verdetto mi ha spinta a dimostrarle che sarei riuscita ad avere una carriera nonostante questi difetti e visto che non consideravo molto il livello della moda (all’epoca) ad Amsterdam sono andata a Milano accompagnata dal mio papà, che avendo vissuto in Italia voleva assicurarsi che non fossi preda di qualche trappola play-boy da strapazzo. Arrivati al primo appuntamento dall’agenzia Beatrice volevo già scappare, la stanza dove aspettammo era tappezzata di copertine con Jerry Hall, Janice Dickinson etc. e io pensavo di non essere all’altezza: per fortuna una booker ha preso il mio book prima che potessi andarmene via e la signora Beatrice in persona e venuta subito a dirmi che sarebbe stata felice di rappresentarmi. Ero così felice e sollevata che non sono neanche andata in altre agenzie.
Marpessa in un’illustrazione dell’artista Ivo Bisignano per il magazine “Amica”
Come modella sei nata ed esplosa nel periodo forse più fulgido in assoluto della moda. In quel mitico periodo tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90, nel quale sono nate le TOP, icone della mode, della bellezza e di un certo grado di perfezione considerata quasi assoluta. Dee dell’olimpo. Ci racconti un po’ quel periodo? Com’erano i set, com’erano le sfilate…? E gli stilisti?
Mah, io credo di aver avuto la fortuna di essere stata al posto giusto nel momento giusto. E credo che il mio “successo” era proprio dovuta al fatto di non possedere una bellezza perfetta, ma piuttosto un look un pò indefinibile, esotico, spavaldo… Comunque era un sogno diventato realtà, lavorare con i miei miti come Versace, Alaïa, Lagerfeld, Gian Paolo Barbieri, Helmut Newton etc.; accanto ai miei idoli Pat, Janice, Dalma! E fare parte del processo creativo, sia per foto che per sfilate, viaggiare, incontrare tante persone straordinari, per me equivale ad una laurea all’università! Un privilegio unico! Ma ho fatto tanta gavetta prima di “arrivare all’Olimpo”!
Le immagini di Scianna che ti immortalano giovanissima nella tua straordinaria bellezza, nelle primissime campagne di Dolce&Gabbana sono indimenticabili. Cosa provavi in quel momento? Ti rendevi conto che stavi contribuendo a scrivere una parte importante della storia della moda e del costume, oppure vivevi con leggerezza giorno per giorno godendo di ciò che ti stava capitando?
Ma per niente! I ragazzi all’epoca avevano un budget piccolissimo, eravamo solo loro, il fotografo Ferdinando Scianna, che era un fotoreporter dell’agenzia Magnum che non aveva mai fatto foto di moda prima e manco aveva un assistente e la stylist che mi aiutava pure con i capelli. Mi truccai da sola e girammo la Sicilia nella macchina prestataci dal fratello di Domenico e Scianna mi lanciò nelle situazioni più surreali nella sua Sicilia che io non conoscevo…. Quando ho visto il primo catalogo rimasianche un po’ male perché avevo le occhiaie in tutte le foto e io volevo essere perfetta! Ma alla fine quelle immagini sono state fondamentali ad accettare i miei “difetti” e a proporre un altro tipo di bellezza.
Qual è esattamente a tua idea di bellezza e quella di felicità?
L’armonia dei difetti e sentirsi realizzati rimanendo curiosi.
Qual è il paese o la città che ami di più?
Il Bel Paese e Parigi
Hai mai pensato di diventare anche imprenditrice, o stilista o fotografa, come hanno fatto o tentato di fare alcune tue colleghe celebri?
Ma lo sono…. a modo mio. Quando smisi di fare la modella avevo bisogno di prendere un po’ le distanze dalla moda, i riflettori, fare un il punto della situazione sulla mia vita e volevo “mettere su famiglia”. Cosa che è poi avvenuta solo quando ormai avevo 40 anni, nel frattempo ho fatto studi di restaurazione, mi sono dedicata alla mia passione per l’arredamento, la fotografia… e ho ancora un sacco di idee da realizzare!
Qual è la figura di maggior riferimento per e su un set fotografico. Quella con la quale dialoghi meglio e che ti ispira di più?
Ovviamente con il fotografo e lo stylist anche se ai miei tempi tutta la troupe era indispensabile per conseguire un buon risultato. Credo che oggi con la fotografia digitale sia più difficile creare una certa atmosfera e mantenere la concentrazione visto che ogni tre scatti tutti guardano lo schermo del computer per verificare luce, posa, trucco, capelli…
Oggi com’è la tua vita? So che hai una figlia bellissima che ami molto e che vivete un po’ in Olanda e un po’ a Ibiza, vero?
Viviamo a Ibiza e da quanto la bimba è entrata alla scuola primaria. Ibiza è un posto fantastico per far crescere i bimbi, per la libertà, la tolleranza, la natura e crescono imparando un minimo di tre lingue.
L’anno scorso ho trasformato la mia casa in uno showroom d’arredamento, dove invito i clienti ad ispirarsi. Affitto questo posto anche per produzioni di moda e pubblicità visto che c’è anche un loft che si utilizza come studio fotografico e a volte anche per workshop di yoga quando il tempo non è bellissimo.
Tu, che oggi sei un’icona immortale, cosa pensavi ieri e cosa oggi del mestiere di modella?
Mah, sicuramente lo intendi come complimento e ti ringrazio Paola ma non credo di essere un’icona immortale! Penso che la grande differenza tra ieri e oggi è che ieri prima di diventare “Top” lavoravi parecchi anni, acquisendo esperienza e imparando ad usare il tuo corpo, il viso, a muoverti e a saper “prendere la luce”. E una carriera poteva durare anche 15 anni o di più ma ci voleva molta disciplina, disponibilità, resistenza, energia, saper vivere in solitudine e capacità di incassare rifiuti e fare sacrifici. Oggi è più difficile perché ormai tantissime ragazzine vogliono diventare subito Top-model, penso anche dovuta ai tanti reality in TV mostrano una realtà da fiction! E succede che una sconosciuta dopo due stagioni è “Top” ma dopo pochi anni possa venir messa da parte… Sono poche quelle che si distinguono e durano nel tempo…
Ci sono sempre molte polemiche che accompagnano il mondo della moda e che riguardano l’anoressia. Ultimamente Vogue Italia ha proposto un fantastico numero dedicato alle modelle “curvy”. Cosa pensi, tu che tutt’oggi sei magrissima e in forma, della magrezza spettrale che viene spesso proposta in passerella?
L’anoressia nervosa e la bulimia sono malattie psichiche che portano a gravi disturbi del comportamento alimentare e purtroppo vengono confusa spesso con una magrezza naturale. Io ho lottato contro la mia magrezza sin dall’età di 12 anni, cercando di ingrassare, mangiando come un camionista, ma ho avevo e ho tutt’ora un metabolismo molto accelerato; è genetica!. Ma avendo praticato molto sport nell’infanzia e l’adolescenza avevo comunque un corpo tonico e il seno mi si è sviluppato un pò quando iniziato a prendere la pillola e quindi, pur vestendo una 38/40 avevo delle mini-curve. Difatti mia mamma sosteneva che non ero magra, ma sottile! Ovviamente mi è servito molto quando sono diventata modella, soprattutto perché la fotografia tende a “dare qualche chilo in più” motivo per cui è necessario portare una 40. Ora è vero che per anni abbiamo visto delle ragazze magrissime che a me non sono mai piaciute, ma soprattutto perché non sembravano sane, non avevano un filo di muscolo, sembrava che non fossero mai salite su una bici o dei pattini! E non va dimenticato che, durante la stagione delle fashion week, tra New York, Londra, Milano e Parigi, le top fanno anche 50 sfilate, più fitting, più prove e non sempre si riesce a mangiare bene. In più si dorme pochissimo! Ricetta perfetta per farti perdere quei due chili che, nel mio caso, sono quelli sufficienti per farmi sembrare anoressica!Quindi non è sempre facile distinguere la magrezza naturale e un po’ di stress momentaneo, dovuto al tipo di vita che si conduce, da una patologia vera e propria che va individuata e curata in apposite strutture mediche.
Che consiglio ti sentiresti di dare alle giovani ragazze che vorrebbero intraprendere la carriera di modella e che aspirano a diventare come te un giorno?
Prima di tutto, non farsi ingannare da “agenzie” e “scout” che ti promettono una carriera da modella se ti iscrivi a qualche corso per indossatrice e/o che chiedono (a volte tanti) soldi per fare delle foto per il portfolio. Tutte le agenzie rinomate e serie, di solito non hanno bisogno più che di qualche foto in prima piano naturale, di qualche scatto intero in costume tipo le foto che si fanno in vacanza… La verità poi è che spesso le ragazze che sono diventate top, sono state “trovate” magari fuori da scuola, o per strada mentre facevano shopping o in giro con le amiche. Se poi l’agenzia per cui lavora lo scout vede una possibilità lavorativa per la ragazza, è l’agenzia stessa ad organizzare degli shooting fotografici anticipando le spese, che poi vengano addebitate alla modella una volta che poi la ragazza comincia a lavorare.
Di Paola Iezzi
Carolyn Everson: é il momento magico delle Donne
Lo dice Lei, Carolyn, vicepresidente di Global Marketing Solutions di Facebook, una delle più strette collaboratrici di Zuckeberg.
” Ogni azienda, ogni singolo direttore, ogni governo ha finalmente compreso che le donne sono sotto-rappresentate e che si può fare di meglio…
Oggi il numero di donne a FB é il 35% del totale dei dipendenti contro il 33 dello scorso anno. In particolare le donne ingegnere ora sono il 19% e anche in questo caso il numero sta crescendo…
Per noi le aree più problematiche sono scienze, tecnologia, ingegneria e matematica. All’Universitá meno del 20 per cento delle donne seguono lauree scientifiche dobbiamo avvicinare a queste materie le bambine.
Nel 2020 assisteremo alla crescita della realtà aumentata e della realtá virtuale il cui impiego sará sempre più social. Questo cambiamento aiuterà le donne che grazie a internet possono comunicare, creare community social, iniziare attivitá imprenditoriali in mercati e situazioni dove non avrebbero mai avuto queste opportunitá. Sono ottimista!”
Maria Voto: l’innamorata del Telaio!
Maria vi accoglierà con il sorriso e le ore correranno via veloci mentre ascolterete la sua storia e scoprirete il suo entusiasmo e la sua passione per il suo lavoro e per quello che lei definisce il suo “amante”, il telaio.
Una passione maturata nel tempo, quasi per caso, anche se Maria ci dice che nulla succede per caso nella vita. A 38 anni infatti si è imbattuta in un bando per un corso di tessitura e ha deciso di partecipare. Delle numerose persone che hanno seguito questo corso solo lei ha avuto la costanza e la determinazione per portare avanti quest’attività, che alla fine della visita scopriamo richiedere grande dedizione, forza e pazienza.
Alcune delle creazioni di Maria Voto
La lavorazione al telaio era un’attività molto sviluppata nel Gargano ed in particolare a Vico, dove, a metà del secolo scorso, si contavano oltre 800 telai. Oggi Maria è l’unica tessitrice della cittadina pugliese, e ha recuperato materiali e tecniche antiche, lavorando fianco a fianco con le vecchie filatrici, che le hanno trasmesso la loro conoscenza, i loro preziosi disegni e il loro amore per questa arte antica.
Il telaio moderno
Entrando nel laboratorio troviamo Maria intenta a lavorare una tovaglia su un telaio moderno, piccolo e compatto. Ci accoglie e ci presenta i due pezzi forte del suo tesoro: i due telai in legno dell’800 recuperati insieme a pettini, navette e altri strumenti indispensabili al suo lavoro.
Maria Voto al telaio
Si siede al suo posto, davanti al telaio che preferisce e con il quale ha instaurato un rapporto quasi simbiotico, di amore e odio: il suo piede inizia a muoversi su e giù sui pedali con una naturalezza tale da non riuscire a capire, almeno all’inizio, l’energia e la forza fisica che un lavoro simile richiede.
Dettaglio del telaio antico
Ci spiega che per ha creato lei stessa degli strumenti per facilitare il lavoro, soprattutto nella prima fase di creazione dei gomitoli e dell’ordito. Per creare un ordito di 160 metri si avvale di una struttura di 2 metri per 4, 5 metri di lunghezza; aggiunge che per montarne uno di 60 metri (che calcolando un metro al giorno di lavorazione di tessuto, sarà sufficiente per due/tre mesi) è necessario l’aiuto di tre persone.
I pettini dell’antico telaio
Numeri che ci lasciano senza parole! A volte non si pensa a quanto lavoro ci sia dietro un tessuto, una piccola borsa o una tovaglia. A volte non si è in grado di valutare un lavoro simile, di capire che dietro ad un prezzo a due cifre ci sono ore, giorni di impegno, dedizione, arte vera e propria. Maria ci dice che non è facile trasmettere tutto ciò, ma la passione la aiuta molto in questo. Così come i riconoscimenti che le arrivano durante le numerose fiere, specialmente all’estero.
I lavori di Maria Voto
Mentre parliamo continua a lavorare. Sul telaio dell’800 sta realizzando un asciugamano che richiederà circa 5 giorni di lavoro, di cui la maggior parte delle ore saranno dedicate alla realizzazione del disegno. Ci mostra come il tessuto cambia in base all’ora del giorno in cui è realizzato; nelle prime ore del giorno, quando ha più energia ed è più riposata il risultato è molto più fitto! Ci spiega che per lei quella del telaio è una vera e propria disciplina, uno stile di vita, che ti cambia, fisicamente e non solo. E’ una lezione importante quella che si impara grazie ai lavori manuali; ti svuotano la mente e ti aiutano a convivere con le inevitabili imperfezioni.
Work in progress
Mentre Maria racconta la sua storia i nostri occhi corrono sulle realizzazioni già terminate, poste sulle mensole, sui tavoli, lungo le scale: cuscini ricamati, fazzoletti, tovaglie, borse, asciugami, il tutto lavorato e poi cucito a mano. Colori e tessuti unici, che racchiudono in sé tutta l’arte di Maria e il suo amore per i tessuti di una volta, dalla canapa al lino.
I materiali: la canapa
Il pomeriggio è volato via veloce e salutiamo Maria Voto con gli occhi pieni di meraviglia e il cuore leggero per tutto l’entusiasmo che è stata capace di trasmetterci. Ci lascia ricordandoci che non è mai troppo tardi per trovare ciò che davvero ci rende felici, anche a costo di andare controcorrente e di sembrare “strane”… e forse ha davvero ragione!
Di ERIKA FRANCOLA
Marina Abramovic: visitiamo “The Cleaner” a Firenze fino al 20 gennaio
The Cleaner, la vita di Marina Abramovic in mostra a Firenze.
Le tappe salienti della carriera dell’artista con una selezione dei suoi lavori più significativi nella splendida cornice di Palazzo Strozzi Tweet 20 SETTEMBRE 2018 Oltre 100 opere tra dipinti, video, installazioni e performance: “The Cleaner” è la prima grande retrospettiva italiana dedicata all’artista di origine serba Marina Abramovic, in mostra dal 21 settembre al 20 gennaio a Palazzo Strozzi a Firenze.
L’esposizione ripercorre le tappe salienti della sua carriera con una selezione dei suoi lavori più significativi e la riproposizione, effettuata da artisti selezionati per l’evento, delle performance che più l’hanno resa celebre in oltre cinquanta anni di carriera artistica. Le esibizioni, che impiegano attori e coreografi professionisti, verranno ripetute ogni giorno della durata della mostra.
Marina Abramovic esordisce giovanissima a Belgrado come pittrice. Dei suoi primi lavori sono esposte opere inedite come l’Autoritratto del 1965 e i dipinti delle serie Truck Accident (1963) e Clouds (1965-1970) in cui si ripetono ossessivamente violenti incidenti di camion e composizioni di nuvole. Il passo successivo, anche indissolubilmente legato all’incontro, professionale e amoroso, con l’artista tedesco Ulay, è lo studio sul corpo e le sue energie: nel percorso espositivo si trovano le rappresentazioni di celebri performance della coppia come Imponderabilia (1977), dove il pubblico è costretto a passare attraverso i corpi nudi dei due artisti per entrare in una stanza o azioni come Relation in Space (1976) e Light/Dark (1977) e in cui si sperimentano i complessi intrecci energetici tra i mondi femminile e maschile.
Negli anni ’80 Marina e Ulay intraprendono viaggi di ricerca e studiano le pratiche di meditazione in Australia, India e Thailandia. Ne nascono opere come Nightsea Crossing (1981-1987), in cui rimangono immobili l’uno di fronte all’altra per ore. Dalla fine della loro relazione sentimentale e professionale nel 1988 nasce la performance The Lovers: i due artisti si incontrano per dirsi addio a metà della Grande Muraglia cinese, dopo aver percorso a piedi 2500 chilometri ciascuno.
Negli anni Novanta il dramma della guerra in Bosnia ispira l’opera Balkan Baroque (1997), con cui Marina Abramovic vince il Leone d’Oro alla Biennale di Venezia: in uno scantinato buio l’artista pulisce una ad una ossa di bovino raschiando via carne e cartilagine mentre intona canzoni della tradizione serba.
La mostra è stata presentata a Firenze dalla performer che, parlando del rapporto tra genere femminile e carriera artistica, ha detto che non è “difficile essere una donna artista: quello che importa è non aver paura di niente e di nessuno. Ma questo è il problema con le donne in generale. Ci sono sensi di colpa e timori che le ostacolano. Ma l’arte non può essere definita per generi: c’è solo arte buona e arte cattiva”.
Sull’impatto delle nuove tecnologie e dei social sulle avanguardie dell’arte ha osservato che “in sé non hanno nulla di male: il male sta nell’uso che ne viene fatto. Certo però – ha sorriso – che Instagram non è arte”. Infine una rivelazione: l’annuncio di una nuova performance nel 2020 alla Royal Academy”. – See more at: http://www.rainews.it/dl/rainews/media/La-vita-di-Marina-Abramovic-in-mostra-a-Firenze-palazzo-strozzi-7929b14a-0c37-45cd-8ec5-ed704113acaf.html
Dal Web
Silvia Marchesan
Professoressa di Chimica organica al dipartimento di Chimica farmaceutica dell’Università di Trieste, Silvia Marchesan è una dei due italiani selezionati da Nature tra gli 11 migliori scienziati emergenti al mondo che «stanno lasciando il segno nella scienza» (la classifica, intitolata significativamente Il mondo ai loro piedi» è stata redatta analizzando il database di tutte le riviste scientifiche che fanno capo alla testata ). Mamma di un bimbo di 4 anni, Oscar, laureata a Trieste nel 2004, Marchesan ha completato il dottorato in chimica a Edimburgo nel 2008, per poi continuare la ricerca all’estero a Londra, poi in Finlandia e Australia. È ritornata in Italia nel 2013, dove nel 2015 ha ottenuto fondi per il progetto SIR del MIUR che le hanno permesso di aprire un suo laboratorio all’Università di Trieste.Nel 2017 ha vinto la medaglia Vittorio Erspamer, nel 2018 è diventata professore associato in chimica organica e ha ottenuto l’abilitazione da professore ordinario. Le sue attività di ricerca si concentrano sulle superstrutture ottenute da piccoli componenti molecolari molto semplici in acqua per applicazioni che vanno dalla terapia per malattie neurodegenerative, a nuovi composti antimicrobici, a materiali intelligenti. La ricerca è multidisciplinare. Tra i prodotti più popolari ci sono gli idrogel nanostrutturati che sono dei semplici gel composti dal 99% di acqua e dall’1% di piccole molecole (peptidi) ordinate in nanostrutture, che conferiscono proprietà molto particolari.
Di Elena Tebano
Amalia Bruni nella Giornata dell’Alzheimer
É una cascata di eventi che determina la malattia di Alzheimer. Li abbiamo individuati quasi tutti ma ancora non riusciamo a scrivere il lieto fine – ammette la neurologa – Un misterioso interruttore biologico innesca la malattia. Ci sono voluti oltre 30 anni per risalire alle sue origini e 11 anni di studi affannosi di biologia molecolare per isolare il gene alterato». Il “mostro”, l’AD3, (detto in seguito PS1) è stato catturato nel maggio del ’95: aveva la stessa mutazione nelle famiglie analizzate, dunque, un’ origine comune. Gli studi condotti dalla Bruni e dal suo team furono pubblicati su Nature.
La patologia, nella sua forma più diffusa, riguarda 600mila persone e cresce con l’invecchiamento della popolazione. Lentamente e inesorabilmente, ti spogli delle tue facoltà, ti riduce a un vegetale. E se è tristissimo, quando questo accade più frequentemente, a 70-80 anni, è tragico quando, per un errore genetico, come nei miei pazienti, tutto ciò accade a 40 anni!
Abbiamo ricostruito un albero genealogico che, a partire dal 1600, racchiude oltre 34.000 soggetti sparsi nei secoli e per il mondo che fanno parte di una unica immensa famiglia. È in questa famiglia che si trasmette, senza risparmiare alcuna generazione, l’Alzheimer a esordio precoce, quello ereditario. Sono stati identificati almeno 147 malati e 21 trasmettitori obbligati che hanno presentato e presentano una stessa forma della malattia di Alzheimer e ovviamente una stessa causa. Il modo e la sequenzialità sono sempre uguali nel tempo e nello spazio. Chi è malato la trasmette alla metà dei figli. Non ha importanza essere nati a Boston e Parigi o a Lamezia. Non ha importanza essere vissuti prima o dopo la scoperta degli antibiotici. Uno studio che è un patrimonio mondiale al quale hanno contribuito in modo decisivo i calabresi, sia gli scienziati sia le famiglie colpite dalla malattia che spontaneamente si sono sottoposte alle indagini. E la ricerca continua: attualmente sono in corso di valutazione i dati riferiti a nuovi studi sulle forme genetiche, eseguite su soggetti a rischio dalla nascita.
Il dolore cronico a Nardodipace
Il metodo di studio della Bruni è tornato utile anche per un’indagine sulla popolazione di Nardodipace (Vibo Valentia) condotta 5 anni fa. La neurologa ha affiancato l’endocrinologo Giovanni Cizza, del National Institutes of Health, in una ricerca sulla fatica cronica, identificando le mutazioni del gene della proteina di trasporto del cortisolo associate ad un quadro clinico di dolore cronico. I risultati sono stati pubblicati sul Journal of Clinical Endocrinology and Metabolism. Una precedente indagine era stata condotta da un medico australiano su una famiglia originaria del posto, emigrata in Australia.
Rita Levi Montalcini a Lamezia
Perfino Rita Levi Montalcini, Premio Nobel per la medicina nel 1986, era accanto alla Bruni quando, prima della nascita del centro di neurogenetica, aprì a Lamezia Smid-Sud, Studio multicentrico italiano per la demenza organizzato dal neurologo toscano Luigi Amaducci. Parteciparono i migliori scienziati. Avevamo finalmente un grande tavolo dove poter srotolare gli alberi genealogici. Un computer per poter calcolare direttamente i nostri dati, fino a quel momento inviati a Parigi per l’informatizzazione. Anche il sogno telematico dell’epoca, il fax, era ormai a portata di mano! Non avremmo più dovuto aspettare 15 giorni per una risposta, avremmo avuto colloquio in tempo reale con i collaboratori di svariate parti del mondo che stavano diventando numerosi». Un’esperienza durata pochi anni. La ricerca veniva messa in discussione, considerata un lusso superfluo, senza speranza. Ma era quell’idea nuova di coniugare la storia e la tecnologia americana, la rivisitazione scientifica dei caratteri dei calabresi, di ricercare nella vita chiusa dei piccoli paesi, nella prolificità, nell’ “aggregazione tribale” delle famiglie, che destava perplessità. Il progresso aveva inculcato l’idea che per fare ricerca fossero necessari solo attrezzature e macchinari». Da qui è partito il centro di Neurogenetica: un laboratorio in cui coinvolgere i calabresi, rendendoli soggetti attivi, i promotori della ricerca.
La chiusura annunciata
La Regione Calabria, con la legge n.37 del 10.12.1996 ne ha sancito la costituzione. E 11 anni dopo, una legge regionale (n°9 dell’11.05.2007) ne determinava il finanziamento per 500mila euro annui. Ma di fatto, dal 2010 il commissariamento della Sanità regionale ha progressivamente definanziato la struttura. Il centro, conosciuto nel mondo per l’eccezionale livello delle sue ricerche, quei soldi non li ha mai visti. Amalia Bruni amaramente ne ha annunciato la chiusura per mancanza di fondi.
Le prospettive in attesa che il centro di Neurogenetica diventi un Irccss
Ma in una recente riunione con il delegato regionale alla Sanità Franco Pacenza è stato stabilito che «per il 2018 saranno destinati al centro di Neurogenetica 200mila euro e assegnate alla struttura, con il coinvolgimento della Asp di Catanzaro, un neurologo e tre unità supplementari. L’obiettivo finale è trasformare il centro regionale di Neurogenetica in una gemmazione degli Irccs, istituti di ricovero e cura a carattere scientifico». La Bruni per il momento sta a guardare. Ma non per molto. La comunità scientifica mondiale segue con apprensione l’evoluzione della situazione. E io non intendo buttare all’aria il lavoro di una vita. Un impegno eccezionale che ha coinvolto anche la mia vita personale, mio marito e i miei figli. Qui corriamo il rischio di diventare un “visitificio”. Invece serve fare ricerca. Del resto, nonostante tutta la mia disillusione, ho ancora nella testa quell’idea romantica della mia gioventù: fare qualcosa per la mia terra, contribuire al cambiamento
Da Calabriacult
La calabrese Rosella Postorino vince il Campiello
“Il mio corpo aveva assorbito il cibo del Führer, il cibo del Führer mi circolava nel sangue. Hitler era salvo. Io avevo di nuovo fame.” Fino a dove è lecito spingersi per sopravvivere? A cosa affidarsi, a chi, se il boccone che ti nutre potrebbe ucciderti, se colui che ha deciso di sacrificarti ti sta nello stesso tempo salvando?La prima volta che entra nella stanza in cui consumerà i prossimi pasti, Rosa Sauer è affamata. “Da anni avevamo fame e paura,” dice. Con lei ci sono altre nove donne di Gross-Partsch, un villaggio vicino alla Tana del Lupo, il quartier generale di Hitler nascosto nella foresta. È l’autunno del ’43, Rosa è appena arrivata da Berlino per sfuggire ai bombardamenti ed è ospite dei suoceri mentre Gregor, suo marito, combatte sul fronte russo. Quando le SS ordinano: “Mangiate”, davanti al piatto traboccante è la fame ad avere la meglio; subito dopo, però, prevale la paura: le assaggiatrici devono restare un’ora sotto osservazione, affinché le guardie si accertino che il cibo da servire al Führer non sia avvelenato.
Nell’ambiente chiuso della mensa forzata, fra le giovani donne s’intrecciano alleanze, amicizie e rivalità sotterranee. Per le altre Rosa è la straniera: le è difficile ottenere benevolenza, eppure si sorprende a cercarla. Specialmente con Elfriede, la ragazza che si mostra più ostile, la più carismatica. Poi, nella primavera del ’44, in caserma arriva il tenente Ziegler e instaura un clima di terrore. Mentre su tutti – come una sorta di divinità che non compare mai – incombe il Führer, fra Ziegler e Rosa si crea un legame inaudito.
Rosella Postorino non teme di addentrarsi nell’ambiguità delle pulsioni e delle relazioni umane, per chiedersi che cosa significhi essere, e rimanere, umani. Ispirandosi alla storia vera di Margot Wölk (assaggiatrice di Hitler nella caserma di Krausendorf), racconta la vicenda eccezionale di una donna in trappola, fragile di fronte alla violenza della Storia, forte dei desideri della giovinezza. Come lei, i lettori si trovano in bilico sul crinale della collusione con il Male, della colpa accidentale, protratta per l’istinto – spesso antieroico – di sopravvivere. Di sentirsi, nonostante tutto, ancora vivi.
Dal web
Marguerite Yourcenar
Marguerite Yourcenar, pseudonimo di Marguerite Cleenewerck de Crayencour (Bruxelles, 8 giugno 1903 – Mount Desert, 17 dicembre 1987), è stata una scrittrice francese. È stata la prima donna eletta alla Académie française. Nei suoi libri sono frequenti i temi esistenziali, in particolare quello della morte.
„Quando si saranno alleviate sempre più le schiavitù inutili, si saranno scongiurate le sventure non necessarie, resterà sempre, per tenere in esercizio le virtù eroiche dell’uomo, la lunga serie dei mali veri e propri: la morte, la vecchiaia, le malattie inguaribili, l’amore non corrisposto, l’amicizia respinta o tradita, la mediocrità d’una vita meno vasta dei nostri progetti e più opaca dei nostri sogni: tutte le sciagure provocate dalla natura divina delle cose“