Benedetta Barzini: Premio Victoria
«Non sopporto la superficialità», dice Benedetta Barzini. Niente è più lontano dalla modella, giornalista e insegnante che, a 75 anni (li compie il 22 settembre), è un turbine di idee, domande, opinioni che sfidano i canoni a cui la società ci ha abituato.
Anche per questo ha appena vinto il Premio Victoria, alla sua seconda edizione e lanciato da «Victoria 50», il programma creato da Procter&Gamble per le donne over 50 e consegnato nell’ambito dell’iniziativa Il Tempo delle Donne: «Lo vivo come un premio da condividere con tutte», spiega Barzini, la prima modella italiana su Vogue, dove ha lavorato dal 1963 al ’69, quando viveva a New York.
Aveva 20 anni quando fu notata mentre passeggiava per le vie di Roma e convocata dalla direttrice di Vogue Diana Vreeland per un servizio fotografico con Irving Penn. Avrebbe dovuto restare 10 giorni, vi rimase 5 anni.
Dagli anni Settanta è iniziato il suo impegno nel movimento femminista, si occupa di moda e di temi sociali su varie riviste e ha insegnato presso diversi atenei universitari.
Continua a posare per i grandi stilisti come modella «evergreen», ma sottolinea: «Invecchiare significa accettare di avere l’età che si ha, non far finta di averne 20 di meno».
«Sono orgogliosa della mia vita», spiega Barzini. «Mi piace il fatto che non assomiglio a quello che forse sarei dovuta diventare secondo alcuni e che non ho fatto soldi facendo la modella, pur lavorando con i grandi fotografi. Mi sono salvata dal guadagnare per le mie sembianze, che non è un merito. E sono autodidatta: mi sono messa a studiare Sociologia, Antropologia, Storia e ho insegnato per tanti anni».
Non insegna più?
«Purtroppo no. La mia materia non esiste nel programma ministeriale. Si chiamava “Storia dell’abito”, che non è la Storia della moda, quella te la vedi sulla Marangoni. Volevo che i miei studenti imparassero a riflettere con le loro teste. Per dire, perché esiste un corsetto? Per non respirare. E i tacchi a spillo? Per non camminare».
Ha sempre vissuto così libera dagli stereotipi?
«No, sono ancora costretta a conviverci. Non ti tiri fuori dal mondo in cui sei, ma è un mondo che ti deve far riflettere. Il segreto è non avere un atteggiamento di critica, ma di curiosità e osservazione. Quando ho fatto la fotomodella, mi è servito a capire che io ero la preda e il fotografo il cacciatore».
Mi racconta l’esperienza a Vogue?
«Ho fatto quello che mi è stato richiesto e da lì ho imparato tantissimo. È stato molto affascinante per capire: vedere la Vreeland in azione mi ha insegnato la demenzialità dell’ossessione per una bellezza formale e legata a dei canoni. Oggi non è cambiato niente».
Lei però non si è montata la testa.
«Sapevo che la bellezza non ero io, ma il lavoro della truccatrice, della redattrice, del fotografo. L’insieme di queste professioni fa di te una torta da matrimonio stupenda. Io mi pettino come mi fa comodo e mi metto da cent’anni le stesse cose. Quando ci guardiamo allo specchio, dobbiamo chiederci perché vogliamo i capelli in un modo piuttosto che nell’altro. La verità è che non sappiamo guardarci per vedere “noi”, ci guardiamo per essere più carine: siamo al servizio dell’uomo che ci guarda».
Quando ha cominciato a farsi queste domande?
«Dopo i 50. Non mi interessa la donna di 60 o 70 anni che si mantiene bene, mi interessano i problemi di fondo. La consapevolezza è fondamentale e non significa mettersi a fare battaglie rivoluzionarie. Finché le donne non si sveglieranno non cambierà nulla».
Del #Metoo che idea si è fatta?
«Non ho partecipato, anche perché ho sempre evitato di essere aggredita da qualche maschio importante. Non basta dichiarare che un maschio significativo ti ha messo le mani addosso, io voglio che un movimento di donne importanti riesca a dire qualcosa di più».
Come cosa?
«Che le donne non contano. Che in tutti i giornali di moda vedo geishe, donne con le labbra semiaperte che si fanno belle per essere “come tu mi vuoi”. E con “tu” intendo la società e il maschio. Questo problema non viene affrontato».
Da dove possiamo partire?
«Da cose molto semplici. Per esempio, le donne non hanno un cognome, perché il cognome della madre è quello del nonno. Non c’è un lignaggio genealogico femminile. Le donne non capiscono che la nostra assenza significa la nostra insignificanza. È una metà dell’umanità che non deve avere voce, ma non se ne parla mai».
Che cosa ci frena?
«La paura e l’inesistenza di un pensiero femminile che sia complementare a quello maschile. Il nostro cervello è stato atrofizzato in milioni di anni senza studio. A scuola studiamo quello che hanno fatto i maschi. Non abbiamo delle fondamenta a cui aggrapparci».
Lei com’era da bambina?
«Ero muta e osservavo il mondo, mi affascinava la storia della Cina, disegnavo le statue di Michelangelo. Non c’era nessuno con cui parlare, ho avuto un’infanzia strampalata. È stato tutto molto difficile e ci ho messo parecchio a capire qualcosa».
Che cosa l’ha aiutata?
«L’emancipazione è arrivata col tempo. Ho imparato a riflettere invece che soffrire. La vita difficile mi è sempre servita, quella facile è inutile. La felicità non esiste, ma esistono momenti felici».
Il suo qual è?
«Non è visibile, è quello in cui ho avuto i miei bambini e li ho tirati su con grande difficoltà e grande amore. Ma le cose belle non sono pubbliche».
Di Margherita Corsi
La Pacchiana di Sambiase: Matrona di Calabria
Vi capita mai di incontrare in sogno momenti importanti della vostra vita ed esserne profondamente turbati al risveglio? A me succede e l’ultima emozione trasmigrata nella realtá ha per protagonista la Pacchiana di Sambiase.
Mio padre aveva i suoi natali in questa città oggi confluita nel miscuglio di tradizioni che prende il nome di Lamezia Terme ma la Sambiase che porto nel cuore rifugge ogni ibridazione e si mantiene viva nel mio ricordo nella sua esclusività popolando spesso la mia esistenza fantastica. In questa dimensione onirica, che tanta parte della vita assorbe, ho rivisto la Pacchiana alimentata dai ricordi narrazioni del mio papà che portava nel suo cuore la Casa d’origine con struggente nostalgia.
La nonna Gasperina Tropea, per il suo status, non indossava l’abito che era presente, però, in famiglia attraverso la suocera di un suo figliolo ed io, sognando, l’ammiravo soffermandomi in particolare sulla bizzarria della “coda”, così mi appariva quell’intreccio di tessuto finemente pieghettato che mi ricordava la ruota del tacchino.
Spesso le vicissitudini notturne si dileguano al risveglio ma quella no, persisteva perché legata a un pezzetto importantissimo del mio cuore.
Che fare per offrire tregua alle emozioni che mi agitavano la mente e il cuore? Dare loro consistenza reale attraverso un racconto che avrebbe fatto della fascinosa Pacchiana una cittadina del mio blog soskorai.it
Scrivo a mia cugina Gasperina e su suo suggerimento chiedo notizie agli amici del Gruppo Facebook “Sei di Sambiase se …l’ami…” da lei curato, ne ricevo tante e soprattutto avverto un intenso pathos, quello che nasce dai sentimenti viscerali che s’insidiano nel cuore da quando si é custoditi nel grembo materno. La mia Pacchiana diventa la nostra ed io narrerò di lei con un scrittura a più mani, ho deciso!
Eccola, eccola la nostra bella, la osservo camminare nell’Orto di Carrera, l’apprezzo nei suoi lavori di campagna e in quelli, non meno duri, di famiglia e mi incanto estasiata dal suo complicato abbigliamento
“Ppi si véstari ‘a pacchjàna,
prima cosa si ‘nsuttàna;
carma, carma, senza affànnu
pùa si ‘mbùalica ‘ntr’ o pannu;
illu è nìuru o culuràtu,
assicùndu di lu statu:
è russu priputènti
s’ u marìtu l’ha vivènti,
è culùri ‘i vinu ammaccàtu
s’ u marìtu ‘unn ha truvàtu
ed è nìuru villùtu
s’ u marìtu cci ha murùtu.
Pùa si minti lla gunnèlla,
nìura, vìardi, brù ‘i franèlla,
si cci fha ‘n arrucciulàta,
‘a gunnèlla è già ‘mpadàta.
‘N àutru tùaccu pùa di fhinu
si lu dà ccu llu mbustìnu,
ma cchjù bella vo’ parìri
e ssi minti llu spallìari.
‘U mantisìnu ricamàtu
mìanzu pannu cci ha ‘mbarràtu;
prima ‘i jìri a llu purtùni
pìgghja llu fhazzulittùni;
quando nesci ppi lla strata
è cchjù bella di ‘na fhata!
‘A salùtanu d’ ‘i casi
‘a pacchiana ‘i Sambiàsi”
Grazie ai versi di Francesco Davoli scopro il suo costume nella complessità dei suoi componenti: la sottana di lino candido con maniche semplici o ricamate, il panno sottogonna di colore adeguato alla posizione civile, la gonna lunga a ruota di colore verde o blu o anche nera, quindici metri circa di stoffa riccamente plissettata a nido d’ape, raccolta alla vita e legata posteriormente a formare un’ incredibile coda leggiadramente discendente fino alle caviglie, il bustino allacciato sul petto , “u spalliari” specie di gilet nero con mezzi manicotti stretti sulle maniche della sottana a creare graziosi sbuffi, il grembiule con due tasche e il fazzolettone, grande scialle nero da avvolgere alla bisogna intorno alle spalle. Nei giorni di festa l’abito, già maestoso, si arricchiva dei gioielli: Berlocchi, Iannacche e Boccole.
Chi era realmente questa creatura, nata nel Seicento, che aveva ammaliato i viaggiatori del Grand Tour?
Un laborioso e infaticabile Essere, Fiore Profumato della Civiltà Contadina, Incarnazione dei valori di quel mondo: l’attaccamento alla famiglia e alla terra, la capacità di sacrificio e di rinuncia, la giocosità delle tradizioni e delle feste, l’intraprendenza e il coraggio, la fierezza e la determinazione.
Il costume era segno di maturità e indossarlo per la prima volta un rito d’iniziazione che segnava il passaggio dall’infanzia all’età matura. Si aspettava il menarca per calarsi in quella veste carica di storia, spesso tessuta e cucita dalla ragazza che l’avrebbe indossata e poi portata in dote e un giorno speciale, quale il Natale, la Pasqua o la Festa Patronale, per consumare la cerimonia che trasformava in donna la giovinetta, una donna che sul proprio corpo avrebbe sostenuto, assieme alla straordinaria foggia, una parte consistente del carico familiare.
Ecco perchè il complesso e impegnativo abito era soggetto a mutamenti che lo rendevano atto ad affrontare le vicissitudini variegate dell’esistenza come mirabilmente descritto da Francesco La Scala :”Del costume della pacchiana vorrei far riaffiorare alcuni aspetti poco osservati perché considerati di scarsa rilevanza e ordinari. Il costume da parata, a tutti noto, nei giorni di ordinario lavoro, veniva sostituito da sue parti essenziali ed estremamente pratiche che erano l’abito della quotidianità . Le nostre nonne quando non era festa non mettevano i Jeans ma indossavano il costume tradizionale in assetto ‘casual’ adatto per lavorare.
Sulla testa indossavano ‘u rindiallu’ , una larga striscia di stoffa rettangolare nera, che si adagiava sulla testa e si avvolgeva con un rapido gesto sotto alla fronte rivoltandolo all’indietro. Su questo copricapo si disponeva poi ‘a curuna’ ( uno straccio ritorto a ciambella) sulla quale si poggiavano i carichi di ceste, barili, o altro, trasportati dalle nostre donne con tanta eleganza da fare invidia a qualsiasi moderna indossatrice. ‘U mbustinu'( bustino rigido) non si indossava per praticità durante il lavoro, così come maniche di sottane a sbuffo, spallieri eleganti etc.
Era invece importantissimo ‘u mantisinu’, parannanza dalla vita in giù con tasche, che serviva
per mille usi , non ultimo quello di nascondiglio per i nipotini timidi o impauriti. ‘A gunnella’, che avvolta caratteristicamente dietro alla schiena costituiva un impaccio notevole a qualsiasi lavoro, non veniva indossata in casa o in campagna, ma non si usciva di casa e non si tornava da campagna senza una ‘gunnella n’fhadata’ , magari vecchia, stinta, ma sempre al suo posto. ‘A gunnella sciadata’ (senza avvolgimento ) veniva portata esclusivamente nei lutti e nella processione del Venerdì Santo. ‘U fharsalittuni’ era un ampio scialle di lana con frange, che, d’inverno, copriva testa e spalle e che riassumeva tutti gli odori dei fragranti fumi dei nostri ‘tavulati’. ‘U pannu’ di colore rosso, nero o viola, veniva sempre indossato, anche in casa o in campagna.
Anche ‘ u spalliari’ era indossato sempre quando si usciva insieme ‘allu mbustinu’ e alla ‘gunnella’.
Sono questi ‘dressing’ diversi, usati nelle varie occasioni di vita corrente, dalle nostre donne di un tempo, che fanno pensare ad un codice di formule di abbigliamento minuzioso come quello usato a Buckingham Palace e, nello stesso tempo, richiamano i momenti più intimi della loro esistenza.”
Tale codice era estremamente funzionale ed efficace tanto che rispetto ad altri abiti del tempo quello di Pacchiana lasciava la libertá di movimento necessaria a quelle creature laboriose e infaticabili che, nonostante i pregiudizi e gli stereotipi di ruolo maschilisti, propri del tempo, si muovevano sempre a capo nudo ricoprendolo solo in caso di lutto stretto, in chiesa per riguardo al sacro o d’inverno per ripararsi dal freddo ma mai in segno di subalternitá o di sottomissione.
Una scelta trasgressiva, abitualmente considerata segno di sfrontatezza o addirittura di delitto peccaminoso ma le Pacchiane erano forti, coraggiose, indipendenti, libere. La bella Gunnella di Sambiase non temeva giudizi e pettegolezzi diffamanti, si era guadagnata il rispetto col lavoro, una fatica dura, assidua, importante e dignitosa. Aveva scelto di lavorare la terra, lavare i panni alla sorgente, impastare il pane, allevare i figli, confortare e assistere nelle malattie, gioire e ridere nelle festività, sostenere e guidare la famiglia senza sciocchi e inutili impedimenti esteriori e con la grazia, la maestosità e l’eleganza del portamento era una sfolgorante Matrona di Calabria.
Le Pacchiane di Sambiase hanno resistito con la forza della loro tempra, forgiata dall’impegno e dal sacrificio, agli assalti della modernità dissacrante fino a poco tempo fa, l’ultima Gunnella, “Catarnuzza” ha lasciato Sambiase lo scorso luglio, con Lei, estrema sacerdotessa di un mondo intenso di principi, scompare una magica presenza che per secoli ha sparso i suoi generosi doni su una terra complicata, affascinante e legatissima alle tradizioni ma il seme della Pacchiana rimane integro e continua a fruttificare nella fierezza, determinazione, intraprendenza e dignità delle Donne di Sambiase.
Di Beatrice Lento
P.S. Ringrazio mia cugina Gasperina Lento e tutti gli Amici del Gruppo Facebook “Sei di Sambiase se…l’ami” che, attraverso i loro significativi contributi, hanno scritto assieme a me questo racconto dell’anima, in particolare Francesco Davoli e Francesco La Scala e chiedo a tutti scusa per le inevitabili imprecisioni di un narrare del cuore che non ha pretese di scientificità.
La foto della bella Pacchiana ritrae Ivana Mercuri, figlia di mia cugina Ada Lento, anche a lei la mia gratitudine.
“A” come Adultera
La lettera scarlatta
é tra le mie letture di bambina desiderosa, fin d’allora, di scoprire cosa si nasconde nell’anima di noi donne. Le emozioni suscitate da quel libro mi rimangono dentro e sicuramente sono tra i presupposti del mio desiderio di impegnarmi per l’emancipazione della Donna e…in fondo anche dell’Uomo.
Le notizie che seguono sono tratte dal Web.
“La lettera scarlatta” è un romanzo di Nathaniel Hawthorne pubblicato nel 1890.
È considerato un classico americano, nonché uno dei primi romanzi a essere prettamente americano e non inglese. Le situazioni, i valori, i personaggi stessi sono intimamente del Nuovo Mondo, nessuno potrebbe confondersi collocandoli in Gran Bretagna.
Il romanzo all’epoca fece scandalo per la sua trattazione su un argomento taboo come l’adulterio.
Il libro si apre con un artificio molto usato all’epoca: lo scrittore finge di stare per narrare una vicenda veramente accaduta, basandosi su documenti reali.
1642, Boston, comunità puritana. Hester Prynne dà alla luce una bambina, Pearl, nonostante il marito manchi da anni da casa (al punto che nessuno in città lo conosce). Per questo motivo viene processata per adulterio. Alcuni vorrebbero addirittura che Hester venisse giustiziata per il suo comportamento peccaminoso, ma infine viene condannata a essere esposta sul patibolo alla pubblica umiliazione, esibendo una lettera A cucita di rosso che la renderà una pariah per il resto della vita.
Fa inoltre scalpore la decisione della donna di non rivelare il padre della bambina.
Per combinazione il marito di Hester, Roger Chillingworth, fa ritorno proprio il giorno in cui la moglie viene esposta sul patibolo. Chillingworth, che era stato prigioniero degli indiani, chiede alla donna chi sia l’uomo con cui l’ha tradito, ma lei rifiuta di rivelarlo anche a lui. L’uomo quindi si mette a praticare l’attività di medico sotto falso nome, sperando di ottenere indizi sul padre della bambina.
Il padre in verità è il reverendo Dimmesdale, uno degli uomini più rispettati della città, nessuno potrebbe mai sospettare di lui. Dimmesdale si tormenta per la propria ipocrisia e vigliaccheria, mentre Hester lo protegge e sconta la pena per entrambi.
Passano sette anni. Pearl è diventata una forte, bella, fantasiosa bambina. Hester, sempre innamorata di Dimmesdale, sta espiando la sua colpa conducendo una vita riservata e aiutando i poveri. Chillingworth continua a desiderare di trovare il padre di Pearl e di vendicarsi. La salute del reverendo, a causa del suo tormento interiore, peggiora sempre di più, al punto che deve richiedere le cure di Chillingworth.
Una sera Dimmesdale si decide: sale sul patibolo, pronto a farsi trovare dalla folla e a confessare la sua colpa. Hester lo convince a scendere, ma ormai Chillingworth, che li ha visti, ha capito. Hester svela al reverendo che il medico è in realtà suo marito. I due progettano di scappare con la bambina.
Ma durante un corteo Dimmesdale sale di nuovo sul patibolo, deciso a rivelare tutto, e per l’emozione muore.Ma prima fa in tempo a indicare qualcosa sul suo petto nudo. Alcuni sostengono di aver visto una lettera A rossa marchiata sulla pelle.
La comunità puritana cerca di dare una spiegazione all’accaduto: un’opinione diffusa è che Dimmesdale si sia inflitto quella tortura per la pena che provava per Hester, altri dicono che sia Chillingworth il colpevole, e così via.
Hester e Pearl se ne vanno per iniziare una nuova vita. La bambina non tornerà mai più, mentre Hester lo farà in vecchiaia, divenuta ormai ricca, per essere sepolta vicino all’amato. Sulla sua lapide verrà scritto “In campo nero, la lettera A scarlatta”.
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Madame Chevrot
Madame Chevrot
Età : 75 anni
Professione : ex stiratrice
È da molto
che non vedo Madame Chevrot,
la donna che di solito
incontravo nella strada principale.
Mi sorrideva
e il suo sorriso mi costringeva a fermarmi,
anche se avevo fretta,
per parlare del tempo,
della sua bellezza di un tempo
e degli uomini che l’hanno amata.
Madame Chevrot è piccola,
un naso grosso come una melanzana
e pochi denti
rotti e neri,
Lei giura con fierezza, che sono veri.
Elegante, per quanto l’età lo permetta.
Truccata, tanto che le cascano le palpebre …
Al nostro ultimo incontro
mi ha raccontato
di aver conosciuto un uomo
nella sala da ballo
dove stava imparando la salsa.
Lui avrebbe tanto voluto vivere con lei …
Ma lei?
Lei esitava,
divisa tra rinunciare alla sua libertà
e rinunciare al suo russare,
perché, mi diceva,
è tutto quello che lui può offrirle
la notte
Maram al Masri
Monica e le altre
Sui marciapiedi del mondo,sotto il suo sole soffocante
o sotto i neon di una camera,
Monica, Nawal, Maya, Aïcha, Laura, Sandra e Yoko
nel freddo
e le sue ruvide carezze,
vestite della veste leggera della loro pelle,
hanno trasformato i loro corpi
in boutiques
nelle quali
fanno mercato.
Venditrici di piacere
per chi ne ha bisogno,
toccano
quelli che nessuno vuole toccare
ed offrono un istante di tenerezza
(forse)
a quelli che non ne hanno mai diritto.
Soldi …
soldi …
soldi …
in cambio
di venti o trenta minuti
nei quali
Monica, Nawal, Maya, Aicha, Laura, Sandra e Yoko
aprono le loro boutiques
e chiudono gli occhi
Maram al-Masri
Vistimu a Pacchjana
Beatrice Lento ecco una bella poesia di Francesco Davoli VISTIMU ‘A PACCHJANA
Ppi si véstari ‘a pacchjàna,
prima cosa si ‘nsuttàna;
carma, carma, senza affànnu
pùa si ‘mbùalica ‘ntr’ o pannu;
illu è nìuru o culuràtu,
assicùndu di lu statu:
è russu priputènti
s’ u marìtu l’ha vivènti,
è culùri ‘i vinu ammaccàtu
s’ u marìtu ‘unn ha truvàtu
ed è nìuru villùtu
s’ u marìtu cci ha murùtu.
Pùa si minti lla gunnèlla,
nìura, vìardi, brù ‘i franèlla,
si cci fha ‘n arrucciulàta,
‘a gunnèlla è già ‘mpadàta.
‘N àutru tùaccu pùa di fhinu
si lu dà ccu llu mbustìnu,
ma cchjù bella vo’ parìri
e ssi minti llu spallìari.
‘U mantisìnu ricamàtu
mìanzu pannu cci ha ‘mbarràtu;
prima ‘i jìri a llu purtùni
pìgghja llu fhazzulittùni;
quando nesci ppi lla strata
è cchjù bella di ‘na fhata!
‘A salùtanu d’ ‘i casi
‘a pacchjàna ‘i Sambiàsi.
Poesia inviatami da mia cugina Gasperina Lento
Addio Baronessa
Teresa Cordopatri è deceduta dopo un’esistenza passata a combattere la ‘ndrangheta. Nel 1991 era sopravvissuta a un agguato perché la pistola del killer si inceppò ma il fratello non fu altrettanto fortunato e venne ucciso. I clan volevano i loro uliveti ma lei non ha mai abbassato la testa. Da quel tragico giorno subì 11 attentati e divenne un simbolo di resistenza e riscatto riconosciuto anche all’estero
Aveva un’espressione seria, Teresa Cordopatri, anche quando rideva. Nei suoi occhi vi si poteva leggere un dolore profondo che il tempo non era riuscito a cancellare. Se n’è andata senza clamore la “baronne courage”, come l’aveva definita il quotidiano francese “Le Figaro”, dopo anni di battaglie dentro e fuori le aule di giustizia. Quel dolore profondo era esploso il 10 luglio 1991, quando suo fratello Antonio era morto tra le sue braccia, ferito a morte dalla ‘ndrangheta. Il “padroni” di Castellace, i Mammoliti, volevano le loro terre, ma Antonio si era sempre rifiutato di vendere, nonostante le richieste sempre più pressanti. Un primo agguato fallisce, il secondo no. La donna si salva solo perché la pistola del killer si inceppa.
Da qual momento, Teresa Cordopatri visse chiedendo giustizia per suo fratello e difendendo quei 12 ettari di uliveti che avevano sconvolto per sempre la sua esistenza. Una battaglia lunga 27 anni e costellata di ben undici attentati. Una lotta che la Cordopatri ha condotto con tutta la sua famiglia nei terribili anni ’90 nella piana di Gioia Tauro. Una vita, quindi, spesa nella difesa della legalità e contro la sopraffazione mafiosa. «Una donna che ha lasciato un’impronta profonda nella lotta alla criminalità e allo strapotere mafioso nel territorio reggino», così la definisce Libera Calabria nel comunicato di cordoglio. E una donna forte, Teresa Cordopatri, lo è stata davvero. Forte e tenace nel chiedere giustizia per suo fratello e nell’opporsi ai tentativi di estorsione da parte dei Mammoliti.
Negli ultimi anni Teresa era tornata a Castellace ed insieme alla cugina Angelica Rago Gallizzi, compagna di lotte e di impegno, aveva tentato di rilanciarne la produttività anche grazie alla creazione della cooperativa sociale Aida. Un progetto che non andò come aveva previsto. Delusioni e dolore, però, non riuscirono mai ad avere il sopravvento sul suo desiderio di riscatto e di emancipazione dalla ‘ndrangheta. Restano come paradigma della sua esistenza queste sue parole: «Non avrei voluto ristabilire la verità sulla proprietà dei terreni, la libertà di operarvi senza cedere alle angherie dei mafiosi al prezzo della vita di mio fratello, ma la Fede che profondamente mi anima, mi guida al perdono ed al desiderio di infondere speranza lì dove è stato sparso del sangue innocente».
Francesco
Rosa la pescatrice
…Cinque ne ho cresciuti a mare, cinque figli, con la pancia così andavo a pescare…e c’era la mia commare, commare di San Giovanni, faceva:”Commare, tu qualche giorno lo fai nella barca”
Storia di Rosa, pescatrice di Stromboli, raccontata da Macrina Marilena Maffei.
Valeria Collina: in nome di chi?
Oggi ho conosciuto Valeria Collina, una Donna straordinaria che s’impegna per la cultura della pace e l’intercultura nonostante il macigno della tragedia del figlio…un figlio é sempre un pezzo della propria anima, del proprio cuore, del ventre, del seno, delle braccia, delle labbra …di ogni brandello di sé. Forza Valeria, ce la faremo!
Ecco un articolo di Fabio Tonacci che narra questa sua atroce storia.
Valeria Kadija
Collina ha 68 anni. Ha scritto un libro coraggioso, che è insieme il racconto della sua vita e uno sforzo di autocoscienza per esplorare fin dove affondavano le radici di quell’odio segretamente coltivato dal figlio. Da giovane Valeria è una femminista convinta, faceva teatro. Una trentina di anni fa conosce Mohamed Zaghba, marocchino e musulmano. Si innamora, si converte all’Islam (“per anni ho volontariamente indossato il niqab “) e si trasferisce a Fez. Hanno due figli: Kaouthar e Youssef, il terzo uomo del commando stragista che tra il London Bridge e il Borough Market ha ucciso otto persone.
Quando è iniziata la radicalizzazione?
“Nel 2015 mi accorsi che Youssef aveva la bandiera dell’Isis su Facebook e dei video di propaganda nei quali sembrava che nel Califfato tutto funzionasse bene. Credo che sia stato un suo amico del liceo a procurarglieli”.
In Rete si trovavano anche i filmati delle decapitazioni.
“Sosteneva che fossero stati obbligati a compierle, per difendersi da aggressioni esterne. Considerava lo Stato Islamico l’unico luogo dove si potesse praticare l’Islam puro, e infatti mi ha proposto di andare in Siria”
Come ha reagito?
“Ho provato a spiegargli che l’Isis era solo una costruzione politica e che le violenze non erano ammesse dalla nostra religione”.
Non è un po’ poco, di fronte a segnali così preoccupanti?
“Per molto tempo ho rifiutato di addossarmi una colpa per ciò che aveva fatto Youssef: l’Islam ci insegna che ognuno è responsabile delle proprie azioni. Poi però ho capito di aver fatto un errore: non ho insegnato ai miei figli ad avere uno spirito critico. Questa è la mia colpa di madre”.
Suo marito Mohamed non diceva niente?
“Non si è mai posto il problema. E Youssef si confidava solo con me”.
Ha mai pensato di segnalare suo figlio alle autorità marocchine?
“In Marocco non funziona come in Europa: una segnalazione significa rovinare una persona”.
Nel 2016 ha lasciato suo marito ed è tornata a vivere nel Bolognese. Nello stesso periodo suo figlio ha provato ad andare in Turchia…
“Non ero preoccupata, perché Youssef non era mai stato un tipo aggressivo nonostante la nostra fosse una famiglia in cui purtroppo c’era violenza da parte di Mohamed “.
All’aeroporto Marconi disse di voler fare il terrorista, poi si corresse e usò la parola turista.
“Sperava inconsciamente di essere bloccato. Aveva bisogno di uno psicologo, ma non accettava di vederne uno”
Poteva essere fermato prima del 3 giugno 2017?
“Non lo so. Di sicuro le autorità inglesi lo hanno sottovalutato: lui stesso mi raccontava che negli aeroporti passava i controlli senza essere fermato, nonostante la segnalazione della polizia italiana”.
Come ha reagito la comunità musulmana italiana dopo l’attentato?
“Con paura. Quando ci sono fenomeni di radicalizzazione, la comunità
dovrebbe trovare la forza di affrontarli insieme collaborando con le autorità. Ma non c’è fiducia nelle istituzioni, anche per le tante espulsioni decise dal governo italiano. Mi sono ritrovata sola e isolata: sono la madre di un terrorista, ma non sono una terrorista”.
Lalla Romano
Soltanto con te, straniero,posso parlare nella mia lingua
poiché anche tu vieni di lontano
e il nome della terra l’abbiamo scordato
Non è necessario, come credono i più,
dire parole meravigliose:
anche le più semplici e usuali
sono parole d’amore
nel dialetto nativo
Graziella Romano, in arte Lalla Romano, nata a Demonte (Cuneo) l’11 novembre 1906 e morta a Milano il 26 giugno 2001, è stata una scrittrice, poetessa, giornalista e aforista italiana. Nata da un’antica famiglia piemontese di origini ebraiche, sin dalla più tenera età si appassiona di pittura, alla quale si dedica intensamente già da piccola. Pronipote del grande matematico Giuseppe Peano, Lalla Romano è figlia di Giuseppina Peano, nata a sua volta da Michele Peano, fratello maggiore del famoso studioso.
La sua famiglia materna è molto numerosa: nonno Michele e nonna Giuseppina Pellegrino, hanno infatti ben sette figli: Michele, Alessio, Carmelo, Giuseppina, Carola, Caterina e Maria. Lo zio Alessio, in particolare, è ricordato per aver sposato Frieda von Kleudgen, figlia del pittore Friedrich von Kleudgen.
Gli studi e le amicizie
Dopo aver conseguito la maturità classica presso il liceo Silvio Pellico di Cuneo, Lalla Romano si iscrive all’Università di Torino, dove ha avuto la fortuna di essere allieva di Lionello Venturi (da lei scherzosamente chiamato “Cardo selvatico”), Annibale Pastore e Ferdinando Neri.
Fra i suoi amici e compagni spiccano invece personalità del calibro di Mario Soldati, Franco Antonicelli, Carlo Dinisotti, Arnaldo Momigliano e Cesare Pavese. In particolare, è da quest’ultimo che la giovane Romano rimane profondamente colpita, definendolo nel suo diario come “un giovane occhialuto, pallido, magro”. Sentimentalmente, invece, si lega al sanremese Giovanni Ermiglia, al quale nel corso della sua carriera come poetessa dedicherà non poche rime, che successivamente verranno raccolte all’interno di “Poesie per Giovanni”.
Le prime esperienze letterarie di Lalla Romano
Nel corso degli studi universitari, su suggerimento del suo maestro Lionello Venturi, si iscrive alla scuola di pittura di Felice Casorati e, contemporaneamente, frequenta lo studio del pittore Giovanni Guarlotti, dove inizia ad occuparsi di critica d’arte.
Durante questo periodo compie numerosi viaggi a Parigi, dove rimane colpita dai fermenti culturali del quartiere latino.
La Laurea e i primi lavori
Nel 1928 Lalla Romano si laurea con il massimo dei voti in lettere, discutendo una tesi sui poeti del “dolce stilnovo”. Subito dopo aver conseguito il titolo, come primo lavoro per un breve periodo svolge quello di addetta alla biblioteca di Cuneo, ma in seguito si trasferisce a Torino insieme al marito, Innocenzo Monti, e al figlio.
Nel capoluogo piemontese insegna storia dell’arte nelle scuole medie e continua a coltivare la sua passione per la poesia e per la pittura. Nel corso di questi anni alcune delle sue opere vengono esposte in delle mostre collettive.
La seconda guerra mondiale
Durante il secondo conflitto mondiale, si trasferisce nuovamente a Cuneo, presso la casa della madre. Si lega politicamente a Livio Bianco e al movimento “Giustizia e Libertà”, prendendo parte attivamente alla Resistenza e impegnandosi nei “Gruppi di difesa della donna”.
E’ in questo periodo che il poeta Eugenio Montale, con un giudizio positivo sui suoi versi, la esorta a pubblicare alcune sue poesie. Così nel 1941 avviene il suo esordio come poetessa con la pubblicazione della sua prima raccolta, edita da Frassinelli dopo che questa era stata rifiutata da Einaudi.
Il carattere di Lalla Romano
In seguito a questo rifiuto, la Romano tira fuori il lato più determinato del suo carattere inviando una copia appena stampata della sua raccolta all’editore Giulio Einaudi, scrivendo in calce al libro la frase: “A chi non ha voluto stampare questo libro”. E proprio questo lato del suo carattere diventa l’impronta di tutto il suo percorso letterario a seguire.
In questo stesso periodo, Cesare Pavese le commissiona la traduzione dei “Tre racconti” di Gustave Flaubert (1943).
Il dopoguerra
Alla fine della seconda guerra mondiale, Lalla Romano raggiunge a Milano il marito, che nel frattempo è diventato un alto funzionario della Banca Commerciale, dove riprende ad insegnare ed inizia a scrivere alcuni testi di narrativa.
Nel 1951 pubblica “Le metamorfosi”, dei brevi testi in prosa dedicati al mondo dei sogni, mentre tra il 1953 e il 1957 pubblica i suoi primi romanzi.
I primi romanzi
“Maria”, il suo primo romanzo, che parla del complicatissimo rapporto tra una serva e la sua padrona, ottiene un notevole successo di critica. Gianfranco Contini lo accoglie come un piccolo capolavoro. Pavese, amico della Romano, lo critica invece duramente, definendosi stufo di leggere “storie di donne di servizio”.
La sua seconda opera, intitolata “Tetto murato”, ha per protagonista Ada, una donna dalla forte moralità. A questo stesso periodo risalgono invece una raccolta di poesie, “L’autunno”, e un libro dedicato ai viaggi, intitolato “Diario di Grecia”.
L’opera che però rivela la scrittrice al grande pubblico è il celebre romanzo “Le parole tra noi leggere”, che nel 1969 ottiene il Premio Strega.
Il titolo di quest’opera è ricavato da un verso di Montale (dalla poesia “Due nel crepuscolo”), e al suo interno Lalla Romano descrive ed analizza il rapporto con suo figlio, un ragazzo molto difficile e ribelle, asociale e anticonformista. Il libro riscuote un notevole successo, sia di pubblico che di critica, molto probabilmente perché tratta i temi propri della rivolta giovanile, molto sentiti in quel preciso periodo storico.
A questa stessa epoca risalgono altri romanzi quale “L’ospite” (1973), e un’intensa attività giornalistica in diversi quotidiani come “Il Giorno”, “Il Corriere della Sera” e “Il Giornale Nuovo”, nonché una breve esperienza in politica.
Gli ultimi anni
Nonostante una progressiva malattia agli occhi che un po’ alla volta la rende cieca, negli ultimi anni della sua vita continua a scrivere assistita dalle amorevoli cure del compagno Antonio Ria.
Lalla Romano muore all’età di 93 anni a Milano il 26 giugno del 2001, lasciando incompiuta la sua opera “Diario ultimo”, che sarà pubblicata postuma da Antonio Ria nel 2006, in occasione del centenario della nascita della poetessa.
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