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Onorata fu pittrice e fu soldato!

Fu pittrice e fu soldato. Una leggenda quattrocentesca. Perché in effetti di notizie certe ce ne sono poche. Ma Onorata Rodiani, artista e soldato di ventura, è davvero esistita ed è un peccato che, in Italia, sia così poco conosciuta.A parlare per primo di lei fu, nel 1630 don Clemente Fiammeni o Fiammeno nella sua Castelleonea cioè Historia di Castelleone. Nel 1354 la cittadina venne conquistata dal Ducato di Milano, ma, tra il 1420 e il 1424, gli anni in cui la nostra vicenda ebbe inizio, fu affidata al marchese Cabrino o Gabrino Fondulo.

Nel 1423 Honorata Rodiani, “giovane virtuosa” stava dipingendo il Palazzo di Gabrino. E «ammazzò con un coltello un cortegiano di esso per un atto poco honesto», scrive Fiammeni. Un tentativo di stupro finito male per lo stupratore. A quel punto la ragazza, temendo vendette, si vestì da uomo e fuggì di notte, abbandonando la famiglia e la cittadina e dichiarando: «è meglio viver honorata fuori della patria, che disonorata in essa». La cosa mandò su tutte le furie Gabrino che la fece processare. Però subito dopo la perdonò ma lei forse non lo seppe e non tornò. Anche perché, nel frattempo, sotto mentite spoglie, era diventata soldato a cavallo nella compagnia di Oldrado Lampugnano. Aggiunge don Clemente: «visse poi con habito e nome mutati sotto varij capitani, & hebbe officij militari». Ovvero visse vestita da uomo e fece carriera come ufficiale. Poi, nel 1452, quando era al servizio di Conrado o Corrado, fratello del duca di Milano Francesco Sforza, giunse in soccorso di Castelleone, assediata dai veneziani «onde si diportò cõ il solito valore, e si levò l’assedio, ma fu ferita a morte». Portata dentro le mura di Castelleone e riconosciuta «con gran stupore», morì poco dopo, dicendo: «honorata io vissi, honorata io moro».

Secondo don Clemente fu sepolta nella sua parrocchia il 20 agosto 1452.

La storia ha avuto grande risonanza, in tempi recenti, all’estero: Onorata è stata subito battezzata “la Giovanna d’Arco di Castelleone”. E via via, soprattutto con il tam tam di internet, si è arricchita di dettagli. Falsi. Nelle biografie puntualissime, che circolano oggi in Rete, appaiono balie complici, lettere, putti affrescati, cortigiani troppo intraprendenti, scambi di battute e compassi conficcati in gola.

Così molti studiosi, a cominciare da quelli del museo di Brooklyn, definiscono la sua una “semi-leggenda”, nel senso che non è facile far giustizia degli orpelli posticci. L’unica immagine che conserviamo della Rodiani è ottocentesca: in essa sembra davvero una Giovanna d’Arco oversize. La stampa è di pura fantasia, anche perché, se Onorata fosse stata quel donnone alla Bradamante, i suoi compagni d’arme si sarebbero accorti ben prima che si trattava di una donna.

Nonostante questo alcuni dati paiono attendibili. Così come sembra ragionevole la convinzione che Fiammeni non si sia inventato Honorata.

Come data di nascita di Onorata viene indicato il 1403. Benché donna, era stata incaricata di affrescare il palazzo di Cabrino Fondulo, marchese di Castelleone, diventato signore di Cremona dal 1404 al 1419 (dopo aver sterminato i maschi della famiglia Cavalvabò), conte di Soncino e vicario imperiale, oltre che feroce e coraggioso capitano di ventura. L’incarico dell’affresco è insolito: le pittrici rinascimentali dipingevano in genere al cavalletto. Non a caso la leggenda dice che la furia sessuale del cortigiano fosse stata suscitata dalle gonne e dalle maniche arrolati per lavorare sui ponteggi. Basta osservare l’autoritratto di Artemisia Gentileschi come Allegoria della pittura (1638-1639) per pensare che la furia della creazione rendeva in effetti accaldate. È probabile che Onorata fosse figlia o nipote del pittore Mario Rodiani, incaricato, pare, di affrescare il palazzo di Cabrino. La semi-leggenda vuole la ragazza orfana dei genitori e affidata a uno zio. Non abbiamo riscontri, se non la notizia che sarebbe poi fuggita con gli abiti di un fratello di latte. Dice sempre la semi-leggenda che la diciannovenne e immancabilmente bella Onorata era entrata nel palazzo come dama di compagnia della moglie del feudatario, Pominia. E che avesse chiesto di affrescare le stanze della sua signora perché si annoiava. Il giovane molestatore la colse sola. L’assaltò, lei si difese. Benché Fiammeni parli di coltello, la leggenda racconta di un compasso conficcato in gola. Poi la fuga.

Arrivata a casa della vecchia balia, Onorata decise di vestirsi da uomo e, dopo aver lasciato una lettera di confessione per la marchesa, partì a cavallo, facendo perdere le sue tracce. Sappiamo dell’ira di Cabrino, del suo perdono. Del fatto che Onorata non lo seppe. Destino volle che solo due anni dopo il marchese fu catturato con l’inganno a Cremona da Oldrado Lampugnani, ministro e uomo di fiducia di Filippo Maria Visconti, condannato a morte seduta stante e decapitato sulla piazza dei Mercanti. Nell’esercito di Lampugnani militava, sotto falso nome e false vesti, anche Onorata. Pare che, con gli anni, la fanciulla avesse conquistato il grado di capitano. Poi, nell’agosto del 1452 o del 1453, la battaglia per liberare Castelleone dall’assedio dei veneziani. Dice la semi-leggenda, che proprio sotto il Torrazzo, che stava per cadere in mano veneta, Onorata fu colpita da una sciabolata. Quando la trassero fuori dalla mischia e le tolsero l’armatura, i compagni, che pure la conoscevano da molti anni e con lei avevano condiviso battaglie e bivacchi, scoprirono che era donna. La battaglia avvenne tra il 16 e il 17 agosto: il funerale è stato subito dopo. L’anno invece non è così certo: potrebbe essere il 1452, quello cioè della presa del potere, a Milano, di Francesco Sforza, contro cui si schierarono quasi tutte le potenze dell’epoca. O il successivo, il 1453, che vide nuovi e sempre simili scontri, con continui e confusi cambiamenti di fronte. La Pace di Lodi, che pose fine all’interminabile e altalenante conflitto tra Milano e Venezia, è del 1454.

Della pittrice Rodiani non resta nulla, o quasi, benché le siano state attribuite diverse tavole e a lei sono assegnati anche gli affreschi in casa di don Lodovico Mondini, un sacerdote di Castelleone che scrisse di lei nel 1880 e che viveva in via Beato Realino 13. Nell’odierno palazzo Galeotti-Vertua sono stati riconosciuti i resti della dimora di Fondulo e, durante un restauro, è affiorato un affresco della Vergine con il Bambino e, ai lati, San Sebastiano e San Cristoforo, che forse le si possono attribuire. A lei è stata anche assegnata una santa Caterina, un olio su tela, che è ancora nella chiesa parrocchiale. In compenso il mito di Onorata ha ispirato alcuni letterati: di lei, per esempio, si parla nel dramma I pattriotti di una terra Lombarda, di Romualdo Cappi (Venezia 1873).

Valeria Palumbo

sos KORAI indossa una maglietta rossa: indossala anche Tu!

…rosso é il colore dei vestiti e delle magliette dei bambini che muoiono in mare  e che a volte il mare riversa sulle spiagge del Mediterraneo . 

Anch’io sabato 7 luglio indosso una #magliettarossa per #fermarelemorragia di umanità!

Mansplaining: attente donne quando un maschio parla!

« Mansplaining», termine coniato nel 2008 dopo la pubblicazione sul Los Angeles Times di un articolo di Rebecca Solnit, intitolato «Uomini che spiegano le cose». La scrittrice raccontava un episodio personale: ad una festa, un ricco pubblicitario l’avvicinò e le disse, condiscendente: «Ho saputo che hai scritto un paio di libri». Lei, che ne aveva già pubblicati sei, gli rispose citando il suo ultimo saggio, sul fotografo Eadweard Muybridge. L’uomo, di rimando: «Hai sentito parlare di quella nuova biografia su di lui?».

Al termine «mansplaining» se ne sono con il tempo aggiunti altri. Come «manterrumping» (uomini che interrompono) e «bropropriating» (fratelli, cioè uomini, che si appropriano di idee delle donne). Tutte le signore, prima o poi, hanno vissuto circostanze simili. Ma i tempi corrono e si comincia ad osservare un fenomeno simile e contrario: il «sister-propriating», donne «arrivate» che sfilano idee e occasioni alle altre donne. E se allora fosse solo una questione di potere?

La prima Top Model Saudita

Forza Donne Saudite!

Nonostante la giovane età, la 18enne Taleedah Tamer sembra avere le idee chiare e non manca di ambizione. Non le basta essere stata definita dai magazine internazionali «la prima top model saudita della storia». La teenager vuole diventare un simbolo per il suo Paese e dice di ispirarsi a Gisele Bündchen. Quest’estate Taleedah si appresta a diventare la prima top model saudita in scena alla settimana della moda Haute Couture di Parigi ed ha appena ottenuto la sua prima copertina internazionale. La 18enne compare sulla cover del prossimo numero di Harper’s Bazaar Arabia. 

Francesca Porcellato: la Rossa Volante

Il camion, il funerale, la pioggia: e Francesca diventò la «rossa volante»
Se non ci fossero stati un camion, un funerale e un temporale improvviso la storia di Francesca Porcellato sarebbe, forse, stata diversa.
La collezionista di medaglie olimpiche –unica al mondo ad averne conquistate ben tredici in quattro discipline differenti- ne è certa: «Sono convinta che tante cose siano scritte nel destino. Nella mia vita ha avuto un ruolo fondamentale. Io non mi sono mai chiesta perché l’incidente sia accaduto a me e non agli altri bambini che erano presenti quel giorno. È successo e basta. E sono stata fortunata, perché sono viva».

Aveva diciotto mesi, Francesca. Stava giocando con i fratelli e con altri amici nel cortile di casa. «Dal cancello entrò un camion con la cisterna della benzina, cercava il distributore dove doveva consegnare il gasolio. Mia madre e gli altri adulti gli diedero le informazioni. Il camionista aveva fretta, era agitato, probabilmente in ritardo. Ha dichiarato ai giudici che, uscendo dalla corte, mi ha scambiata per una bambola, non si era accorto fossi una bambina. E mi è venuto addosso…».

Nessuna lesione interna da comprometterle la vita. Ma Francesca perde l’uso delle gambe. «Dopo il ricovero in ospedale i miei genitori decisero di trasferirmi in un istituto a Roma. Fossi rimasta a Riese, a Treviso, avrei fatto riabilitazione poche ore la settimana. A Roma la facevo ogni giorno. È stata la mia fortuna. Ero piccolissima, la fisioterapia era fondamentale per recuperare».

Francesca rimane nella Capitale fino a cinque anni e mezzo. «Seppur fossi lontana dalla mia famiglia, me lo ricordo come un bel periodo», sorride Porcellato, «le suore e tutto il personale dell’istituto erano innamorati di me. Durante il fine settimana le infermiere facevano a gara per portarmi a casa loro, con le loro famiglie e mi mettevano addirittura a dormire in mezzo, nel lettone». A sei anni Francesca rientra in Veneto. «Tornata a casa ho scoperto la carrozzina. Fino ad allora avevo portato solo tutori. Quando mi sono seduta sopra ho provato una sensazione di libertà indescrivibile e, fin da subito, ho sognato di diventare un’atleta, avevo una voglia irrefrenabile di correre».

 

Nonostante la disabilità, Porcellato è un terremoto. «Sono nata con uno spiccato senso di autonomia. Sono la più piccola di quattro figli. Imitavo tutto quello che facevano. Mia mamma faceva fatica a tenermi ferma. Ero terribile. Io con la carrozzina ho sempre fatto tutto, da giocare a pallavolo a correre all’impazzata. A dieci anni ho chiesto a mio fratello Sergio di legare con una corda la mia carrozzina alla sua bici e di pedalare velocissimo. Dopo pochi metri sono caduta rovinosamente, dalla botta mi sono usciti i denti inferiori dal labbro superiore, porto ancora i segni ma è stato bellissimo». Il sogno di Francesca è correre. «Tornavo da scuola, facevo i compiti in fretta e poi via, fuori a spingere sulla carrozzina per andare il più veloce possibile. Sentivo che c’era la possibilità anche per me di diventare un’atleta ma non sapevo come. A quei tempi non c’era internet, non avevo idea di dove trovare una società per atleti disabili ma non mi sono mai arresa. Ho continuato ad allenarmi, come se sapessi che era solo una questione di tempo».

 

È alle superiori, però, che il destino le cambia di nuovo la vita. «Un pomeriggio andai a fare la spesa al mio paese. All’uscita passò davanti al negozio un’auto. A bordo, la nazionale italiana paralimpica di tennis tavolo. Erano appena stati al funerale di un atleta di basket. Si erano persi cercando l’autostrada. Mi hanno notata ma non si sono fermati. Vista l’ora, hanno deciso di fermarsi a mangiare alla pizzeria del mio paese. Vicino al loro tavolo sedevano delle mie amiche. Hanno scambiato quattro chiacchiere.

Le mie amiche, quando hanno scoperto che erano atleti sulla sedie a rotelle, hanno pensato subito a me “C’è una nostra amica che vorrebbe tanto fare atletica” e i ragazzi hanno subito risposto “Ha i capelli rossi per caso?”. Si ricordavano di me, fuori dal supermercato. Alle 23 si sono presentati tutti a casa mia, atleti e amiche. Lì ho avuto la conferma che sì, esistevano gli sport per disabili.

Il giorno dopo, a Cittadella, c’erano le qualificazioni per i campionati italiani di atletica. I ragazzi del tennis tavolo mi convinsero ad andare con loro e sono passati a prendermi. Ed è successo una cosa strana perché, dopo tanti anni in cui sognavo di correre, appena vidi le carrozzine da corsa cambiai idea. Non mi piacevano, erano troppo particolari, non ci volevo salire». Francesca però ha freddo, tanto freddo. Poco prima aveva piovuto e si era bagnata. «Un temporale improvviso mi trovò impreparata. Non avevo da ripararmi, avevo preso l’acqua e non sapevo più come riscaldarmi. Così decisi di provare quelle carrozzine soltanto per non congelarmi. Salii sopra, feci un giro di prova in pista e, improvvisamente, mi si aprì un mondo. Quelle carrozzine che non mi piacevano erano un vero portento. Alla fine del mio giro di prova mi fissavano tutti sbalorditi, nessuno credeva fosse la prima volta che correvo. Nessuno sapeva però che era una vita che io mi allenavo per essere pronta per quel momento. Avevo sedici anni. Quel giorno mi qualificai per gli italiani e, dopo quindici giorni, divenni campionessa italiana nei 100 metri». Tutto il resto, per la Rossa Volante, è ormai leggenda.

 

IL GRANDE AMORE CON DINO E IL FUTURO

«Sono ventisei anni che ogni anno diciamo “L’anno prossimo ci sposiamo” ma per un motivo o per l’altro non lo facciamo. Sarà che stiamo così bene assieme che non ne sentiamo la necessità».

A Francesca Porcellato, quando parla dell’uomo della sua vita, si illuminano gli occhi. Dino Farinazzo e la pluricampionessa paralimpica stanno assieme da decenni. «Lui ha vent’anni più di me», confessa Francesca, «era il mio tecnico della nazionale. Quando ci siamo conosciuti era sposato e io ero fidanzata con un altro ragazzo. Ed eccoci qua». Complice anche qui, secondo Francesca, il destino. «Quando ero giovane mia mamma Rita comprò un quadro raffigurante un principe con dei capelli rossi. Lo prese perché sembravo io da bambina. La sorella di Dino gliene regalò uno uguale identico. Non c’é niente da fare», ride Francesca, «ero scritta nel suo destino».

La campionessa oggi abita a Valeggio sul Mincio, paese d’origine di Farinazzo. E, in casa, fa tutto da sola. «Per le pulizie mi arrangio e l’unica cosa che non mi piace fare è togliere le ragnatele. Le odio». Amante dei libri «leggo in base all’umore, sono passata dai libri di carta all’ibook per questione di comodità perché, essendo molto spesso in viaggio, sono molto più facili da trasportare», il suo libro preferito è “I pilastri della terra” di Ken Follett. Porcellato adora guardare thriller e il suo film preferito è “Balla con i lupi”. Nel tempo libero «ne ho pochissimo» Francesca ama cucinare i risotti e tra i suoi cibi preferiti spicca la pizza. Sempre in giro per il mondo per allenarsi e gareggiare «quando faccio una gara cerco di avere addosso sempre qualcosa di azzurro», tra i suoi luoghi preferiti ci sono New York e la Nuova Zelanda: «La Grande Mela mi eccita, è un posto magnifico, mentre in Nuova Zelanda andrei a viverci. Passo l’inverno a Fuerteventura».

E se deve immaginarsi tra dieci anni, Francesca Porcellato sorride: «Ora come ora non riesco a vedermi. Sono molto soddisfatta dei risultati che ho ottenuto. Credo di aver raggiunto più di quanto sognassi. Io volevo solo correre veloce, e ci sono riuscita. È come se avessi scalato l’Everest con ai piedi le infradito. È vero, ci ho sempre creduto, anche nei momenti no. Non mi sono mai arresa e ho sempre pensato che sarebbero arrivati i momenti sì. Non mi sono mai scoraggiata, né spaventata. Se dovessi esprimere un desiderio mi piacerebbe che migliorassero le condizioni per i disabili e che lo sport paralimpico fosse valutato come sport, senza vedere la disabilità».

Serena Marchi

Cappelli ed emancipazione

Tutte le donne lo sanno: un cappello ti cambia, se non la vita, almeno la giornata. Perché

niente come questo accessorio riesce a trasformare la personalità di chi lo indossa.

Il suo potere va addirittura oltre: ha preteso dalle donne la scelta di quale posto occupare nella società e racconta, ancora oggi, una storia di fascino, eleganza, pudore, seduzione ed emancipazione. Diceva Coco Chanel che l’educazione di una donna consiste in due lezioni: non lasciare mai la casa senza calze, non uscire mai senza cappello. Non alludeva alle sculture torreggianti dell’epoca, ma alle sue creazioni di paglia, qualche piuma, toni neutri, ogni tanto un nastro di gros-grain in nome di una donna liberata e moderna.
Cappelli discreti. E potentissimi. Ci avete mai fatto caso? Più il diametro diminuisce, più aumenta il raggio d’azione di chi lo indossa e il cappello rimpicciolito non parla più solo di stile ma di diritto al voto, all’indipendenza economica, al lavoro, al movimento. C’è un mondo intero racchiuso in ogni foggia. Un mondo raccontato dalle foto che, fino al 15 settembre, saranno esposte in via Luigi Galvani 24 a Milano (www.alidem.com). Con la mostra Cosa ti sei messa in testa! prende il via il terzo capitolo della grande collezione di photographie anonyme di Alidem. Ideata da Pompeo Locatelli e curata dal collettivo Alidem di Milano (società da lui fondata per valorizzare le risorse dei giovani fotografi e rendere alla portata di tutti ciò che prima era riservato a pochi) l’esposizione narra, attraverso 180 capolavori europei e americani, una storia affascinante e inedita proprio perché senza firma. Non si sa chi le abbia scattate queste foto, spesso non si sa nemmeno chi sia il soggetto ritratto. Eppure sono di un’eloquenza e bellezza dirompenti, capaci di stabilire con chi le osserva un rapporto molto personale perché, attraverso sguardi timidi o di sfida, pose compite o sfrontate e cappelli mai scelti a caso, liberano l’immaginazione. Ci si ritrova lì, occhi puntati su quelle otto donne che procedono a braccetto, cloche in testa e pantaloni alla zuava, a chiederci dove stessero andando, cosa si stessero raccontando… Un gioco di immedesimazione che è possibile proseguire in prima persona: per tutta la durata della mostra Alidem ha allestito una nicchia che accoglie due dozzine di cappelli vintage, creazioni uniche da calcarsi sulla testa per scattarsi un selfie, pavoneggiarsi, scoprire lati nascosti della propria personalità.
L’esposizione prende il via idealmente dal cappello di paglia di Emma Bovary, simbolo di libertà negata e, attraverso esagerazioni edoardiane di 45 centimetri di diametro, velette, cloche e turbanti, superando l’Ottocento e arrivando agli anni ’60 del Novecento, approda al casco da cosmonauta che Valentina Tereskova, prima donna nello spazio, indossò nel 1963 per spingersi ai confini dell’universo. In fase di lancio, proprio lei intimò dal suo elmetto: «Hey cielo, togliti il cappello: sto arrivando!».

Berthe Morisot: la donna dell’impressionismo

Berthe Morisot, la donna dell’impressionismo. Fu una pittrice impressionista francese che esaltò con la pittura la femminilità, i bambini e i paesaggi…
MILANO – La storia dell’arte è costellata di donne che sono riuscite ad emergere nonostante una società che per secoli ha avversato la libertà e l’affermazione delle donne. Uno di questi casi è rappresentato da Berthe Morisot (Bourges, 14 gennaio 1841 – Parigi, 2 marzo 1895). Si tratta di una pittrice impressionista francese che esaltò con la sua pittura la femminilità, i bambini e i paesaggi.

Berthe Morisot

Berthe Marie Pauline Morisot, nata Bourges nel gennaio 1841, è stata una pittrice impressionista francese. Nella sua vita, Berthe Morisot, come le altre artiste del periodo, dovette lottare contro chi trovava disdicevole per una donna la professione di pittrice. I pregiudizi del tempo, oltre a darle difficoltà nel dipingere all’aperto o in luoghi pubblici, la resero indifferente ed estranea alle questioni sociali che agitavano la vita parigina in quei decenni; Berthe fu quindi portata a dipingere interni e scene domestiche, con donne eleganti della media e alta borghesia ritratte in casa o in giardino, in varie ore della giornata. Non fu mai però un’artista superficiale: un dato costante della sua arte è infatti l’analisi interiore dei personaggi, probabilmente influenzata in questo dall’amicizia con molti letterati, in particolare Stéphane Mallarmé.

LibreriAmo

Mary Cassat: emozionò con la sua arte 

di Laura Corchia
“Con la mia arte ho emozionato l’animo di molte persone… Puoi offrirmi qualcosa che possa essere paragonata alla gioia di essere artista?”

Caparbia e capace, Mary Cassatt, una delle prime donne a prendere tra le mani un pennello e a sfidare le convenzioni sociali dell’epoca in cui visse, riuscì a conquistare gli impressionisti e ad entrare a far parte del loro circolo.
Nata nel 1884 in Pennsylvania, crebbe a Filadelfia, dove frequentò l’Accademia di Belle Arti. Curiosa e infaticabile, inseguì il sogno di diventare una pittrice e nel 1865 decise di trasferirsi a Parigi, città che già in passato l’aveva ospitata insieme a tutta la famiglia. Sebbene Parigi fosse una meta di moltissimi artisti, le regole accademiche non permettevano ancora l’ingresso delle donne. Fu così che la giovane iniziò a frequentare i corsi del pittore Charles Chaplin ma ben presto dimostrò insofferenza nei confronti delle regole. Voleva dipingere ciò che i suoi occhi vedevano e amavano.

Fondamentale fu l’incontro con Degas, di dieci anni più grande. Nacque così una collaborazione fondata sull’amicizia e sulla stima reciproca, al punto che lo scorbutico pittore disse: “questa ragazza ha un talento infinito”. Si scrivevano, si scambiavano consigli, si sostenevano. Non si sa se questo rapporto si trasformò in una vera e propria relazione sentimentale, ma è certo che finì solo con la morte.
Il 1879 fu una data fondamentale per la Cassatt, dal momento che riuscì ad esporre una propria opera durante la quarta mostra del gruppo impressionista e ad entrare nelle grazie del mercante-mecenate Paul Durand-Ruel. A differenza dei suoi colleghi, Mary amava dipingere scene intime e domestiche, concentrandosi su una delle più grandi gioie che una donna può vivere: la maternità. Con il suo pennello, scava a fondo nella psicologia dei suoi modelli e restituisce un mondo di sentimenti e di affetti.
Risoluta fino alla fine dei suoi giorni, dipinse fino a che la vista glielo consentì. Si spegne il 14 giugno 1926 nel suo amato paese Château de Beaufresne, vicino Parigi.

Eva Gonzalès

L’impressionismo affascina e attrae ma in questo movimento artistico le donne ebbero una flebile voce…

Eva Gonzalèz ne fu esponente raffinata ma…trascurata.

I dipinti della Gonzalès, in particolare, raccontano con una «délicatesse instinctive de femme» (per usare le parole del critico Mirabeau) un universo tipicamente muliebre, colto anche nei suoi aspetti apparentemente più insignificanti e ordinari: ne La nutrice, per esempio, il soggetto del dipinto non è una donna mondana, o magari una personalità celebre, bensì una semplice eppur dignitosissima bambinaia colta mentre riposa serenamente in un parco. 

Molti dei suoi dipinti, inoltre, si rivolgono allo spazio femminile della casa, raffigurando donne colte nell’intimità del loro focolare domestico, sull’esempio della collega Berthe Morisot: si veda, a titolo di esempio, il dipinto Le Petit Lever, nel quale è raffigurata una donna vestita con una sottoveste bianca che si lascia pettinare i capelli da un’acconciatrice.

 Se composizioni similari in passato erano sature di erotismo e di sensualità, la Gonzalès dà vita a un dipinto che illustra sapientemente la riservatezza e la discrezione della toilette mattutina. 

Un effetto analogo si riscontra nel suo Ritratto della madre: se altri pittori del passato che si erano confrontati con questo tema avevano restituito immagini che, per la loro grazia esagerata e innaturale, risultavano inopportune o persino fastidiose, la Gonzalès evita ogni qualsivoglia sentimentalismo creando una composizione sobria ed elegante, arpeggiata sulle armonie del nero della veste della donna e sull’indefinitezza dello sfondo, accennato da pennellate rapide e corsive.

La Carmen: una storia di femminicidio 

Tra i più famosi della storia e analogo a tanti altri nella motivazione profonda: il maschio che non accetta il rifiuto, é inconcepibile che una femmina possa scegliere, possa rifiutare, possa osare di amare come, dove  e quando vuole.

Ecco l’epilogo!

A Siviglia sta per cominciare la corrida. È pieno di gente che vuole assistere allo spettacolo, e di venditori ambulanti che gridano per attirare i passanti a comprare (A deux cuartos). Tra l’eccitazione e l’euforia generale, la folla saluta l’apparizione dei picadori, dei banderilleros, e dei toreri (Les voici, la quadrille!). Escamillo e Carmen arrivano insieme; prima che Escamillo entri nell’arena, Carmen gli giura che non ha mai amato nessuno quanto ama lui. Tra la folla, però, si aggira Don José; Frasquita e Mercedes lo riconoscono; dicono a Carmen di stare attenta, e che magari sarebbe meglio per lei andarsene. Ma Carmen non si lascia intimorire, e rimane a sfidare il destino. La folla entra nell’arena per assistere allo spettacolo; Carmen e Don José restano faccia a faccia (C’est toi! C’est moi!). Don José dice a Carmen di essere ancora innamorato di lei, e la supplica di seguirlo e di cominciare una nuova vita insieme, in un altro paese. Carmen gli dice che non lo ama più; Don José insiste, afferma che non è troppo tardi per ricominciare, la supplica, le dice che la adora; ma è tutto inutile: Carmen si toglie l’anello che lui le aveva regalato, e glielo getta addosso. Mentre dall’arena si sentono le acclamazioni festose per Escamillo, Don José, fuori di sé dalla rabbia e dal dolore, trafigge Carmen con un pugnale. “Sono io che l’ho uccisa”, confessa subito dopo, mentre la folla esce, ed Escamillo appare sui gradini dell’arena.

Ciao Carmen, hai scelto la libertá!