Martina Bacigalupo
Martina Bacigalupo è nata nel 1978 a Genova.
Dopo aver studiato letteratura e filosofia in Italia, ha studiato fotografia al London College of Printing. Nel 2005 ha vinto il Black & White Photographer of the Year Award e ha frequentato la Reflexion Masterclass a Parigi.
Negli ultimi 4 anni Martina ha lavorato come fotografa freelance in Africa Orientale, prevalentemente in Burundi, sui suoi progetti personali e collaborando con varie ONG internazionali (Human Rights Watch, Amnesty International, Médecins Sans Frontières, Care, Handicap International).
I suoi lavori sono stati pubblicati, tra gli altri, su Internazionale, Esquire, Sunday Times Magazine, Elle, Jeune Afrique, Io Donna.
Martina è stata selezionata nel 2008 per la Joop Swartt Masterclass e ha vinto il premio Amilcare Ponchielli Grin nel 2009. Nel 2010 si è aggiudicata il Canon Female Photojournalist Award.
E’ un membro dell’Agence Vu di Parigi.
Paola Agosti
Paola Agosti
Nata nel 1947 a Torino, ha iniziato nel 1969 la sua attività di fotografa indipendente che l’ha portata a compiere vari viaggi in Europa, in Sud America, negli Stati Uniti, in Africa. Ha incontrato e fotografato leader politici, uomini di cultura e artisti di fama internazionale. Si è occupata con particolare attenzione di volti e fatti del mondo femminile. Ha indagato la fine della civiltà contadina del Piemonte più povero, le vicende dell’emigrazione piemontese in Argentina e ha fotografato i grandi protagonisti della cultura europea del ‘900, realizzando alcuni volumi e mostre su questi temi.
Ha pubblicato dal 1976 ad oggi numerosi libri fotografici e ha esposto le sue immagini (alcune delle quali fanno parte delle collezioni permanenti di vari musei) in Italia e all’estero.
Negli ultimi anni ha inoltre curato vari volumi dedicati alle memorie familiari, storie individuali che diventano la Storia.
La collezione di Donata Pizzi a Palazzo delle Esposizioni
In Italia l’ingresso massiccio di fotografe, fotoreporter e artiste nel circuito culturale risale agli anni Sessanta: in questo momento l’accesso delle donne al sistema dell’arte e del fotogiornalismo – ambiti rimasti a lungo appannaggio quasi esclusivo di presenze maschili – è favorita dai repentini cambiamenti socio-politici e dalle nuove istanze sollevate dal femminismo. Grazie anche alle conquiste di quella generazione oggi fotografe e artiste hanno acquisito posizioni di primo piano nella scena italiana e internazionale: il loro lavoro è presente in musei, gallerie, festival, riviste e pubblicazioni specializzate, nel nostro Paese e all’estero. Nonostante la decisa inversione di rotta, la disparità di genere è a tutt’oggi un problema esistente e la storia di molte fotografe è ancora da riscoprire e valorizzare. La consapevolezza di questa carenza nella cultura fotografica italiana, il riconoscimento della disattenzione delle istituzioni, del collezionismo e della critica hanno spinto Donata Pizzi a dare inizio alla raccolta esposta oggi al Palazzo delle Esposizioni di Roma e presentata nell’ottobre del 2016 alla Triennale di Milano. Le opere della collezione testimoniano momenti significativi della storia della fotografia italiana dell’ultimo cinquantennio: da esse affiorano i mutamenti concettuali, estetici e tecnologici che la hanno caratterizzata. La centralità del corpo e delle sue trasformazioni, la necessità di dare voce a esperienze personali e al vissuto quotidiano e familiare, il rapporto tra la memoria privata e quella collettiva sono i temi nevralgici che emergono dalla mostra e legano tra loro immagini appartenenti a vari decenni e generi, dalle foto di reportage a quelle più spiccatamente sperimentali.
L’esposizione si articola in quattro sezioni, dedicate, rispettivamente, alla fotografia di reportage e di denuncia sociale (Dentro le storie); ai rapporti tra immagine fotografica e pensiero femminista (Cosa ne pensi tu del femminismo?); ai temi legati all’identità e alla rappresentazione delle relazioni affettive (Identità e relazione); e, infine, alle ricerche contemporanee basate sull’esplorazione delle potenzialità espressive del mezzo (Vedere oltre).
Anaïs Nin: per prima scrisse e parló di sessualità femminile
Il 14 gennaio 1977 morì di tumore a Los Angeles la scrittrice Anaïs Nin. Le sue ceneri furono disperse nella baia di Santa Monica. Al momento della morte Nin aveva 74 anni. Ad assisterla c’era Rupert Pole, il suo secondo marito – secondo perché Nin fu bigama per almeno vent’anni – ed esecutore testamentario. Nella sua vita Anaïs Nin aveva scritto un saggio giovanile su D.H.Lawrence da cui tutta la sua carriera era partita, qualche romanzo piuttosto trascurato dalla critica, una certa quantità di racconti erotici e un fluviale diario, incominciato all’età di 11 anni e proseguito lungo il corso della sua intera esistenza.
Ma Anaïs Nin lasciava soprattutto un marchio, la cui potenza sarebbe cresciuta nei decenni successivi grazie alla pubblicazione dei diari e dei racconti inediti, grazie alla fame di citazioni e stravaganze di Internet, ma anche ad alcune sue caratteristiche decisamente in anticipo sui tempi: avere raccontato l’erotismo da un punto di vista femminile ben prima che se ne potesse parlare, avere fornito un resoconto esplicito della vita sessuale di alcuni famosi scrittori, essersi auto-pubblicata la gran parte dei libri e avere costruito un personaggio ancora prima che un’opera anticipando la confluenza inesorabile tra autobiografia e letteratura. Il Guardian l’ha definita «Santa Patrona dei social network e paragonata a Lena Dunham che, proprio come Nin, viene accusata da anni di essere narcisista e fissata col sesso.
Angela Anaïs Juana Antolina Rosa Edelmira Nin y Culmell era nata a Neully in Francia, il 21 febbraio 1903. I suoi genitori erano cubani: la madre Rosa Culmell era cantante, il padre Joaquin era un pianista con cui Nin ebbe rapporti sessuali, a suo dire consenzienti, doviziosamente descritti in Incesto, pubblicato postumo nel 1985. I genitori divorziarono nel 1914, quando Anaïs aveva 11 anni. La madre si trasferì prima a Barcellona, poi a New York. Anaïs imparò lo spagnolo e l’inglese, e a 16 anni abbandonò la scuola e la religione cattolica per lavorare come modella. Nel 1923 sposò all’Avana il ricco banchiere svizzero Hugh Guiler, con cui l’anno seguente si trasferì a Parigi, dove la sua vita letteraria iniziò e quella sessuale prese una svolta decisiva.
Artemisia: la storia si ripete
Il processo ad Agostino Tassi per lo stupro di Artemisia Gentileschi fu intentato da Orazio Gentileschi alla fine del febbraio 1612 a Roma.
Gentileschi era un pittore di origini pisane al tempo attivo a Roma, Tassi era un pittore paesaggista arrivato da poco in città, che collaborava con Orazio e frequentava abitualmente la sua casa. L’accusa è lo stupro, avvenuto almeno un anno prima, della figlia Artemisia Gentileschi, anche lei pittrice. La vicenda era stata taciuta per molto tempo; quando finalmente Gentileschi decide di sporgere denuncia, l’evento suscita numerose dicerie, tanto che in più occasioni il processo si trasforma in uno strumento di diffamazione di Artemisia che, vista con sospetto per aver taciuto per tanto tempo, è ritenuta consenziente dall’opinione pubblica.
Il governo col maggior numero di donne nella storia moderna
Il premier socialista spagnolo Pedro Sanchez ha presentato il suo nuovo governo europeista, l’esecutivo con il maggior numero di donne nella storia moderna con 11 ministre e sei ministri. Il nuovo esecutivo composto dal 46enne, che è succeduto a Mariano Rajoy rimosso con una mozione di sfiducia, include l’astronauta Pedro Duque come ministro della Scienza, innovazione e università.
La manager del bilancio nella Commissione Ue, Nadia Calvino, sarà ministra dell’Economia, mentre l’ex presidente del Parlamento europeo, Josep Borrell, sarà ministro degli Esteri. Carmen Calvo, ex ministra alla Cultura, sarà vice presidente e ministra dell’Eguaglianza, priorità per il governo di Sanchez. La procuratrice antiterrorismo Dolores Delgado è stata incaricata della Giustizia, mentre la ex giudice della Corte suprema Margarita Robles della Difesa.
Altre ministre saranno all’Educazione, al Lavoro e alla Salute. Fernando Grande-Marlaska, ex giudice alla Corte nazionale, sarà ministro dell’Interno. Jesus Montero sarà ministro al Bilancio. La squadra, presentata al re Felipe Vi oggi, include anche una ministra della Politica territoriale e della funzione pubblica, Meritxell Batet, catalana e incaricata delle relazioni con le regioni spagnole. Maxim Huerta, autore pluripremiato, sarà ministro della Cultura.
La prima donna a laurearsi
Elena Lucrezia Cornaro Piscopia è conosciuta come la prima donna laureata al mondo, avendo ottenuto la laurea in filosofia all’Università di Padova nel 1678.
Figlia naturale del nobile Giovanni Battista Cornaro, procuratore di San Marco, e della popolana Zanetta Boni, nacque a venezia nel 1646, quinta di sette figli. Venne iscritta all’albo d’oro dei nobili a 18 anni, quando il padre sborsò 100.000 ducati per elevare a patrizi lei e i suoi fratelli. Si appassionò presto agli studi, in cui venne seguita dal padre, deciso a servirsi delle doti di Elena per riscattare il lustro della famiglia Cornaro; a questo scopo la affidò al teologo Giovanni Battista Fabris, al latinista Giovanni Valier, al grecista Alvise Gradenigo, al professore di teologia Felice Rotondi e al rabbino Shemel Aboaf, da cui Elena apprese l’ebraico. Studiò anche lo spagnolo, il francese, l’arabo, l’aramaico, e arrivò a possedere una profonda cultura musicale. Approfondì inoltre eloquenza, dialettica e filosofia, prendendo per ques’ultima lezioni da Carlo Rinaldini, professore all’università di Padova e amico del padre.
Accanto alla passione per lo studio, Elena coltivava un’autentica vocazione religiosa, che la spinse a diventare, diciannovenne, oblata benedettina. Questa scelta scontentò i genitori, intenzionati a farla sposare, ma evitò loro la delusione di una reclusione monastica e permise alla giovane di vivere seguendo la regola benedettina. Nel 1677 fece domanda per addottorarsi in teologia, ma il cancelliere dello Studio padovano, il cardinale Gregorio Barbarigo, oppose un fermo rifiuto alla sua richiesta. Grazie alla mediazione di Rinaldini, Elena Lucrezia potè infine laurearsi il 25 giugno 1678 in filosofia, e non dunque in teologia, come inizialmente desiderato.
Elena, che aveva condotto i suoi studi interamente a Venezia, si trasferì a Padova solo dopo la laurea, andando ad abitare a Palazzo Cornaro, vicino al Santo. La sua costituzione, già debole, era stata messa alla prova dallo studio e dalle macerazioni ascetiche; si ammalava di frequente e anche per lunghi periodi, fino a morire nel luglio del 1684. Venne sepolta nella chiesa di Santa Giustina a Padova.
Fu a lungo considerata, da parte dei familiari, un fenomeno da esibire, donna erudita in grado di sciorinare dissertazioni filosofiche e dialogare in latino. Solitudine circondata da stupore, la sua, fatta di doti intellettuali eccezionali in un corpo di donna. Ma per la Piscopia non furono strumento d’affermazione della dignità femminile, nè del diritto a competere con gli uomini in campo intellettuale. La sua laurea non fu che uno spiraglio immediatamente richiuso, tanto che solo nel 1732 in Italia si laureò un’altra donna, Laura Bassi.
Nel 1773 Caterina Dolfin donò all’Ateneo padovano la statua raffigurante Elena Lucrezia Cornaro Piscopia, che ora è posta ai piedi dello scalone Cornaro, nel Cortile Antico di Palazzo Bo. Omaggio alla prima donna laureata al mondo, ma oggi anche simbolo di emancipazione femminile.
Letizia: la fotografa che cattura le donne
Letizia Battaglia: una ragazza di 81 anni, fotografa della mafia, che in realtà ama “catturare”le donne.
Scusa se ti faccio questa domanda, che a volte nella sua essenzialità è un po’ riduttiva: ma tu hai una qualche definizione per la tua fotografia?
Non posso averla, però penso che un poco sono legata al nuovo realismo, qualcosa che ha a che fare con un mondo passato. Dal punto di vista dell’ambientazione percepisco che mi piacciono quei luoghi e quei sentimenti molto naïf degli anni del realismo nel cinema italiano. Ma è il cinema, non i fotografi. De Sica, Rossellini ad esempio, questo tipo di cinema che è un poco drammatico, un poco verace. Poi le mie foto prendono la strada che vogliono. Dentro di me credo di avere questo sentimento che mi lega a questo cinema. Infatti, adoro i film di quel periodo. Se tu vedi la mia fotografia non è legata alla fotografia italiana, a un Berengo Gardin, a Mulas, a tutti quelli che sono venuti prima. No, io sono un po’ legata come estetica più ai maestri americani che italiani, poi invece il sentimento è il nuovo neorealismo italiano. Mi piace tantissimo Diane Arbus. Poi, vabbè, è arrivato Koudelka e ha sconvolto la mia vita. La cosa è un po’ complicata!
La bambina col pallone diventa donna
Dopo 38 anni Letizia Battaglia incontra la “bambina con il pallone”, icona di una delle sue foto più celebri. Alla fine ce l’ha fatta la fotografa palermitana a ritrovare quella ragazzina con gli occhi nerissimi e il volto imbronciato da lei immortalata in uno dei tanti vicoli della Cala nell’estate del 1980. La Battaglia una settimana fa aveva lanciato un appello, attraverso le telecamere della trasmissione di Raitre “Chi l’ha visto” e quella bambina, oggi diventata una donna, ha risposto.
Così le due si sono incontrate e Letizia ha impugnato la macchina fotografica e l’ha ritratta nella medesima posizione. “Non è giusto che io sia diventata grande e lei è rimasta bambina. Mi piacerebbe incontrarla. – aveva detto la fotografa nella trasmissione di RaiTre -. Mi colpì subito questa bambina, lei stava giocando a pallone con altri due bambini. Io la spinsi delicatamente contro il muro e le dissi “non ridere”. Adesso è tornata a fotografarla. E’ il potere della fotografia in cui, spesso, il tempo sembra fermarsi.
Ofelia
Ofelia
Oh, padre mio,
che paura, signore! Che paura!
Stavo tutta sola
a ricamare nel mio gabinetto,
quando il principe Amleto,
col giustacuore tutto sbottonato,
senza cappello, le calze slacciate,
ricadenti sui piedi come ceppi,
pallido in viso, come la camicia,
le ginocchia che battono tra loro,
e uno sguardo così compassionevole,
che pareva sortito dall’inferno
per venire a spiegarmene gli orrori,
mi viene innanzi…
M’ha afferrato il polso,
e, stringendolo forte, s’è scostato
per tutta la lunghezza del mio braccio,
e, postasi una mano sulla fronte,
così…
s’è messo a scrutarmi la faccia
come uno che volesse disegnarla.
È stato a lungo in quella posizione,
poi, di colpo, mi scuote ancora il braccio
e, accennando col capo in su e in giù,
tre volte, emette un sì cupo sospiro,
sì pietoso, da dare l’impressione
che dovesse squassarlo
e porre fine lì stesso alla sua vita.
Poi mi lascia e s’avvia verso la porta,
con la testa girata sulle spalle,
quasi a trovar la strada senza gli occhi;
perché di fatto senza il loro aiuto
se n’è andato, tenendo fino all’ultimo,
rivolta indietro a me la loro luce,
finché ha trovato l’uscio ed è sparito.
Così, come voi m’avete comandato,
gli ho rimandato indietro le sue lettere
e mi sono negata ad ogni incontro.