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Epipola

Epipola è un personaggio della mitologia greca, figlia di Trachione. Il padre ricevette l’ordine di recarsi in Aulide per partecipare alla guerra di Troia. Era però troppo anziano per combattere e non aveva figli maschi da mandare in guerra. Allora sua figlia Epipola radunò gli schieramenti del padre e al suo posto si recò al porto di Aulide, mascherata da uomo.
Palamede, che già aveva scoperto l’inganno di Ulisse, riuscì a svelare l’identità di Epipola e, nonostante le proteste di Achille, al quale la giovane aveva chiesto aiuto, la fece uccidere a sassate dall’esercito acheo.

A Dragunara

A Palmi ad esempio, secoli fa, si credeva ad un’antica leggenda secondo la quale le trombe marine sono creature magiche fatte di acqua e di vento, figlie della «Dragunara», la donna drago, uno dei tanti mostri marini che popolano gli abissi del Mediterraneo. La «Dragunara» di tanto in tanto sfoga la cattiveria scagliando le sue trombe marine e non teme nulla, tranne i coltelli e certe parole che solo alcuni esseri umani sanno pronunciare per sconfiggerla: le donne di Palmi.
Le palmesi, quindi, non appena sulla linea dell’orizzonte s’intravvedeva cuda d’arrattu, coda di topo, e cioè il profilo minaccioso d’una tromba marina, guidate da una di loro dotata di poteri magici, correvano sulla spiaggia impugnando nella mano destra un coltello a punta col manico d’osso bianco e con esso sciabuliavanu ‘u celu (squarciavano a coltellate il cielo) con larghi e decisi fendenti.
La «comandante» puntava il coltello contro la tromba marina e le urlava: Luni esti santu/ marti esti santu/ merculi esti santu/ juovi esti santu/ vennari esti santu/ sabato esti santu/ duminica è di Pasca/ cuda e rattu casca; e ogni volta che diceva esti santu tracciava in direzione della tromba una croce, subito imitata dalle altre donne; poi, quando arriva a duminica è di Pasca/ cuda d’arrattu casca vibra un fendente da destra a sinistra e un altro dall’alto in basso, squarciando così la «Dragunara».

Annamaria Persico

Ph Mario Greco

Caterina La Grande

Sofia Augusta Federica Amalia, damigella della piccola nobiltà prussiana, destinata a una vita anonima in una piccola città del Baltico, attraverso un matrimonio – combinato dalla zarina russa – divenne Caterina, la Grande, Zarina di Tutte le Russie, regnando nell’Atene del Baltico che aveva voluto un altro Grande, Pietro Romanov, iniziatore dell’apertura a Occidente.Come in quello tricontinentale del sud, il mediterraneo del nord era un’area dinamica di scambii, commerci e conflitti. I commerci transbaltici erano mediati dalla fiorente e potente Lega Anseatica, consorzio di un centinaio di città, distribuite in dieci degli stati attuali, inizialmente portuali e baltiche (Lubecca ne fu la città promotrice); ne faceva parte la città natale di Sofia Augusta, Stettino (oggi Szczecin, in Polonia). 

La gestione di politiche dinastiche, viste le implicazioni patrimoniali, era complicata e passava sovente per accordi matrimoniali. La matriarca zarina Elisabetta, nel 1742 designò successore il nipote Pietro, duca di Holstein, figlio della sorella. Nel 1744 gli scelse per moglie la figlia quindicenne del principe tedesco Cristiano Augusto di Anhalt-Zerbst e di Giovanna di Holstein-Gottorp. Fu cugina dei sovrani Guglielmo III e Carlo XIII di Svezia. Accompagnata in Russia dalla madre, la giovane, convertitasi alla religione ortodossa, fu ribattezzata col nome di Caterina (Jekaterina) Alekseevna e nel 1745 andò sposa al cugino, il granduca Carlo Pietro Ulrico di Holstein-Gottorp. Il matrimonio si rivelò infelice: Pietro, uomo violento, si dimostrò ostile alla moglie, maltrattandola anche in pubblico. Nel 1762, subito dopo il trasferimento nell’appena eretto Palazzo d’inverno a Pietroburgo, salì al trono come Pietro III di Russia, ma le sue stranezze e la sua politica lo resero inviso alla Chiesa ortodossa e anche ai potenti gruppi di opinione con i quali Caterina in precedenza aveva mantenuto e sviluppato buoni rapporti… Caterina aveva imparato a destreggiarsi fra le insidie della corte; si era dedicata a letture che includevano Voltaire, Diderot e Montesquieu e si era tenuta informata sugli eventi della Russia e con la sua semplicità e spontaneità era riuscita a conquistarsi la simpatia, l’amicizia e la fedeltà di dame e servitori incaricati di spiarla. Grigorij Orlov, suo amante, guidò una cospirazione per incoronarla. Meno di sei mesi dopo essere divenuto zar (1762) Pietro venne rinchiuso in carcere, dove morì. 

Il 22 settembre del 1762 Caterina fu incoronata imperatrice: ormai era padrona del campo ma sapeva troppo bene che, se non era stato facile prendere il potere, ancor meno sarebbe stato mantenerlo. Però gli anni trascorsi a corte le avevano permesso di conoscere profondamente la realtà russa. I primi anni del suo regno furono improntati a uno spirito riformatore, che mirava a una monarchia liberale e umana, avendo a modello il suo predecessore Pietro il Grande. Per migliorare lo stato culturale del popolo, promosse molte iniziative in proposito, e istituì scuole e orfanotrofi. Nel 1764 fondò l’Istituto Smolnij per fanciulle nobili, la prima scuola femminile russa, sul modello del convento di Saint Cyr di Madame de Maintenon. Riformò la scuola dei Cadetti di fanteria, che divenne uno dei centri più attivi della capitale. Benché cresciuta luterana e divenuta ortodossa, accolse nella Russia occidentale i Gesuiti, il cui ordine era stato soppresso dal papa Clemente XIV nel 1773. Nel 1767 creò una commissione di 600 membri, rappresentanti tutte le componenti della società russa – esclusi i servi della gleba – con lo scopo di riordinare la legislazione. Benché la commissione non giungesse a formulare un nuovo codice legislativo le ‘istruzioni alla Commissione’ di Caterina introdussero in Russia una concezione del diritto di matrice occidentale. Per i più importanti affari statali creò nel 1768 un “Consiglio imperiale”. Snellì il commercio interno, abolendo le tasse per i trasporti, fondò colonie nel territorio del basso Volga, permise alle città di avere un’amministrazione autonoma, bonificò le terre paludose intorno a Pietroburgo, migliorò le strutture dei porti sul Baltico e sul Mar Nero. 

Riorganizzò l’amministrazione delle province conferendo ai governatorati un grande potere sulle zone rurali nella prevenzione delle rivolte contadine. Nel 1775 attuò la riforma della organizzazione amministrativa, parzialmente ispirata al principio della divisione dei poteri: amministrativo, giudiziario e finanziario, istituendo cinquanta governatorati (circoscrizioni territoriali suddivise a loro volta in province, in circoli e in distretti) controllati direttamente dall’imperatrice attraverso i governatorati generali. Ma non poteva muoversi solamente in direzione “progressista” e così, se nel 1785 pubblicò un editto che riconosceva alla piccola nobiltà il diritto di presentare petizioni al trono, nel contempo liberò i nobili dai servizi obbligatorii e dalle tasse, rese ereditaria la nobiltà e concesse ai nobili il pieno controllo sui servi che vivevano sulle loro terre. In aggiunta donò terre della corona site in Ucraina ai nobili più fedeli, dotandole anche di servi. La sua politica continuava a ignorare i problemi dei ceti più poveri, nonostante nei primi anni del suo governo, e anche prima, si fosse espressa a favore di essi. Con il tempo si allontanò dai suoi ideali giovanili, fino ad abbandonarli del tutto negli ultimi anni della sua vita. 

I trentaquattro anni di regno di Caterina furono fondamentali nella storia russa, sia per la politica interna, sia per l’espansione territoriale. I philosophes francesi influenzarono le sue scelte, come quelle di altri monarchi europei, di apertura verso la cultura europea e resero illuminato il suo innegabile dispotismo. Il settore nel quale l’ispirazione illuministica influì di più sull’opera di Caterina II fu quello dell’educazione e dell’assistenza sanitaria: case di educazione furono istituite a Mosca e a Pietroburgo, mentre nei capoluoghi furono aperte scuole anche per gli adulti, si costruirono nuovi ospedali e le città furono obbligate a provvedersi di medici e di farmacie.

Concluse la sua vita terrena a 67 anni, nel novembre del 1796, per apoplessia. Il suo corpo riposa nella fortezza di San Pietro e Paolo a Pietroburgo.

Scompariva dalla scena politica europea una protagonista, che lascerà dietro di sé un’ impronta indelebile. È indubbio il contributo che una donna, per di più straniera, diede alla riunificazione di tutte le terre russe adottando una politica innovatrice e illuminata. Figura controversa, tuttavia: se infatti durante il suo regno Caterina aveva suscitato ammirazione, ma anche disorientamento fra i contemporanei, dopo la morte, soprattutto fra i ceti popolari, divenne bersaglio di componimenti satirici: accusata di essere stata una donna spudorata che passava da un amante all’altro, che aveva sottomesso i cosacchi e vincolato al suolo i contadini della Piccola Russia, divenne la “zarina sgualdrina”. L’immagine di Caterina viene quindi riplasmata nella memoria secondo criterii di giudizio moralistici che, alle donne, non riconoscono alcuna legittimazione all’attività politica.

Cleopatra: curiositá

Continuando con le curiosità, la
Regina dei Re era anche un’esteta e donna attenta al proprio corpo. Usava fanghi e sali del mar Morto per la circolazione e gli inestetismi, oli e unguenti vari per la pelle e i capelli, polveri naturali per il trucco. Si faceva arrivare anche da paesi lontani spezie, aromi e balsami per la sua toiletta quotidiana. Alcuni le attribuiscono la prima depilazione della storia, divenuta sinonimo di nobiltà e alto ceto sociale. Aaron Fait, un botanico italiano, ricercatore presso l’Università ebraica del Negev (Israele), ha identificato e fatto ricrescere nel giardino botanico del kibbutz di Ein Gedi, ‘’afarsemon, pianticella dalla fiorescenza gialla fonte del leggendario ed intenso profumo usato da Cleopatra. La pianticella cresceva abbondante nelle piccole oasi delle rive israeliane del Mar Morto. La regina ne entrò in possesso, durante i suoi soggiorni vicino Masada, dove Erode aveva regalato a lei e a Marco Antonio una villa adibita a relax e beautyfarm. Cleopatra gradiva i profumi shock, che rispecchiavano la sua personalità esplosiva. Quando si recò a Tarso (attuale Turchia) per sedurre Marco Antonio, lo fece su una nave con le vele impregnate di forti profumi erotici, con fanciulli e fanciulle che danzavano nudi a prua (fonte Plutarco).
Fino al ‘600 incarnò la figura della peccatrice, condannata prima dalla propaganda di Ottaviano e poi da quella cristiana. Nell’Ottocento diventa l’eroina romantica dal fascino esotico, che è tanto piaciuta al cinema. Nei primi anni del Novecento arrivano i film muti in bianco e nero a lei ispirati (1912/1913). Nel 1917 la Twentieth Century Fox realizza il sonoro Cleopatra di Gordon Edwards, con un’emblematica Theda Bara. Cleopatra, però, è ancora un personaggio troppo moderno e censurato. Solo nella seconda metà del secolo la svolta ed una nuova interpretazione: emancipata e trasgressiva, ride della morale che la condanna e diventa affascinante nel momento in cui la trasgredisce. La consacrazione vera e proprio arrivò con l’indimenticabile Cleopatra di Joseph Mankiewicz (1963) ed il volto di Elizabeth Taylor, innamorata tanto sul set quanto nella vita privata del Richard Burton/Marco Antonio.
Quasi tre millenni ci separano da quella Valle del Nilo, che si insinuava nell’aura dell’Antico Egitto e dei Faraoni. Tradizioni e riti, intrecci di lotte familiari e conquiste del trono, grandi misteri non ancora svelati. L’ultima regina ellenica ha superato le sue ambizioni, conquistando una fama plurisecolare. Cleopatra è amore, sesso e potere: ha tutti gli elementi per resistere nel tempo e adeguarsi alle epoche.
Lara Farinon per MIfacciodiCultura

Marica Branchesi: fra le 100 persone più influenti dell’anno

E’ FRA

le cento persone più influenti dell’anno, secondo la rivista americana Time. E’ donna, scienziata, giovane madre di due bimbi piccoli e lavora in Italia. La sua influenza in realtà va al di là della Terra. Marica Branchesi infatti, nata a Urbino 41 anni fa, ha imparato presto a guardare più in su. In un’epoca in cui le onde gravitazionali che solcano l’universo erano solo un’idea concepita dalla mente di Einstein e un sogno che un manipolo di visionari cercava di toccare con mano senza prospettive di successo, lei ci ha messo tutta la sua energia da ragazza di ferro.
Dopo la laurea in astronomia a Bologna ha deciso che catturarle, quelle onde, sarebbe stato il suo mestiere. Obiettivo centrato: la prima osservazione risale al settembre del 2015. Oggi, molti successi più tardi, lavora al Gran Sasso Science Institute dell’Aquila e fa parte del team di Virgo, l’antenna gravitazionale di Càscina (Pisa) gestita dall’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare. Alla fine del 2017 la rivista scientifica Nature l’aveva inserita fra i 10 scienziati dell’anno. Oggi il bis di Time. Alle celebrazioni, lei che è schiva di carattere, ha dovuto abituarsi in fretta. 

Osservare le onde gravitazionali per decenni è stata una scommessa senza risultati. Poi in due anni e mezzo, grazie a una sequenza di splendide rilevazioni, si è arrivati a parlare di una “nuova astronomia”. Come siete riusciti a sbancare tutto così rapidamente?

“Grazie a sfide tecnologiche superate con anni e anni di lavoro e grazie all’universo. Le fusioni fra buchi neri o quelle fra stelle di neutroni che danno origine alle onde gravitazionali si sono rivelate più diffuse del previsto. Abbiamo raccolto molti dati e li stiamo ancora analizzando, inclusi quelli sulla formazione di metalli pesanti, oro incluso, durante i fenomeni più estremi”.
 

APPROFONDIMENTO

Marica Branchesi, da mamma precaria a scienziata dell’anno

di ELENA DUSI
Osservarle è un conto, riuscire a spiegare cosa siano al grande pubblico non è impresa di minor portata. Come è andata dal punto di vista della divulgazione?

“Nell’ultimo anno ho partecipato a spettacoli teatrali, festival della scienza, interviste e talk show in televisione. Non l’avrei mai previsto, quando ho iniziato a studiare questo tema. Mi sono resa conto che divulgare la scienza a volte implica la necessità di semplificare molto. Ma va bene così. E’ importante coinvolgere più persone possibile in questa avventura entusiasmante”.
Ma pensa che il pubblico abbia capito cosa sono le onde gravitazionali?

“Non sempre, ma penso che sia stato comunque affascinato dalla bellezza della storia. Credo che il nostro entusiasmo, letteralmente alle stelle, sia contagioso”.
Quale sarà il prossimo capitolo della storia?

“Abbiamo molte novità in programma. Le antenne gravitazionali, sia in Italia che negli Stati Uniti, sono in pausa per dei miglioramenti. Alla fine del 2018 o all’inizio del 2019 raggiungeranno una sensibilità molto più alta. Potranno rilevare le onde gravitazionali in un volume di universo quattro volte più grande. Un nuovo strumento verrà inaugurato presto in Giappone. Si sta lavorando anche per gli strumenti di prossima generazione che amplieranno il nostro orizzonte di mille volte. Sarà osservabile praticamente tutto il cosmo. Un ottimo sito dove posizionarli è in Sardegna, in una miniera di metalli dismessa. Costruire le antenne sottoterra aiuterà a ridurre i tremori sismici che disturbano le misurazioni”.
Lei sarà sempre responsabile di avvertire i telescopi di tutto il mondo, quando arriverà un’onda?

“Con una novità. Gli avvertimenti ora saranno pubblici. Anche gli astrofili con i loro piccoli telescopi potranno puntare verso le sorgenti delle onde gravitazionali. Prima, quando le antenne gravitazionali ricevevano un segnale, i nostri alert con le coordinate di origine arrivavano solo ai centri di astronomia con cui avevamo stretto un accordo. D’ora in poi invece le informazioni saranno accessibili a tutti. Certo, un piccolo telescopio può osservare solo fenomeni molto brillanti. Ma lo scontro fra le due stelle di neutroni di un anno fa sarebbe stato un bello spettacolo”.
Già prima dell’’esplosione’ delle onde gravitazionali riusciva a dormire quattro ore a notte. Ora la tempesta per lei sembra sia diventata perfetta. Come fa a incastrare tutto?

“Grazie ai nonni e a un marito fantastici. Anche lui è un fisico che si occupa di onde gravitazionali. E’ tedesco, si chiama Jan Harms e lavora a Virgo”.
Time organizzerà anche un galà per i vincitori a New York. Tutto pronto?

“No, nulla, né il vestito né i biglietti. La mail di Time è arrivata del tutto inattesa. L’ho dovuta leggere tre volte per capire che non fosse spam. Ma ora mi sto organizzando e l’idea comincia ad affascinarmi”.

Le Burrnesha: ” lui/lei”

La Burrnesha stravolgeva del tutto la propria immagine, tagliava i capelli, indossava abiti maschili e portava il fucile, e faceva un giuramento davanti ai dodici capi dei clan della zona, a cui seguiva una sonora sbronza a base di grappa. Quello era il rito che sanciva ufficialmente l’abbandono della sua vita da donna, e l’inizio della sua esistenza da uomo. Da quel momento, la “vergine giurata” acquisiva il proprio posto sociale in una comunità che, anche secondo il Kanun – il codice consuetudinario in vigore in Albania – era prettamente patriarcale, con un’importanza fondamentale per la famiglia, allargata e con a capo il maschio più anziano, e in cui le donne erano, recita il codice stesso, “solo un otre, fatto per portare peso”, private del tutto di autonomia, potere decisionale, valore, e con le sole funzioni riproduttiva e di guida delle faccende domestiche.
Chi diventava Burrnesha non avrebbe invece mai corso il rischio di essere guardata come una “macchina da figli” o tutt’al più come una domestica, guadagnava piuttosto stima, rispetto e considerazione da parte degli uomini, tanto da poter fumare, frequentare i bar, avere persino voce in capitolo nelle decisioni del clan, nonché, ovviamente, diventare il capofamiglia riconosciuto in caso di mancanza dell’uomo di casa.
Oggi le Burrnesha rimaste sono circa 200, per lo più anziane, dato che l’influenza sempre minore del Kanun ha gradualmente portato all’estinzione di questa antica tradizione, nonostante sopravviva soprattutto tra le zone montane e i villaggi dell’estremo nord dell’Albania, ai confini con il Kosovo, dove ancora le faide familiari sono all’ordine del giorno.
Alla figura della Burrnesha è stato dedicato un film del 2015, Vergine giurata, diretto da Laura Bispuri e interpretato da Alba Rorwacher, il quale trae spunto dal libro della scrittrice albanese Elvira Dones, Hana, in cui la protagonista, lasciata l’Albania per raggiungere la sorella in Italia, riscopre lentamente la propria identità femminile.
Anche se oggi la figura delle “vergini giurate” non ha più la forza di un tempo, resta comunque evocativa ed emblematica di un’epoca fatta di discriminazione e maschilismo, dove la sola scelta, per una donna, di non essere considerata alla stregua di animali da riproduzione era rinnegare se stessa e vivere nei panni di un uomo. Non solo le donne che tacevano e portavano su di sé l’opprimente peso di una società dove la disparità sessuale la faceva da padrone hanno compiuto un sacrificio, a modo loro anche le Burrnesha lo hanno fatto: hanno scelto di alzare la testa di fronte a una cultura che le voleva piegate al volere maschile, rompendo gli schemi e rinunciando alla propria identità per mettersi al pari degli uomini, e magari sfidarli in autorità. Potrebbe sembrare, la loro, una via di fuga estremamente facile da un inferno fatto di scarsa considerazione e zero potere decisionale, si potrebbe dire che hanno “rinnegato il loro essere donna per interesse, per poter vivere una vita degna”. E invece no, hanno scelto di mortificare se stesse, nel corpo e nell’anima, acquisendo un’identità ibrida, per garantire la salvaguardia della propria famiglia, o per permettere che la mentalità avanzasse e si aprisse all’idea di una donna non necessariamente sposa, moglie e madre. Le Burrnesha, sono, dopotutto, un commovente esempio di emancipazione femminile, che non intende giudicare chi accetta di rimanere nella sottomissione ma sceglie una via diversa per sé, e, forse, le fondamenta di ciò che siamo oggi.
Ancora oggi le donne in Albania si salutano dicendosi “A Je Burrnesh”, che si potrebbe tradurre come un modo per dirsi “Conosco le difficoltà con cui devi vivere e ti sono vicina”, a riprova che le “vergini giurate” non si sono allontanate dall’universo femminile, hanno combattuto, a modo loro, una battaglia per tutte le altre donne.
I loro volti, nella gallery, forse oggi sono induriti dal tempo e dalla vita passata ad agire da uomo, ma trasmettono forza e potenza.

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Le Mele D’Oro

Marisa Bellisario, che veniva chiamata sia the legs, per le sue belle gambe, sia ‘la signora coi baffi’, per le sue dote manageriali, è stata la prima donna a diventare dirigente d’azienda ad altissimi livelli: il suo esempio e il ricordo del suo operato segnano ancora oggi un termine di paragone per molte sue colleghe e non solo. Da 30 anni sono poi conferite a suo nome le Mele d’Oro, un riconoscimento che premia le donne, appartenenti agli ambiti più diversi, che si sono distinte nel proprio lavoro per determinazione, fiducia in se stesse e voglia di cambiamento. La premiazione dell’edizione 2018, promossa come quelle passate da Lella Golfo, è in programma per il 19 giugno su Rai Due, mentre già nella mattinata del 15 le vincitrici hanno avuto modo di incontrare il Presidente Sergio Mattarella, che, come è consuetudine, ha dialogato con loro in un incontro riservato al Quirinale. Proprio durante questo appuntamento, il Presidente della Repubblica ha esternato la sua soddifazione per i progressi fatti negli ultimi tre decenni, senza però dimenticare quanto ancora ci sia da fare, soprattutto a livello politico e istituzionale, per arrivare a una concreta parità dei sessi.
COSA SI AUGURA IL PRESIDENTE

Dopo un giro di presentazioni da parte delle vincitrici, tra loro alcuni volti noti come Lucia Annunziata, Paola Cortellesi e Federica Mogherini, e l’auspicio di Lella Golfo di un veloce ritorno del Ministero per le Pari Opportunità, lasciato indietro dal ‘governo del cambiamento’, Sergio Mattarella si è detto felice di essere davanti a tanti e vari esempi di eccellenza: «La varietà dei campi d’impegno delle donne premiate dimostra quanto il nostro Paese stia crescendo velocemente nella dimensione femminile, nel protagonismo femminile, che ogni tanto ha qualche battuta d’arresto, ma è comunque un moto inarrestabile, per fortuna». E, soprattutto, ha precisato che la strada da fare è ancora tanta: «La presenza della presidente del Senato (Maria Elisabetta Alberti Casellati) è particolarmente significativa, è un dato emblematico e molto forte. Certo, il percorso delle istituzioni sarà completato quando vi sarà una donna presidente del Consiglio e un’altra al Quirinale. Ma intanto si va crescendo progressivamente».
LE PREMIATE SEMPRE PIÙ VICINE ALLA SCIENZA

Fra i volti noti e le dirigenti d’azienda, fa molto piacere vedere, come ha sottolineato la direttrice di Studio Aperto, Anna Broggiato, che molte delle premiate vengono da ambienti puramente scientifici. Alcune, giovani e ancora ricercatrici, si sono distinte nel loro percorso accademico per i successi in ambiti considerati da sempre proibitivi per le donne, come i laboratori. Sono laureate in ingegneria elettrica, elettronica, aerospaziale e sono segno del vero cambiamento in atto.

Dedico la mia elezione a tutte le donne in politica

(da New York)
María Fernanda Espinosa Garcés, poeta e ministro degli esteri dell’Ecuador, sarà la prossima presidente della 73ª sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Sarà la prima donna dell’America latina e dei Caraibi a presiedere tale consesso e la quarta nella storia dell’Onu.

Nel suo curriculum di scrittrice e poeta, ci sono oltre 30 saggi accademici sui cambiamenti climatici, il Rio delle Amazzoni, lo sviluppo, la proprietà intellettuale, la politica estera, l’integrazione, la difesa e la sicurezza. E per i cinque volumi di poesia pubblicati, ha ricevuto il Premio nazionale di poesia ecuadoriana nel 1990. María Fernanda Espinosa Garcés è stata ministro degli Affari esteri e della Mobilità umana, della Difesa e dei Beni culturali e naturali.

È stata la prima donna a essere nominata rappresentante permanente dell’Ecuador a New York, dopo aver prestato servizio come ambasciatrice a Ginevra. Salendo sul podio dopo le elezioni, la nuova presidente ha dichiarato: “Oggi, divento la quarta donna ad essere eletta in questa posizione in 73 anni di esistenza delle Nazioni Unite.

Dedico la mia elezione a tutte le donne del mondo che sono coinvolte in politica – a volte oggetto di attacchi maschilisti e discriminatori”. Ha reso, poi, omaggio alle donne che lottano ogni giorno per accedere a posti di lavoro in condizioni di parità, e a quelle vittime di violenza, non dimenticando le ragazze che chiedono accesso a una informazione e istruzione di qualità.

Nel suo discorso ha assicurato che ascolterà tutti e lavorerà con tutti e la sua presidenza avrà “la porta aperta e agirà da facilitatore”. Ha promesso di “rafforzare il multilateralismo” e di lavorare alla riforma delle Nazioni Unite, alla finalizzazione del Global compact on migration e all’attuazione dell’agenda di Addis Abeba sul finanziamento allo sviluppo. Anche il clima, l’occupazione, la disuguaglianza e la pace in Medio Oriente, inclusi i diritti del popolo palestinese, saranno nel suo ordine del giorno.
Il segretario generale António Guterres, dandole il benvenuto, ha osservato che era passato più di un decennio da quando una donna era stata presidente dell’Assemblea generale. Prima della Espinosa a presiedere l’assemblea erano state l’indiana Vijaya Lakshmi Pandit nel 1953; Angie Elisabeth Brooks della Liberia nel 1969 e Sheikha Haya Rashed Al Khalifa del Bahrain nel 2006. “Credo che possiamo e dobbiamo fare meglio di un record di quattro donne in 73 anni e due nell’ultimo mezzo secolo”, ha detto Guterres, auspicando che la scelta “di oggi spiani la strada a progressi accelerati verso l’uguaglianza di genere, all’interno e oltre le Nazioni Unite”. “La diretta conoscenza dei negoziati intergovernativi sui diritti umani, sulle donne indigene e sul cambiamento climatico aiuteranno l’Assemblea generale ad avanzare in questa direzione”, ha concluso.

Diana Vreeland: tango nella notte

Ogni epoca ha la sua evoluzione. Anche il lavoro si evolve e ciò è merito di alcune personalità meravigliose, Diana Vreeland è una di queste: “Noi facciamo spettacolo” diceva sempre. Diana Vreeland è stata una delle poche che è riuscita ad imprimere attraverso le pagine di una rivista l’evoluzione di un’epoca di radicale cambiamento come gli anni 60.

Nacque a Parigi nel 1903. Negli anni della sua giovinezza trascorreva i suoi pomeriggi al Bois de Boulogne, dove assistette al cambiamento nella moda voluto da Poiret, lo stilista che semplificò il modo di vestire delle donne creando abiti dalla linea dritta ed eliminando corsetti e curve.

La mente di Diana da giovane era stravagante. Non era bella come la sorella e il suo vezzo per l’eccesso e per il lusso creò non pochi problemi alla sua reputazione.

Era aristocratica ma non amava gli snob. Era folle e geniale e agli snob preferiva gli gigolò con i quali abbandonarsi nella notte a ballare il tango.

Premio per le Donne e la Scienza: ancora poche nel mondo!

Ecco le sei vincitrici distintesi per i loro progetti di ricerca nel campo delle STEM (Scienze, tecnologia e matematica). Accanto ai loro nomi i progetti con cui si sono aggiudicate la Borsa e gli istituti che ospiteranno i progetti vincitori:
Gabriella Giancane – Progetto: Studio sulla sicurezza dei farmaci nei bambini con artrite cronica Istituto Giannina Gaslini, Clinica Pediatrica e Reumatologia
Margherita Maiuri – Progetto: Spettroscopia laser ultraveloce per una fotosintesi artificiale Politecnico di Milano Dipartimento di Fisica
Giulia Pasqual – Progetto: Identificare i bersagli molecolari del sistema immunitario

Università degli Studi di Padova, Dipartimento di Scienze Biomediche, Istituto di Ricerca Pediatrica, Fondazione Città della Speranza e Istituto di Ricerca Pediatrica, Fondazione Città della Speranza
Maria Principe – Progetto: Meta-materiali per aumentare la sensibilità dei rivelatori Virgo e LIGO di Onde Gravitazionali

Centro studi e ricerche Enrico Fermi
Gloria Ravegnini – Progetto: Le molecole circolanti nel plasma sono alla base delle recidive tumorali?

Università di Bologna, laboratorio di farmacogenetica e farmacogenomica Dipartimento di Farmacia e Biotecnologie
Daniela Rosso – Progetto: Il colore e le origini del pensiero simbolico

Università degli Studi di Ferrara, Dipartimento di Studi Umanistici, Sezione di Scienze preistoriche e antropologiche

Per approfondire http://www.meteoweb.eu/2018/06/premio-loreal-unesco-per-le-donne-e-la-scienza/1107967/#x5r4xhXaVK2oUm9g.99