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Pubblicato           
il 06/03/2016

È uscito da poco nelle sale di tutt’Italia Suffragette, il film di Sarah Gavron, che racconta la storia delle donne che si batterono per il diritto di voto nel Regno Unito nei primi anni del ‘900. Un film duro come d’altronde è stata dura la realtà di quegli anni: se oggi abbiamo il nostro diritto di voto – a cui in Italia siamo arrivate nel 1945, con un ritardo di quasi vent’anni sul Regno Unito, dove fu sancito nel 1928 – lo dobbiamo anche alla retorica incendiaria di Emmeline Pankhurst. E al sacrificio estremo di Emily Davison che, durante un’azione di protesta, fu travolta dal cavallo in corsa del re Giorgio V, il 4 giugno 1913. Morì quattro giorni dopo. 

 

Un film necessario, dunque, che ribalta quella che finora era stata forse la principale fonte di informazione sulla figura delle suffragette, almeno in Italia: inaspettatamente, Mary Poppins. Chi può dimenticare la figura di Mrs Banks, la moglie di Mr Banks, che all’inizio del film rientra incitando le sue governanti alla ribellione e cantando gli slogan delle manifestazioni femministe? «Veri soldati in gonnella siam, del voto alle donne gli alfieri siam» canta Mrs Banks, ignara del fatto che Tata Ketty la stia per abbandonare dopo l’ennesima marachella dei discoli figli Jane e Michael. 

Laura Aguzzi

Margherita

Io non possostare fermo

con le mani nelle mani

tante cose devo fare

prima che venga domani

E se lei sta già dormendo

io non posso riposare

farò in modo che al risveglio

non mi possa più scordare

Perchè questa lunga notte

non sia nera più del nero

fatti grande dolce luna

e riempi il cielo intero

e perchè quel suo sorriso

possa ritornare ancora

splendi sole domattina

come non hai fatto ancora

E per poi farle cantare

Le canzoni che ha imparato

io le costruirò un silenzio

che nessuno ha mai sentito.

Sveglierò tutti gli amanti,

parlerò per ore ed ore

abbracciamoci più forte

perchè lei vuole l’amore

Poi corriamo per le strade

e mettiamoci a ballare

perchè lei vuole la gioia

perchè lei odia il rancore

Poi coi secchi di vernice

Coloriamo tutti i muri

case vicoli e palazzi

perchè lei ama i colori

Raccogliamo tutti i fiori

che può darci primavera

costruiamole una culla

per amarci quando è sera.

Poi saliamo su nel cielo

e prendiamole una stella

perchè Margherita è buona

perchè Margherita è bella

Perchè Margherita è dolce

perchè Margherita è vera

perchè Margherita ama

e lo fa una notte intera

Perchè Margherita è un sogno

Perchè Margherita è il sale

perchè Margherita è il vento

e non sa che può far male

Perchè Margherita è tutto

ed è lei la mia pazzia

Margherita è Margherita

Margherita adesso è mia.
Margherita è mia.

Rossana Rossanda

Classe 1924, dirigente per due decenni del PCI e idolatrata da un giovane Gabriel García Márquez (“Sai, Rossana è la donna più intelligente che io abbia conosciuto e che ti capiterà di conoscere al mondo, lasciamola lavorare”, avrebbe detto a Roma, dopo averla incontrata, come racconta La Stampa), Rossanda, con occhio critico e autoironico, ripercorre attraverso i suoi testi le diverse fasi della sua vita, in una sorta di ‘tiro di somme’, grazie anche all’aiuto della giornalista e scrittrice Lea Melandri. Rossanda si descrive come ‘una ragazza di novantatré anni che ha avuto una vita intensa, sempre in collera con il corso del mondo e le sue inique storture‘. Racconta di sé, del suo corpo che invecchia conservando l’attitudine ragionativa e affilata a cui non ha mai rinunciato, specialmente in politica.E il corpo diventa un’occasione di riflessione sul tempo del declino, nella dissonanza tra l’autobiografia di un io politico e il principio del tutto è sessuato caro all’ortodossia femminista. Un confronto tra il proprio e quello delle altre, prossime o inarrivabili come le stelle del cinema, che nasce dal senso di scostamento tra sé e la materialità. “Da tutte le parti questo corpo che mi abita e che abito sfugge e mi torna, come se fosse l’anguilla della mia coscienza, un’anguilla attaccata a me”. Per Rossanda è impossibile “assumere con immediatezza la stessa specificità biologica femminile, che pur dovrebbe, a rigor di logica, essere opaca e inavvertita come il respiro”: forse contro le loro intenzioni, queste pagine toccano pieghe intime anche quando trattano d’altro, di memorie di rivoluzionarie francesi, di cinema o di canoni di bellezza.Rossanda oggi vive a Parigi. Tra i suoi saggi politici e autobiografici ricordiamo La vita breve. Morte, resurrezione, immortalità (Pratiche editrice, scritto con Filippo Gentiloni) e La ragazza del secolo scorso (Einaudi). Presso Bollati Boringhieri sono usciti Note a margine e La perdita, scritto con Emanuela Fraire. L’autrice si è recentemente raccontata in un’intervista al Venerdì di Repubblica.

Il corpo che sfugge

“Da tutte le parti questo corpo che mi abita e che abito sfugge e mi torna, come se fosse l’anguilla della mia coscienza, un’anguilla attaccata a me”. Rossana Rossanda ripercorre la sua vita intensa, dalla giovinezza agli anni del PCI, attraverso una raccolta dei suoi scritti, “Questo corpo che mi abita” – Su ilLibraio.it un estratto

Il puzzle dell’Alzheimer

Le ricerche sulla forma ereditaria dell’Alzheimer (la più rara) condotte dalla studiosa calabrese non si eseguivano solo in laboratorio, ma anche negli archivi comunali,  in quelli degli ospedali  «e negli Status Animarum, che funzionavano come una sorta di censimenti fatti nel periodo pre-pasquale per essere sicuri che i parrocchiani andassero poi a confessarsi e a comunicarsi. Erano riportate su quei registri le composizioni dei nuclei familiari, rendendo così molto più facile la ricostruzione genealogica  – racconta la Bruni – Grazie a parroci particolarmente zelanti, trovavamo a margine addirittura le cause di morte. Non che questo ci servisse per fare diagnosi, le cause di morte non sono mai state attendibili, ma ci servivano invece per escludere la diagnosi. Sapere che una certa persona era morta  a 45 anni precipitando da una rupe o in corso di vaiolo,  per noi fceva la differenza». È così che nella chiesetta del rione San Teodoro di Nicastro, è stato possibile risalire a Vittoria G, che andò in sposa a Domenico M. il 6 ottobre 1737. Partorì 9 figli e morì all’età di  43 anni. Era la prima trasmettitrice obbligata della malattia, appartenente all’ enorme “famiglia N”, quella  con cui i ricercatori  hanno indicato il gruppo di malati riconducibili  all’area di  Nicastro.  E da cui discenderanno tutti i 76 ammalati dell’Alzheimer ereditario, a esordio precoce, sparsi nel mondo, valutati dalla Bruni e dai suoi colleghi coinvolti delle ricerche.

Il puzzle dell’Alzheimer

Un puzzle composto attraverso verifiche, comparazioni, teoremi statistici e controlli incrociati. Jean François Foncin, neuropatologo alla Salpetrière di Parigi  si ritrova per le mani un articolo  su alcuni casi descritti da Robert Feldman (neurologo a Santa Fe), come quello di Caterina. Nel testo sono contenuti i ringraziamenti all’Ufficiale di Stato Civile di Catanzaro. I  sintomi sono sorprendentemente uguali a quelli osservati dal medico francese su una sua paziente,  Maria,  42 anni, che dopo aver partorito il suo ultimo figlio, ha cominciato ad avere importanti variazioni del comportamento. Il marito  riferisce che nella famiglia di sua moglie “tutti muoiono con gli stessi sintomi”.

Caterina invece era morta a 38 anni. Ma la sua storia era continuata: una figlia, emigrata in America, aveva portato e trasmesso  ai discendenti (anche loro poi studiati da Feldman) il gene mutato della malattia. È così che la famiglia N (chiamata N da Nicastro) acquista un ramo americano. Caterina era la mamma di Angela. A ricostruire la storia  è Cecilia Amalia Bruni che si imbatte per caso (ecco la serendipity) in alcune lettere scritte da Foncin dopo la lettura della pubblicazione del collega americano. Chiedeva alle strutture di Lamezia collaboratori per lo studio della  famiglia emigrata a Parigi. Cecilia Amalia Bruni lo contatta. Ha a disposizione le cartelle cliniche dell’ex Op di  Girifalco. Incastra un pezzo nell’altro: Caterina è la  madre di Angela. Maria entra della discendenza 60 anni dopo.

Da Calabriacult

Il favoloso albero di Amalia Cecilia Bruni

Abbiamo ricostruito un albero genealogico che, a partire dal 1600, racchiude oltre 34.000 soggetti sparsi nei secoli e per il mondo che fanno parte di una unica immensa famiglia. È in questa famiglia che si trasmette, senza risparmiare alcuna generazione, l’Alzheimer a esordio precoce, quello ereditario. Sono stati identificati almeno 147 malati e 21 trasmettitori obbligati che hanno presentato e presentano una stessa forma della malattia di Alzheimer e ovviamente una stessa causa. Il modo e la sequenzialità sono sempre uguali nel tempo e nello spazio. Chi è malato la trasmette alla metà dei figli. Non ha importanza essere nati a Boston e Parigi o a Lamezia. Non ha importanza essere vissuti prima o dopo la scoperta degli antibiotici».  Uno studio che è  un patrimonio mondiale al quale hanno contribuito in modo decisivo i calabresi, sia gli scienziati  sia  le famiglie colpite  dalla malattia che spontaneamente si sono sottoposte alle indagini. E la ricerca continua: attualmente sono in corso di valutazione i dati riferiti a nuovi studi sulle forme genetiche, eseguite su soggetti a rischio dalla nascita.

Il dolore cronico a Nardodipace

Il metodo di studio della Bruni  è tornato utile anche per un’indagine sulla popolazione di Nardodipace (Vibo Valentia) condotta 5 anni fa. La neurologa ha affiancato l’endocrinologo Giovanni Cizza, del National Institutes of Health,  in una ricerca sulla fatica cronica, identificando le mutazioni del gene della proteina di trasporto del cortisolo associate ad un quadro clinico di dolore cronico. I risultati sono stati pubblicati  sul Journal of Clinical Endocrinology and Metabolism.

Un sorso di vita

Ho preso un Sorso di Vita

Ho preso un Sorso di Vita −

Vi dirò quanto l’ho pagato −

Precisamente un’esistenza −

Il prezzo di mercato, dicono.

M’hanno pesata, Granello per Granello −

Bilanciata Fibra con Fibra,

Poi m’han dato il valore del mio Essere −

Un solo Grammo di Cielo!

Emily Dickinson

Marisa Cinciari Rodano

«Per la prima volta, da quando le donne siedono in Parlamento, una deputata, Marisa Cinciari Rodano, del Pci, ha preso parola nel dibattito di politica estera tra i giornalisti ci fu un moto che si potrebbe chiamare di sfiducia preventiva. Non era una reazione politica (…) ma ci si difendeva dal fatto che parlasse una donna. Fu così che (…) molti vennero presi dall’impellente desiderio di bersi un caffè e altri andarono a fumare in corridoio, riaffacciandosi di tanto in tanto per scambiarsi sottovoce frasi non troppo nuove sulle pentole che l’oratrice avrebbe trascurato di far bollire e sulle calzette che, certo, non aveva potuto rammendare».

Poi il Signore Dio disse: “Non è bene che l’uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli sia simile”.

Allora il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di bestie selvatiche e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all’uomo, per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l’uomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome.

Così l’uomo impose nomi a tutto il bestiame, a tutti gli uccelli del cielo e a tutte le bestie selvatiche, ma l’uomo non trovò un aiuto che gli fosse simile.

Allora il Signore Dio fece scendere un torpore sull’uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e rinchiuse la carne al suo posto. Il Signore Dio plasmò con la costola, che aveva tolta all’uomo, una donna e la condusse all’uomo. Allora l’uomo disse: “Questa volta essa | è carne dalla mia carne | e osso dalle mie ossa | perché dall’uomo è stata tolta”. Per questo l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne. (2, 18 – 24)

Marina Cvetaeva

L’8 ottobre 1892 nasce la poetessa Marina CvetaevaBella, ricca (almeno all’inizio) e ribelle, Marina comincia a scrivere poesie a sei anni, a diciassette si trasferisce da sola a Parigi per seguire le lezioni di letteratura francese alla Sorbonne e pubblica la prima raccolta poetica a diciotto. 

I capelli corti secondo la moda europea, la sigaretta accesa e la passione per la letteratura tedesca − il suo amato Goethe, il suo amato Hölderlin −, ma ancora di più: un’appropriazione inedita e personalissima del russo, la sua lingua madre. Una tale potenza (ri)generativa, voglio credere che abbia trovato la giusta liberazione in questa poesia, fatta di frasi spezzate e riprese ritmicamente, a partire proprio dalle sue origini: il giocare con l’etimo delle parole forse le veniva naturale per merito del padre filologo, oltre che storico dell’arte, e l’attenzione alla loro musicalità senza dubbio le deriva dalla madre pianista («Il mio libro va eseguito come una sonata»), elementi a cui Marina apporterà la propria sensibilità di donna vivente e desiderante; «I versi sono il suo corpo» dice della Cvetaeva Piero Citati.
Non faccio alcuna differenza tra un libro e una persona, un tramonto, un quadro. Tutto ciò che amo, lo amo di un unico amore. (Il paese dell’anima. Lettere 1925-1941)