Sanguinare con magia
Da sempre le mestruazioni sono un tabù. Ora un libro cerca di infrangerlo.
“Questo é il mio sangue” si intitola e l’autrice é Élise Thiebaut
” Dovremmo imparare a considerare il ciclo come un soggetto nobile ed in alcune zone del mondo é un simbolo di potere e di vita che gli uomini ci invidiano: sanguinare senza morire ha qualcosa di magico.”
Eppure in occidente le mestruazioni sono associate alla vergogna ma” Se abbiamo trovato il coraggio di denunciare le aggressioni sessuali riusciremo a parlare liberamente anche del nostro corpo.”
Sono vittime due volte: la madre uccisa, il padre in carcere.
Sono gli orfani di femminicidio.
Finalmente lo scorso 21 dicembre il Senato ha approvato il disegno di legge che li aiuta.
É stato redatto dalla deputata Maria Busia :” L’ho scritta pensando a Vanessa Mele, una bambina che a sei anni ha visto uccisa la madre, non solo, la legge aveva assegnato al padre la pensione della donna uccisa, unico sostentamento della piccola.”
La legge prevede il gratuito patrocinio per i figli , il sequestro dei beni dell’uxoricida ed il loro trasferimento ai figli al termine del processo. Il colpevole perde la pensione di reversibilità. Anche l’ereditá spetta solo ai figli.
Louise Nevelson
La vita e l’arte di Leah Berliawsky, meglio conosciuta come Louise Nevelson (Pereyaslav-Kiev, 1899 – New York, 1988), sono state entrambe intense e complesse.
Nata nei pressi di Kiev da una famiglia ebrea, dovette emigrare nel 1905 negli Stati Uniti d’America a causa delle leggi antisemite varate nel suo paese pochi anni prima.
Dopo un iniziale periodo di difficoltà economiche nella piccola cittadina di Rockville nel Maine, Louise si trasferì a New York nel 1920 dove finalmente entrò in contatto con il mondo dell’arte americana, che in quel periodo guardava ancora soprattutto all’Europa.
Consapevole fin dall’infanzia che la sua vita sarebbe stata dedicata all’arte e più precisamente alla scultura, fu proprio l’arte a rigenerarla e salvarla da tutte quelle difficoltà che come donna, madre e artista dovette affrontare nella società statunitense del primo Novecento.
Ricca di riferimenti e ispirazioni eterogenee, l’opera di Louise Nevelson segue un filo conduttore che l’avrebbe distinta fino agli ultimi lavori. Essa appare veramente come il frutto di un processo additivo: “Si aggiunge, aggiunge e aggiunge”, afferma la Nevelson come riporta Aldo Iori, curatore della mostra, nel suo saggio di catalogo dal titolo “L’incredibile vita di Louise Nevelson”.
Di fatto la scultura della Nevelson è caratterizzata dall’assemblaggio di oggetti diversi, memore degli assemblages cubisti, del Merzbau schwittersiano, nonché delle sculture precolombiane mesoamericane che l’artista ebbe modo di osservare in un suo viaggio in Messico nel 1950.
Solidarietá Indignazione Impegno
Solidarietà, indignazione e impegno
Rinnovo l’espressione di solidarietà e indignazione in merito all’inqualificabile violenza agita ai danni del Responsabile dell’Ufficio Tecnico e dell’intera Città di Tropea, a nome di sos KORAI Onlus e mio personale. Ad essere offesi assieme all’Architetto Giannini siamo tutti noi Tropeani onesti e desiderosi di una serena e operosa convivenza.
L’accadimento desta estrema preoccupazione perché riflesso di un forte degrado che urge arginare e riscattare attraverso gli opportuni e doverosi provvedimenti. Ad oguno gli interventi di competenza ed io, come rappresentante di un’associazione di volontariato appena nata, constato l’urgenza di tenere alta la guardia su tutti i fronti per impedire che il tessuto sociale si sfaldi ancora di più dando luogo ad ulteriori degenerazioni quale quella appena verificatasi.
É importante che tutte le forze sane si uniscano veramente e guardino nella stessa direzione. Massima attenzione e aiuto vanno rivolti alla famiglia sempre più fragile e distratta perché si riappropri del ruolo che le compete e non si adagi su deleghe che non possono sostituirla.
A chi si é allontanato dalla retta via per superficialità, disorientamento. Illusione o confusione, rivolgo l’invito a recuperare la dignità di persona. Nessuna scelta é irreversibile, neppure la più estrema e sbagliata, si può sempre cambiare ed é vantaggioso farlo se la propria vita si consuma nel non senso dell’ingiustizia, della prepotenza e della sopraffazione.
“Tu che strisci nell’ombra, che rubi ciò che non meriti, che ti nascondi per non inorridire alla vista di te stesso, prendi coscienza della tua miseria, concediti uno scatto d’orgoglio e diventa umanità vera, puoi farcela e ne vale la pena.”
A Tropea e a tutti i Tropeani l’augurio di un oggi rinnovato dalla consapevolezza, dalla responsabilità, dall’impegno e dalla condivisione.
Beatrice Lento
Presidente di sos KORAI Onlus
Niente rivoluzione senza donne
“La rivoluzione più grande è, in un paese, quella che cambia le donne e il loro sistema di vita. Non si può fare la rivoluzione senza le donne. Forse le donne sono fisicamente più deboli ma moralmente hanno una forza cento volte più grande.” ORIANA FALLACI
Cordelia: rivista per signorine
La rivista è fra i primi giornali creato appositamente per fanciulle, edito in Italia. Esce, per la prima, volta il 6 novembre del 1881.
Fondato da Angelo De Cubernatis che lo chiamò Cordelia come sua figlia. Composto da soli due fogli in bianco e nero, stampato dalla tipografia dei successori Le Monnier, mostra un contenuto, per l’epoca, assai innovativo. Per finire di essere pubblicato nell’anno 1942 ( durando per ben 61 anni ).
Ben presto diventa settimanale chiamandosi ” foglio settimanale per le giovinette” . Nel 1882, diventa mensile è formato da 64 pagine di grandi dimensioni. Nel 1884 ridiventa, sotto la direzione della giornalista scrittrice, Ida Baccini, settimanale; con il sottotitolo di ” il giornale per le giovinette” e lo dirige immutato fino al 1911, rendendolo un successo strepitoso.
Sempre nel 1884, De Cubernatis cede la proprietà della testata agli editori Ademollo e Bossi che, a loro volta, la vendono all’editore Licinio Cappelli. Dopo la morte della giornalista Ida Baccini, alla direzione del giornale si susseguirono: la sua collaboratrice jolanda. Alla morte di jolanda, il giornale viene diretto da Rina Maria Pierazzi.
Nel 1936 subentra, come nuova direttrice, la contessa Elena Morozzo Della Rocca e presto diventerà ” Rivista Mensile Della Donna Italiana”.
A quel punto della rivista Cordelia era rimasto ben poco. La rivista diventa, quasi esclusivamente, un giornale propagandistico del regime fascista. Nel 1938, la contessa muore e alla direzione di Cordelia ritorna Rina Maria Pierazzi.
Ida Baccini: femminista moderata
Teresa Cini
Ida Baccini
Firenze 1850 – 1911
Maestra, giornalista, scrittrice, Ida nasce e vive a Firenze. È una importante testimone della sua epoca, il periodo postunitario d’Italia. La rilettura della sua opera è feconda perché consente di approfondire problematiche di storia della scrittura femminile e dell’educazione.
Figlia di un direttore di tipografia, riceve un’istruzione scolastica tradizionale e una formazione culturale molto ricca per l’epoca che accresce con letture personali vaste quanto disordinate, che influenzeranno notevolmente la sua attività. Nel 1871 consegue, per necessità economiche, la patente di maestra, ma il suo impegno didattico effettivo si svolge lungo un arco di pochi anni, fra il 1871 e il 1878. Entra in contatto con Pietro Dazzi, accademico della Crusca, educatore e fondatore nel 1867 delle scuole professionali. Questi la introduce nell’ambiente editoriale fiorentino della seconda metà dell’Ottocento, di cui facevano parte, a vario titolo, figure come Pietro Thouar, Angelo De Gubernatis, Ferdinando Martini, Collodi, Emma Perodi.
Nel 1875 pubblica il suo primo libro, Le memorie di un pulcino, che ottiene da subito un inaspettato, ma rilevante, consenso. Negli stessi anni inizia un’intensa attività giornalistica, collaborando a «La Nazione» e alla «Gazzetta d’Italia». Questo successo editoriale la indirizza decisamente verso un’intensa produzione letteraria fatta di racconti, romanzi, traduzioni, tra cui Storia di una donna narrata alle giovinette (1889), Con l’oro o con l’amore (1899), Una famiglia di saltimbanchi (1901). Altrettanto di rilievo è il suo impegno culturale ed editoriale nei periodici per l’infanzia, in quegli anni in piena ascesa. L’autrice inoltre era impegnata a tutto campo nella pubblicistica educativa, capace di confrontarsi con il mercato editoriale, non impermeabile alle grandi trasformazioni dell’età giolittiana: è direttrice della rivista per giovinette «Cordelia» (1884-1911) e, parallelamente, anche del più conosciuto «Giornale dei bambini» (1895-1906). La mia vita, (1904) che la Baccini dedica al figlio Manfredo, «il mio alter ego più somigliante, il mio segretario più attivo, il mio discepolo più valente, la mia ombra più fedele» [1] è fondamentale per conoscere più da vicino la scrittrice. Una vita vissuta all’insegna del massima aderenza agli intenti pedagogici e moralistici dell’epoca. Ma anche una vita vissuta pienamente: fu figlia del suo tempo e seppe interpretarne con sapienza e moderazione i cambiamenti, soprattutto per quanto riguarda la questione femminile. Diego Garoglio, collaboratore di «Cordelia», la definisce una donna dal viso illuminato, dal fulgore dei suoi magnifici e illuminanti occhi neri. Inoltre la dipinge «come un’osservatrice acuta, arguta e serena della vita»[2]; una persona ricca «di sentimento, di fantasia, di vivacità polemica e toscanamente limpida, agile e precisa»[3]. La Baccini, ancora nella autobiografia, afferma «il mio linguaggio si adatta, si piega per poter parlare spiritualmente ai bambini».
La Baccini, inoltre, sapeva parlare con facilità ed eloquenza, e umorismo, dote rarissima tra gli scrittori, che le consentiva di affrontare e benevolmente e con indulgenza ogni aspetto, anche quelli più brutti, della vita umana. Ritroviamo questo suo carattere ironico e questa sua spontaneità anche in molti suoi scritti.
Fu una lavoratrice instancabile: «amare il proprio lavoro: questo è il segreto più semplice di ogni riuscita; e purtroppo, è quello che tutti meno conoscono»[4]. E fu sulle carte in bozza della sua «Cordelia» che si spense il 28 febbraio 1911.
Attraverso il carteggio della scrittrice è possibile disegnarne il ritratto: Ida si dimostra una donna determinata e risoluta nelle sue scelte di vita, resa forte probabilmente dal bagaglio culturale che non molte donne della sua epoca possiedono. Nelle sue lettere non manca di far leva sulla sua professionalità avanzando continue richieste di denaro e di lavoro agli editori. Ma in esse possiamo leggere anche atteggiamenti di cameratismo, da vera professionista qual era nel suo campo, dall’editoria alla produzione letteraria; sapeva rivolgersi con sicurezza, disinvoltura e piglio ai suoi destinatari – quasi sempre uomini- e conosceva il tono da usare per ottenere quanto le era dovuto dagli editori, non sempre rispettosi degli impegni contrattuali. Infine, attraverso l’epistolario, possiamo conoscere la fitta rete di relazioni letterarie che intesseva ed intratteneva. Dallo studio-abitazione di piazza del Duomo, 22 a Firenze scrisse lettere a personaggi illustri di tutta Italia: intellettuali come il Conte Angelo De Gubernatis, giornalisti come Filippo Orlando e Onorato Fava, scrittori e poeti come il Fucini, la Perodi, la Serao, Giovanni Marradi, Alessio Di Giovanni, Alfonso Pisaneschi, Paolo Lioy, Antonio Fogazzaro, editori come Piero Barbèra e Licinio Cappelli, politici come Ferdinando Martini, Ubaldino Peruzi, Enrico Poggi, Atto Vannucci, Pasquale Villari sono stati i suoi interlocutori. Per la sua epoca fu dunque un’antesignana nelle relazioni di lavoro tra sessi diversi e una femminista moderata nell’attività giornalistica di promozione culturale e letteraria rivolta alle giovani italiane.
Grazia Deledda
“Ho vissuto coi venti, coi boschi, con le montagne. Ho mille volte appoggiato la testa ai tronchi degli alberi, alle pietre, alle rocce per ascoltare la voce delle foglie; ciò che dicevano gli uccelli, ciò che raccontava l’acqua corrente;…ho ascoltato i canti e le musiche tradizionali e le fiabe e i discorsi del popolo, e così si è formata la mia arte, come una canzone od un motivo che sgorga spontaneo dalle labbra di un poeta primitivo.”
Tanto gentile
Tanto gentile e tanto onesta parela donna mia quand’ella altrui saluta,
ch’ogne lingua deven tremando muta,
e li occhi no l’ardiscon di guardare.
Ella si va, sentendosi laudare,
benignamente d’umiltà vestuta;
e par che sia una cosa venuta
da cielo in terra a miracolo mostrare.
Mostrasi sì piacente a chi la mira,
che dà per li occhi una dolcezza al core,
che ‘ntender no la può chi no la prova:
e par che de le sue labbia si mova
un spirito soave pien d’amore,
che va dicendo all’anima: Sospira.
Anna Franchi
Pubblicato nel 1902, Avanti il divorzio è il romanzo d’esordio di Anna Franchi, scrittrice livornese dal talento eclettico, che ha esplorato temi e generi mai toccati prima di lei nella letteratura femminile.
Il libro vide la luce nel momento decisivo della battaglia politica per l’introduzione del divorzio in Italia condotta negli ultimi decenni dell’Ottocento da socialisti, liberali e massoni; e fu prefato da Agostino Berenini, uno dei promotori del disegno di legge.
L’Autrice racconta la propria penosa vicenda coniugale con lucidità e senza reticenze, con la capacità di osservazione sicura e precisa che le deriva da quella «mente serena» rivendicata nel romanzo stesso come la qualità fondamentale del proprio intelletto. La puntuale cronistoria delle vessazioni subìte da parte del marito e di una legge tutta sbilanciata in favore degli uomini, diventa un vibrante atto di pubblica denuncia del dramma sociale della soggezione femminile e delle sue peggiori conseguenze sia sul piano morale sia su quello giuridico, e un appello alla sola liberazione possibile per tanti destini umiliati e traditi: il divorzio invocato nel titolo.
Un documento autobiografico redatto con il più scrupoloso rispetto dell’autenticità storica, per l’imperativo morale derivante dalla sua funzione di pubblica denuncia e per la totale aderenza della Franchi all’ideale poetico del «vero umano» cui sarebbe stata sempre fedele in tutta la sua opera letteraria.