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Disparità salariale di genere

di Mariano Quiroga

Dietro questo ritorno indietro, vi è una stasi nella parità di genere nei quattro pilastri analizzati dal rapporto: conquiste nel campo dell’istruzione, sanità e speranza di vita, opportunità economica e potere politico, sebbene le due ultime aree rappresentino un maggior motivo di preoccupazione. Erano queste due categorie quelle che registravano le maggiori differenze di parità, ma fino al 2017 erano anche le due aree che miglioravano rapidamente.

“Stando agli attuali livelli di progresso, ci vorranno 10 anni per eliminare la disparità globale tra uomini e donne”, segnalano gli esperti del Forum Economico Mondiale.

Il salto qualitativo vissuto nel 2017 fa ritardare di 17 anni l’eliminazione della disparità, in quanto nel 2016 si calcolava che fossero necessari 83 anni per raggiungere l’uguaglianza, una meta che si allontana.

A Foligno: una stanza per ricominciare

Violenza di genere, nella caserma dei carabinieri di Foligno c’è “Una stanza tutta per sé”

Il progetto, portato avanti da Soroptimist Valle Umbra, ha visto il contributo della Fondazione Cassa di risparmio di Foligno. Lo spazio accoglierà donne e minori vittime di abusi

Profumo di eternità

È arrivato il primo freddo anche da noi dove l’autunno mite regala ancora le acque tiepide e profumate del mare.Tropea cambia volto e per le vie ritornano gli odori del quotidiano.

È domenica e dai vicoli che si aprono attorno alla cattedrale si spande il profumo della festa. Quel gusto di intimità familiare, sfuggito dalle finestre, galoppa nel mio cuore alimentando il ricordo…

È Natale, la messa solenne si è conclusa e la gente con passo spedito, si affretta verso casa per andare incontro gioiosa al rito del pranzo. Il mio percorso questa volta è diverso dal solito. Non posso ritornare in famiglia senza essere passata per l’ospedale dove mi aspetta Rosa .Saperla gravemente ammalata mi tormenta e non riesco ad allontanare il pensiero della sua sofferenza neanche oggi che è Natale. Salgo di corsa la scala dell’antico palazzo senza incontrare nessuno e mi affido a Gesù appena nato. Come vorrei che alla mia dolce Rosa fosse risparmiato il dolore del calvario. Col cuore che batte all’impazzata entro nella sua stanzetta ed una luce bianca mi colpisce il viso regalandomi un’inattesa sensazione di serenità

Chi c’è accanto a Rosa che vedendomi entrare mi tende la mano? Un sorriso distende i tratti sofferenti del suo viso nell’espressione gioiosa che ha illuminato la mia infanzia. È un attimo e l’incredulo smarrimento della sorpresa cede il posto alla consapevolezza della forza travolgente dell’amore puro e generoso. Il capo bianco,mosso dalle onde dei capelli raccolti sulla nuca, svela il volto bellissimo e radioso della signorina Irma. Anche lei mi accoglie con la mano tesa.

Mi precipito verso il lettino,con gli occhi umidi di pianto e l’abbraccio liberatorio scende nel mio cuore.

Ora si che è Natale anche per me che non avverto più lo strazio della separazione che la malattia inesorabilmente preannuncia.

“Buon Natale” ci diciamo all’unisono. La comunione dei nostri cuori è totale e la forza della fede che anima i nobili cuori delle due Signorine allontana da me la miseria umana che non comprende il valore della sofferenza.

Non dimenticherò mai l’amorevolezza con cui Irma accoglieva tra le sue la mano della compagna carmelitana della strada che come lei aveva scelto l’oblazione totale agli ultimi.Le due signorine si guardavano negli occhi mentre assieme consumavano il pranzo di Natale e parlavano. Un’atmosfera surreale pervadeva la stanza d’ospedale trasformandola in uno spazio magico dove c’era posto solo per l’eternità. Umiltà, pace, apostolato, preghiera, gioia.

A lutto sul red carpet

Niente abiti scintillanti o outfit sgargianti sul red carpet dei Golden Globes, fra le cerimonie più attese a Hollywood. Sul tappeto rosso le star il 7 gennaio sfileranno in nero. Non certo una questione di moda o tendenza. Il colore (del lutto) è stato invece scelto in segno di protesta contro le molestie e i soprusi sessuali. Tutte in nero dunque contro la gender inequality. Per il 2018, fra l’altro, fra i registi nominati, di donne non ce n’è neanche una.

Da Io Donna

E ancora amore rubato

La ragazza non immaginava

che anche quello fosse l’amore

in mezzo all’erba lei tremava

sentiva addosso ancora l’odore

la ragazza non immaginava

che così forte fosse il dolore

passava il vento e lei pregava

che non tornassero quelle parole

adesso muoviti fammi godere

se non ti piace puoi anche gridare

tanto nessuno potrà sentire

tanto nessuno ti potrà salvare

e lei sognava una musica dolce

e labbra morbide da accarezzare

chiari di luna e onde del mare

piccole frasi da sussurrare

e lei sognava un amore profondo

unico e grande più grande del mondo

come un fiore che è stato spezzato

così l’amore le avevan rubato

la ragazza non immaginava

che così lento fosse il dolore

stesa nel prato

lei piangeva

sulle sue lacrime nasceva il sole

e lei sognava una musica dolce

e labbra morbide da accarezzare

chiari di luna onde del mare

piccole frasi da sussurrare

e lei sognava un amore profondo

unico e grande più grande del mondo

ma il vento adesso le aveva lasciato

solo il ricordo di un amore rubato

come un fiore che è stato spezzato

così l’amore le avevan rubato

Lo stupro di Franca Rame

Il brano che ora reciterò è stato ricavato da una testimonianza apparsa sul “Quotidiano Donna”, testimonianza che vi riporto testualmente.   

C’è una radio che suona… ma solo dopo un po’ la sento. Solo dopo un po’ mi rendo conto che c’è qualcuno che canta. Sì, è una radio. Musica leggera: cielo stelle cuore amore… amore…
Ho un ginocchio, uno solo, piantato nella schiena… come se chi mi sta dietro tenesse l’altro appoggiato per terra… con le mani tiene le mie, forte, girandomele all’incontrario. La sinistra in particolare.
Non so perché, mi ritrovo a pensare che forse è mancino. Non sto capendo niente di quello che mi sta capitando.
Ho lo sgomento addosso di chi sta per perdere il cervello, la voce… la parola. Prendo coscienza delle cose, con incredibile lentezza… Dio che confusione! Come sono salita su questo camioncino? Ho alzato le gambe io, una dopo l’altra dietro la loro spinta o mi hanno caricata loro, sollevandomi di peso?
Non lo so.
È il cuore, che mi sbatte così forte contro le costole, ad impedirmi di ragionare… è il male alla mano sinistra, che sta diventando davvero insopportabile. Perché me la storcono tanto? Io non tento nessun movimento. Sono come congelata.
Ora, quello che mi sta dietro non tiene più il suo ginocchio contro la mia schiena… s’è seduto comodo… e mi tiene tra le sue gambe… fortemente… dal di dietro… come si faceva anni fa, quando si toglievano le tonsille ai bambini.
L’immagine che mi viene in mente è quella. Perché mi stringono tanto? Io non mi muovo, non urlo, sono senza voce. Non capisco cosa mi stia capitando. La radio canta, neanche tanto forte. Perché la musica? Perché l’abbassano? Forse è perché non grido.
Oltre a quello che mi tiene, ce ne sono altri tre. Li guardo: non c’è molta luce… né gran spazio… forse è per questo che mi tengono semidistesa. Li sento calmi. Sicurissimi. Che fanno? Si stanno accendendo una sigaretta.
Fumano? Adesso? Perché mi tengono così e fumano?
Sta per succedere qualche cosa, lo sento… Respiro a fondo… due, tre volte. Non, non mi snebbio… Ho solo paura…
Ora uno mi si avvicina, un altro si accuccia alla mia destra, l’altro a sinistra. Vedo il rosso delle sigarette. Stanno aspirando profondamente.
Sono vicinissimi.
Sì, sta per succedere qualche cosa… lo sento.
Quello che mi tiene da dietro, tende tutti i muscoli… li sento intorno al mio corpo. Non ha aumentato la stretta, ha solo teso i muscoli, come ad essere pronto a tenermi più ferma. Il primo che si era mosso, mi si mette tra le gambe… in ginocchio… divaricandomele. È un movimento preciso, che pare concordato con quello che mi tiene da dietro, perché subito i suoi piedi si mettono sopra ai miei a bloccarmi.
Io ho su i pantaloni. Perché mi aprono le gambe con su i pantaloni? Mi sento peggio che se fossi nuda!
Da questa sensazione mi distrae un qualche cosa che subito non individuo… un calore, prima tenue e poi più forte, fino a diventare insopportabile, sul seno sinistro.
Una punta di bruciore. Le sigarette… sopra al golf fino ad arrivare alla pelle.
Mi scopro a pensare cosa dovrebbe fare una persona in queste condizioni. Io non riesco a fare niente, né a parlare né a piangere… Mi sento come proiettata fuori, affacciata a una finestra, costretta a guardare qualche cosa di orribile.
Quello accucciato alla mia destra accende le sigarette, fa due tiri e poi le passa a quello che mi sta tra le gambe. Si consumano presto.
Il puzzo della lana bruciata deve disturbare i quattro: con una lametta mi tagliano il golf, davanti, per il lungo… mi tagliano anche il reggiseno… mi tagliano anche la pelle in superficie. Nella perizia medica misureranno ventun centimetri. Quello che mi sta tra le gambe, in ginocchio, mi prende i seni a piene mani, le sento gelide sopra le bruciature…
Ora… mi aprono la cerniera dei pantaloni e tutti si dànno da fare per spogliarmi: una scarpa sola, una gamba sola.
Quello che mi tiene da dietro si sta eccitando, sento che si struscia contro la mia schiena.
Ora quello che mi sta tra le gambe mi entra dentro. Mi viene da vomitare.
Devo stare calma, calma.
“Muoviti, puttana. Fammi godere”. Io mi concentro sulle parole delle canzoni; il cuore mi si sta spaccando, non voglio uscire dalla confusione che ho. Non voglio capire. Non capisco nessuna parola… non conosco nessuna lingua. Altra sigaretta.
“Muoviti puttana fammi godere”.
Sono di pietra.
Ora è il turno del secondo… i suoi colpi sono ancora più decisi. Sento un gran male.
“Muoviti puttana fammi godere”.
La lametta che è servita per tagliarmi il golf mi passa più volte sulla faccia. Non sento se mi taglia o no.
“Muoviti, puttana. Fammi godere”.
Il sangue mi cola dalle guance alle orecchie.
È il turno del terzo. È orribile sentirti godere dentro, delle bestie schifose.
“Sto morendo, – riesco a dire, – sono ammalata di cuore”.
Ci credono, non ci credono, si litigano.
“Facciamola scendere. No… sì…” Vola un ceffone tra di loro. Mi schiacciano una sigaretta sul collo, qui, tanto da spegnerla. Ecco, lì, credo di essere finalmente svenuta.
Poi sento che mi muovono. Quello che mi teneva da dietro mi riveste con movimenti precisi. Mi riveste lui, io servo a poco. Si lamenta come un bambino perché è l’unico che non abbia fatto l’amore… pardon… l’unico, che non si sia aperto i pantaloni, ma sento la sua fretta, la sua paura. Non sa come metterla col golf tagliato, mi infila i due lembi nei pantaloni. Il camioncino si ferma per il tempo di farmi scendere… e se ne va.
Tengo con la mano destra la giacca chiusa sui seni scoperti. È quasi scuro. Dove sono? Al parco. Mi sento male… nel senso che mi sento svenire… non solo per il dolore fisico in tutto il corpo, ma per lo schifo… per l’umiliazione… per le mille sputate che ho ricevuto nel cervello… per lo sperma che mi sento uscire. Appoggio la testa a un albero… mi fanno male anche i capelli… me li tiravano per tenermi ferma la testa. Mi passo la mano sulla faccia… è sporca di sangue. Alzo il collo della giacca.
Cammino… cammino non so per quanto tempo. Senza accorgermi, mi trovo davanti alla Questura.
Appoggiata al muro del palazzo di fronte, la sto a guardare per un bel pezzo. Penso a quello che dovrei affrontare se entrassi ora… Sento le loro domande. Vedo le loro facce… i loro mezzi sorrisi… Penso e ci ripenso… Poi mi decido…
Torno a casa… torno a casa… Li denuncerò domani.
(29 maggio 2013)

Ibn Arabi: melodia dell’amore

Il mio cuore è diventato capace

di accogliere ogni forma

È un pascolo per le gazzelle

Un convento per i monaci cristiani

È un tempio per gli idoli

È la Ka’ba del pellegrini

È le tavole della Torah

È il libro del sacro Corano

Io sogno la religione dell’amore,

quale mai sia la strada

che prende la sua carovana

questo è mio credo e mia fede

I diritti delle donne riguardano tutti!

I diritti delle donne riguardano tutti. Parola di Silvia Niccolai

di Giordana Masotto

“Cominciamo a vedere nei diritti delle donne, in ciò che accade alle donne, qualcosa che riguarda tutti, come sempre è, ma come spesso è difficile percepire.” Silvia Niccolai (docente di diritto costituzionale) entra con tutta la sua autorevolezza nella vicenda della donna licenziata all’Ikea e ci aiuta a dare nuovo spessore teorico a questioni che ci premono.

Nell’articolo – pubblicato su “il manifesto” del 30/11/2017 – sottolinea la radicale ambivalenza delle norme antidiscriminatorie in materia di donne e lavoro.

Quando in Europa e anche in Italia sono state cancellate le norme speciali che riguardavano le donne (lavoro notturno, età della pensione, ecc) molti hanno sostenuto che così si combattevano gli stereotipi di genere. Ma in molte abbiamo notato che era una rincorsa al basso, uno dei tanti casi in cui prendere a modello il maschile non era affatto un guadagno di civiltà. Niccolai lo spiega bene: “Il fatto è che le norme protettive dettate per le donne tra Otto e Novecento racchiudevano un principio che non riguarda solo le donne: la vita umana, e la società, cioè le relazioni che ci tengono uniti gli uni agli altri e ci danno autonomia e libertà, hanno valore e per questo devono essere tutelate davanti alla logica del profitto che tende a espropriarle. Quelle tutele erano il cuore dello stato sociale, che voleva dire difesa della società davanti all’invadenza del mercato.” Insomma, con quegli interventi antidiscriminatori è accaduto il contrario di quello che in “Immagina che il lavoro” abbiamo provocatoriamente chiamato “portare tutto al mercato”, cioè condizionare la logica di mercato con “tutto il lavoro necessario per vivere”, quella complessità e molteplicità di piani che le donne vivono e a cui non vogliono rinunciare.

Il lavoratore neutro a cui tendono le norme antidiscriminatorie è un lavoratore che è costretto a cancellare l’irrinunciabile. Dice Niccolai: “Non si tratta di garantire alle mamme il recinto in cui accudire i bambini. Si tratta di tornare a chiarire che non deve essere la produzione a dominare ogni singola esistenza e dettarne le priorità.”

Ribadire le priorità dell’esistenza umana: bisogna riconoscere che questo è possibile oggi (per nulla facile, ma pensabile) perché le donne sono entrate nel mondo del lavoro con tutto il peso della loro libertà e materialità. Come conclude Niccolai, non si tratta di “incomprensibili privilegi che il mondo d’oggi non può più permettersi”. Le donne, quando prendono la parola, rendono più giusto il mondo. Io non so se molti lavoratori siano disposti a sentire che quelle battaglie sono giuste non perché sono disposti a difendere i diritti delle donne, ma perché un mondo a misura di donne e di uomini è più giusto e più libero

Rinasci dalla dignità

Ha prevalso il rosso tra le signore, grande classico invernale (e pre natalizio) che si adatta perfettamente alla serata.

Lo ha scelto Margherita Buy per un abito semplice, con uno spacco davanti.

La stessa nuance ha ispirato anche Lavinia Biagiotti, in una sovrapposizione di tonalità, e Natasha Stefanenko, con un abito dalla scollatura strutturata e, di contrasto, un trucco estremamente naturale.

Una scarlatta rivoluzione, forse favorito dall’opera della Prima, deve aver pensato la soprano Silvia Colombini, che ha lanciato un messaggio a tutte le donne (Rinasci dalla dignità) impresso sul suo stesso corpo.

Rosso e nero invece per Giovanna Salza, consorte di Corrado Passera. Ha fatto il suo ingresso anche il sindaco di Milano Beppe Sala, a braccetto con la compagna Chiara Bazoli, che invece ha preferito i toni del rosa. Ha scelto invece un brillante abito argentato, maliziosamente velato, Anna Valle. E che dire dell’elegantissimo frac di Roberto Bolle?

Non che sia facile combinare eleganza e necessaria stravaganza, sapendo di doversi confrontare nel ricordo con le sempre perfette delle “signore della Scala” d’un tempo.

Figlio mio

Non fossi stato figlio di Dio

t’avrei ancora per figlio mio…