Medea, opera d’amore
Medea compie un viaggio che è un’opera d’amore: la sua natura si plasma e si nutre della sua sofferenza. Sceglie la colpa! La sua storia lo esige, la sua indole. E’ una barbara che non riconosce altra autorità se non quella del proprio istinto, per questo si attacca disperatamente al concetto di libertà. Per lei è rassicurante pensare di essere libera, di poter scegliere il proprio destino, di poterlo fare e disfare con le proprie mani. La sua appartenenza a un gruppo familiare o di classe o di nazione o di religione limita la sua presunta libertà, perché Medea si sente straniera ovunque. La sua tragedia consiste nella difficoltà di mantenere coscienti le sue pulsioni primitive, lottando disperatamente perché non si trasformino in regole da rispettare.
La diversità di Medea ha a che fare col travaglio del parto, con la sua fertilità devastante e rigogliosa, con la sua innata capacità di generare e di perpetuare la specie in un paese abitato soltanto da un popolo maschile inadatto a sviluppare il seme. Giasone l’abbandona incinta e si fa re di una città sterile. Il vero delitto con cui Medea punirà Corinto, sarà negargli i figli, partorendo aborti come eredi, decidendo a monte il destino di una città nella quale senza di lei è impossibile perpetuare la specie.
Immagino un viaggio verso Medea come se fosse un paese straniero. Attorniata da uomini-donne di Corinto che sognano pance gravide, vagiti di neonati, coccarde e corredi di figli attesi. Immagino l’allestimento di questo spettacolo in un luogo pieno di grazia e di senso, dove l’atmosfera del teatro stesso rilevi la drammaticità della storia. Dove a riempire bastano un canto e un silenzio. Dove la parola di Medea riecheggi forte e chiara. I fratelli Mancuso canteranno l’amore e l’odio. Il travaglio è in atto: Medea sgrava la sua tragedia.
Emma Dante
Non è amore
La ragazza non immaginava
che anche quello fosse l’amore
in mezzo all’erba lei tremava
sentiva addosso ancora l’odore
chissà chi era cosa voleva
perché ha ucciso i miei pensieri
chissà se un giorno potrò scordare
e ritornare quella di ieri
la ragazza non immaginava
che così forte fosse il dolore
passava il vento e lei pregava
che non tornassero quelle parole
adesso muoviti fammi godere
se non ti piace puoi anche gridare
tanto nessuno potrà sentire
tanto nessuno ti potrà salvare
e lei sognava una musica dolce
e labbra morbide da accarezzare
chiari di luna e onde del mare
piccole frasi da sussurrare
e lei sognava un amore profondo
unico e grande più grande del mondo
come un fiore che è stato spezzato
così l’amore le avevan rubato
la ragazza non immaginava
che così lento fosse il dolore
stesa nel prato
lei piangeva
sulle sue lacrime nasceva il sole
e lei sognava una musica dolce
e labbra morbide da accarezzare
chiari di luna onde del mare
piccole frasi da sussurrare
e lei sognava un amore profondo
unico e grande più grande del mondo
ma il vento adesso le aveva lasciato
solo il ricordo di un amore rubato
come un fiore che è stato spezzato
così l’amore le avevan rubato
L’ amore rubato
Non è Amore
L’amore ai tempi delle colonie è impastato di ferocia. Un pugnale affilato minaccia e uccide, anche se lo spalmi di miele». «Mia madre, avvolta in un “guntiino” rosso con fili dorati, rimestava cibo in un calderone di rame. Le domandai per favore dove posso sciacquarmi il viso».«Vai al pozzo, stronza», fu la sua pronta risposta. Non era la prima volta che mi apostrofava in quel modo, ma se nelle altre occasioni potevo essermelo meritato, in quel caso davvero non me lo riuscivo a spiegare.«Perché mi dai della stronza? – domandai offesa – Che ho fatto di male?».«Nulla – disse Aschirò -. perché male? Tuo padre lo diceva sempre. “Stronza, fa’ questo! Stronza, fa’ quest’altro. Vattene via, stronza”. Non è male. È un modo per chiamare».
Da ” Timira Romanzo meticcio”
Amalia Bruni, Socia d’onore di sos KORAI: non ci sto!
Un guscio di noce privo della sostanza. Rischia di diventare questo il Centro Regionale di Neurogenetica. A lanciare l’avvertimento e contestualmente un appello alla politica è la scienziata Amalia Bruni che dirige la struttura, allocata nell’ospedale Giovanni Paolo II di Lamezia Terme.
Un centro all’avanguardia, un’eccellenza, che sin dalla sua nascita nel 1995, ha dovuto faticare molto per farsi ascoltare, per avere i fondi regionali che gli spettavano, per potere avere quella benzina necessaria a mettere in moto quella che è tutti gli effetti una vera e propria Ferrari.
Il centro, specializzato nella cura dell’Alzhemeir, fa ricerca e assistenza e lavora in collaborazione con l’Associazione per la Ricerca Neurogenetica. E’ al centro che si deve la scoperta della Nicastrina, la proteina responsabile della formazione delle “placche senili” Alzheimer. E’ sempre al centro che si deve la scoperta della prima malata di Alzheimer, una calabrese e non una tedesca come fino ad allora si era erroneamente creduto.
E’ facile intuire la risonanza che il centro ha a livello internazionale, i riconoscimenti della comunità scientifica, avuti anche da Rita Levi Montalcini. Dal 1995 ad oggi sono passati dal centro 12 mila pazienti che hanno reso l’archivio di cartelle cliniche uno tra i più ricchi al mondo. Eppure, il centro regionale di Neurogenetica non ha nemmeno un infermiere, la pianta organica è composta da precari e non si può attivare un day service per mancanza di personale.
Il vento nei capelli
La giornalista iraniana Masih Alinejad, che vive in esilio, ha dato vita al movimento MyStealtyFreedom per raccontare la vita senza velo.
Sono molte poi le foto di sorelle o amiche, così come quelle scattate da un fratello alla propria sorella
.
Il gesto di togliere il velo è una forma di protesta contro un governo che nega alla popolazione femminile alcuni diritti fondamentali: devono chiedere il permesso al proprio marito per lavorare o per viaggiare fuori dall’Iran. Non possono sposare un uomo se questi non è iraniano o convertito all’Islam. E devono comunque ottenere il consenso da parte del proprio padre per sposarsi. Non possono cantare in pubblico. «Le donne non possono candidarsi in politica per le elezioni presidenziali – spiega Alinejad – e ce ne sono solo nove in Parlamento. Ma le donne iraniane sono molto intelligenti: rappresentano il 60% degli studenti Iraniani».
Cos’è per lei l’hijab?
È il simbolo dell’oppressione contro le donne. Da bambina volevo essere come mio fratello, che giocava libero. Io invece sono stata costretta a indossare il velo a sette anni.
Cosa rischiano le donne che pubblicano la propria foto senza velo sul web?
Senza pubblicare alcuna foto, 18 mila donne sono state mandate davanti alla Corte e queste donne non sono quelle che hanno inviato foto a MyStealthyFreedom. Non serve pubblicare le foto per rischiare (secondo l’art. 638 del codice penale islamico dell’Iran una donna senza il velo in pubblico può essere condannata fino a due mesi di carcere, a pagare una piccola multa o a ricevere 74 frustate, ndr). Quando le donne camminano per strada possono essere fermate dalla polizia anche se non indossano l’hijab in modo corretto perché potrebbe intravvedersi qualche ciocca di capelli. Chi rifiuta di indossare il velo non può andare a scuola né ricevere un’educazione: di fatto non potrà lavorare nel proprio Paese e dovrà lasciare la propria casa. L’hijab obbligatorio è tutto questo: è contro la dignità. Le donne iraniane sfidano il governo ogni giorno e non dipende da una pagina Facebook.
Ci sono uomini che sostengono MyStealthyFreedom?
Moltissimi. Quando le donne girano un video per la strada senza il velo, gli uomini non le additano, né le insultano. Hanno rispetto per la nostra scelta: è solo il governo che vuole mostrare che gli uomini in Iran non sono interessati a questo tema, o che possono stuprare le donne che non indossano l’hijab. Ci sono molti uomini con una certa cultura che ci supportano e sono tanti i loro messaggi sulla mia pagina. Basti pensare che sono stati proprio due uomini ad avermi aiutata a tradurre le testimonianze delle donne dal persiano all’inglese.
Allora perché è così difficile abolire l’hijab obbligatorio?
Purtroppo la domanda andrebbe posta ai politici. Noi continuiamo a chiedere loro perché ignorino i diritti umani in Iran, focalizzandosi solo sul nucleare. Per l’Iran è importante ottenere un accordo con i paesi occidentali sul nucleare, ma quando si scavalcano i diritti umani, non va più bene. Il nostro governo va a negoziare con gli altri paesi occidentali, dicendo che in Iran c’è libertà, quando non è così.
Cosa pensa del gesto di Oriana Fallaci, che si tolse il velo di fronte all’Ayatollah Khomeini nel 1979?
È proprio questo che io chiedo ai giornalisti stranieri, così come alle donne della politica. Ad esempio Julie Bishop, Ministro degli affari esteri australiani e Claudia Roth, parlamentare tedesca, sono le prime donne arrivate in Iran da quando MyStealthyFreedom è nato, e loro non si sono tolte il velo. Vorrei che le donne della politica fossero coraggiose come fu Oriana Fallaci, come lo sono le donne iraniane. Molti credono che questo sia un problema interno, ma per me l’obbligatorietà del velo è un tema che coinvolge tutte le donne, perché una turca, americana o italiana che decidesse di visitare l’Iran sarebbe costretta a indossare l’hijab: per questo tutte le donne dovrebbero stare dalla stessa parte.
Cosa ne pensa delle donne che indossano il velo nei paesi occidentali?
Io sostengo la libertà di scelta: le donne che nei paesi occidentali indossano l’hijab hanno questo diritto. In Iran non è così.
Ha vinto di recente un premio a Ginevra per i diritti delle donne grazie a MyStealthyFreedom. Qual è il prossimo passo?
Fare in modo che tutte le donne del mondo siano coinvolte: quelle in politica e tutte quelle che visiteranno l’Iran. Chiedo loro di rifiutarsi di stare in silenzio. Il primo passo era far alzare una voce all’interno dell’Iran, dove il governo ci ignorava e basta. Il secondo passo è il supporto esterno. Il nostro governo va nei paesi non musulmani chiedendo di rispettare i loro usi e costumi, e noi vorremmo si facesse lo stesso nei nostri confronti.
Cosa ha provato quando ha tolto il velo per la prima volta in pubblico?
Ho sentito il vento tra i capelli. La prima esperienza è questa: gioire dei capelli che, davvero, danzano.
Da l’Espresso
Le celebrità di Hollywood, sull’onda del caso del produttore Harvey Weinstein, unite contro le molestie sessuali. Oltre 300 fra attrici, sceneggiatrici e personalità del mondo del cinema hanno lanciato un progetto per combattere abusi e violenze: ‘Time’s up’ prevede un fondo per il sostegno legale a donne e uomini molestati sessualmente sul lavoro. Fra i membri di ‘Time’s up’ figurano Cate Blanchett, Ashley Judd, Brie Larson, Reese Witherspoon, Natalie Portman e Meryl Streep, la présidente di Universal Pictures Donna Langley, la scrittrice femminista Gloria Steinem, l’avvocato ed ex capo dello staff di Michelle Obama Tina Tchen e la co-presidente della Fondazione Nike Maria Eitel. Lo slogan dice “è finito il tempo del silenzio, è finito il tempo dell’attesa, è finito il tempo di tollerare abusi, discriminazioni e molestie”.
La Repubblica
L’Islanda è il primo paese al mondo a rendere obbligatoria per legge la parità di stipendio tra uomo e donna. D’ora in poi aziende e uffici pubblici con più di 25 impiegati dovranno dimostrare con una serie di documenti che le dipendenti sono pagate quanto i loro colleghi, altrimenti saranno puniti con un’ammenda. L’Islanda non è nuova a misure che promuovono l’uguaglianza tra uomo e donna, tanto che negli ultimi nove anni è stata al primo posto della lista dei Paesi più avanti nella parità di genere stilata dal World Economic Forum.
Il report analizza il divario di genere attraverso quattro parametri: partecipazione alla crescita economica, risultati accademici, salute e aspettativa di vita e partecipazione alla politica. Una classifica che, per intenderci, vede gli Stati Uniti al 49esimo posto, davanti al Kazakistan ma dietro l’Uganda. Per non parlare dell’Italia, dove il divario tra uomini e donne ha fatto piombare il Paese all’82esimo posto in classifica (su 144 posizioni complessive), con un crollo di ben 22 posizioni nell’arco di un solo anno.
Nel 2015 negli Stati Uniti le donne hanno guadagnato circa l’83% del salario della controparte maschile. Una voragine che si è andata assottigliando nel corso dei decenni, ma a un ritmo troppo lento. Tanto che di questo passo la parità di paga non si concretizzerà prima del 2119. L’Islanda ha deciso di dare un’accelerata. “Da anni stiamo lavorando per raggiungere la piena parità di genere, è un obiettivo che non si può più rimandare, ha dichiarato ad Al Jazeera, Dagny Osk Aradottir Pind, figura di spicco nel direttivo dell’associazione islandese per i diritti delle donne.
L’Islanda è stata anche tra i primi Paesi – l’apripista fu la Svezia nel 1971 – a introdurre nel 2000 un sistema di congedo parentale di nove mesi condiviso tra padre e madre: ciascun genitore ha tre mesi di congedo e, se uno dei due decide di non utilizzarli, questi tre mesi vengono persi, non sono trasferibili all’altro genitore. Inoltre i due genitori possono decidere chi usa i restanti tre mesi: in questo modo né il padre né la madre si assentano dal lavoro per più di sei mesi, periodo durante il quale ricevono circa l’80% del loro salario. Un metodo che si è rivelato enormemente efficiente per non penalizzare agli occhi del datore di lavoro le donne che decidono di avere figli.
E ora il grande passo con la legge sulla parità dei salari, che ha ottenuto il supporto della maggioranza di centro destra e dell’opposizione. Sarà un caso, ma in Islanda il 50 per cento dei membri del Parlamento è composto da donne.
Da La Stampa dell’1/01/18
Moda nemica
” La donna é stata schiavizzata dalla moda non soltanto perché imponendole di essere attraente, di tenere un contegno etereo, grazioso, eccitante, la rendeva oggetto sessuale; é stata schiavizzata soprattutto perché le macchine vestimentarie le imponevano di vivere per l’esteriorità. Il che ci fa pensare quanto una ragazza dovesse essere intellettualmente eroica per diventare, con quei vestiti, Madame de Sé vigné, Vittoria Colonna, Madame Curie o Rosa Luxemburg.”
Ciao grande Franca!
Per quale motivo la storia di Franca Viola cambiò per sempre l’Italia? Secondo la morale dell’epoca, una ragazza non più vergine a causa di uno stupro avrebbe dovuto necessariamente sposare il suo rapitore per salvare il suo onore e, soprattutto, quello della famiglia. All’articolo 544 del codice penale, infatti si leggeva: “Per i delitti preveduti dal capo primo e dall’articolo 530, il matrimonio, che l’autore del reato contragga con la persona offesa, estingue il reato, anche riguardo a coloro che sono concorsi nel reato medesimo; e, se vi è stata condanna, ne cessano l’esecuzione e gli effetti penali”. Traducendo, dunque, all’epoca la legge permetteva di estinguere il reato di sequestro di persona e violenza carnale ai danni di una donna semplicemente accettando di sposarla, da lì l’espressione matrimonio riparatore, riparatore per la fedina penale del reo che in questa maniera riusciva dunque a uscire completamente pulito nonostante avesse commesso un’azione aberrante. All’epoca, però, lo stupro non era considerato un reato contro la persona come oggi, ma un reato contro la morale pubblica e le pene, quindi, erano di molto inferiori rispetto a quelle odierne.
La vicenda di Franca Viola, però, sollevò forti e inaspettate polemiche, che contribuirono a un netto cambio di passo. Melodia fu processato e condannato a 11 anni di carcere, i giudici non credettero alle accuse lanciate dall’uomo per screditare la ragazza sostenendo che lei fosse d’accordo alla “fuitina” per mettere i genitori davanti al fatto compiuto e obbligarli a concedere l’autorizzazione al matrimonio. Il caso di Franca Viola, quindi, portò a manifestazioni e prese di posizione da parte delle femministe e della società civile, che premettero affinché venisse abrogato l’articolo 544 del codice penale che concedeva questa scappatoia a violentatori e stupratori. Così, dopo anni di dibattiti, l’articolo venne successivamente abrogato i 5 agosto del 1981, mentre solo 20 anni fa, nel 1996, lo stupro venne definitivamente riconosciuto in Italia come un reato contro la persona e non più contro la morale pubblica, con conseguente aumento della gravità e delle pene previste. Grazie alla sua battaglia, la giovane Franca Viola divenne – e tuttora è – simbolo dell’emancipazione femminile in Italia, la donna che è riuscita a cambiare per sempre la mentalità di un Paese.
Le donne detenute nelle carceri italiane
Tra le pieghe delle statistiche sulla detenzione, tra gli slogan che legano indissolubilmente immigrazione e delinquenza, 2.448 individui sono dimenticati dall’opinione pubblica e, spesso, dalle istituzioni: sono le donne detenute nelle carceri italiane.
Sono quindi 2.448 donne invisibili, poco più del 4% dei detenuti in Italia, i quali al 30 settembre 2017 sono 57.661, circa 7.000 in eccesso rispetto alla capienza regolamentare delle carceri. Cifre che dicono tanto, che sono già severe nei confronti delle condizioni umane dei reclusi maschi. La condizione delle donne detenute, una risibile percentuale sull’albo delle statistiche del Ministero della Giustizia, da anni a questa parte continua a presentare criticità.
L’assurdo oblio in cui versano le minoranze è un terribile vizio delle istituzioni, un’abitudine diventata regola: minoranze etniche, religiose e quella delle donne detenute, che non fa eccezione. In Italia sono presenti solamente quattro carceri unicamente femminili: questi istituti – a Trani, Roma-Rebibbia, Empoli, Venezia-Giudecca e Pozzuoli – ospitano il 25% delle donne detenute. Il restante 75% è malamente gestito nelle carceri maschili, in spazi ritagliati, obsoleti, senza opportunità né possibilità di condurre una vita dignitosa.
Se lo scopo che si prefigge la detenzione è la riabilitazione dei reclusi, il loro reinserimento nella società, allora le istituzioni italiane stanno fallendo. Le donne detenute sono gestite in modo a dir poco approssimativo, in condizioni di vita ben peggiori di quelle dei reclusi maschi.
Proviamo a raccontare il dramma delle donne detenute nelle carceri con due focus su altrettanti istituti, quello di Pozzuoli, femminile, e quello di Genova-Pontedecimo, maschile.
Il carcere di Pozzuoli, in provincia di Napoli, è suddiviso in tre piani e altrettante sezioni, a seconda della pena da scontare e dei reati commessi dalle donne che ne sono inquiline. Della situazione all’interno della struttura quasi nulla era noto fino al 2015, solo qualche cenno storico sulle peripezie dell’edificio nel corso dei secoli.
Nel maggio 2015 la svolta: una lettera anonima, dopo qualche mese di censura e silenzio epistolare, viene recapitata al comitato “Parenti e amici delle detenute del carcere di Pozzuoli”. Del testo integrale, che merita di essere letto approfonditamente, sono citati di seguito alcuni passaggi che raccontano quello definito come “inferno di Pozzuoli”: sovraffollato, con assistenza medica precaria e prezzi esorbitanti anche per i beni di prima necessità, violenze verbali e minacce, prostituzione. Un inferno, appunto.
«Sono una detenuta di Pozzuoli e vi scrivo […] perché in questo “inferno” che noi viviamo, andiamo avanti solo con le minacce dei rapporti, anche per una sigaretta, che è l’ultima cosa che ci è rimasta qua dentro, in questo inferno che è così facile ad entrare, ma così difficile ad uscire.
[…] In ogni stanza viviamo in 10 persone […], i prezzi qui da noi anche sono un abuso di potere. Paghiamo tutto, non di più, ma addirittura il doppio. Anche le cose di prima necessità, come la carta igienica.[…] Parliamo anche un po’ del servizio sanitario. Qua per prima cosa anche se qualcuno di notte sta male l’assistente fa finta di non sentire, perché l’infermeria la notte non vuole essere disturbata. Quindi devi aspettare la mattina che passa il carrello, quel carrello sempre pieno di psicofarmaci che vogliono darci sempre. Questo sempre per farci addormentare e quindi per non essere disturbati. […] Vorremmo che questa lettera venisse pubblicata su qualche giornale affinché tutti vengano a conoscenza che qui non è un carcere, ma è solo l’inferno, un inferno che siamo costrette a vivere.
Grazie
Casa Circondariale Femminile di Pozzuoli
(Inferno di Pozzuoli, tanto è uguale)
[…]
Ma lo Stato questo lo sa? O conviene anche a loro?»
Di Andrea Messera