Maria Sibylla Merian
Se è vero che il destino delle persone si manifesta già in tenera età, la storia di Maria Sibylla Merian è in questo senso esemplare. È ancora bambina quando ruba un tulipano per disegnarlo con i suoi acquerelli. Siamo a Francoforte nella seconda metà del Seicento: in quegli anni la città tedesca è la capitale dell’editoria, importante centro commerciale – in particolare per il commercio della seta – e teatro di grandi entusiasmi e interessi scientifici a cui le donne sono, ovviamente, escluse. Maria Sibylla nasce in una famiglia di intellettuali: suo padre è un editore e incisore molto noto, che però morirà quando la futura pittrice e naturalista ha soli tre anni. Sua madre si risposa con un pittore di fiori – un genere allora molto diffuso – ed è da lui che impara i primi rudimenti di pittura. Giovanissima, comincia a dipingere piante, fiori e insetti, ma sono soprattutto i bachi da seta a interessarla di più. La cosa che più la affascina è la metamorfosi che porta i bruchi a trasformarsi in belle farfalle e così si mette a raccogliere gli insetti per osservarne il passaggio da crisalide a farfalla. Il matrimonio a 18 anni con un pittore e il trasferimento a Norimberga la portano a perfezionare sempre più il disegno e l’interesse per gli insetti, nonostante i pregiudizi dell’epoca che li voleva il risultato di una putrefazione, e per questo venivano ritenuti, secondo la superstizione popolare, bestie diaboliche. La chiesa cattolica consigliava degli esorcismi contro la piaga delle cosiddette “bestie di Satana”, altri credevano che le farfalle fossero streghe che all’occorrenza si trasformavano.
Maria Sibylla sfida i pregiudizi del tempo e raccoglie instancabilmente i suoi bruchi. Li porta in laboratorio, li osserva scrupolosamente, scopre che quegli strani insetti nascevano dalle uova deposte dalle farfalle, e le farfalle dalle crisalidi. In questi anni di studio intenso, a 28 anni pubblica il suo primo libro, che non è dedicato alle farfalle, bensì ai fiori. Qui sono raccolte incisioni particolarmente accurate tratte dai suoi acquerelli, con lo scopo di fornire un campionario di immagini per le signore che ricamavano. Suo marito guadagna poco come pittore e Maria Sibylla è costretta a mantenere tutta la famiglia arrotondando con l’insegnamento e una piccola attività commerciale di colori e attrezzi per dipingere. Ma non si lascia spaventare dalle ristrettezze economiche, continua a lavorare duramente e a studiare il latino per acquistare autorevolezza nel settore scientifico. Finalmente, dopo molti sforzi, riesce a pubblicare il suo libro sui bruchi: si chiama La meravigliosa metamorfosi dei bruchi e il loro singolare nutrirsi di fiori, un testo innovativo dove illustra gli stadi di sviluppo di 176 specie di farfalle e dei fiori di cui esse si nutrono. È un libretto molto piccolo (per ridurre i costi) e accanto a ciascuna tavola sono riportate le sue osservazioni sulla vita di ogni insetto, con la descrizione del processo di trasformazione.
È un lavoro importante per lo sviluppo dell’entomologia, perché frutto dell’osservazione dal vero, più dettagliato di altre opere sull’argomento, anche se scritto in tedesco e per questo meno attendibile fra gli uomini di scienza. Era infatti il latino l’unica lingua accettata dalla comunità scientifica. Maria Sibylla a un certo punto, poco soddisfatta della sua vita, si separa dal marito, si trasferisce in Olanda, va a vivere in una comune, parte per il lontano Suriname, allora colonia olandese. Un viaggio rischioso e costoso intrapreso all’età di 52 anni (che all’epoca erano tanti) in nome della sua più grande passione: le farfalle. Al tempo i viaggi scientifici erano estremamente rari (figurarsi per le donne) e, con un piccolo prestito, parte con sua figlia per questa inconsueta spedizione scientifica. Arrivata nel piccolo stato sudamericano, saranno gli indigeni ad aiutarla di più nelle sue ricerche: sono loro ad accompagnarla nelle esplorazioni di foreste, a mostrarle gli esemplari di piante, di fiori e di frutti, specie di insetti e altri animali.
Con l’aiuto soprattutto di schiave nere e indigene, madre e figlia raccolgono, classificano, si spostano faticosamente nella foresta tropicale. Si interessa anche alle proprietà medicinali delle piante, in particolare studia i semi di una pianta particolare, e denuncia nei suoi scritti la terribile condizione delle donne del posto “I semi sono usati dalle donne che hanno le doglie per accelerare il travaglio. Le indiane, che sono maltrattate dagli olandesi presso i quali sono a servizio, li usano per abortire affinché i figli non nascano schiavi come loro. Le schiave nere della Guinea e dell’Angola vanno trattate con una certa benevolenza altrimenti in condizione di schiavitù non fanno bambini. E infatti non ne hanno e arrivano a suicidarsi per il trattamento al quale sono abitualmente sottoposte. Infatti credono di rinascere libere nel loro paese in condizione di libertà”. In seguito alla spedizione, pubblica il libro Metamorfosi degli insetti del Suriname, che viene definita “l’opera più bella mai dipinta in America”. I suoi disegni di piante, serpenti, ragni, iguane e coleotteri tropicali sono ancora oggi considerati dei capolavori e vengono ricercati dai collezionisti di tutto il mondo. La vita di Maria Sibylla però non fu facile e la fama raggiunta non le impedì di vivere e di morire in grandi ristrettezze economiche. La sua storia è la storia avventurosa di una donna che ha affrontato un difficile percorso di indipendenza economica e culturale attraverso diversi cambiamenti, o meglio, metamorfosi. Come i suoi bruchi, Maria Sibylla ha dovuto trasformare la sua vita: da tranquilla moglie e madre con la passione per la natura a impavida esploratrice single ed entomologa di fama internazionale.
Dal web Elle
Beatrix Potter
Helen Beatrix Potter è stata un’illustratrice, scrittrice e naturalista britannica, ricordata soprattutto per i suoi libri illustrati per bambini. Le sue opere celebrano la vita e la natura nella campagna inglese attraverso il racconto delle avventure di animali antropomorfizzati come il celebre Peter Coniglio.
Pochi ricordano, però, che è stata anche una scienziata.
Quando aveva 31 anni, nel 1897, completó una ricerca sui funghi che venne apprezzata al punto da essere presentata alla Linnean Society, prestigiosa istituzione scientifica tutt’ora esistente.
Peccato che a farlo non fu lei ma uno zio.
Beatrix non ne aveva diritto in quanto donna.
Le donne potevano divertirsi realizzando erbari, coltivando piante …ma non dovevano montarsi la testa: la scienza non era cosa loro!
Alcune date dei diritti delle donne
1946 Elettrici ed elette dal 10 marzo.
1950 Non si possono licenziare le donne da inizio gravidanza al primo compleanno del bambino né si possono impiegare in lavori faticosi. L’astensione dal lavoro da due mesi prima a tre mesi dopo il parto.
1956 Per eguali mansioni uguale salario per uomini e donne.
1958 Con la legge Merlin lo sfruttamento della prostituzione viene perseguito dallo Stato che cessa di accettarlo e regolamentarlo in luoghi definiti.
1959 Viene istituita la Polizia Femminile, per combattere i reati contro le donne e i minori, che nel 1981 confluirà nella Polizia di Stato.
Cosima Buccoliero
Il primo incarico a Cagliari e tra poco la vicedirezione della casa circondariale di Opera, la più grande d’Italia, mantenendo anche la guida dell’Istituto penale di Milano, Cesare Beccaria.
L’elenco delle sue conquiste è lungo: l’asilo aziendale per i figli degli agenti e delle detenute ma anche per i bambini della zona, il ristorante InGalera, le attività miste ( liberi e reclusi ) nei laboratori di falegnameria, sartoria, giardinaggio.
La prima cosa che fa con chi entra in carcere è accertarsi che possa ricevere indumenti di ricambio e telefonare alla famiglia.
Agli ergastolani propone un percorso a tappe: l’iscrizione all’università, la laurea, il permesso premio…
Ai violenti contro le donne percorsi per stimolare riflessioni sulla giustizia riparativa e interventi psicologici di gruppo.
Ai suoi figli dice che il mondo non è diviso tra buoni e cattivi e che la realtà non è o bianca o nera ma esiste il grigio, il bianco può diventare nero e il nero bianco.
AliCè
Alice Pasquini (Roma 1980) in arte Alicè è un’artista contemporanea le cui opere sono esposte sulle superfici urbane, nelle gallerie e nei musei di centinaia di città in tutto il mondo.
Street artist, illustratrice e scenografa italiana, ha conseguito il diploma in pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Roma, completando il percorso di studi in Spagna con un Master of Arts in critica d’arte all’Università Complutense (2004) e un corso di animazione presso l’Ars Animation School di Madrid.
Artista poliedrica, ha sperimentato diverse tecniche, generi e medium espressivi. È tra le poche esponenti femminili affermate a livello internazionale tra i protagonisti del movimento street art.
In strada i suoi lavori spaziano dai piccoli interventi su arredi urbani, ai murales di grandi dimensioni.
La sua ricerca varia dalla narrazione della vitalità femminile, lontana dallo stereotipo donna-oggetto, alle installazioni con l’uso di materiali inconsueti. I suoi lavori sono visibili in varie città dove è stata chiamata a realizzare opere pubbliche di committenza statale, tra cui: Sydney, Mosca, Singapore, Amsterdam, Londra, Berlino, Oslo, New York, Buenos Aires, Yogyakarta, Barcellona, Copenhagen, Marrakech, Saigon, Roma e Napoli.
È stata recensita da quotidiani come il International New York Times, Wall Street Journal, La Vanguardia, Euromaxx, Panorama, Internazionale, Repubblica e Il Messaggero e ospitata dalla Rai, Sky Arte e Arte tv per numerose interviste e servizi dedicati. Nel 2017 ha partecipato al Tedx Talks.
Nel 2013 ha realizzato un ciclo per i Musei Capitolini di Roma e ha collaborato con l’Istituto Italiano di Cultura di Singapore, con l’Istituto di Cultura di Montevideo, con l’Istituto di Cultura di São Paulo, e il museo italiano dell’emigrazione di Melbourne.
Fra i suoi progetti spicca Under Layers il primo esperimento di street art in 3D realizzato a Ostia (Rm) nel 2015 collaborando con il Comune di Roma.
Dal 2015 Alice è coinvolta nella riscoperta e valorizzazione del centro antico di Civitacampomarano e come direttrice artistica del CVTà Street Fest dal 2016.
Ha esposto al Saatchi Gallery, all’Ambasciata Americana di Roma, al MACRO – Museo di Arte Contemporanea di Roma, Mutuo Centro de Arte Barcellona, all’Espace Pierre Cardin. E’ inserita nell’Enciclopedia Treccani online Treccani Enciclopedia Italiana.
Dal web
Seiko Hashimoto
Yoshirõ Mori, presidente del Comitato per le Olimpiadi e Paraolimpiadi di Tokyo 2021, è stato rimosso dal suo incarico per aver usato frasi sessiste.
Ha preso il suo posto Seiko Hashimoto, ex atleta, che per questo incarico si è dimessa da ministra dello sport.
Un buon segnale considerato che il Giappone viene considerato arretrato sul ruolo della donna.
L’avvicendamento è una presa di posizione molto decisa che indica un cambiamento di prospettiva a vantaggio della donna e dello sport.
Rosa Genoni
Rosa Genoni è l’artefice di uno stile di “pura arte italiana”, capace di fronteggiare il monopolio della moda francese. Valtellinese di umili origini, Rosa comincia a 10 anni come “piscinina” e tuttofare a Milano presso la sartoria di una zia, ma presto diventa sarta e, dopo un apprendistato in Francia, si forma come stilista, diventando poi designer e docente. Nel 1905 dirige un corso di sartoria presso la Società Umanitaria di Milano e un anno dopo, all’apice del successo, ottiene il Gran Prix all’Expo di Milano. Le sue creazioni si ispirano ai maestri dell’arte rinascimentale, ma pensano anche a una donna nuova e indipendente. E non è solo questione di moda: al lavoro Rosa affianca l’attività in favore dell’emancipazione femminile. Entrata in contatto col mondo femminista e con il movimento socialista, si batte insieme all’amica Anna Kuliscioff per la riduzione dell’orario di lavoro e l’istituzione del congedo di maternità. Fautrice di un’appassionata campagna pacifista allo scoppio della Grande Guerra, si impegna in attività filantropiche a sostegno dei profughi. Nel 1915 è l’unica rappresentante italiana al Congresso internazionale delle donne all’Aja.
sos KORAI e AssCom col Comune di Tropea a sostegno della campagna di sensibilizzazione sull’ENDOMETRIOSI
«Cosa piangi? Non ti ho detto che stai morendo di cancro, solo che non puoi avere figli».
Quando Annalisa si è svegliata dall’operazione, questo è stato il saluto del chirurgo: le aveva appena tolto un ovaio. Racconta che in quel momento le è crollato il mondo addosso: da sei mesi aveva un compagno e temeva che la lasciasse, come succede a tante donne che soffrono di endometriosi. Però quel compagno, che poi l’ha sposata, l’ha rassicurata dicendole che mica stava con la sua malattia o con il suo utero: lui stava con lei.null
Annalisa pensa di essere fortunata ad averlo vicino, e intanto che lo dice la voce le si incrina, appena un po’, e mi commuovo anche io: sì, molto fortunata.
Annalisa Frassineti è la presidentessa di Ape onlus, che dal 2005 fa informazione sull’endometriosi e offre sostegno alle donne colpite. Lei è stata operata due volte in due anni, dopo una diagnosi errata di appendicite, ma fin da ragazzina ha sofferto di dolori spaccapancia: «A casa mia è sempre stato così, abbiamo una componente genetica molto forte: due anni fa l’hanno diagnosticata anche a mia mamma. Ci ripetono sempre che la donna deve soffrire, che è normale che le mestruazioni facciano male: non è così»
L’endometriosi colpisce in Italia tre milioni di donne, 150 nel mondo; i numeri reali, però, potrebbero essere maggiori, visto che non esistono registri della malattia e il ritardo nella diagnosi è in media di dieci anni.
È una malattia cronica, poco nota, dalle cause ancora sconosciute: l’endometrio, che riveste l’utero e si sfalda a ogni mestruazione, si diffonde anche a muscolatura, peritoneo, ovaie, tube, fino all’intestino, alla vescica, ai nervi. Le cellule al di fuori dell’utero rispondono agli stessi stimoli ormonali di quelle interne, e i loro micro-sanguinamenti provocano dolore, infiammazione cronica, aderenze, riducono la fertilità. Non esiste cura.
«La terapia, purtroppo, può agire solo sui sintomi. Non abbiamo farmaci che eliminino la malattia, possiamo solo controllarne la progressione», spiega Stefano Cosma, uno dei responsabili dell’Ambulatorio endometriosi e dolore pelvico cronico dell’Ospedale Sant’Anna di Torino. Per far capire come funziona, dice di immaginare le isole di endometriosi sparse per il corpo «come tante lampadine accese, che dipendono da un unico interruttore, gli estrogeni, attivi solo quando la donna è fertile. La cosa più semplice sarebbe spegnere queste luci, simulando la menopausa. Ma si parla di donne giovani, è irreale pensare di farlo a lungo. Allora possiamo pensare di abbassarne l’intensità, con la terapia ormonale». La diagnosi precoce è fondamentale. Per questo le volontarie dell’Ape vanno nei licei a spiegare alle ragazze quali sono i sintomi, quando è il caso di rivolgersi al ginecologo.
Il 13 gennaio l’endometriosi è stata inserita come patologia cronica nei nuovi Livelli essenziali di assistenza(quelli che il Servizio sanitario nazionale è tenuto a fornire a tutti i cittadini), ma le prestazioni gratuite riguardano solo il terzo e quarto stadio della patologia, mancano l’invalidità per gli stadi più avanzati, le tutele per le donne che, raccontano dall’Ape, «sono costrette ad andare a lavorare strisciando, dopo aver fatto colazione con gli antidolorifici».
Dice Annalisa che la cosa che più la ferisce è il fatto che la sua malattia non venga considerata una malattia. «È un po’ come diceva la Fallaci per il tumore, no? Se ti rompi un braccio, tutti gridano aiuto. Con il fatto che l’endometriosi non si vede da fuori, ed è poco conosciuta, tanti non la capiscono, pensano che sei fissata o debole o inventi scuse».
Prima della diagnosi, Annalisa si ricorda come «una che viaggiava sempre a mille»; poi, il periodo scuro. «Soprattutto non accettavo il fatto di non potere avere figli. Passavo davanti ai negozi per bambini e voltavo la faccia dall’altra parte».
Più tardi, mi dirà che le difficoltà, di ogni tipo, servono a fare una selezione naturale delle persone, lasciando solo quelle che davvero contano. Per lei, Alex, che le ha fatto accettare la malattia, che le ha detto: «Se non potremo avere figli, saremo una famiglia noi due».
E poi le altre volontarie. «Quando sono entrata nell’Ape ero molto arrabbiata, con la malattia e con il mondo. La presidentessa dell’epoca mi disse: guarda che così non va bene. Io rispondevo che volevo lottare, basta, dobbiamo fare la guerra. E lei: non siamo mica in Afghanistan. Poi ho trovato la pace, quando mi sono resa conto che non ero sola. Con l’endometriosi ti senti un alieno, soprattutto all’epoca non se ne parlava, molte si vergognavano. Scoprire che la mia storia era quella di tante altre mi ha fatto capire che non andava tutto così male: sì, ho dolore, sì, ogni tanto mi devo fermare, ma per fortuna posso vivere. E avere aiutato me stessa ha fatto sì che potessi aiutare altre ragazze nello stesso percorso. È un po’ una catena, no?».
A quella catena si è aggrappata Alessandra. «È bastato guardare negli occhi le altre per capire che abbiamo subìto le stesse cose. Tra noi non servono tante parole; quando invece proviamo a spiegarlo a chi ci sta vicino, spesso ci stanchiamo. Non sempre riescono a dare il giusto peso a quello che abbiamo patito». Lei con l’endometriosi combatte dal 1997. All’epoca, nessuno le aveva spiegato di cosa soffrisse: «Mi hanno dato un fascicoletto e mi hanno detto: la tua è solo sfortuna». Da allora, ha subìto sei interventi. Il dolore continuava, e solo dopo dieci anni si è capito che la malattia si era arrampicata per i nervi delle gambe, fino al coccige, all’intestino, ai reni: «Cominciavo a pensare di essere pazza». Anche se il dolore è ancora estenuante e vive con lei ogni giorno, con il tempo ha compreso che l’endometriosi «fa più male dentro, che non al corpo. E nessuno riesce davvero a capirlo. Fai esami invasivi che ti tolgono la dignità, prendi medicine che ti rubano la femminilità, punture che ti fanno andare in menopausa per sei mesi e non sei neanche più tu, ti cambia il carattere. Dopo il terzo intervento, ho cominciato ad avere attacchi di panico: sono fuggita due volte dalla sala operatoria. Non riesco più nemmeno a entrare in un ospedale, mi fanno soffocare. Mio fratello mi dice: è passato. È vero, ma quelle cose ti restano dentro, e ogni tanto riaffiorano».
Mi racconta con voce sottile di una visita dal ginecologo a vent’anni, dell’umiliazione quando lui le ha chiesto se provasse dolore durante i rapporti e poi si è messo a ridere nel sentire che era ancora vergine. «Io non cercavo il sollievo, cercavo un medico umano: ecco perché ho cambiato tanti ospedali. Ogni volta entravo e mi sentivo come i vestiti che le commesse piegano e mettono via. Vorrei che quello che è successo a me non succedesse ad altre».
Per questo ha cominciato a fare la volontaria, e intanto ha cambiato la traiettoria dei suoi sogni. «Ho dovuto lasciare l’università perché non riuscivo a studiare con la terapia del dolore, e so che non potrò diventare madre. Ma cerco il bello in altre cose. Ho dei nipoti che amo come figli miei, mi basta stare con loro perché tutto diventi luce. Ora posso stare seduta più a lungo, e ho ritrovato il piacere della lettura, che avevo abbandonato. Ho adottato un gatto, mi fa ridere. L’endometriosi ci porta via tante cose. Per non vivere con il rancore, non mi sono mai chiesta: perché a me? In fin dei conti, siamo tre milioni di donne: perché non a me? Non mi sento più meritevole delle altre».
Un discorso simile se lo ripete Elisa. Mentre parla ha la felicità che si infila tra una parola e l’altra: è incinta di quattro mesi, aspetta due gemelli. «A volte ti senti in colpa. Io posso e un’altra no, chissà perché me lo sono meritato». Un po’ crede alla fortuna, un po’ al destino. Quello che un giorno, mentre si faceva visitare per quei dolori «che pensi di essere matta», le ha messo davanti un dottore bravo ma con una giornata no, e allora lei non si è sentita capita, ha cambiato centro, persino città, e da lì si è aperto quello che chiama «il mio calvario». «Mi hanno detto che ero da operare d’urgenza, sono entrata in ospedale a maggio e sono uscita a settembre, dopo quattro interventi. Ovaie, appendice e poi il retto: ma sono andati troppo a fondo, sono finita in peritonite». Ricorda ancora il terrore del risveglio dall’anestesia nella notte, con il sacchetto della colostomia sulla pancia, senza sapere cosa fosse. Due anni fa, l’ultima operazione: «Ero come incollata dal diaframma all’utero, hanno dovuto staccarmi il fegato. Ma io sono una di quelle più fortunate. Mi hanno tolto le tube, dicevano che non avrei mai potuto avere figli, né fare inseminazioni. Poi il mio ginecologo mi ha convinta a fare comunque un tentativo. Mi avevano dato una probabilità del 5% di restare incinta: a volte l’impossibile, non si sa come, diventa possibile». Ricorda il periodo in cui non credeva sarebbe successo, i pianti di un mese intero. «Vedevo solo pancioni e passeggini. Avevo amiche che intanto avevano partorito e facevo parte, giustamente, delle loro vite. Forse è quello che mi ha aiutato: piangere quando era ora di piangere, parlarne quando era ora di parlarne, ma non tirarmi indietro».
Dopo la diagnosi, racconta, la prima reazione era stata pensare che per colpa sua il suo compagno non sarebbe diventato padre. «Gli ho detto subito che dovevamo lasciarci. Ho iniziato a tenerlo lontano: stufati, almeno ti trovi una ragazza normale, migliore. Per fortuna, lui non è stato un codardo come tanti altri, ed è rimasto. Stiamo insieme da dieci anni, anche se abbiamo avuto momenti non facili, con in più quello che la vita comporta. È mancato suo padre, poi il mio, tutto insieme». Che era forte, Elisa, dice di averlo capito dopo, quando si è rialzata. Anche troppo: era quella-che-non-bisogna-chiedere-mai, quella-che-bisogna-fare-tutto-da-sola. Continuava ad andare in palestra fino a un mese dall’operazione, continuava a ballare. Solo adesso che è incinta, per la prima volta, si è fermata.
«A volte spero che siano due maschi, così non avranno i miei problemi. Sono felice, ma ho anche paura di non riuscire a fare tutto come un’altra mamma. Perché nel frattempo la malattia è tornata, lo so che c’è, dentro. Tutti festeggiano quando vanno in pensione; io farò una gran festa quando andrò in menopausa, perché vorrà dire che finalmente è finita». Si ferma, poi ride. «Sai qual è la verità? L’endometriosi è proprio stronza».
Francesca Bussi
Peccato: la Turchia non è più nella Convenzione di Istanbul
La Turchia si è ritirata dalla Convenzione di Istanbul del 2011, il primo trattato vincolante al mondo per prevenire e combattere la violenza contro le donne.
La Convenzione di Istanbul, la cui prima ratifica fu proprio della Turchia, impone ai governi di adottare una legislazione che persegua la violenza domestica e gli abusi, nonche’ lo stupro coniugale e le mutilazioni genitali femminili.
Ma secondo i conservatori la Carta danneggia l’unità familiare, incoraggia il divorzio e i suoi riferimenti all’uguaglianza venivano strumentalizzati dalla comunità Lgbt eppure la violenza domestica e il femminicidio sono un grave problema nel Paese.
Ecco il segnale per comunicare che la persona che lo compie è vittima di violenza domestica
E’ nato un segnale universale per comunicare che c’è in atto una violenza domestica. Si sta diffondendo nel mondo: si tratta di un gesto semplice da fare per richiamare l’attenzione in una situazione di pericolo in casa. In tempi di Covid le violenze entro le quattro mura si sono quadruplicate e spesso le donne non riescono a difendersi nemmeno denunciando la brutalità in corso. #SignalForHelp è l’ashtag che contrassegna il simbolo internazionale per evidenziare la situazione di pericolo. Se vedi qualcuno rivolgerti questo strano saluto, chiama subito il 1522.