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Annalena Benini

I mesi della quarantena hanno svelato l’equivoco, dice la giornalista, le donne, educate alla generosità, si sono prodigate il doppio a casa e con i figli. Gli uomini, appena ci hanno provato, sono sembrati eroi.

Mio nonno diceva sempre a noi bambine: non sposatevi mai, siate libere! Ma allora perché penso che é mio dovere far brillare i fornelli e invece se mio marito passa l’aspirapolvere provo imbarazzo invece che un senso di trionfo?

In Italia, ogni giorno una donna dedica 306 minuti al lavoro di casa non pagato. Gli uomini solo 131 minuti.

Perché io che lavo anche i pavimenti e lavoro bene quanto un uomo del mio livello professionale, guadagno di meno?

Non ho la sindrome di Cenerentola ma penso che il contributo dato al mondo dalle donne debba essere riconosciuto. Non per narcisismo e nemmeno per vittimismo ma semplicemente perché noi lavoriamo di più.

Beatrice Lento

Donatella Bianchi Presidente di Wwf Italia

” L’organizzazione familiare non dovrá più pesare solo sulle nostre spalle. Dovremo responsabilizzare gli uomini anche nella condivisione di mansioni pratiche.

Oggi le conquiste del movimento femminista sono a rischio. Vorrei che il valore delle donne fosse finalmente riconosciuto: possiamo dare un contributo straordinario all’intera società. ”

Da sempre appassionata di tematiche ambientali, Dontatella Bianchi ha iniziato il suo percorso da giornalista nella redazione di La Spezia, la sua città natale, del “Secolo XIX”. Entrata in Rai, dal 1989 al 1992 ha firmato e condotto per il programma “Sereno Variabile” la rubrica “Viaggi d’Autore” che la vede realizzare reportage esclusivi in tutto il mondo. Quando nel 1993 Rai1 decide di avviare una nuova trasmissione dedicata al mare, “Lineablu” appunto, si decide di affidare a lei la conduzione: il mare, per nascita e vocazione ereditata dalla famiglia di velisti, è da sempre l’elemento naturale di riferimento di Donatella che diventa così il volto simbolo del programma in onda il sabato pomeriggio sulla prima Rete.

Beatrice Lento

Giovanna Iannuantoni

Rettrice dell’Università Bicocca di Milano ha una figlia di 8 anni a cui dice:” Non avere paura dell’Ambizione!

É un atteggiamento che a noi donne fa ancora paura ed io voglio che mia figlia cresca libera e felice come sono cresciuta io. Più volte l’ho portata con me sul mio posto di lavoro perché capisca il senso di quello che faccio.

In quanti ai canoni estetici cerco di trasmetterle l’idea che non dobbiamo uniformarci, che ognuna é quella che é.

Noi donne subiamo una pressione pazzesca.

Certi programmi tv con bamboline dagli occhi sgranati non glieli faccio neppure vedere”

Beatrice Lento

Paola Di Nicola: la giudice del tribunale di Roma

«Gli amici chiedevano a me le ricette dei piatti, non a mio marito, che è magistrato, come me, e lavora tutto il giorno, come me. Mai un dubbio che a cucinare non fossi io – era Gemma, che ci aiuta da sempre. Ma il punto è un altro: anche io ho finto, dispensando ingredienti e tempi di cottura. Ero io stessa vittima e spacciatrice dello stereotipo».

Confessare, dopo, è stato liberatorio?
«Da una parte, sì. Dall’altra, dopo che hai indossato le “lenti di genere” vedi tutto: e diventa molto faticoso. Devi accettare che in ogni momento, sottolineando e denunciando i pregiudizi, sarai additata come persona esagerata, passerai per pedante. Viviamo in un sistema che è fatto per nascondere, rimuovere e ridicolizzare le disparità di genere».

È stata tra le prime, in Italia, a farsi chiamare «la» giudice, cioè a porre l’attenzione sulle parole. Nella scorsa legislatura Laura Boldrini ha insistito su «la» presidente. Di recente, invece, le donne del governo gialloverde hanno detto di preferire la versione maschile. Le motivazioni sono varie: suona meglio, questione di forma e non di sostanza.
«Non critico chi non usa il femminile, perché è qualcuno che si sente in una condizione di soggezione. Però è proprio una questione sostanziale, non di forma: la lingua è un luogo di rappresentazione del potere, ciò che si nomina esiste. Prendiamo “femminicidio”, per esempio, la morte di una donna uccisa perché donna: la parola dà concretezza al fenomeno, prima solo “omicidio”. Quindi: il femminile è percepito come ghettizzante, sminuente, nel nostro linguaggio quotidiano tutto ciò che rimanda alle donne è effettivamente rappresentativo di una minorità, di una fragilità, di una riduzione. L’italiano attribuisce il femminile a tutti i nomi delle professioni, operaia, fioraia, maestra eccetera, ma più si sale nella scala gerarchica e di potere, il femminile inizia a scomparire fino a essere totalmente silenziato. Dove le donne sono entrate solo 50 anni fa, come in magistratura, il femminile non c’è mai stato perché le donne erano escluse: ritenute fragili, quindi inidonee al giudizio. In un assetto simile, è normale che ci siamo focalizzate sul dimostrare il nostro valore, prima».

Quindi non è un dettaglio.
«Dire “suona meglio” è un motivo vero – perché il femminile è sminuente – ma frettoloso. È un processo culturale lungo, difficile, ma bisogna iniziare a cambiare, proprio nei luoghi in cui c’è più bisogno di proteggersi».

Silvia Bombino

Beatrice Lento

Sarah ha scelto di andarsene

“Ai miei fratelli, ho provato a sopravvivere ma ho fallito. Ai miei amici, l’esperienza è stata dura e io ero troppo debole per lottare. Al mondo, sei stato davvero crudele, ma io ti perdono”.

Sarah Hijazi, giovane attivista Lgbt morta suicida in Egitto dopo avere subito torture fisiche e psicologiche in carcere.

Sarah era stata arrestata, nel settembre 2017, per aver sventolato, iniseme a un amico, la bandiera arcobaleno durante un concerto dei Machrou Laila al Cairo.

L’immagine era finita sui media e i leader religiosi avevano chiesto punizioni severe per i due attivisti.

Sarah è stata rinchiusa in un carcere maschile dove ha subito ogni tipo di violenza.

Quindi la liberazione dopo pressioni internazionali, e il trasferimento in asilo in Canada dove ha continuato a lottare per liberare altri Lgbt in Egitto. 

“Super comunista, super gay, super femminista”, si descrive su Instagram.

Purtroppo, il dolore e il ricordo degli abusi subiti non passa, e Sarah pone tragicamente fine alla sua vita.

Beatrice Lento

Storia di un’artista che si dovette adattare

Carla Maria Maggi ha dipinto per un periodo molto breve della sua vita, malgrado le sue opere avessero rivelato un talento promettente. Infatti, come molte altre artiste del suo tempo, la pittrice, figlia della buona società milanese degli anni Trenta, dopo il matrimonio ha dovuto mettere da parte il proprio talento pittorico e vestire i panni della moglie e madre perfetta, secondo i canoni del benpensantismo borghese del tempo. Prima di dimenticare il suo essere artista, però, la Maggi ha lasciato diverse opere che raccontano un’epoca, ritraendo con sensibilità il mondo che lei frequentava.

Allieva di Giuseppe Palanti, Carla Maria Maggi smise di dipingere per seguire le regole sociali alle quali il marito la richiamava, e le sue opere furono riscoperte dal figlio, per caso, nascoste nel solaio della casa di campagna della famiglia. Dopo la riscoperta, della sua opera si sono occupati storici e critici d’arte come Rossana Bossaglia, Vittorio Sgarbi e Elena Pontiggia. Le opere della Maggi sono state così esposte a Milano, a Londra e, con straordinario successo, al National Museum of Women in the Arts di Washington (dove La Sigaretta, capolavoro della pittrice, è rimasta esposta, in prestito temporaneo, per qualche anno) e sono diventate motivo di riflessione e studio della condizione delle donne artiste fino a tempi molto recenti, ma anche ragione di riscoperta della poco nota, ma interessante, pittura borghese della Milano degli anni Trenta.

Il corpus dell’opera della Maggi è composto da una quarantina di opere che comprendono ritratti, nature morte e (cosa molto rara per una donna artista del tempo) nudi femminili ritratti dal vero. Carla Maria Maggi ha rappresentato magistralmente nella sua opera la società che frequentava e rappresentava: da una parte il bel mondo dell’alta borghesia milanese, divisa tra la città e i luoghi di villeggiatura, dall’altra la bohème degli ambienti di Brera e della Scala, liberi e pieni di stimoli per chi, come lei, volevano vivere nell’arte. Quella di Carla Maria Maggi, artista interrotta, è una storia che vale la pena di essere raccontata, tanto quanto la sua pittura è degna di essere osservata con attenzione.

Beatrice Lento

Partecipa e sostieni Tropea Capitale Italiana della Cultura 2022

Com’é noto il MIBACT, il Ministero per i beni e le attività culturali, in considerazione dei disagi prodotti dalla pandemia, ha modificato il bando di conferimento del titolo di Capitale Italiana della Cultura riferendolo al 2022, e non più al 2021, e fissando il termine di presentazione del Dossier di candidatura al 31 luglio 2020. Tropea, unica Città della Calabria a proporsi per il prestigioso riconoscimento, fin dalle prime battute ha scelto di collazionare un’offerta culturale rappresentativa di tutta la Regione in ossequio allo slogan “Se vince Tropea vince la Calabria!”. 
Scopo precipuo dell’audace scelta maturata dalla Perla del Tirreno é, infatti, quello di mettere in rete i gioielli di umanità, arte e natura  del territorio regionale per valorizzarlo e farlo apprezzare  nella sua variegata ricchezza. Tropea, brand di notorietà mondiale, fa leva sul suo potere attrattivo per realizzare una filiera di accoglienza del Viaggiatore estesa a tutto lo splendido territorio della Calabria e si propone come vetrina in cui esporre ed esibire i grandi tesori di cui la nostra terra é custode.  
“ Una dichiarazione d’intenti e d’amore profondamente  sentita dall’Amministrazione Comunale e dal Gruppo di Lavoro che, a fronte dello slittamento in avanti dei tempi di candidatura, decide, coerentemente con la mission prescelta,  di aprire l’offerta culturale già maturata al contributo di tutte le Agenzie Formative, Enti e Associazioni che desiderassero sostenerla contribuendo, col loro apporto, a renderla ancor più rappresentativa delle tante anime della nostra Regione“ sostiene il Sindaco Macrì,  mentre la coordinatrice del Gruppo di Lavoro, Luisa Caronte aggiunge :”Con questo spirito é stato riaperto il termine per l’adesione al partenariato pubblico privato che sosterrà il Comitato Promotore. Tutti coloro che vorranno rispondere all’appello diventeranno ulteriori importanti tasselli dello splendido  mosaico giá realizzato nella prima fase di lavoro.”
 La concertazione  territoriale prosegue e viene proposta, a tutte le Istituzioni e Associazioni desiderose di far parte dell’ambizioso Progetto, una scheda  attraverso cui potranno offrire un evento da ricomprendere nel Dossier aggiungendolo a quelli già inseriti. Il documento, scaricabile dal sito del Comune di Tropea, da quello di tropeacultura.it e dalla pagina Facebook Tropea Capitale Italiana della Cultura 2022, dovrà essere restituito, entro e non oltre il 23 giugno 2020, tramite mail, all’ indirizzo info@tropea2021.it ; chi volesse sostenere la candidatura senza presentare uno specifico evento potrà anche farlo appalesando il desiderio di vicinanza e di condivisione ideale con una semplice nota inoltrata al medesimo indirizzo, chi, infine, Associazione o Ente, fa già parte del partenariato aggiornerà la propria proposta secondo le indicazioni già evidenziate e inoltrate dal Gruppo di Lavoro. 
Tropea Capitale Italiana della Cultura 2022 prosegue con lena il lavoro consapevole della complessità della scelta ma anche convinta della bontà di un’operazione culturale volta a porre in primo piano e sotto i riflettori una Regione dotata di un  eccezionale patrimonio di tradizioni e di tante energie positive. 
Tropea 10 Giugno 2020
L’Addetto Stampa
Dott.ssa  Beatrice Lento 
Beatrice Lento

Hannah Arendt

La felicità conseguita nell’isolamento dal mondo e goduta entro i confini della propria esistenza privata non può mai essere altro che la famosa «assenza di dolore», una definizione sulla quale devono convenire tutte le variazioni di un coerente sensismo. L’edonismo, la dottrina che solo le sensazioni corporee sono reali, non è che la forma più radicale di un modo di vita non-politico, totalmente privato, il vero compimento del “lathe biosas kai me politeusthai” («vivi nascosto e non curarti degli affari del mondo»).
Beatrice Lento

Il 2 giugno e noi donne

Il 2 giugno la percentuale delle votanti fu quasi uguale a quella maschile, 89% le donne e 89,2% gli uomini, e nelle amministrative furono elette quasi 2 mila consigliere comunali.

Le 21 elette all’Assemblea Costituente, hanno avviato la possibilità delle riforme dei decenni successivi.

È lunga la storia delle battaglie delle donne: fino al 1953 non potevamo far parte di una giuria popolare, fino al ’63 non potevamo entrare in magistratura, gli articoli del codice civile in contrasto con la parità dei coniugi, sancita nella Costituzione, sono stati riformati solo negli anni ’70.

Nel secolo scorso la voglia di libertà delle donne ha cambiato la vita di tutti. Ma nonostante il soffitto di cristallo si sia incrinato la libertà femminile fatica ad affermarsi.

Occorre liberarsi di una storia maschilista millenaria: il welfare del Paese si regge ancora su un ruolo femminile di supporto e supplenza.

C’è bisogno di una nuova consapevolezza maschile, che faccia i conti con i vantaggi che la libertà femminile porta con sé. E c’è bisogno di scelte, di un impegno ancora più forte delle istituzioni a sostegno del cambiamento culturale e sociale.

Beatrice Lento

Caterina: la strega

Il mio nome è Caterina dei Medici.
Sono morta il 4 marzo 1617, strangolata e poi data alle fiamme davanti ad una folla urlante e spaventata, sicura solo che quel giorno non sarebbe toccato a nessuno di loro, perché il tribunale dell’Inquisizione, quella mattina, aveva già scelto la sua vittima sacrificale. 
Sono una strega, o meglio, sono una povera donna, accusata e condannata per stregoneria, vittima della vita e della miseria che con me non si sono risparmiate.
Sono una delle streghe della Vetra, così definite per il luogo del nostro martirio. Si, perché di questo si tratta, ma non sono diventata santa.
Piazza Vetra a Milano si trova tra la Basilica di San Lorenzo e la Cerchia dei Navigli. Per secoli questo luogo è teatro della tortura e della morte dei milanesi condannati per i più differenti reati, per lo più inesistenti, come i miei.
Il nome Vetra deriva dai “vetraschi”, i lavoratori che in questo quartiere con il vetro grattano i panni per conciarli. I residui della concia sono versati nella Vetra, il canale di scolo che da il nome alla piazza e al quartiere. 
Tutta la zona è malsana, misera e povera. 
Per arrivare in questo posto, l’ultimo per i condannati, bisogna passare sul ponte cosiddetto “della Morte”. Giunti nella piazza, sterrata un tempo, da una parte si trova l’area destinata alla tortura e di fronte quella dell’esecuzione. A ricordare a tutti che questo è un luogo si sofferenza e morte, dove arrivano per lo più i poveri e i disagiati, c’è la statua di San Lazzaro. 
L’attività inquisitoriale in Lombardia fa molte vittime. I numeri con certezza non si sanno, mancano spesso i documenti. La follia dilaga soprattutto nel nord della regione. All’inizio del 1400, Antonio da Casale in provincia di Como fa condannare al rogo 300 streghe in pochi mesi. Nel 1431 la Val Levantina e la Valtellina sono “invase” dall’Inquisizione che condanna decine e decine di donne al rogo per stregoneria. 
Gli anni a venire sono davvero cruenti, pieni di terrore e incertezza.
Le esecuzioni a Milano si moltiplicano, alternandosi fra Piazza Vetra e Sant’Eustorgio, fino al 1558 quando Papa Paolo IV trasferisce il tribunale dell’Inquisizione di Milano da S. Eustorgio a S. Maria delle Grazie.

1563: Carlo Borromeo è consacrato arcivescovo di Milano. Con lui l’Inquisizione si diffonde nelle Valli Alpine, dove le antiche tradizioni ancora sono molto diffuse. La sua attività è tristemente nota. Ma non riguarda la mia vicenda, non riguarda la mia vita. 

La mia storia si svolge nel periodo nel quale Federico Borromeo è arcivescovo di Milano, tra il 1595 e il 1631. In questo periodo la caccia alle streghe a Milano e in Europa si intensifica notevolmente.
Il Tribunale dell’Inquisizione, alloggiato a S. Maria delle Grazie, lavora alacremente per mandare al rogo della Vetra il maggior numero di persone accusate di stregoneria.
E’ il 1573. Nasco a Broni da una famiglia povera ma onesta. A 13 anni mio padre decide di darmi in sposa a Bernardino Zagalia, detto Pinotto, un uomo rozzo, più grande di me, che non vuole una moglie, ma solo una donna da sfruttare e da picchiare quando gli va.
Ci trasferiamo a Pavia. Fin da subito la mia vita è una miseria. Oltre alla botte e agli abusi, mio marito mi costringe a prostituirmi.
Dopo sei anni di sofferenza il buon Dio mi dà una possibilità. Resto vedova.
Il solo modo che ho per sopravvivere è fare la sguattera nelle osterie, oppure la serva presso i signori del posto. Nel 1598 vengo presa come fantesca – domestica – nella casa del capitano Giovanni Pietro Squarciafico a Occimiano, nel Monferrato.
Il capitano mi sembra una brava persona. Ha un debole per me. In poco tempo divento la sua amante e con lui ho due figli. Ma mi sbaglio, non è un uomo buono, non mi vuole e non vuole i nostri figli, mi disprezza e come lui la gente del posto. Per riscattare la mia situazione nel 1610 decido di diventare “strega formale”, partecipando per la prima volta ad un barilotto (sabba). Spero di acquisire dei poteri magici che possano aiutare me e i miei bambini in questa vita di miseria e soprusi.
Ben presto le chiacchiere sul mio essere “strega” e sulla mia dubbia moralità arrivano al Vescovo di Casale Monferrato, che consiglia al capitano di allontanarci per far cessare le maldicenze. Il capitano è un bravo cattolico, ubbidisce.
Per tre anni siamo costretti a girovagare. Ho lavorato in molti posti diversi, poi nel 1613 sono andata a servizio presso la casa del capitano Vacallo. Li non rimango a lungo, ma i guai mi seguono, forse li attiro.

Il padrone ha una relazione con l’altra domestica che lavora per lui, che si chiama come me, Caterina, ma per distinguerci lei la chiamano Caterinetta. È la figlia della cuoca. Il Vacallo è ossessionato dalla giovane, la cerca e la scaccia di continuo, sembra quasi … innamorato. Per un po’ ha pensato di sposarla. Ma come può un uomo del suo rango pensare con affetto a una donna tanto inferiore? Il Vacallo è certo di essere vittima di un sortilegio, fatto apposta per soggiogarlo da Caterinetta e da sua madre, con il mio aiuto ovviamente, che sono strega “formale”. Non ne faccio certo mistero.

E così vengo allontanata dalla casa del capitano che parte per la Spagna. E Caterinetta? Sparisce, non so più nulla di lei.
È il 1616, arrivo in casa del senatore Luigi Melzi d’Eril. Poco dopo il mio arrivo in casa io e il senatore iniziamo una relazione. Questa volta voglio migliorare la mia vita, quell’uomo mite mi piace, e così costruisco degli amuleti, degli oggetti del maleficio che lascio nel letto del padrone, per farlo innamorare di me. Ma ancora una volta le cose non vanno bene. Il Melzi d’Eril si ammala di una malattia misteriosa, presumibilmente di origine nervosa; inizia a soffrire di dolori allo stomaco e di melanconia. I medici non capiscono l’origine del suo male e per non fare la figura degli incompetenti decidono che certamente la natura del malessere è magica.
Per motivi poco chiari, il capitano Vacallo il 30 novembre 1616 arriva a casa del Melzi d’Eril. Rivedendomi qui, si convince subito che ho messo in atto un maleficio. Il mio destino è segnato. Il capitano avverte il figlio del senatore, Ludovico, che in casa a loro servizio hanno preso una strega.
L’accusa è presto fatta. Il verdetto scontato. 
La testimonianza dei medici sulla natura magica del male, le parole di Vacallo e le testimonianze delle due sorelle suore del senatore, che giurano che gli oggetti trovati nel suo letto sono “maleficati” mi condannano senza ombra di dubbio come una strega. Il senatore, in un primo momento dalla mia parte, si convince della mia colpevolezza e per salvare il suo “onore”, afferma che sicuramente è vittima di maleficio, perché sono talmente brutta da essere intoccabile.
Brutta…. Ho 44 anni, la vita è stata per me un calvario di sofferenza e abusi, sono stata rifiutata ed emarginata ed ora mi si accusa per ignoranza. 
Mi arrestano il 27 dicembre. 
Confesso è meglio, così magari non mi fanno del male e non mi uccidono, non voglio morire, ho due figli, sono ancora giovane. Ammetto di essere una strega e di aver fatto un incantesimo per far innamorare il senatore d’Eril. Confesso il sabba e di aver aiutato Caterinetta a far innamorare Vacallo.
Ma non basta. Ho paura. 
Mi vengono a prendere, mi portano in una stanza buia, un sotterraneo, dove le uniche luci presenti erano quelle della candela e dei bracieri accesi nel camino. Il tempo passa, non so quanto, mi bendano, mi denudano. Ho freddo, tanto, e ho paura. Ma perché farmi del male, ho confessato.
Nella stanza ci sono il giudice che mi fa le domande, il cancelliere che redige il verbale e il medico che dove occuparsi di me. Un uomo incappucciato mi fa del male. Mi ispeziona, abusa di me. Mi sento morire. Vorrei morire, ora. Mi fanno male. Confesso ancora.
Il giudice emette la sentenza: morte. Cado a terra, nessuno mi aiuta, nessuno ha pietà di me.
Mi portano sul luogo dell’esecuzione, in Piazza Vetra, sopra un carro. La gente urla, sputa, mi ingiuriano. Vorrei solo finisse tutto in fretta, ho freddo.
Il tragitto mi sembra infinito. Per l’occasione, per la prima volta, hanno costruito una baltresca, un palco, che consente alla grande folla dei presenti di assistere mentre il boia mi strangola prima del rogo. 
È il momento. Sento solo le parole del funzionario inquisitore incaricato che ripete questi versetti del Vangelo: “Se uno non dimora in me, venga buttato come un ramo che si secca, e questi rami vengano raccolti e bruciati”. È il momento, ho paura. Ancora un attimo e tutto sarà finito. Solo il buio. Finalmente non ho più paura.
Cosi muoio il 4 marzo 1617. Sono una delle streghe della Vetra, una delle tante donne colpevoli senza colpa.
Ci vorranno ancora 30 anni prima che i roghi a Milano finiscano. L’ultimo, nel 1641, si conclude in modo grottesco. Il boia, maldestro tenta per due volte di impiccare Anna Maria Pamolea e la sua serva Margherita, ma tutte e due le volte la corda si spezza.
Il Registro delle sentenze capitali a questo punto si dimentica delle condannate per raccontarci la furiosa lite tra il boia e un cavaliere della Confraternita di San Giovanni Decollato in merito alla “professionalità” del boia. 

Dal Web, Rosella Reali
Beatrice Lento