Category Archive Pubblicazioni

Culture a confronto

Rendo omaggio all’evento Culture a Confronto e al presidente Andrea Addolorato per i Valori veicolati attraverso il fascino del confronto tra tradizioni, musiche, leggende, riti, miti e folclore di Popoli diversi ma uniti dalla comune Umanitá.

In questo nostro complicato e tormentato tempo c’è tanto bisogno di abbracciarsi nella Bellezza.

“L’amore non sta nell’altro, ma dentro noi stessi. Siamo noi che lo risvegliamo. Ma, perché questo accada, abbiamo bisogno dell’altro. L’universo ha senso solo quando abbiamo qualcuno con cui condividere le nostre emozioni.”

PAULO COELHO

Artemisia: una femminista!

Violentata a soli 18 anni ed emarginata perché donna. Il sogno di diventare pittrice, però, Artemisia Gentileschi l’ha realizzato. Durante il Seicento, nel pieno dell’epoca Barocca, il mondo femminile non può avere le stesse ambizioni degli uomini. Dipingere è una prerogativa maschile. Eppure una donna, con fatica e difficoltà, ce l’ha fatta, superando il peso dei pregiudizi. A soli 12 anni per la Gentileschi il primo dolore con la perdita della madre, ma anche l’avvicinamento al mestiere del padre Orazio, pittore toscano, rinomato a Roma.Il secondo trauma arrivò presto per la giovane: sei anni più tardi fu stuprata dal maestro, per di più amico di famiglia. Da lì una serie di delusioni, tra un mancato matrimonio, un processo giudiziario e l’emarginazione dalla società. Per lungo tempo infatti la pittrice è stata ignorata dal mondo dell’arte. Un talento, il suo, che passava in secondo piano a causa delle vicende biografiche che la precedevano.

Non solo ha seguito i suoi sogni ma ha avuto anche il coraggio di non mollare, in un periodo complicato per tutte le donne che volevano intraprendere una carriera.
L’attaccamento più forte per lei, orfana di madre, fu con il padre Orazio, pittore e amico di Caravaggio. Artemisia inizia a incuriosirsi al mestiere del papà. Lo stesso che intentò la denuncia contro il suo stupratore, il maestro Agostino Tassi, dopo che l’episodio era stato tenuto nascosto. E durante il processo dovrà dimostrare tutto, superando le prove della tortura. Ma il legame tra padre e figlia non fu sempre facile.

Aveva il suo appoggio, considerando che lei non poteva firmare i propri lavori e doveva fare tutto di nascosto. Tra loro a un certo punto si instaura un rapporto di amore e odio. Lui non la capisce fino in fondo, non come pittrice, ma in quanto donna. Si riconciliano in Inghilterra, quando lui, diventato cieco, deve finire delle tele e lei lo aiuta.

È stata una madre affettuosissima, che però non si è riguardata negli amori. Ha rinunciato all’uomo di cui era innamorata per non essere la seconda donna. E lo ha fatto per orgoglio. La Gentileschi, infatti, all’inizio e subito dopo lo stupro ha creduto alle promesse di Tassi, che si fece avanti per un matrimonio riparatore. Lei attese a lungo le nozze, ma scoprì che il pittore era già sposato. Dopo il processo, dove vinse, iniziò un periodo di rappresentazioni con tratti forti e tinte violente. Sposò Pierantonio Stiattesi e si trasferì a Firenze e poi in altre città. Ma non mancarono le voci su diversi amanti.
Tante persone inseguono i propri sogni, ma a volte non riconoscono in sé la forza di farlo. Artemisia ha viaggiato tanto tra le corti di Firenze, Napoli, Roma e Londra. Forse un modo per capire che genere di artista poteva essere per il suo pubblico. La ricerca di sé Artemisia la esprimeva nei suoi quadri. Si rivolse in tante occasioni alle eroine bibliche, da Giuditta a Giaele o a Ester, sempre in lotta contro un nemico forte di sesso maschile. Cercava di rappresentare nelle altre donne la sopraffazione stessa del mondo femminile.
Spesso le donne di oggi, sia giovani che adulte, si accontentano di molto meno.  Le generazioni attuali hanno troppo e manca la spinta a guadagnarsi qualcosa con fatica. Artemisia per esempio a Firenze è entrata nell’Accademia dei pittori, un’occasione rarissima per una donna. Lei alle ragazze di oggi direbbe di intraprendere la vita che vogliono e di non mollare.

Sintesi di un articolo di Serena Santoli

Anonimo era una Donna

Susan Unterberg è un’artista newyorchese di 77 anni. Gli ultimi 20 li ha trascorsi a versare, in completo anonimato, ingenti somme di denaro per finanziare il progetto ‘Anonymous was a woman’, che ha offerto sostegno economico a centinaia di artiste.

In un’intervista rilasciata recentemente al New York Times, Unterberg ha rotto il silenzio, svelando che dietro la sua scelta c’è il desiderio di dare voce alle questioni legate alla disuguaglianza di genere nel mondo dell’arte. Ha anche ribadito la necessità che le donne sostengano altre donne, spingendo altre persone ad agire come ha fatto lei.
Il nome del progetto in questione fa riferimento alla consuetudine per la quale molte artiste già dall’Ottocento hanno scelto di non firmare i loro lavorI con il proprio nome (o di usarne uno da uomo) per non essere penalizzate dal loro genere. ‘Anonymous was a woman’ è anche un riferimento a Virginia Woolf e al suo saggio più noto, Una stanza tutta per sé, sulla subalternità delle donne e sulla difficoltà di essere scrittrici in un mondo in cui le cui convenzioni riducevano la donna al ruolo di madre, sorella o figlia.
Il progetto ha preso il via nel 1996, quando il National endowment for the arts (agenzia federale americana che offre supporto e fondi al mondo dell’arte) scelse di mettere fine al finanziamento ai singoli artisti. Susan Unterberg e la sorella Jill Roberts decisero di impiegare l’eredità del padre, magnate del petrolio, per aiutare le artiste donne. La stessa Unterberg ha rivelato di aver vissuto sulla propria pelle gli ostacoli che incontrano le artiste, a cui non è offerta la stessa attenzione nelle esposizioni e nelle collezioni dei musei e che sono trattate in modo differente anche sul mercato.
I dati del National Museum of Women in the Arts rivelano che le artiste guadagnano 81 centesimi per ogni dollaro percepito dai loro colleghi maschi, che il loro lavoro è rappresentato in percentuali esigue nelle collezioni permanenti dei musei negli Stati Uniti e in Europa e che solo il 27% delle 590 mostre personali organizzate nei maggiori musei americani tra il 2007 e il 2013 era dedicate ad artiste donne. 

Nel corso degli anni ‘Anonymous was a woman’ ha finanziato economicamente 220 artiste con 5,5 milioni di dollari in totale, ripartiti in borse di studio da 25 mila dollari che vengono assegnate a chi ha più di 40 anni ed è nella fase intermedia della propria carriera.

Ciao Aretha!

Nacque il 25 marzo 1942 a Memphis, in Tennessee, da un padre predicatore e una madre pianista e cantante. Ma a cinque anni si trasferì con la famiglia a Detroit, poco prima che sua madre se ne andasse a Buffalo lontano dal marito, ormai diventato una celebrità religiosa, ma anche un alcolista, violento e infedele.

Dalla metà degli anni Cinquanta, Franklin seguì il padre in tour per gli Stati Uniti, cantando e suonando il piano al suo seguito. Fu qui che cominciò a mettere in mostra la sua voce straordinaria, con un’estensione e un’intonazione rari e il timbro caldo e profondo che la contraddistinse per tutta la carriera.

Registrò le prime canzoni a 15 anni, quando aveva già partorito il suo secondo figlio (il primo lo aveva avuto a 12 anni).

Lasciò la scuola, ma insieme a quella religiosa la sua prima adolescenza le trasmise anche una coscienza politica, che prese forma intorno alle discriminazioni quotidiani che doveva vivere una donna afroamericana.

Negli anni successivi sarebbe diventata amica di Martin Luther King, che aiutò a organizzare la Marcia su Washington. Nel 1968 cantò “Precious Lord” al suo funerale.

Assieme al successo, negli anni Sessanta arrivarono anche i primi esaurimenti nervosi che l’avrebbero accompagnata per tutta la sua vita, dovuti al suo primo, violento marito o ai problemi che le dava il padre.

Negli anni successivi cominciarono anche i primi problemi di salute, legati a frequenti drastiche perdite di peso, a periodi di dipendenza dall’alcol e al suo incallito tabagismo.

Gli anni Settanta furono quelli di “Spanish Harlem” e “Day Dreaming”, e di dischi come Spirit in the Dark e Gifted & Black.

Negli anni Ottanta e Novanta, quando la musica soul aveva perso la popolarità trasversale dei decenni precedenti, Franklin continuò a sfornare dischi e a collaborare con alcuni dei più grandi nomi del jazz e del pop mondiale, da George Benson a George Michael, presenziando a cerimonie ufficiali, concerti commemorativi ed eventi speciali, dal Super Bowl alla cerimonia di insediamento di Barack Obama nel 2009. Nel 1998, il tenore italiano Luciano Pavarotti avrebbe dovuto cantare ai Grammy, ma si diede malato: con un preavviso di venti minuti, Franklin cantò al posto suo “Nessun dorma”, della Turandot di Giacomo Puccini. Tutto spostandosi in auto: aveva molta paura di volare, e non prese nessun aereo tra il 1982 e il 2016, quando secondo alcuni giornali volò da Detroit a Chicago.

Negli ultimi anni aveva avuto diversi problemi di salute, ma aveva smentito di aver avuto un cancro al pancreas come avevano scritto molti giornali.

Ciao Aretha!

Ciao Rita!

«Con grande dolore rendiamo noto che Rita Borsellino, presidente di questa associazione, è tornata alla casa del Padre – hanno annunciato nel pomeriggio i componenti del Centro studi Paolo Borsellino -. Abbracciamo i figli e le nipoti». Dopo l’uccisione del fratello era diventata testimone nella lotta alle criminalità organizzate.

Si è battuta affinché si arrivasse alla verità sulla morte del fratello. Nel 2006, dopo dieci anni come vicepresidente di Libera, l’associazione antimafia fondata da don Luigi Ciotti, si è candidata per il centrosinistra – dopo aver vinto le primarie – alla presidenza della Regione siciliana sfidando il governatore uscente Salvatore Cuffaro fu rieletto, ma Rita Borsellino ottenne oltre il 41% dei consensi. Eletta europarlamentare nel 2009, tre anni dopo si candida alle primarie per sindaco di Palermo ma viene sconfitta d’un soffio da Fabrizio Ferrandelli.

Lo scorso 19 luglio, nel ventiseiesimo anniversario della strage di via D’Amelio, spiegò che il modo migliore per portare avanti gli ideali di giustizia del fratello era l’impegno quotidiano di ognuno per ottenere la verità.

«Ho appreso con grande tristezza la notizia della scomparsa di Rita Borsellino, alla quale mi legavano sentimenti di vera amicizia e di condivisione. Con coraggio e determinazione, ha raccolto l’insegnamento del fratello Paolo, diventando testimone autorevole e autentica dell’antimafia e punto di riferimento per legalità e impegno per migliaia di giovani. Ai suoi familiari esprimo la mia vicinanza e la più grande solidarietà». Queste le parole del presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

«Rita Borsellino ha dedicato la sua vita alla ricerca della verità e all’educazione civica dei più giovani. Ha rappresentato un punto fermo per migliaia di cittadini con eleganza, tenacia, passione. Cara Rita, abbraccia Paolo e Agnese, e rassicurali: non ci fermeremo mai»,

Dal Sole 24 ore

La Lady Virago

Così la chiamavano per la sua aria maestosa e per il suo caratterino. 

Bella,ricca ed  eccentrica girava con immensi cappelli gremiti di fiori.

Teneva molto a esibire la sua indipendenza sessuale con conquiste tra i due sessi, travolgente l’amore per Modigliani con litigi clamorosi.

La sua tormentata vita finì nel suicidio col gas in compagnia del suo topolino bianco. La sua ultima compagna, una giovane pittrice di talento, detta Noce di Cocco, si suicidò il giorno dopo la sua morte.

Era una giornalista inglese e si chiamava Beatrice Hastings, Modì la ritrasse, donandola così ai posteri, in 14 capolavori.

Ecco la sua biografia!

Nata a Londra e cresciuta in Sudafrica, si trasferì a Parigi poco prima dello scoppio della Prima guerra mondiale, dove cominciò la propria attività letteraria come corrispondente del quotidiano britannico The New Age, per il quale scriveva critiche artistiche usando vari pseudonimi. Ben presto divenne una figura di primo piano nei circoli bohèmien della capitale francese, grazie soprattutto all’amicizia che la legava a Max Jacob.
Fu a quanto pare quest’ultimo (o forse fu Ossip Zadkine), che nel 1914 le presentò Modigliani, col quale Beatrice iniziò una controversa relazione destinata a durare due anni. In quel periodo, i due convissero in un appartamento di Montparnasse, ed ella posò per numerosi suoi dipinti e disegni. Il loro rapporto era caratterizzato da intensa passione, ma anche da scenate furibonde di gelosia, soprattutto nei locali pubblici. E fu proprio in seguito all’ennesimo litigio che la relazione fra i due s’interruppe nel 1916. I giudizi dei conoscenti a proposito dell’influsso che ella ebbe sull’artista sono discordanti: secondo alcuni lo incitò a bere e a drogarsi, secondo altri, invece, tentò di curarlo dai vizi.
Dopo la guerra Beatrice tornò in Inghilterra, dove continuò la sua attività giornalistica e acquistò una certa celebrità nei circoli letterari anche per via delle relazioni (era dichiaratamente bisessuale) col suo editore A. R. Orage e la scrittrice Katherine Mansfield. Il rapporto con Orage finì burrascosamente nel 1936; la scrittrice pubblicò poi un libello diffamatorio nei riguardi dell’editore e della rivista The New Age, che provocò un grande scandalo e polemiche a non finire.
Malata probabilmente di cancro, Beatrice Hastings si suicidò in casa sua nel 1943 col gas della cucina.

Le gelsominaie di Calabria

Ottomila gemme bianche, raccolte delicatamente per non sciuparle, e deposte con cautela nel sacco di lino o nella cesta di junco. Da mezzanotte a giorno fatto, i gelsomini erano timidi vampiri che si richiudevano nelle loro bare profumate per sfuggire a un sole, per loro, mortale.
Ottomila fiori ci volevano per fare un chilo, e le donne, le campionesse, ne contavano fino a quarantamila per notte, per riportarsi a casa quelle poche lire buone a riempire le pance dei propri figli. Chi non le ha odorate quelle albe dense di ritorni profumati, non lo sa quanto eroismo ci sia stato nelle madri calabresi.
Chi non li ha visti i trucchi, buoni a trasformare qualche cucchiaio di triste concentrato di pomodoro in sontuose e invitanti pastasciutte, non lo ha mai assaggiato il coraggio magico delle madri calabresi.
Chi non c’è mai stato nella pancia del popolo calabrese, non può saperlo che ci abbiamo provato a essere migliori. E nessuno lo sa che nelle lotte più belle ci sono sempre state le nostre donne in prima fila. E anche se si è perso, senza di loro la deriva sarebbe stata totale. Che, se ancora una speranza c’è, lo si deve alla forza morale delle nostre madri, che anche durante le tempeste più buie hanno fatto di tutto per indirizzarci alla luce. Ci portavano a letto con ninna nanne e favole, figlie dei meravigliosi cunti aspromontani, contavano quarantamila fiori, e al mattino tornavano a cuntarci favole con quel po’ d’orzo o di latte che con la loro fatica riempiva le tazze. Nascondevano il sudore sotto il profumo del gelsomino e dopo dodici ore di lavoro, sorridenti, si mettevano a pulire e cucinare. Ecco, state attenti a parlare di bambini calabresi, se non conoscete la storia delle loro madri. E non date colpe alle madri calabresi, a volte i figli vengono sbagliati, nonostante il profumo del gelsomino.

Gioacchino Ciriaco

La vita passa in fretta

A dirlo è Lei, Lina, oggi 14 agosto giorno del suo Natale, aggiungendo che é facile sprecarla, e che  é una finestra aperta che bisogna usare bene.

Nata a Roma il 18 agosto del 1928 da un avvocato lucano di lontane origini svizzere e da madre romana, ha conservato a lungo un legame intimo con la terra d’origine (il paesino di Palazzo San Gervasio in provincia di Potenza) che avrebbe raccontato con affettuoso occhio satirico nel suo film d’esordio “I basilischi” del 1963. A 17 anni si iscrive alla scuola di teatro di Pietro Sharoff e poi fa la burattinaia per un’artista del genere come Maria Signorelli, ma il suo legame con lo spettacolo data dai banchi di scuola, dall’amicizia durata tutta la vita con Flora Carabella, poi moglie di Marcello Mastroianni. E’ lei a spingerla a frequentare Cinecittà e dintorni, è lei a farle conoscere Federico Fellini con cui lavora da aiuto-regista ne “La dolce vita”.
Intanto si fa le ossa in palcoscenico dove avrà maestri come Giorgio De Lullo ma anche Garinei&Giovannini. Sono le due anime che metterà in mostra lavorando per il grande e piccolo schermo: commedia e cinema d’impegno, satira e realismo popolare. Nel 1956 è già tra gli autori (riconosciuti) della prima “Canzonissima” per la Rai e sui set del cinema italiano è già una figura familiare, piccola, nervosa, determinata e pronta a tutti i mestieri pur di imparare in fretta. Ha amici fedeli, da Suso Cecchi d’Amico a Luchino Visconti, da Marcello Mastroianni a Enzo Garinei, da Franco Zeffirelli (con cui scriverà la sceneggiatura di “Fratello sole, sorella luna”) a Francesco Rosi.
Il ’63 è il suo anno d’oro: debutta come regista al cinema e le viene affidata la riduzione televisiva di uno dei libri per ragazzi più popolari: “Il giornalino di Gian Burrasca”: Lina ha l’intuizione geniale di affidare il ruolo principale a Rita Pavone (in abiti maschili) e nel ’64/65 gli otto episodi trasmessi dal primo canale della Rai battono ogni record. Da quel momento la Wertmuller diventa una “firma” apprezzata e ricercata. Sceglie il cinema e inanella continui successi, specie quando metterà insieme una “coppia d’oro” di interpreti come Giancarlo Giannini e Mariangela Melato con cui trionfa in “Mimì metallurgico ferito nell’onore” (1972) e due anni dopo in “Travolti…”.
Comincia qui la sua passione, quasi un marchio di fabbrica, per i titoli chilometrici. Con l’amico Giannini dividerà l’avventura all’Oscar (ben quattro candidature tra cui quella per la regia – ed è la prima nomination per una donna – e quella per il miglior attore) di “Pasqualino Settebellezze (1975). Con lo scenografo Enrico Job dividerà invece la vita in un sodalizio coniugale e professionale durato fino alla morte di Job nel 2008. Insieme hanno avuto una figlia, Maria Zulima Job. La carriera di Lina Wertmuller è talmente ricca di premi, trionfi, sorprese che è difficile sceglierne i momenti salienti: basti ricordare il trionfale ritorno alle vette del box office con “Io speriamo che me la cavo” del 1992 con Paolo Villaggio o la complicità con Sophia Loren sviluppatasi tra cinema e televisione in ben tre collaborazioni da “Sabato domenica e lunedì” (da De Filippo) nel 1990 a “Peperoni ripieni e pesci in faccia” (2004). Grazie a Sophia la Wertmuller ha riscoperto una sensibilità napoletana che le ha fruttato nel 2015 la cittadinanza onoraria. Sul tavolo di casa troneggiano i suoi infiniti premi fino al David di Donatello alla carriera del 2010.
Dieci anni fa diceva: “Stento a calarmi nei panni dell’ottantenne, ho sempre avuto uno strano rapporto con l’ età. Quello che conta è se sei rincoglionito oppure no, allora non cambia se hai 80 anni oppure 50”. E oggi di certo sottoscrive le stesse parole, con una segreta vena di malinconia in più.

Notizia ANSA

Alessia Zecchini: la donna più profonda del mondo

Ha conseguito il record del mondo di profondità e ha iniziato a scendere sott’acqua a 13 anni per prendere conchiglie.

A cosa pensi quando sei sotto?

Sono concentrata al 100% altrimenti rischio di commettere errori

Che significa per te un limite tu che hai messo in mano i tuoi e li hai spostati uno alla volta?

Non esiste un limite, si può sempre migliorare.

Come vivi il tuo essere essere esempio per altre persone?

Mi fa piacere esserlo per i più giovani perché dimostro che se si vogliono raggiungere certi obiettivi  é possibile farcela.

Daresti un messaggio alle nuove generazioni che s’approcciano allo sport?

Devono avere tanti sogni e impegnarsi perché con l’impegno si raggiunge ogni cosa.

Cosa vedi nel tuo futuro?

Spero che nelle Olimpiadi 2024 possa entrare l’apnea.

Rielaborazione e sintesi di un’intervista condotta da Luca Mazzucchelli per Psicologia Contemporanea

Lisetta Carmi e la sua macchina per scrutare l’anima

“Spesso mi sono chiesta ‘da dove vengo’” Lisetta sembra chiedersi, “Ma come ho fatto a guardare il mondo e gli esseri umani in modo così naturale? Quando ho iniziato a fotografare non avevo alcuna preparazione. Come possono le mie foto, scattate in Puglia nel 1960 durante un viaggio con il musicologo Leo Levi, il cui obiettivo era registrare i canti della comunità ebraica di Sannicandro Garganico guidata da Donato Manduzio, avere già un significato e una forma? Vengo da una famiglia speciale, che fotografava in tempi lontani e che mi ha trasmesso in silenzio il desiderio di capire e di fissare con le immagini il mondo in cui viviamo. Quando vedevo le foto fatte da papà e mamma mi dicevo che non ne sarei stata capace. Ora, diverse vite più tardi, posso dire che ho lavorato nella fotografia solo per 19 anni, ma in questi anni ho fatto il lavoro di 50. Sempre sola, con la mia macchina fotografica, con interesse e passione per gli esseri umani, per situazioni estreme in questo mondo così ingiusto ma anche così affascinante. Un mondo che non ho sempre capito ma che ho fotografato per capire la vita”.
Quando guarda al passato, Lisetta Carmi afferma, a quasi 93 anni, di non aver vissuto solo una vita, ma ben cinque. Il disegno fatto dalla sua guida spirituale, Babaji Herakhan Baba, che la ritrae ha in effetti predetto la verità. Ciascuna delle sue facce, circondata da fiori di loto, rappresenta una vita diversa, a partire da quella della musicista, per poi proseguire con quella della fotografa, di guida spirituale, di musicista rinata, e di osservatrice silenziosa.

Oggi, Lisetta si siede sulla sedia nel suo studio e osserva dalla finestra: lì fuori c’è Cisternino, il paese pugliese che l’ha adottata e accolta da decenni ma che l’ha anche considerata un personaggio un po’ “diverso”. Circondata dalle sue foto, dai suoi libri e scritti, Lisetta ti fissa con uno sguardo penetrante colorato di verde che è allo stesso tempo freddo ed accogliente. La sua è un’occhiata che va oltre l’ovvio ed il superficiale per vedere di più, in ricerca della profondità dietro l’apparenza, sia nella vita vissuta che in quella catturata dalla sua fotografia. “Vedo quello che c’è, non metto quello che penso io sulle persone”, confessa.
Principalmente, Lisetta Carmi è conosciuta per la sua vita di fotografa, il cui lavoro è stato paragonato, fin dai primi scatti, a quello di Henri Cartier-Bresson. Una volta scoperta l’opera di Lisetta, le immagini de La Gitana, La Novia e La Morena, i travestiti che abitavano Via del Campo a Genova negli anni 60 e 70, o quelle dei portuali della sua città natia, o della fase espulsiva di un parto, dove si scorge la delicata testa di un neonato nel momento in cui abbandona il ventre della madre o del poeta americano Ezra Pound avvolto dal silenzio, saranno impossibili da dimenticare.
“Spesso mi sono chiesta ‘da dove vengo’” Lisetta sembra chiedersi, “Ma come ho fatto a guardare il mondo e gli esseri umani in modo così naturale? Quando ho iniziato a fotografare non avevo alcuna preparazione. Come possono le mie foto, scattate in Puglia nel 1960 durante un viaggio con il musicologo Leo Levi, il cui obiettivo era registrare i canti della comunità ebraica di Sannicandro Garganico guidata da Donato Manduzio, avere già un significato e una forma? Vengo da una famiglia speciale, che fotografava in tempi lontani e che mi ha trasmesso in silenzio il desiderio di capire e di fissare con le immagini il mondo in cui viviamo. Quando vedevo le foto fatte da papà e mamma mi dicevo che non ne sarei stata capace. Ora, diverse vite più tardi, posso dire che ho lavorato nella fotografia solo per 19 anni, ma in questi anni ho fatto il lavoro di 50. Sempre sola, con la mia macchina fotografica, con interesse e passione per gli esseri umani, per situazioni estreme in questo mondo così ingiusto ma anche così affascinante. Un mondo che non ho sempre capito ma che ho fotografato per capire la vita”.
Da piccola, Lisetta era una giovane pianista la cui famiglia venne perseguitata dal regime fascista. Nel 1938, a soli 14 anni, fu espulsa dalla scuola che frequentava a causa della sua appartenenza al popolo ebraico. Cercò di colmare il vuoto della sua nuova solitudine con il pianoforte, strumento che aveva iniziato a suonare all’età di dieci anni.
Solo qualche anno dopo, nel 1943, costretta a scappare in Svizzera, a piedi, Lisetta si trovò a valicare le Alpi; “Con una mano aiutavo mia madre, Maria Carmi Pugliese, e con l’altra tenevo i due volumi del clavicembalo ben temperato di Bach”. La sua passione per la musica si tradusse in una carriera da concertista promettente nonostante la sua naturale riluttanza ad esibirsi in pubblico. Un evento specifico, portò Lisetta, ormai giovane donna con un grande interesse per l’emarginazione e l’ingiustizia sociale, entrambe sperimentate sulla propria pelle, alla sua seconda vita.
“Ero a Genova, e volevo partecipare ad una marcia in supporto dei diritti del lavoro dei portuali, ma il mio insegnante di musica me lo proibì. Mi disse che era troppo pericoloso, che avrei potuto rompermi le mani. Gli risposi ‘se le mie mani sono più importanti del resto dell’umanità io da domani non suono più’”. Proprio in quel momento ebbe inizio il suo percorso di fotografa degli emarginati, dei meno fortunati e dei perseguitati. “Dicevo spesso a mio padre quanto mi dispiacesse non essere finita nei campi di concentramento, dove sarei morta o avrei potuto aiutare gli altri. Ho sempre avuto fin da piccola questo desiderio e non mi ha mai abbandonato”. Fu proprio suo padre a darle la prima macchina fotografica e Lisetta l’ha usata “per dare voce agli ultimi, quelli che non potevano parlare o che vivevano in situazioni orrende, schiacciati dai potenti di turno. I ricchi non mi interessavano”.
Lisetta finse di essere la cugina di uno dei lavoratori del porto e riuscì così ad infilarsi in quel mondo e a catturare le condizioni di lavoro degli uomini e le loro difficoltà su pellicola. Quel reportage, commissionatole dalla CGIL, è un documento unico, in grado di offrire una testimonianza visiva della forte identità sociale e culturale della Genova di quei tempi, ma è stato anche il primo passo lungo un percorso professionale che la fotografa ha dedicato all’impegno sociale.
Fino a quando, un giorno, nel 1965, un amico invitò Lisetta a festeggiare il Capodanno nel ghetto ebraico di Genova, in Via del Campo, area abitata da omosessuali e travestiti. Poco a poco riuscì a fare amicizia con alcuni membri della comunità ed iniziò a fotografarli. Ogni ritratto era un regalo. “In quegli anni, dal 1965 al 1971, le ho osservate, protette e ammirate, ho vissuto la loro sofferenza, la violenza e la degradazione della loro vita. Volevo solo conoscerle veramente, aiutarle e amarle”. Una collezione di tutti i suoi ritratti fu pubblicata nel 1972 con il titolo I Travestiti, grazie a Sergio Donnabella perché Lisetta non aveva intenzione di mettere in vendita il suo lavoro. “Non le avevo fotografate per il successo o per guadagnarci qualcosa. La pubblicazione affrontò diversi ostacoli, era considerata sconcia, ed infatti diverse librerie si rifiutarono di esporre il volume. Persino Cesare Musatti, psicanalista di fama, si rifiutò di presentarlo perché considerava i travestiti ‘delle persone da mettere in ospedale’”. Ci fu però anche chi supportò pubblicamente il libro, come gli scrittori Dacia Maraini, Barbara Alberti e Alberto Moravia.
L’esperienza nella comunità omosessuale non ebbe solo un impatto professionale sulla vita di Lisetta, ma anche uno profondamente personale. “Grazie a loro, ho imparato ad accettarmi. Quando ero bambina, osservavo i miei fratelli maggiori, Eugenio e Marcello, e volevo essere un maschio come loro. Sapevo che non mi sarei sposata e rifiutavo il ruolo che la società aveva assegnato alle donne. La mia esperienza con i travestiti mi ha fatto riflettere sul diritto che tutti abbiamo di determinare la nostra identità, sia essa quella di donna o quella di uomo, perché siamo tutti esseri umani”.
Lisetta ha catturato l’essenza della natura umana nei suoi ritratti del poeta americano Ezra Pound, fatti durante un brevissimo incontro, un faccia a faccia di esattamente quattro minuti, tenutosi nella sua casa a Sant’Ambrogio di Rapallo. Era l’11 febbraio del 1966. Gli scatti, 12 scelti su 20, sono considerati tra i suoi lavori fotografici più apprezzati e delle importanti testimonianze in bianco e nero che dipingono, “la solitudine, la disperazione, l’aggressività, lo sguardo perso nell’infinito, tutto ciò che è difficile dire a parole e la drammatica grandezza del poeta”.
Invitata da Gaetano Fusari, al tempo direttore del’ANSA di Genova, ad accompagnarlo ad intervistare Pound, Lisetta si armò della sua Leica 35 mm. Bussarono alla porta della piccola casa, e dopo alcuni istanti di silenzio, Pound uscì, ma sembrava perso. Stava lì, in piedi, in vestaglia e ciabatte, senza dire una parola, nonostante la loro presenza. Lisetta iniziò comunque a scattare, scatto dopo scatto, fino a quando il poeta decise di rientrare in casa. Silenzio.
Pound era vecchio e malato, ed era sopravvissuto a tredici anni di internamento nel manicomio criminale St. Elisabeths Hospital di Washington. “Quando ho sviluppato il rullino e ho selezionato le dodici fotografie finali, ho visto in esse esattamente quello che avevo provato mentre stavo scattando. Non abbiamo incontrato il poeta, ma l’ombra di un poeta”. Volendo condividere la sua esperienza con la famiglia di Pound, Lisetta gli spedì le immagini che sono col tempo diventate alcune delle più conosciute del poeta, usate spesso in libri dedicati al suo lavoro. Quel piccolo/grande reportage, rimane tuttora uno dei momenti più significativi della storia della fotografia italiana. Quelle fotografie le fecero vincere l’equivalente italiano del Niepce Prize e parole di elogio del grande Umberto Eco, che disse: “le immagini di Pound scattate da Lisetta dicono più di quanto si sia mai scritto su di lui, la sua complessità e natura straordinaria”. “Sono riuscita a raccontare non solo la sua fisionomia ma sopratutto il suo male di vivere”. Pound morì qualche anno dopo, nel 1972, e prima che la sua casa fosse messa in vendita, Lisetta chiese alla famiglia il permesso di tornare e fotografare a colori “quella casetta tra gli ulivi”.
Lisetta continuò a fare la fotografa e a viaggiare per il mondo – Afghanistan, America Latina, Israele, Palestina, ma anche Sicilia e Sardegna, sono solo alcuni dei paesi visitati da lei e dalla sua macchina fotografica – mentre si divideva tra Genova e Cisternino, paese dove aveva acquistato casa anni prima perchè sentiva che la Puglia fosse terra sacra e benedetta.
Nel 1976, ci fu un’ulteriore svolta e la transizione da una vita ad un’altra avvenne spontaneamente dopo un viaggio in India. Lì incontrò Babaji Herakhan Baba, il Mahavatar dell’Himalaya, che divenne la sua guida spirituale. “Mi ha chiamata a sé e mi ha mostrato la verità più profonda della vita. Quando l’ho visto per la prima volta mi sembrava di vivere ai tempi di Gesù, dove i discepoli ascoltavano il loro maestro. Sono andata a presentarmi e gli ho detto “Babaji, sono Lisetta,’ ‘Il tuo nome è Janki Rani’ mi ha risposto, e mi sono seduta accanto a lui. Ero in estasi, l’ho guardato, ma guardato veramente, e ho visto che era la manifestazione di Dio in forma umana, che era puro amore.”
Quella prima volta Lisetta, o meglio Janki, passò 25 giorni con il maestro divino. “In quei giorni assistetti all’annuncio della profezia di Mahakranti dove Babaji disse che il mondo, come lo conosciamo, stava per finire. Il 75% dell’umanità sarebbe stata distrutta e gran parte della terra sommersa dall’acqua. Gli umani sopravvissuti avrebbero dovuto affrontare l’acqua ed il fuoco e iniziare tutto da capo. I discepoli erano spaventati, ma io no. Ho scattato 36 fotogrammi dei loro volti spaventati. Io invece ascoltavo la profezia e sentivo la parola liberazione. È in questo modo che Dio ci avrebbe dato la possibilità di cancellare tutto il negativo e di ricominciare, con il trionfo dell’amore, della fratellanza e l’armonia”.
Dopo 25 giorni Lisetta dovette tornare in Italia per prendersi cura della mamma anziana, ma negli anni successivi visitò l’India più volte. Durante una di queste visite, Babaji le chiese di aprire un ashram a Cisternino, “un posto dove la gente potesse recarsi con i suoi problemi, dubbi e malesseri alla ricerca di supporto spirituale e di una direzione. Ho chiesto direttamente a Babaji cosa volesse veramente dall’ashram e mi ha risposto che doveva essere un posto di trasformazione per le persone che ci andavano per purificare il corpo e l’anima”.
La cura del corpo e dell’anima avevano ormai da un po’ preso il sopravvento sulla fotografia, e nonostante la mancanza di esperienza, Lisetta si lanciò in questa nuova missione senza pensarci due volte. Il Centro Bhole Baba fu inaugurato nel 1986 ed è identico all’ashram di Herakhan, India. “La vita nell’ashram era ed è per tutti la stessa, perché siamo tutti uguali. Non ci sono né i primi né gli ultimi. Il leone e la capra devono bere dalla stessa fonte”.
Nel 1992, mentre era presidente del centro, Lisetta creò La Voce di Cisternino, una pubblicazione semestrale che raccoglieva saggi, notizie e gli annunci di eventi tenutisi nell’ashram. Lei stessa scriveva la rubrica Notizie da Cisternino, dove si firmava Janki Rani. Nel 1998, tredici numeri più tardi, proprio nel suo editoriale, Lisetta annunciò il suo ritiro dalla guida dell’ashram ma che comunque sarebbe stata disponibile a parlare con chiunque ne avesse avuto bisogno. “Era giunto il momento di lavorare su me stessa. Mi sono spesso chiesta come fossi riuscita a vivere in un ambiente comunitario così impegnativo per tanto tempo ed ero alla ricerca di silenzio e solitudine”. Ma prima del silenzio, torna la musica.
Diverse circostanze portarono Lisetta a collaborare con un suo ex studente di musica, Paolo Ferrari. Medico e scienziato, ma anche psicoterapeuta e musicista, Ferrari è il creatore del metodo “Asistema in-assenza”. Lisetta non aveva più suonato il pianoforte da circa 35 anni ma fu invitata a frequentare i seminari di Ferrari a Milano dove avrebbe suonato alla fine di ogni sessione. “Il concetto è un po’ difficile da afferrare, ma i margini dell’assenza aprono vasti e inaspettati orizzonti di libertà. Entrare a conoscenza delle idee di Paolo e riavvicinarmi alla musica sono stati un vero miracolo. Fino a quel momento avevo imparato dalla vita tutto quello che dovevo imparare e stavo vivendo un ribaltamento dei ruoli. La maestra era diventata lo studente”. Dopo sei anni di viaggi a Milano, dove si tenevano i seminari, Lisetta capì che anche questa vita era giunta ad una fine. “Tutto stava iniziando a ripetersi ed era giunto il momento del distacco e del silenzio”. Lo stesso silenzio della disperazione di Ezra Pound, “di un’anima alla ricerca della verità così difficile da raggiungere? O il silenzio dei lavoratori del porto di Genova anonimi ed irriconoscibili immersi in un inferno dantesco”?
Avvolta nel silenzio e in compagnia della solitudine, Lisetta sta ora vivendo una vita nuova, la quinta. Questa è proprio quella che vuole. “Mi siedo sulla mia sedia” – sì proprio la stessa menzionata all’inizio di questo racconto – “e sto qua, guardo fuori o sto a occhi chiusi. Ricevo e scrivo moltissime lettere, leggo molto, mangio poco, bevo solo acqua calda e mi prendo cura della casa. Non ascolto musica, mi piace il silenzio. E quando mi chiedono ‘chi ti ha insegnato a fotografare’? Rispondo ‘la vita’. Perché ho solo osservato la vita, soprattutto quella degli ultimi”. 
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