Alberta Basaglia parla di suo padre
Gorizia, 1961. Ha inizio l’avventura di Basaglia. Lei lo definisce un “esilio”.
“Sì, un esilio. Lui veniva dalla clinica neurologica di Padova da cui uscivano i grandi della neuropsichiatria. Ma non era molto in linea con la classe medica. Intrecciava in modo scandaloso filosofia e psichiatria. E più che la malattia gli interessava il malato. Se ne sbarazzarono mandandolo in un manicomio di frontiera”.
Il direttore aveva diritto all’appartamento dentro il manicomio. Però lui lo rifiutò.
“Non voleva che vivessimo lì dentro. Rimase sconvolto da quello che vi aveva trovato: catene, camicie di forza, reti, grate, sbarre, degrado. Figurarsi se due bambini – mio fratello Enrico ed io – potevamo crescere dentro quell’edificio chiuso. Il paradosso è che ci ritrovammo a vivere all’ultimo piano del Palazzo della Provincia, simbolo austroungarico dell’istituzione. Proprio Basaglia che negava l’istituzione totale del manicomio”.
Il manicomio gli ricordava l’odore del carcere. Lui l’aveva conosciuto da ragazzo.
“Sì, da partigiano aveva fatto un mese digalera. Ma non ne voleva mai parlare, forse temeva l’agiografia resistenziale. Avevamo i racconti di nonna Cecilia, una vera borghese eccentrica, anche un po’ svagata. Quando ne 1944 i fascisti arrivarono per prenderlo, lui era già sul terrazzo pronto a saltare. L’idea terrorizzava la nonna, così istintivamente gli urlò di non scappare sui tetti. E la polizia lo beccò subito”.
Non vivevate in manicomio, però a casa i matti circolavano. Lei li racconta senza ipocrisia.
“Certo che avevo paura. Ma il problema non è se la paura esiste o non esiste. Il problema è imparare a conviverci. E i miei mi hanno fatto vedere come si fa. Ricordo ancora certi pranzi dentro il manicomio: donne orribilmente grasse, dilatate dalla cotonatura dei capelli, che mi stropicciavano in modo goffo, come a scoprire nel mio corpo immaturo la loro femminilità. Ero “la fia del direttor”, dovevo abituarmi”.
Però il sabato facevate ritorno a Venezia.
“Credo che mio padre avesse bisogno di uscire dall’atmosfera totalizzante di Gorizia. E poi c’era il richiamo dell’acqua: i veneziani come loro non possono starne molto tempo lontani”.
Lei ritrae suo padre come una sorta di Re Artù, circondato dai suoi cavalieri nella grande tavola goriziana.
“Eh sì, mi spiace, ma il re era proprio lui. Tornava a casa per cena con quaranta persone. E non smettevano di parlare. Marcuse e Sartre, Hegel e Goffmann, Heidegger e Gramsci. Al centro c’era il nuovo modo di leggere la malattia mentale e la segregazione. Parlavano della dignità dei pazienti, dei loro esperimenti. C’erano persone che avevano recuperato la parola dopo decenni di mutismo”.
Un ambiente illuminato, che però viene spiazzato dal “limite” di una bambina.
“Sì, fu quella volta che la figlia piccola di uno dei dottori mi chiese perché stavo con la testa storta. Sulla tavola precipitò il silenzio, probabilmente pieno di pensieri politicamente corretti. “Perché così ci vedo meglio”, risposi secca. I grandi, anche tra i migliori, fanno molta più fatica a dare un nome alle cose”.
Anche in casa Basaglia arriva il Sessantotto, ma c’è un problema. Suo padre diventa un’icona del movimento. E la figlia non lo può contestare.
“Non ho mai dovuto uccidere il padre, se è questo che vuole dire. Però ci facevo delle grandi litigate. Anche quando cominciai a studiare psicologia – e lui mi diceva “ma sei matta?” – lo provocavo con la storia della nipote di Freud. Non mi bastava essere la figlia di Basaglia: come nonno volevo Freud. Certo, non mi sono mai sentita antagonista, perché la mia famiglia era diversa dalle altre. E io ci stavo bene. Forse non ho neppure avuto il tempo di contestarlo: è morto che non avevo neppure 24 anni. Ero ancora molto figlia”.
Anche una figlia un po’ gelosa. Nelle assemblee studentesche suo padre veniva acclamato da ragazze bellissime.
“Sì, ammetto: era diventato una rockstar e la cosa mi dava molto fastidio. Una volta all’Università di Padova arrivò una studentessa alta e bruna, che si fece largo in prima fila spingendomi nelle retrovie. Ero molto spaurita. Però era in gioco una rivoluzione culturale, e io mi ci sentivo dentro”.
E lui come reagiva alla popolarità?
“Assolutamente a suo agio. Era un comunicatore istintivo, gli veniva naturale”.
Giovanni Jervis l’avrebbe accusato di essere prigioniero del suo stesso mito.
“Su questo terreno non vorrei entrare. Credo che abbiano litigato molto, ma rimangonofatti loro”.
È anche una questione culturale. Jervis lo ritrasse come un direttore autoritario e accentratore.
“Temo che Jervis non l’abbia capito fino in fondo. Si trattava di un rovesciamento culturale profondo, non indolore. C’erano voci molto diverse, bisognava mediare. Era un movimento con tutte le sue contraddizioni, non la favola bella come l’hanno voluta raccontare”.
Cosa intende per favola bella?
“C’è chi ha voluto fare di mio padre una sorta di padre Pio che liberò i matti dalle catene. Oppure, all’opposto, ecco il ribelle velleitario che chiuse i manicomi infischiandosene delle conseguenze”.
Chi era invece suo padre?
“Dimostrò che l’impossibile diventa possibile. Dieci anni prima del suo esperimento, era impossibile che un manicomio potesse essere distrutto. Lo disse anche poco prima di morire: magari i manicomi torneranno a essere chiusi, ma abbiamo dimostrato che si può assistere le persone folli in un altro modo. Non aveva ancora vinto, e lo sapeva bene. Il suo progetto è stato realizzato solo in parte. Ma è riuscito a imprimere una svolta da cui non si torna più indietro. Ora bisogna andare avanti”.
Anche a casa dimostrò che l’impossibile diventa possibile.
“Per la scienza medica io dovrei essere cieca. Ora non so se vedo come tutti gli altri, però ci vedo”
Colloquio tra Hannah Arendt e Samuel Grafton
Samuel Grafton: Sono anch’io, come lei, uno scrittore che cerca la verità. Mi sembra che le reazioni al suo libro [La banalità del male: Eichmann a Gerusalemme] costituiscano un importante fenomeno politico che necessita di essere analizzato. In quest’ottica mi sono segnato le seguenti domande: ritiene che le reazioni al suo testo gettino nuova luce sulle tensioni della vita e della politica ebraiche? Se è così, cosa rivelano? Hannah Arendt: Non ho una risposta definitiva alla sua domanda. La mia sensazione è di aver inavvertitamente toccato la parte ebraica di quello che i tedeschi chiamano il loro “passato irrisolto” (die unbewältigte Vergangenheit). Ora mi sembra che questo problema fosse comunque destinato a presentarsi e che il mio resoconto l’ha cristallizzato agli occhi di quelli che non leggono grossi libri probabilmente anche accelerandone la sua tematizzazione in un discorso pubblico.
Samuel Grafton: Quali ritiene siano le cause reali della reazione violenta di chi ha attaccato il suo libro?
Hannah Arendt: Una causa importante mi pare sia stata l’impressione che io abbia attaccato l’establishment ebraico, perché non solo ho messo in evidenza il ruolo del consiglio ebraico durante la soluzione finale, ma ho anche mostrato come i membri di questo consiglio non fossero solamente dei “traditori”. In altre parole, poiché il processo ha toccato il ruolo della leadership ebraica durante la soluzione finale e io ho riportato questi avvenimenti, tutte le attuali organizzazioni ebraiche e i loro capi hanno pensato di essere sotto attacco. Quanto è accaduto, a mio parere, è stato lo sforzo concordato e organizzato di creare un'”immagine” e di sostituire questa al libro che ho scritto.
Samuel Grafton: Lei pensa che gli ebrei nel complesso abbiano imparato qualcosa dall’esperienza di Hitler?
Hannah Arendt: Non ho dubbi sul fatto che l’esperienza di Hitler abbia lasciato un segno profondo su tutta la popolazione ebraica mondiale. Nel libro ho parlato delle reazioni immediate e talvolta ho pensato che noi siamo testimoni di un cambiamento profondo del “carattere nazionale”, per quanto ciò sia possibile. Ma non sono sicura; e mentre penso che sia arrivato il tempo di raccontare i fatti, sento che per un giudizio così ampio non è ancora arrivato il momento giusto. Lasciamo questo alle generazioni future.
Miriam Mafai
Di Riccardo Fedriga – Da Enciclopedia delle Donne.Coglieva sempre molto bene le sfumature personali e lasciava in tutti coloro che le capitava di incontrare una sensazione di familiarità: il modo di muoversi tra le cose quotidiane, l’accomodarsi subito in ogni situazione, la convivialità, la disposizione all’ascolto. In questo essere un polo di attrazione affettivo e intellettuale, Miriam Mafai era persona straordinaria. Intelligente perché ricettiva e veloce, poco incline ai giri di valzer, alle smancerie, deve aver dato e ricevuto non pochi strattoni, lasciato aspettare molti, e non solo i compagni di un Partito per il quale era vissuta e al quale avrebbe comunque preferito la ricerca della verità.
Educata secondo una precisa concezione dell’arte, Mafai era legata a una idea classica di narrazione per immagini, e le sue cronache rispondono al gioco delle cause e degli effetti. Le frasi sono brevi, le interviste quasi sempre riportate alla fonte in prima persona. È un pensiero organizzato in periodi conclusi, secondo un modo compiuto e classico. Mafai coglie la realtà, la ordina e sottopone l’ordine della sua cronaca a giudici inflessibili: il controllo di sé, unito al dissacrante umorismo che spiazzava la banalità delle rendite di posizione, e il colpo secco dell’intelligenza scritta che impedisce, in primo luogo a se se stessa, il proliferare del conformismo ideologico. Poiché sapeva di dover anteporre i lettori alle proprie verità, non avrebbe mai potuto essere una comunista ortodossa, nonostante abbia incarnato la storia stessa del Partito e della democrazia in Italia, né una femminista ideologica e di maniera, nonostante abbia incarnato e creato la storia stessa del femminismo.
Il resto è il racconto di una vita straordinaria. Nata a Firenze il 2 febbraio, Miriam era figlia di Antonietta Raphaël, pianista, scultrice e pittrice, figlia di un rabbino lituano e cresciuta tra Londra e Parigi, e del pittore Mario Mafai animatore, con la moglie e Scipione, del composito gruppo della Scuola Romana. La casa di famiglia, al celebre 325 di via Cavour, era continua meta di artisti e intellettuali antifascisti: da Giuseppe Ungaretti a Enrico Falqui, da Libero de Libero a Renato Marino Mazzacurati, sino ai meno assidui Fausto Pirandello e Ferruccio Ferrazzi.
Nel 1939 il padre si trasferisce a Genova per cercare di sottrarre la madre e le sorelle Simona e Giulia alle persecuzioni razziali. Ma già dopo l’8 settembre 1943 Miriam è di nuovo a Roma, attiva nella lotta di Liberazione; la vediamo impegnata, dapprima come staffetta e, in seguito, nel 1944, alle attività di informazione del Ministero dell’Italia Occupata diretto da Mauro Scoccimarro. Lì incontra per la prima volta Gian Carlo Pajetta, allora membro del Comitato di Liberazione Nazionale. Alla fine della guerra, Miriam Mafai è funzionario del Partito Comunista. Luciana Castellina la ricorda, nel ’47, parte di un gruppo di donne già “grandi”. «Grandi non solo di età, ma perché erano già grandi figure nel partito, che avevano già grandi responsabilità e facevano grandi cose ed erano perciò per noi l’esempio di quanto avremmo dovuto fare anche noi, di come avremmo dovuto diventare» («Il Manifesto», 9 aprile 2012). Non era la sola donna a essere “grande”. Negli anni della guerra lo erano diventate migliaia di donne italiane, fotografate da Mafai nella normalità dei loro ruoli e nella rivendicazione dei loro diritti in quel libro straordinario che è Pane Nero. C’è la voce diretta delle protagoniste, come Lucia, la tramviera che non voleva portare il berretto «Quando mio marito lo seppe – che la moglie faceva la tramviera – andò su tutte le furie, ma alla fine accettò la mia decisione. Partì per il fronte che ero già incinta di Umberto ma non lo rividi mai più. Guidare il tram… ah guidare il tram era una gran bella soddisfazione. Mi ricordo di un controllore che non mi dava pace perché io non portavo il berretto. Un giorno, quando l’ho visto (…) ho fermato il tram, sono scesa, ho messo il berretto sulle rotaie e ci sono passata sopra. Si capisce che poi lui mi ha fatto rapporto» (Pane Nero, p. 51). Alle interviste seguono i commenti della cronista Mafai, disadorni quanto essenziali nel realismo della descrizione: «Prime settimane di lavoro per decine di migliaia di giovani donne, postine, fattorine sui tram, conducenti, impiegate. Prime settimane di lavoro. Primi stipendi. Primi soldi da spendere, ragionevolmente certo, ma senza dover chiedere il permesso a nessuno » (Pane Nero, Mondadori, Milano, 1987, pp. 51-53).
Nel 1948 Miriam sposa civilmente Umberto Scalia, segretario del PCI dell’Aquila, città della quale Mafai diviene consigliere comunale. Nascono i figli Luciano, futuro dirigente sindacale, e Sara, che diventerà giornalista. L’attività politica di quegli anni è molto intensa e difficile è stabilire il discrimine tra impegno civile, dedizione alla causa del Partito e vita. In particolare Mafai è impegnata nelle lotte dei braccianti, dei minatori della valle del Pescara e delle donne marsicane. Erano lotte politiche ma in primo luogo lotte per la politica, per una migliore vita civile, l’ebbrezza per una democrazia che si vedeva nascere dal basso. Alfredo Reichlin, che condivise quelle esperienze scrive: «Tante cose ho dimenticato di quel tempo ma non l’ebbrezza della felicità: l’immensa felicità della politica che si fa storia […] Abbiamo creduto e abbiamo lottato perché finalmente in Italia “gli ultimi”, quelli senza scarpe potessero alzare la testa e cominciare a contare. È poco?» («L’unità», 9 aprile 2012).
Quando nel 1957 la famiglia Scalia si trasferisce a Parigi, dove Scalia viene inviato dal PCI, Mafai fa del giornalismo una scelta professionale ed esistenziale. Dapprima è corrispondente dalla capitale francese di «Vie Nuove», testata fondata da Luigi Longo, e l’anno successivo, tornata a Roma, inizia la collaborazione con l’Unità. Risale ai primi anni Sessanta l’inizio del legame sentimentale con Pajetta, il ragazzo rosso, uomo difficile e fuori dal comune: il loro legame si protrasse per trent’anni, e forse grazie al carattere di Miriam, fu tra quelli di maggior rispetto delle e nelle differenze di un Partito che non lasciava certo molto spazio all’iniziativa femminile.
Agli anni compresi tra il 1965 e il 1970 risale la direzione di «Noi Donne». Contro ogni tentativo di «prevaricazione da parte dell’organizzazione sul lavoro», Mafai concepisce la lotta per i diritti delle donne come «emancipazione più servizi efficienti» («Noi Donne», numero speciale in occasione dei cinquant’anni della rivista). Poi viene «Paese Sera» e la co-fondazione, nel 1976, di «Repubblica». Sono gli anni legati agli articoli sul terrorismo, le responsabilità della sinistra, la stagione delle stragi. Ma sono anche gli anni delle grandi inchieste, della passione per le conquiste civili della nostra democrazia: dalla legge sul divorzio alla 194, la legge sull’aborto, ratificata nel 1981, che verrà sempre sostenuta da Mafai in nome anche di una sua estensione ai «diritti della ricerca sulla fecondazione assistita, il testamento biologico, l’utilizzazione delle cellule staminali, l’eutanasia» (Diario italiano, Laterza, Roma, 2006, p. XV). Sono poi capolavori i pezzi contro l’ascesa dell’ideologia di un cattolicesimo neoguelfo e delle ingerenze religiose nella laicità dello Stato.
Eletta in parlamento nel 1994 tra i banchi della Sinistra democratica nella coalizione dei Progressisti, Miriam Mafai prosegue l’attività di cronista civile della vita dello Stato: la crisi di quello che fu il Partito Comunista ritratta nella disincantata, lucida e a e tratti sarcastica descrizione di un troppo affrettato “rompete le righe”; una sinistra che, ai suoi occhi, si allontana sempre di più dalle grandi battaglie civili. Ma continua soprattutto l’attività di cronaca contro i servizi negati ai cittadini, l’inciviltà che diviene malaffare.
Magnifici sono poi i ritratti, con attacchi espliciti o pezzi anodini, dei leader politici: da Berlinguer a un Craxi degno del Rastignac balzacchiano, sino a Veltroni, alla non troppo infelice solitudine del numero primo D’Alema, per culminare con la denuncia dei rischi eversivi insiti nella figura del Cavaliere.
Molti di questi pezzi sono stati raccolti in un volume, Diario italiano (Laterza, 2006), titolo al quale Mafai, confermando il suo piglio, toglie subito ogni ambiguità crepuscolare: «Non ho mai tenuto un diario (…). Non me ne rammarico. Il mio diario, dopotutto, è questo, che ripercorre note, editoriali, inchieste (…) nati sempre da un dato di cronaca, da un fatto immediato, si trattasse di un congresso di partito, di una donna offesa nella sua dignità, di una manifestazione sindacale o di uno sbarco di clandestini».
A rileggere questi articoli oggi, così come a leggere quegli splendidi libri sull’adesione e il distacco dall’esperienza comunista, come da ogni ideologia, che sono Botteghe oscure addio (Mondadori, 1997) e soprattutto Il silenzio dei comunisti, con Mafai e Alfredo Reichlin incalzati da Vittorio Foa, si vede bene come, grazie all’uso continuo del discorso diretto, i dati e i fatti immediati diventino una cronaca che si richiama alla realtà. Ma non solo: quella di Mafai è una scrittura che non riesce infatti mai a sottrarsi a un forte senso di esempio civile. Ci restano così come un esempio morale gli ultimi articoli, non tanto quelli sulla politica, su cui esiti essere profetici è quasi banale, quanto quelli sulle nuove barbarie della società. Basti pensare ai pezzi sulla violenza familiare, già denunciata in passato e mai così alta come oggi; a quello sulla mercificazione delle figura femminile, sui corpi delle donne rifatti per piacere ai maschi. Con il rischio del ritorno all’imposizione, alle donne, di un modello morale e di scelte di vita in una ben più degradante condizione di dominio commerciale. Una denuncia civile, come mostra il video-invettiva contro la volgare presa di posizione di Berlusconi sui gay alla Fiera di Milano, che si estende a ogni diversità negata. Ancora e sempre, poi, la difesa della laicità: «La sconfitta dei laici nella battaglia referendaria (…) non poteva chiudere – e non ha chiuso – il dibattito sui temi “eticamente sensibili”. Gli spazi della nostra libertà si allargano. Il diritto e la politica avranno la loro da dire, ma nel rispetto più rigoroso della libertà degli individui e della laicità dello Stato» (Diario italiano, p. XVI).
Inguaribile ottimista, in più di mezzo secolo Mafai ci ha insegnato a leggere l’incarnazione storica dei valori di libertà, le battaglie di uomini e donne per l’affermazione dei propri diritti, il dovere di conservarli adeguandoli, senza cancellarli, alla consapevolezza del mutare dei tempi. Non è forse un caso che il suo ultimo articolo, forse pensando anche al futuro delle amate nipoti, sia stato il ricordo del salvataggio dei bambini di Roma e Cassino, nel pieno della crisi che sconvolgeva un Paese allo sbando nell’immediato dopoguerra: «e noi andavamo di casa in casa a chiedere chi voleva affidarci un bambino per mandarlo a vivere, per qualche tempo, presso una famiglia emiliana che lo avrebbe nutrito, rivestito, mandato a scuola, se necessario curato. Mi chiedo ancora, a distanza di tanti anni, come ci riuscimmo. La fame doveva essere tanta, e tanta la fiducia in noi se ci riuscimmo». (Così salvammo quei bambini, «La Repubblica», aprile 2012).
Il suo ascolto di ogni interlocutore, seguito dall’adesione o dalla critica appassionata alle sue posizioni, davano sempre l’impressione che ogni singola frase potesse rientrare nel novero di tutto quello che aveva valore, e che pertanto si doveva fermare con la scrittura («questa è buona!»). Impossibile, è ovvio, ma neppure così importante. Perché l’intelligenza di Miriam Mafai e il rispetto dell’altro, di chiunque altro, risiedevano proprio nel senso di quella porta sempre aperta verso il dialogo. «Ci sono eventi che attraversano la nostra società, di cui trascuriamo o sottovalutiamo il primo manifestarsi e che, con il passare del tempo, si aggravano, esplodono e poi rischiano di trasformarsi in cancrena. Ma non sempre ci rendiamo conto della loro importanza. Eppure l’ambizione maggiore di un cronista dovrebbe essere questa: immaginarsi come capace di lanciare una sonda in una realtà ancora confusa, e portarla alla luce nel suo primo manifestarsi. Qualche volta, di rado, ci sono riuscita».
Il tempo delle Donne: la Felicitá
Presso l’Anteo Palazzo del Cinema è stata presentata la quinta edizione del Tempo delle Donne, la festa-festival organizzata da Corriere della Sera da un’idea de La27esimaOra e in collaborazione con IoDonna, Fondazione Corriere della Sera e ValoreD: un momento collettivo di produzione di idee, di sperimentazione, di confronto, che va oltre il giornale per diventare vita vera, esplorazione e proposta. Dopo le inchieste sul Lavoro nel 2014, sulla Maternità nel 2015, su Sesso&Amore nel 2016 e su Uomini&Cambiamento nel 2017, “annunciamo il tema del 2018: la felicità – introduce Barbara Stefanelli, vicedirettore vicario del Corriere della Sera e direttore artistico della manifestazione -. Abbiamo scelto questo tema convinti che il concetto di felicità stia cambiando: non è mai stata così vicina al nostro presente. L’incertezza e l’ansia di libertà e di ridefinizione continua dei nostri desideri ci porta a vivere nel ‘qui ed ora’. È probabilmente in questo spazio che si nasconde la felicità. E allora vogliamo allenarci a riconoscerla, impegnarci per ottenerla, conservarla e condividerla. Non sarà solo una ricerca intima e personale: il desiderio è anche trovare una risposta possibile al rancore che, come ha raccontato il Censis, sta scuotendo la dimensione pubblica”Momenti di avvicinamento
Con il lancio del tema del 2018 parte, quindi, il percorso del Tempo delle Donne: tra gennaio e febbraio l’indagine su un campione di italiani/e; a inizio marzo, la pubblicazione dei risultati della ricerca e l’inchiesta vera e propria, che vivrà di molteplici momenti di avvicinamento con l’obiettivo di aprire la conversazione a tutta la città. Il 7, 8 e 9 settembre, i magnifici spazi della Triennale saranno, quindi, invasi da un palinsesto ricco di spettacoli, incontri, inchieste, laboratori, interviste, performance, installazioni, dando vita a più di 100 eventi. Eventi, ma anche giornalismo partecipato con la grande Inchiesta-Live aperta a donne e uomini, ragazze e ragazzi, bambine e bambini: uno spazio di relazione, incontro, formazione, dialogo, divertimento, gioco e pensiero. Centinaia di ospiti per tessere un racconto polifonico sulla felicità, attraverso la testimonianza delle protagoniste e dei protagonisti del nostro tempo, accompagnati da giornaliste e giornalisti del Corriere della Sera.
Le Nana di Niki De Saint Phalle
Nate come sviluppo della sua visione della donna, che ha smesso di essere ferita o passiva per diventare allegra e trionfante, le Nana diventano sempre più monumentali. La testa piccola, il corpo sproporzionato e pieno di curve, si coprono di colori e di collage, sono ballerine, acrobate, guerriere. Tutte le gallerie e i musei del mondo ne commissionano e ogni volta è uno scandalo, come quando Niki crea per il museo di Stoccolma una Nana monumentale di 26 tonnellate, distesa sulla schiena a gambe larghe in modo che il pubblico possa entrare attraverso il suo sesso e visitare il cinema, il toboggan e il planetario che ha installato all’interno. Nel 1969 installa la sua prima Nana fontana, a Ginevra, che spruzza acqua dai seni.
Laima Kreivyté
É un’artista lituana che si definisce come una delle poche femministe del Paese.
Il suo testo più importante é Waiting, la vita delle donne come attesa continua…di un amore, di un lavoro, di un figlio, di una giornata senza sveglia e piatti da lavare.
A febbraio, per protestare contro l’ingiustizia di un’indipedenza proclamata solo dai maschi, ha affittato il palazzo a fianco di quello usato per la proclamazione per una dichiarazione d’indipendenza al femminile ed ha ricordato le donne che hanno contribuito alla crescita lituana.
Premiate Beatrice Lento e Barbara Turati
Si é conclusa la prima edizione del Premio “Santa Caterina da Siena – Città di Soriano Calabro” istituito dai Padri Domenicani e dall’Amministrazione Comunale di Soriano con la consegna dei riconoscimenti nel Santuario cittadino sotto lo sguardo della veneratissima immagine di San Domenico.
L’evento é nato dal desiderio di dare un contributo alla valorizzazione della presenza femminile nelle Comunità superando pregiudizi e stereotipi di ruolo che ancor oggi gravano sui percorsi della Donna.
Due le premiate: Beatrice Lento e Barbara Turati. La prima per la sezione Impegno Culturale ed Educativo; la seconda per l’ambito Impegno Culturale e Civile.
Nell’intenzione dei promotori la finalità é quella di dare luce alle donne che in qualsivoglia settore si prodigano con generositá e gratuità per la crescita umana e di esaltare la grande figura di Santa Caterina Da Siena, creatura straordinaria che ebbe il coraggio di osare e percorrere strade difficili pur di affermare la dignità umana.
Beatrice Lento, di Tropea, già Dirigente Scolastico e oggi Presidente della Onlus sos KORAI che si propone di contrastare la subcultura maschilista, é nota nel nostro territorio per il suo impegno multiforme nel campo scolastico, nel mondo del volontariato e dell’associazionismo, Barbara Turati, redattrice dell’emittente messinese TCF, inviata speciale del talk televisivo “Malalingua” si prodiga nel mettere in evidenza le situazioni più difficili degli ultimi della città di Messina in cui vive e opera.
La commissione formata da Padre Giovanni Calcara, dal Sindaco Francesco Bartone e dalla prof Rosa Bono, presidente della Comunità Laica Domenicana, ha scelto tra una vasta rosa di segnalazioni pervenute da tutta l’Italia e ha dichiarato di riconoscere nella Lento e nella Turati tutte le condizioni necessarie al conferimento dell’Omaggio.
” Sono felice” ha dichiarato Beatrice Lento “che alle nostre latitudini si sia pensato di riconoscere l’impegno delle Donne nella Comunitá creando così i presupposti per una riflessione alta sulla condizione femminile. Ricevere questo Premio mi emoziona e mi carica di responsabilità ed io prometto di onorarlo in ogni mia azione. La strada delle donne è ancora accidentata ed é soprattutto importante prendere consapevolezza del nostro potere in campo educativo perché é lì che si gioca e si può vincere la partita”
“Io ringrazio Soriano per l’accoglienza straordinaria” ha commentato Barbara Turati” tutti i miei collaboratori e lo staff di Malalingua perché senza di loro tutto questo non sarebbe stato possibile. Ricevere il Premio mi ha molto emozionata e fortificata nel mio lavoro non semplice di cronaca e di denuncia”
La cerimonia é stata arricchita dalla splendida esibizione della Corale “Dominicus”diretta dal Maestro Gianfranco Cambareri e dalla riflessione su alcune lettere di Santa Caterina proposte da Rossella Fatiga.
Alla Lento e alla Turati é stato offerto, quale concreto premio, una bellissima Icona di Santa Caterina realizzata dal Maestro V. Idá, la serata ricca di emozioni e carica di spiritualità si é conclusa nell’allegria di una conviviale che ha coinvolto la Comunità.
Da Vibonesiamo
Buon Primo Maggio
Ah ah…
Cercasi avvenente
signorina ben fornita intraprendente.
Giovane brillante
ma più di ogni altra cosa dolce e consenziente
Cercasi apprendista
virtuoso onesto imprenditore garantista
offre a donzelle in carriera
un’oppurtinità di ascesa inaudita
donna giovane illibata AAA CERCASI
donna usata già rodata AAA CERCASI
donna sicula o padana, oriunda clandestina
aaah vediamo come balli a suon di samba o cha cha
a colpo d’occhio sei portata e molto telegenica
ma forse ti interessa più la musica
Cercasi badante
un ottantenne miliardario affascinante
offre a cagne di strada
un’ opportunità di vita più agiata
donna ipenitente e ladra AAA CERCASI
donna santa e incesurata AAA CERCASI
deceduta il giorno prima basta che sia bona
aaah come baceresti se dovessi fare cinema
scena prima ciak motore azione poi si gira
o forse ti interessa la politica
aaah ministro degli affari a luci rosse o di cosmetica
al giorno d’oggi tra i due sessi non vi è differenza
il bel paese premia chi più merita
come cantaresti anima mia o finchè la barca va
al primo ascolto sembri assai portata per la lirica
o forse ti interessa l’astrofisica…
Carmen Consoli
Tommaso Campanella
Io nacqui a debellar tre mali estremi: tirannide, sofismi, ipocrisia; […] Carestie, guerre, pesti, invidia, inganno, ingiustizia, lussuria, accidia, sdegno, tutti a que’ tre gran mali sottostanno, che nel cieco amor proprio, figlio degno d’ignoranza, radice e fomento hanno (Tommaso Campanella).
Anna Achmatova
Poteva Beatrice creare come Dante,
o Laura cantare il fuoco dell’amore?
Io ho insegnato alle donne a parlare…
mio Dio, ma come obbligarle a tacere?
Anna Andreevna Achmatova (Anna Gorenko)
Composta sabato 30 novembre 1957