Le Futuriste
Una mostra al museo Man di Nuoro celebra l’ingegno delle donne futuriste: pittrici, fotografe, scenografe. Artiste totali e rivoluzionarie che seppero ribaltare gli stereotipi di genere del tempo meglio ancora di quanto seppero fare i colleghi maschi. “L’elica e la luce. Le futuriste. 1912_1944” è curata da Chiara Gatti e Raffaella Resch e mette in risalto l’operato di queste artiste, dalla vicende personali talvolta spregiudicate, grazie a più di 100 opere fra dipinti, sculture, carte, tessuti, maquette teatrali e oggetti d’arte applicata. Nomi poco conosciuti al grande pubblico, da Valentine de Saint-Point, a Brunas, da Alma Fidora (la cui biblioteca e l’archivio di documenti sono andati distrutti sotto i bombardamenti) a Benedetta, fino a Marisa Mori e Wanda Wultz
L’Arminuta
Ci sono romanzi che toccano corde così profonde, originarie, che sembrano chiamarci per nome. È quello che accade con L’Arminuta fin dalla prima pagina, quando la protagonista, con una valigia in mano e una sacca di scarpe nell’altra, suona a una porta sconosciuta. Ad aprirle, sua sorella Adriana, gli occhi stropicciati, le trecce sfatte: non si sono mai viste prima. Inizia così questa storia dirompente e ammaliatrice: con una ragazzina che da un giorno all’altro perde tutto – una casa confortevole, le amiche più care, l’affetto incondizionato dei genitori. O meglio, di quelli che credeva i suoi genitori. Per “l’Arminuta” (“la Ritornata”), come la chiamano i compagni, comincia una nuova e diversissima vita. La casa è piccola, buia, ci sono fratelli dappertutto e poco cibo sul tavolo. Ma c’è Adriana, che condivide il letto con lei. E c’è Vincenzo, che la guarda come fosse già una donna. E in quello sguardo irrequieto, smaliziato, lei può forse perdersi per cominciare a ritrovarsi. Donatella Di Pietrantonio affronta il tema della maternità, della responsabilità e della cura, da una prospettiva originale e con una rara intensità espressiva. La sua scrittura ha un timbro unico, una grana spigolosa ma piena di luce, capace di governare una storia incandescente in cui l’accettazione di un doppio abbandono è possibile solo tornando alla fonte, al corpo, a se stessi. E’ inoltre capace di trasportarci lì, in quell’Abruzzo poco conosciuto, una terra ruvida e aspra che improvvisamente si accende col riflesso del mare.
Lili Marleen
Durante la seconda guerra mondiale l’emittente militare tedesca di Belgrado trasmetteva ogni sera, poco prima delle 22, la canzone “Lili Marleen”, ascoltata con nostalgia non solo dai soldati tedeschi ma anche dai loro nemici. E per pochi minuti succedeva una cosa che a molti sembrava un miracolo: ogni sera, per pochi minuti, le armi tacevano. In brevissimo tempo “Lili Marleen” divenne la canzone più popolare tra i soldati di tutte le nazionalità. In realtà, ai nazisti non piaceva molto il testo, piuttosto antimilitarista e disfattista: la storia del soldato che pensa con malinconia al suo amore lontano non era molto adatta a rafforzare lo spirito di combattimento. Fu persino vietata per un certo periodo, ma le richieste dei soldati tedeschi di ascoltare la canzone ogni sera erano troppo insistenti e così si ripresero le trasmissioni. Questa prima versione, incisa nel 1938, era cantata da Lale Andersen.
Ma non solo “Radio Belgrad” trasmise questa canzone. L’attrice e cantante tedesca Marlene Dietrich, fuggita dai nazisti negli Stati Uniti, cantò la canzone per le truppe alleate e con la sua voce rese questa canzone famosa in tutto il mondo. Oggi è una delle canzoni più conosciute nel mondo, secondo alcuni è anche la canzone più bella di tutti i tempi.
Palestre femminili in Arabia Saudita
Iniziano ad andare in palestra per restare in forma, in una società dove l’obesità è un problema per il 44% delle donne. Ma sollevare pesi, imparare a difendersi, centrare il canestro diventano anche esperienze importanti per la presa di coscienza di sé.
C’è un boom di palestre femminili in Arabia Saudita, dove sono state appena legalizzate: dallo scorso giugno possono ottenere una licenza, mentre in passato le poche che aprivano dovevano fare ricorso a permessi per fisioterapia o per saloni di bellezza, restando così in una “zona grigia” della legalità e a costante rischio di chiusura.
Palestre separate
È un cambiamento importante in un Paese che fino a quest’anno non prevedeva l’educazione fisica nelle scuole pubbliche femminili. Comprendendo le potenzialità del mercato, l’azienda Leejam Sports, che possiede 115 palestre maschili nel regno, ne sta convertendo 40 in femminili. Resta il divieto di allenarsi insieme, nel nome di una visione ultraconservatrice dell’Islam che proibisce ogni frequentazione tra uomini e donne che non siano imparentati. Ma se le cose stanno cambiando, nell’ambito di riforme volute dall’alto (la “Visione 2030” del re Salman e del figlio Mohammed), questo è stato possibile grazie anche a un piccolo numero di donne attive da 15 anni nello sport, soprattutto a Gedda.
Donne e manicomi
È incredibile, ma ancora cinquant’anni fa — come documenta ampiamente Pier Maria Furlan in Sbatti il matto in prima pagina. I giornali italiani e la questione psichiatrica prima della legge Basaglia (Donzelli) — i manicomi erano affollati da donne «sane trattate come pazze solo per punizione». Donne rinchiuse perché avevano palesato un «temperamento ostinato e ribelle», compiendo «fughe frequenti e immotivate da casa», cercando la compagnia di «uomini di qualunque ceto e condizione». In alcuni casi erano accusate di essersi rese protagoniste di litigi «con la portiera e i vicini di casa». In altri di aver condotto «vita irregolare con spiccate tendenze erotiche e rifiuto di qualsiasi ordine o minima regola di vita». Talvolta di aver «tralasciato le preoccupazioni per la famiglia» e qualcuna di aver preferito spendere «sconsideratamente il denaro che il marito le affidava». Oppure di aver esibito, a detta dei parenti più stretti, un «comportamento inadeguato» e «abnorme in campo sessuale». Qualcuna, anziché dedicarsi alle «faccende», aveva cominciato a «uscire molto spesso e a dimenticare l’ora del rientro a casa». Suo padre raccontava di aver fatto tutto il possibile «per frenarla, ma lei non voleva sentire niente, né consigli, né minacce». Per giunta aveva gettato l’ombra del disonore sulla famiglia «perché la si vedeva spesso coi giovanotti». Un’altra era stata considerata affetta da «disturbi sotto forma di intolleranza alla disciplina familiare» che la portavano a compiere «conquiste amorose, fughe da casa». Un’altra ancora era ripetutamente fuggita dalla famiglia e — a detta dei suoi parenti — aveva preso l’abitudine a «sperperare il proprio denaro regalandolo e facendo acquisti non necessari» (ma i medici avevano accertato che questa «alterazione psichica» si era manifestata dopo che era stata «ripetutamente percossa alla testa con un bastone dal proprio marito, riportando contusioni multiple al capo»). In qualche caso, dopo che il medico di famiglia aveva diagnosticato «isterismo di alto grado», gli psichiatri, avendo tenuto la paziente in osservazione per oltre un mese, l’avevano considerata «rassegnata per la sua sorte tragica», ma «perfettamente orientata e cosciente» e l’avevano restituita alla famiglia (uno zio che la maltrattava), specificando che non riconoscevano in lei «alcuna malattia mentale».
Questo genere di medici più scrupolosi erano, però, un’eccezione. Quasi sempre la diagnosi di «comportamento quanto mai strano e dovuto senza dubbio a squilibrio mentale» (o cose del genere) era sufficiente per rinchiudere molte di queste povere persone in pubblici lager per malate di mente. Sul finire degli anni Sessanta alcune giovani erano state ricoverate a forza con l’accusa di essersi allontanate da casa e dal lavoro «per unirsi con i capelloni» o perché erano andate «nelle bettole a fare l’amore».
Qualcosa del genere si prolungò ancora per anni e anni. Praticamente fino al 13 maggio del 1978, quando fu approvata la cosiddetta legge Basaglia. Incredibile.
Ella Kate Mag Edith Lizzie…
Dove sono Ella, Kate, Mag, Edith e Lizzie, la tenera, la semplice, la vociona, l’orgogliosa, la felice?
Tutte, tutte, dormono sulla collina.
Una morì di un parto illecito,
una di amore contrastato,
una sotto le mani di un bruto in un bordello,
una di orgoglio spezzato, mentre anelava al suo ideale,
una inseguendo la vita, lontano, in Londra e Parigi,
ma fu riportata nel piccolo spazio con Ella, con Kate, con Mag –
tutt, tutte dormono, dormono, dormono sulla collina.
Adele di Klimt
Adele Bloch-Bauer (1881-1925) incarna perfettamente l’ideale femminile della Vienna fin du siècle, in bilico tra donna fatale e ragazza malinconica e complessa.
Figlia di un imprenditore e cresciuta in una famiglia ebrea colta e appassionata d’arte, è un’intellettuale molto presente nella vita sociale e mondana della capitale asburgica, tanto da essere considerata una figura di riferimento culturale per la città.
Una caratteristica che la rende ancora più speciale è il suo interesse nei confronti di Gustav Klimt, di cui è allo stesso tempo tempo mecenate e musa. Gli commissiona infatti molte opere e compare in alcuni ritratti, nei panni di sé stessa o di figure religiose o leggendarie, come la celeberrima Giuditta.
Melanie Kleine
Melanie Klein ha avuto una grande influenza sulla teoria e sulla tecnica della psicoanalisi, specialmente in Gran Bretagna. Come donna divorziata le cui qualifiche accademiche consistevano unicamente in un titolo da insegnante, la Klein rappresentò un evidente elemento di rottura all’interno del movimento psicoanalitico, allora dominato da medici maschi. Dopo l’arrivo di Sigmund Freud e di sua figlia Anna a Londra nel 1938 le idee della Klein entrarono in conflitto con quelle degli psicoanalisti “continentali” che stavano immigrando in Gran Bretagna. In seguito al dilungarsi dei dibattiti tra i seguaci della Klein e quelli di Anna Freud negli anni quaranta, la Società Psicoanalitica Britannica si divise in tre sezioni separate per la formazione dei nuovi allievi: il gruppo kleiniano, quello annafreudiano, e quello degli indipendenti. Questa divisione persiste tuttora.
La voce delle illustratrici
#AGÁPEsosKORAI Quaderno dell’8 Marzo n.1
Distillando Essenze di Umanità
sosKORAI&CAFFO
Dare colori e forme ad AGÁPE, primo Quaderno di sos KORAI, è stata una sfida e un’avventura. Temevamo di non riuscire a riflettere adeguatamente le variegate emozioni espresse dai racconti e nel contempo eravamo desiderose di condividere anche noi l’ impegno di costruire insieme uno spazio di speranza.
Molti oggi considerano superfluo un discorso sulla parità di genere e sui diritti delle donne ma la realtà che ci assorda dimostra che ancor oggi dobbiamo gridare forte perché in tanti non vogliono sentire…
Irene Fazzari e Amalia Alia
Tropeane
#AGÁPEsosKORAI Quaderno dell’8 Marzo n.1
Distillando Essenze di Umanitá
sosKORAI&CAFFO
…non era dato sapere anticipatamente il sesso del nascituro e stante il maschilismo imperante, l’augurio era sempre indirizzato al genere dominante.
Nella sua apparente comicità l’episodio che sto per raccontarvi si tinge in realtà di dramma tale e tanta la misoginia autolesionista evidenziata dalle donne stesse…
Beatrice Lento