Non è Amore
L’amore ai tempi delle colonie è impastato di ferocia. Un pugnale affilato minaccia e uccide, anche se lo spalmi di miele». «Mia madre, avvolta in un “guntiino” rosso con fili dorati, rimestava cibo in un calderone di rame. Le domandai per favore dove posso sciacquarmi il viso».«Vai al pozzo, stronza», fu la sua pronta risposta. Non era la prima volta che mi apostrofava in quel modo, ma se nelle altre occasioni potevo essermelo meritato, in quel caso davvero non me lo riuscivo a spiegare.«Perché mi dai della stronza? – domandai offesa – Che ho fatto di male?».«Nulla – disse Aschirò -. perché male? Tuo padre lo diceva sempre. “Stronza, fa’ questo! Stronza, fa’ quest’altro. Vattene via, stronza”. Non è male. È un modo per chiamare».
Da ” Timira Romanzo meticcio”
Verna
Protagonista del film pachistano Verna é Sara, giovane insegnante rapita e violentata per tre giorni. La donna non avendo avuto sostegno dalla legge punisce da sola il suo aggressore.
Lo scorso dicembre la censura decide di vietarlo bollandolo come dannoso per l’immagine delle autoritá. Ma donne e giovani si ribellano e molte vittime di violenza incominciano a raccontare le loro esperienze alzando il velo su un vero e proprio tabù della società pachistana.
Risultato: a Natale il veto alla proiezione è stato rimosso e Verna é ritornato nelle sale.
Grande successo per le donne pachistane che sono riuscite a far sentire la loro voce in un paese dove ancora in tantissime si suicidano pur di non denunciare i loro stupratori.
Italiane da classifica
Tra i più ricchi del pianeta ci sono pochissime donne.
Nel 2916 il primo posto era di Liliane Bettencourt, la grande imprenditrice dell’Oreal, scomparsa da poco.
Tra le dieci più ricche ci sono anche due italiane: Maria Franca Fissolo e Massimiliana Landini.
Gender pay gap
I dati forniti dal Global Gender Gap Report 2017 sono terrificanti: la differenza salariale tra uomini e donne é peggiorata, l’Italia arretra di 32 posizioni e si colloca dietro a Burundi e Mozambico.
Sonia Bertolini, sociologa del lavoro dice:” Le donne italiane sono molto istruite quello che manca é il sostegno alla loro carriera …é ancora forte la segregazione occupazionale che le vede inserite in settori a bassa qualifica e poco retribuiti.”
Riflettiamo sulla conseguenza perversa del fenomeno: stipendio inferiore significa minori opportunità su tutti i fronti.
L’unica a salvarsi da questo diabolico disegno, che poi si traduce in svantaggio per tutti a prescindere dal genere, é la Pubblica Amministrazione.
Donne del Marocco
Le donne del Marocco sono complicate, alcune sono estremamente tradizionaliste, altre sono assetate di libertà. Tra le donne più influenti c’é la manager Meriem Bensalah-Chaqroun che dirige la Confederation Generale Entreprises du Marocco e Aicha Ech-Channa che si occupa delle madri single, per anni un vero e proprio tabú della cultura marocchina.
La moda é attratta dalle grandi firma mondiali, soprattutto europee, ma ci sono anche stilisti del luogo come Amine Bendriouiche e Said Mahrouf. Poche le donne nella politica ma la moglie del sovrano presiede una fondazione per la lotta al cancro mentre le sorelle si occupano di diritti femminili, protezione dell’infanzia, ecologismo.
Il Calendario del rispetto
Il Calendario 2018 di Miss Italia é un “calendario del rispetto” che racconta la bellezza in modo alternativo rispetto alle scelte che propongono la donna come merce, oggetto, terra di nessuno e di tutti…le foto, rigorosamente in bianco e nero , sono di Gabriele Micalizzi, abitualmente reporter sui fronti di guerra.
Emma
” Dovrò rallentare, ma non ho intenzione di interrompere la mia attivitá politica perché da una passione non ci si dimette.”
Così dichiara Emma Bonino alludendo al tumore che l’affligge dal 2015, con uno spirito libero da Donna vera.
Auguri Emma, ce la farai!
Amalia Bruni, Socia d’onore di sos KORAI: non ci sto!
Un guscio di noce privo della sostanza. Rischia di diventare questo il Centro Regionale di Neurogenetica. A lanciare l’avvertimento e contestualmente un appello alla politica è la scienziata Amalia Bruni che dirige la struttura, allocata nell’ospedale Giovanni Paolo II di Lamezia Terme.
Un centro all’avanguardia, un’eccellenza, che sin dalla sua nascita nel 1995, ha dovuto faticare molto per farsi ascoltare, per avere i fondi regionali che gli spettavano, per potere avere quella benzina necessaria a mettere in moto quella che è tutti gli effetti una vera e propria Ferrari.
Il centro, specializzato nella cura dell’Alzhemeir, fa ricerca e assistenza e lavora in collaborazione con l’Associazione per la Ricerca Neurogenetica. E’ al centro che si deve la scoperta della Nicastrina, la proteina responsabile della formazione delle “placche senili” Alzheimer. E’ sempre al centro che si deve la scoperta della prima malata di Alzheimer, una calabrese e non una tedesca come fino ad allora si era erroneamente creduto.
E’ facile intuire la risonanza che il centro ha a livello internazionale, i riconoscimenti della comunità scientifica, avuti anche da Rita Levi Montalcini. Dal 1995 ad oggi sono passati dal centro 12 mila pazienti che hanno reso l’archivio di cartelle cliniche uno tra i più ricchi al mondo. Eppure, il centro regionale di Neurogenetica non ha nemmeno un infermiere, la pianta organica è composta da precari e non si può attivare un day service per mancanza di personale.
Il vento nei capelli
La giornalista iraniana Masih Alinejad, che vive in esilio, ha dato vita al movimento MyStealtyFreedom per raccontare la vita senza velo.
Sono molte poi le foto di sorelle o amiche, così come quelle scattate da un fratello alla propria sorella
.
Il gesto di togliere il velo è una forma di protesta contro un governo che nega alla popolazione femminile alcuni diritti fondamentali: devono chiedere il permesso al proprio marito per lavorare o per viaggiare fuori dall’Iran. Non possono sposare un uomo se questi non è iraniano o convertito all’Islam. E devono comunque ottenere il consenso da parte del proprio padre per sposarsi. Non possono cantare in pubblico. «Le donne non possono candidarsi in politica per le elezioni presidenziali – spiega Alinejad – e ce ne sono solo nove in Parlamento. Ma le donne iraniane sono molto intelligenti: rappresentano il 60% degli studenti Iraniani».
Cos’è per lei l’hijab?
È il simbolo dell’oppressione contro le donne. Da bambina volevo essere come mio fratello, che giocava libero. Io invece sono stata costretta a indossare il velo a sette anni.
Cosa rischiano le donne che pubblicano la propria foto senza velo sul web?
Senza pubblicare alcuna foto, 18 mila donne sono state mandate davanti alla Corte e queste donne non sono quelle che hanno inviato foto a MyStealthyFreedom. Non serve pubblicare le foto per rischiare (secondo l’art. 638 del codice penale islamico dell’Iran una donna senza il velo in pubblico può essere condannata fino a due mesi di carcere, a pagare una piccola multa o a ricevere 74 frustate, ndr). Quando le donne camminano per strada possono essere fermate dalla polizia anche se non indossano l’hijab in modo corretto perché potrebbe intravvedersi qualche ciocca di capelli. Chi rifiuta di indossare il velo non può andare a scuola né ricevere un’educazione: di fatto non potrà lavorare nel proprio Paese e dovrà lasciare la propria casa. L’hijab obbligatorio è tutto questo: è contro la dignità. Le donne iraniane sfidano il governo ogni giorno e non dipende da una pagina Facebook.
Ci sono uomini che sostengono MyStealthyFreedom?
Moltissimi. Quando le donne girano un video per la strada senza il velo, gli uomini non le additano, né le insultano. Hanno rispetto per la nostra scelta: è solo il governo che vuole mostrare che gli uomini in Iran non sono interessati a questo tema, o che possono stuprare le donne che non indossano l’hijab. Ci sono molti uomini con una certa cultura che ci supportano e sono tanti i loro messaggi sulla mia pagina. Basti pensare che sono stati proprio due uomini ad avermi aiutata a tradurre le testimonianze delle donne dal persiano all’inglese.
Allora perché è così difficile abolire l’hijab obbligatorio?
Purtroppo la domanda andrebbe posta ai politici. Noi continuiamo a chiedere loro perché ignorino i diritti umani in Iran, focalizzandosi solo sul nucleare. Per l’Iran è importante ottenere un accordo con i paesi occidentali sul nucleare, ma quando si scavalcano i diritti umani, non va più bene. Il nostro governo va a negoziare con gli altri paesi occidentali, dicendo che in Iran c’è libertà, quando non è così.
Cosa pensa del gesto di Oriana Fallaci, che si tolse il velo di fronte all’Ayatollah Khomeini nel 1979?
È proprio questo che io chiedo ai giornalisti stranieri, così come alle donne della politica. Ad esempio Julie Bishop, Ministro degli affari esteri australiani e Claudia Roth, parlamentare tedesca, sono le prime donne arrivate in Iran da quando MyStealthyFreedom è nato, e loro non si sono tolte il velo. Vorrei che le donne della politica fossero coraggiose come fu Oriana Fallaci, come lo sono le donne iraniane. Molti credono che questo sia un problema interno, ma per me l’obbligatorietà del velo è un tema che coinvolge tutte le donne, perché una turca, americana o italiana che decidesse di visitare l’Iran sarebbe costretta a indossare l’hijab: per questo tutte le donne dovrebbero stare dalla stessa parte.
Cosa ne pensa delle donne che indossano il velo nei paesi occidentali?
Io sostengo la libertà di scelta: le donne che nei paesi occidentali indossano l’hijab hanno questo diritto. In Iran non è così.
Ha vinto di recente un premio a Ginevra per i diritti delle donne grazie a MyStealthyFreedom. Qual è il prossimo passo?
Fare in modo che tutte le donne del mondo siano coinvolte: quelle in politica e tutte quelle che visiteranno l’Iran. Chiedo loro di rifiutarsi di stare in silenzio. Il primo passo era far alzare una voce all’interno dell’Iran, dove il governo ci ignorava e basta. Il secondo passo è il supporto esterno. Il nostro governo va nei paesi non musulmani chiedendo di rispettare i loro usi e costumi, e noi vorremmo si facesse lo stesso nei nostri confronti.
Cosa ha provato quando ha tolto il velo per la prima volta in pubblico?
Ho sentito il vento tra i capelli. La prima esperienza è questa: gioire dei capelli che, davvero, danzano.
Da l’Espresso
Le celebrità di Hollywood, sull’onda del caso del produttore Harvey Weinstein, unite contro le molestie sessuali. Oltre 300 fra attrici, sceneggiatrici e personalità del mondo del cinema hanno lanciato un progetto per combattere abusi e violenze: ‘Time’s up’ prevede un fondo per il sostegno legale a donne e uomini molestati sessualmente sul lavoro. Fra i membri di ‘Time’s up’ figurano Cate Blanchett, Ashley Judd, Brie Larson, Reese Witherspoon, Natalie Portman e Meryl Streep, la présidente di Universal Pictures Donna Langley, la scrittrice femminista Gloria Steinem, l’avvocato ed ex capo dello staff di Michelle Obama Tina Tchen e la co-presidente della Fondazione Nike Maria Eitel. Lo slogan dice “è finito il tempo del silenzio, è finito il tempo dell’attesa, è finito il tempo di tollerare abusi, discriminazioni e molestie”.
La Repubblica