Archivio mensile 3rd Settembre 2018

Perra

PERRA significa cagna o puttana in spagnolo e l’artista guatemalteca Regina José Galindo chiama così la sua sconvolgente performance: con un coltello si auto incide la fatale parola per protestare e mostrare le violenze perpetrate contro le donne del suo Paese evidenziando come la sorte non sia diversa per il nostro Genere in tutte le altre parti del mondo…amara veritá.

” …bisogna capire che tutto é concatenato e l’errore dell’umanitá é sentirsi diversi …quello che succede ad una donna in Germania succede anche a me. siamo un solo corpo.”

Teresa, Vestale degli Sbariati 

Ci accoglie con un intrigante profumo di ginestra, origano e menta il sito delle Grotte degli Sbariati. É un fresco pomeriggio di luglio di trent’anni fa quello che conservo nell’anima, sono a Zungri assieme a mio marito e a tre cari amici, attratti dalla magia di quel luogo esclusivo che solo uno di noi conosce. Il fascino dell’insediamenro rupestre é sconvolgente e, come sempre accade quando incontri la Bellezza, il cuore batte all’impazzata e la mente si perde nella fantasia del sogno..”Anatemaaa anatemati mmanassuu, anatematii mmanassuu de mena ti dichiamu. Pudema stefannonune ma secu ti dichiamu”, il canto incomprensibile mi affascina ed io lo seguo lasciando il gruppo. Agile come una capretta s’inerpica sui sentieri erti, tra le case scavate abilmente nella rupe, una donna dalle movenze eleganti di una danzatrice che accompagna il ballo con la melodia della voce.

 La saluto, mi presento e le chiedo il nome e il senso di quella canzone enigmatica. Teresa si chiama, possiede alcuni terreni e grotte e canta la rabbia di un innamorato che non può abbracciare la sua bella per gli ostacoli frapposti dalle differenze di status delle famiglie. No, non conosce l’origine di quella struggente melodia che ha l’incanto di radici antiche. 

Teresa scompare all’improvviso ed io rimango ammaliata da quell’apparizione inquietante.

Dopo tre decenni un’attrazione irresistibile mi riporta a Zungri tra le case degli Sbariati, questa volta con i miei nipotini, come se anche a loro dovessi trasmettere l’incanto di quel contesto esclusivo d’impareggiabile seduzione. Il paesaggio é mutato e la cura di chi ama la propria terra traspare nella trasformazione che valorizza l’intrinseca malia di quell’insediamento dalle origini ancor oggi oscure. 

Le tracce della fede cristiana sono palesi e le croci e il pesce raffigurato sulla grande cupola di una grotta inducono a pensare a qualcosa di più di un rustico agglomerato di stalle e di dispense per i prodotti della terra.

 Mentre fantastico, agevolata dal grigiore della notte, illuminata da suggestive luci incastonate nelle pietre, il mio sguardo è rapito da una figura nera che con disinvoltura si arrampica lungo i sentieri nonostante l’età avanzata. 

É Lei, la riconosco é la donna che trent’anni prima mi aveva attratto con la sua ermetica canzone. 

“Teresa, Teresa!”, é Lei.

 La signora dai capelli di neve raccolti nel nero del fazzolettone si volta e mi sorride, si ricorda di me. 

Ci sediamo sul gradino di una delle case di pietra e parliamo ancora come se nei tre decenni trascorsi un magico filo ci avesse tenuto assieme. Teresa stringe tra le mani il rosario e come un fiume in piena risponde alle mie domande che amano scoprire la complessità dell’animo femminile.

 É l’ultima di una famiglia di nove, solo lei donna assieme all’unica sorella e all’amatissima madre. Il padre è mancato quando aveva sei mesi e alcuni fratelli sono emigrati in Argentina. 

Agli Sbariati é legata perché ha ereditato dalla madre terreni che ne fanno parte, altri li ha comprati ed uno lo ha in fitto. Si definisce l’ultima superstite di quella cultura rupestre e adora quelle rocce che le parlano della mamma, tutti i giorni lei andava alla fonte tra le grotte e lavava la biancheria per poi riportarla asciutta e profumata di acqua sorgiva. 

Approfitto della sua benevolenza per approfondire la mia ricerca sulla donna e Teresa si concede compiaciuta del mio persistente interesse. Gli uomini che ha conosciuto non erano cattivi, proprio per niente, ma erano maschi e i maschi, si sa, comandano e controllano le femmine che ai suoi tempi non potevano andare da sole neanche al lavoro.

 Era dura la vita delle ragazze: figli da crescere, cucina per sfamare tante bocche, case da curare e duro lavoro nei campi, anche di notte quando i padroni chiamavano. Lei é stata fortunata perché il marito, che pure non aveva scelto ma le era stato proposto tramite “ambasciaturi”, era buono, le voleva bene e amava condividere con lei scelte e decisioni. 

É rigorosa e severa col nostro Genere Teresa e affida alla donna il compito di tutela della famiglia a costo di qualsiasi rinuncia e sacrificio, anche il tradimento va sopportato dalla moglie per salvaguardare la serenità dei figli e l’unità familiare

.” Oi i stujavucchi diventaru sarvietti e i sarvietti stujavucchi” mi dice l’Ultima degli Sbariati riferendosi allo sconvolgimento dei costumi che riguarda soprattutto la donna che non é più, con suo rammarico, Angelo del Focolare ed eroina che s’immola per il bene dei figli.

 Cerco di proporle una concezione più emancipata e dignitosa dell’essere femminile ma Teresa é irremovibile: la Donna è la roccia su cui si costruisce la famiglia e non c’é spazio per nient’altro. 

Quella Creatura straordinaria é analfabeta, le circostanze della vita l’hanno privata dell’istruzione e la sua saggezza antica, erede di una civiltà contadina che forse in quei luoghi esclusivi si intreccia con culture venute da lontano, non ha avuto il dono dello strumento necessario a scrollarsi il giogo della visione subalterna della donna. 

Eppure in Lei qualcosa parla di libertà.

 É la sua fierezza antica che coniuga la dolcezza e la docilità con una determinazione e forza interiori davvero straordinari. 

Le grotte sono la sua energia vitale, lì ritrova la madre, la giovinezza e il profumo amaro del sacrificio fatto anche di pesanti sacchi colmi d’olive portati in testa. 

É nata a Marzo la Signora, come me sotto il segno fantasioso dei Pesci, é pure Lei una Sbariata, l’ultima forse, una creatura in cammino capace di guardare al sole anche nel grigiore fitto delle nuvole.

 Di questo gioiello raro di architettura rupestre di Calabria é diventata la Vestale, inflessibile, precisa e coerente.

 Lei, che lo ricorda abitato solo dagli animali, non dimentica la fatica del vivere: il lavoro a giornata e quello nelle proprie terre, non scorda le donne rispettose dei propri uomini e teme che la libertà di cui tutti oggi godono si trasformi in anarchia capace di distruggere la Famiglia e con essa la Civiltà…anche quella mitica e attraente che affonda le radici nelle Grotte della sua Zungri. 

Addio Teresa, Vestale degli Sbariati, nonostante le apparenze, sei stata e rimani una Donna Libera.
Di Beatrice Lento

Tropea 2 settembre 2018
P. S. Non conosco di persona Teresa, me ne sono innamorata grazie alle meravigliose foto di Salvatore Mazzeo e al racconto della splendida Coordinatrice del Museo e Insediamento Rupestre di Zungri Maria Caterina Pietropaolo che ringrazio assieme a Francesco Braccio per l’antico canto ” Anatema”

Luigi Luca Cavalli Sforza: razza umana concetto infondato!

Purtroppo non ha ricevuto il Nobel ma la sua lotta scientifica al razzismo lo avrebbe ampiamente meritato, ecco un articolo  che parla di Lui in occasione della sua morte avvenuta oggi…grazie grande Luca!

Ha dimostrato che il concetto di razza umana è biologicamente infondato e abbattuto la barriera tra cultura scientifica e umanistica, facendo dialogare discipline diverse per arrivare a costruire un atlante genetico della storia del mondo. Luigi Luca Cavalli Sforza, genetista e scienziato, è morto a 96 anni a Belluno, dove viveva. Con i suoi studi ha messo le basi per la nascita di una nuova disciplina, la genetica delle popolazioni. Era nato a Genova nel 1922. La sua carriera scientifica, cominciata in Gran Bretagna, è proseguita fra l’Italia e la California, in particolare nelle Università di Parma, Pavia e Stanford dove insegnava. A Stanford negli ultimi anni è stato insignito del titolo di professore emerito. Dopo aver studiato a Torino nella scuola di Giuseppe Levi, come prima di lui avevano fatto Rita levi Montalcini, Salvador Luria e Renato Dulbecco (tutti e tre premiati con il Nobel per la Medicina), Cavalli Sforza ha cominciato la sua carriera nell’Università di Pavia con il pioniere della genetica italiana, Adriano Buzzati Traverso, fratello dello scrittore Dino. Allora i geni erano un’entità da definire, comprendere e misurare: anche grazie al fascino di queste ricerche Cavalli Sforza ha seguito Buzzati Traverso in Germania e poi nell’Istituto di Idrobiologia di Pallanza, in Piemonte, studiando soprattutto la genetica del moscerino della frutta e dei batteri. In seguito il suo interesse scientifico si sarebbe invece concentrato soprattutto sull’uomo. Di Buzzati aveva sposato la nipote, Alba Maria Ramazzotti.L’amore per l’Italia

I colleghi ricordano Luigi Luca Cavalli Sforza come un ricercatore animato da grande curiosità, che lo aveva portato a studiare tanto la biologia quanto la statistica, discipline diverse che riuscì a conciliare nelle ricerche sulla genetica delle popolazioni, dai primi studi condotti in Italia fino ai viaggi in Africa. Dal 1970 ha lavorato nell’Università di Stanford per oltre 20 anni ed è tornato in patria nel 1994, fermamente intenzionato, diceva, a lottare contro «l’inerzia e la lentezza della ricerca italiana». Proprio in Italia intendeva portare avanti le ricerche sull’origine delle popolazioni, che definiva «importanti per comprendere i meccanismi dell’evoluzione e l’adattamento culturale», e sui movimenti migratori. Presto avrebbe osservato, però, che la ricerca era ferma ai livelli di 30 anni prima, con «poco denaro e mal distribuito».

L’atlante genetico del mondo

In ogni caso Cavalli Sforza ha continuato a lavorare, arrivando ad affermare che il concetto di razza è solo culturale e non è dimostrato da alcuna base genetica. Inoltre ha saputo far dialogare discipline diverse – genetica, matematica, archeologia e linguistica – per costruire un atlante genetico del mondo, un albero genealogico dell’evoluzione umana basato su dati biologici, ma anche archeologici e linguistici. Cavalli Sforza era socio dell’Accademia nazionale dei Lincei e membro della Royal Society. Tra le numerose onoreficenze che ha ricevuto nel corso della sua vita, la Medaglia d’oro del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) e il Premio Balzan. Tra le sue pubblicazioni: Geni, popoli e lingue (l’opera più importante); L’evoluzione della cultura; Il caso e la necessità: ragioni e limiti della diversità genetica; Razzismo e noismo: le declinazioni del noi e l’esclusione dell’altro. Insieme al figlio Francesco ha scritto il libro Chi siamo. La storia della diversità umana. Cavalli Sforza si è impegnato anche nella divulgazione scientifica, attraverso pubblicazioni, incontri, organizzazione di festival e mostre.

Dai batteri all’uomo

«È stato uno studioso di grandissima importanza a livello mondiale, ha attraversato tutti i campi della genetica, iniziando dai batteri per arrivare all’uomo» è il ricordo di Guido Barbujani, professore di genetica all’Università di Ferrara che in diverse occasioni ha collaborato con Cavalli Sforza. Anche Barbujani studia la genetica delle popolazioni. «L’intuizione più importante di Cavalli Sforza è l’aver capito, negli anni ‘70, che nel nostro Dna è racchiuso un messaggio che arriva dalle generazioni precedenti e che ci aiuta a capire aspetti della storia e della preistoria che altrimenti ci sarebbero rimasti ignoti. Un uomo di grande lucidità intellettuale, ma anche un grande imprenditore scientifico: ha dato vita a iniziative a livello mondiale, trasformando le sue intuizioni in progetti di ricerca vastissimi come lo Human Genome Diversity Project (Hgdp), strumento attraverso cui si è passati dalla lettura di un singolo genoma alla comprensione delle differenze tra genomi, differenze che ci rendono individui unici e irripetibili».

La storia degli antenati

In che cosa consiste la genetica delle popolazioni? «Fino agli anni ‘70 era una disciplina il cui scopo consisteva nel limitare il più possibile il rischio di malattie genetiche recessive, che si ha quando due genitori sono portatori sani e un quarto dei figli sviluppa la patologia. Dunque un ambito molto limitato – sottolinea Barbujani -. Cavalli Sforza è stato il primo a capire con chiarezza che nelle nostre cellule c’è molto di più, la traccia di una storia trasmessa dai genitori, dagli antenati, fino ad arrivare ai primi sapiens. Una vera e propria genetica dell’evoluzione. Questa intuizione ha messo in moto tante collaborazioni interdisciplinari – con linguisti, archeologi, antropologi, biologi molecolari – e sono stati avviati progetti di ampio profilo culturale».

Confronto tra genomi

Come si è arrivati a superare il paradigma della razza? «Gli studi di Cavalli Sforza e di altri hanno permesso di definire che il concetto di razza non è biologicamente valido – risponde il professor Barbujani -. Si è visto con chiarezza che non ci permette di capire le differenze tra individui, mentre abbandonandolo e lavorando sul confronto tra genomi si aprono grandi strade per la comprensione del nostro passato e della specificità dei singoli esseri umani». Lei è stato allievo di Cavalli Sforza? «Non direttamente – conclude lo scienziato -. Tutti noi genetisti abbiamo lavorato sulle sue idee, ma quando ero nel pieno sviluppo della mia carriera io facevo parte del gruppo di Robert Sokal negli Stati Uniti, uno studioso austriaco che era in concorrenza diretta con Cavalli Sforza. Questo ci ha impedito di lavorare fianco a fianco nello stesso laboratorio, ma nonostante ciò abbiamo collaborato in numerose ricerche. Nutro molto affetto nei suoi confronti, così come lui ne provava nei miei. Voglio ricordarlo come uno dei grandi intellettuali italiani del Ventesimo secolo, un uomo che è riuscito a scavalcare le barriere storiche tra scienze esatte e scienze umane, un merito che, sono certo, gli verrà riconosciuto nei prossimi decenni».

Di Laura Cuppini