Martha Graham è una leggenda nel mondo della danza, una donna simbolo di quest’arte, un insostituibile contributo culturale in quel linguaggio espressivo che è movimento del proprio corpo.
Graham nacque l’11maggio 1894nell’attuale Pittsburgh (Pennsylvania). La prima e principale fonte di ispirazione per la ancora giovane ballerina sembra essere stato suo padre: George Graham era un medico specializzato nella cura dei disturbi nervosi e riteneva che il corpo di ognuno di noi potesse essere espressione di un significato e di un senso ben più profondo del solo e semplice movimento superficiale ed evidente. Una simile visione e prospettiva di analisi del comportamento umano catturò l’attenzione della giovane figlia Martha.
Martha Graham iniziò a studiare danza a livello professionistico, proseguendo la sua carriera accanto a nomi illustri quali Ted Shawn(21 ottobre 1891 – 9 gennaio 1972; coreografo e ballerino statunitense, considerato uno tra i pionieri della danza moderna). La Graham crebbe artisticamente tanto da arrivare a fondare una propria scuola, la Martha Graham Dance Company nel 1926, un vero punto di luce con raggio d’influenza e risonanza a lungo termine, culla di quello stile artistico che ha fatto della danza un linguaggio e una modalità espressiva dell’inconscio umano e personale: movimenti violenti, tormentati, traduzione di quelle emozioni e di quei sentimenti che non tutti i ballerini e coreografi erano in grado di mostrare al pubblico. Tra le principali realizzazioni artistiche di Martha Graham, note per essere piena realizzazione della sua concezione della danza, oggi ricordiamo Death and Entrances (1943), Appalachian Spring (1944), Dark Meadow (1946) e Errand into the Maze (1947). La sua carriera si protrasse fino alla fine della sua lunga vita, fino a quell’ormai lontano 1° aprile 1991, quando si spense all’età di 96 anni, lasciando dietro di sé un vero mondo d’ispirazione per ballerini e artisti di ogni tipo.
Non tutta la critica è concorde nel considerare insuperabile lo stile di Martha Graham, ma tutti ne riconoscono l’unicità. Ancora oggi molti coreografi risentono dell’influenza di questa ballerina e coreografa entrata nel firmamento della storia della danza moderna. Rispetto e ammirazione, in ogni caso, fanno della Graham un segno indelebile nella cultura americana e non. La sua permanenza e forte impronta artistico-culturale hanno portato la coreografa a essere paragonata a nomi quali Picasso e Kandinskij (nomi di punta tra le opere d’arte figurativa) per la forza e l’energia della sua tecnica impiegate nel campo della danza, per quell’originalità oggi imprescindibile. Una vera sperimentatrice e innovatrice, un nome divenuto atemporale, un classico della danza che non resta confinata tra quegli estremi temporali di nascita e scomparsa, ma una sempiterna presenza degna dell’eco che continua ad avere.
Talvolta gli artisti sono in grado di farsi ricordare per la forte scossa che causano nel proprio settore culturale, e Martha Graham ha turbato con fascino l’arte da palcoscenico. Influenzata e arricchita emozionalmente da pittori, musicisti, scultori e personalità esterne al mondo della danza, la Graham ha dato parte di sé – e continua a farlo, ancora, con la sua intramontabile rivoluzione nel movimento del corpo – intere generazioni di ballerini e coreografi: Paul Taylor, Merce Cunningham, Margot Fonteyn, Rudolf Nureyev, Mikhail Baryshnikov sono alcuni dei nomi passati sotto l’aura della Graham. Ma per capire la portata della sua personalità artistica, possiamo menzionare Madonna e Liza Minelli, o Gregory Peck, che si sono avvalsi degli insegnamenti della Graham per imparare a utilizzare il proprio corpo come strumento di comunicazione e mezzo espressivo.
D’altronde la Graham ha sempre ripetuto che la danza rivela il vero spirito del proprio paese in cui affonda le radici. È una questione culturale di integrità e pieno significato, un legame con la propria nazione che dà vita e senso alla produzione artistica. E la sua concezione della danza rispecchia la tumultuosa America, la terra dell’innovazione, della molteplicità di sguardi e concezioni di vita, quella patria che permette di mescolare influenze sociali, politiche, psicologiche e sessuali in una produzione culturale senza tempo. Una danza figlia dell’America, figlia di una personalità calata nella realtà della propria vita ricettiva di innumerevoli stimoli dal mondo circostante. Tutto tradotto nell’arte, un immortale linguaggio che porta e trascina con sé il nome di una vera rivoluzionaria a livello mondiale.
Sabrina Pessina
Pochi sanno che nel 1963 sul podio per la consegna del Premio Nobel per la scoperta della struttura del DNA mancava uno scienziato il cui contributo è stato fondamentale: si trattava della ricercatrice
Le “istruzioni” per costruire il modello arrivarono ai due scienziati per vie traverse, attraverso le quali vennero a conoscenza degli studi della Franklin, mai pubblicati in veste ufficiale. Wilkins, un superiore della Franklin, aveva, infatti, mostrato a Crick e Watson nel gennaio 1953 una fotografia del DNA fatta dalla Franklin, quella recante il numero 51, senza poter immaginare che da questa informazione i due scienziati sarebbero stati in grado di inferire la struttura del DNA, anche aiutati dalla lettura del volume di Max Perutz che riassumeva il lavoro dei principali ricercatori del centro, tra cui quello della Franklin. Watson nel suo celebre libro “La doppia elica” (1968) lascia intravedere le difficoltà che la scienziata dovette affrontare per poter continuare le proprie ricerche nel mondo della ricerca inglese decisamente ostile al genere femminile in quegli anni, nonostante il suo curriculum scientifico fosse eccellente.
Un riesame dei suoi carteggi, ha rivelato che la ricercatrice effettivamente soffriva molto l’ambiente in cui viveva, ma non tanto per il fatto di essere una donna, in quanto il maschilismo si manifestava solo in determinate occasioni e non tanto nella vita quotidiana, ma per la sua posizione sociale e religiosa, così diversa da quella degli altri personaggi che lavoravano al King’s College. Il suo disagio era tale, che appena le fu possibile si allontanò dalla struttura, anche se a detta dei suoi collaboratori, probabilmente era ad un passo da dedurre lei stessa la struttura del DNA. Dai suoi scritti non trapela nulla che riguardi un moto di amarezza o di dispiacere per questa mancata scoperta, operata dai due ricercatori basandosi sui suoi studi e a sua insaputa. Tutt’altro, nel resto della sua breve vita si dedicò agli studi del virus del mosaico del tabacco, sui quali produsse eccellenti lavori, e rimase sempre in più che ottimi rapporti con Crick, con il quale non solo scambiò una ricca corrispondenza epistolare ma passò molto tempo con i coniugi Crick, soprattutto durante i periodi di convalescenza della sua malattia.