La Bandiera Blu: traguardo e partenza!
La storia della Sanità calabrese in un “ Fior di Donna” di Francesco Polopoli
«Essere un’infermiera significa nascondere le tue lacrime e iniziare a disegnare sorrisi sui volti delle persone» (Dana Basem): non trovo testo più consonante di questo per tratteggiare il profilo di una donna straordinaria del nostro lametino. Una rosa nel suo nome, con un prolungamento di colore floreale persino nel suo cognome: sto parlando di Rosa Rossetti (Nicastro 1923-Lamezia Terme 1978), il cui fulgore professionale si rammemora misurato con le spine sociali di una realtà meridiana non facilissima, poco dopo il primo sessennio della nostra nascente Repubblica. «Prima infermiera professionale, figura di donna arguta, preparata, umana e gene-Rosa, che seppe organizzare e indirizzare il lavoro dell’intero corpo paramedico trasmettendo il senso del dovere e della solidarietà verso i pazienti e i medici di famiglia»: amiamoripeterci con il prof. Vincenzo Zangari, ex Capo Sezione INAM, che la dice lunga, in ossequio alla verità, su un personaggio sui generis del nostro pianoro terineo. La massima nomen, omen («un nome ed un destino») pare spesso concentrata in una coincidentia oppositorum, che vale per la vita sponsale di tutti i giorni, sì, nel bene e nel male, finché morte non ce ne separi. Del resto, ogni nostra esperienza, ancorché da coniugati, è una storia nuziale: come non sottolinearlo vita natural durante!? Che dire, poi, di quel «russus, a, um» («rosso») che, a livello vezzeggiativo, dà l’idea tutta di un carattere sanguigno, speso per solidarietà nell’attenzione del prossimo, cui è etico approssimarsi? Insomma, la sua onomastica l’ha consegnata al mondo per DNA anagrafico: per la serie, quando firmiamo a mano quanto per noi è scritto da tempo.Non mi fa specie, ad eco di un impegno eccezionale quanto il suo, ritrovarla idealmente nel prato conclusivo de Il nome della rosa del Grande Eco: «stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus» («la rosa primigenia esiste solo nel nome, possediamo soltanto nudi nomi»). Il fil rouge è il medesimo: l’idea, che ne consegue, difatti, è l’ipostasi di resistenza, anche quando l’esistenza viene meno. Cos’altro aggiungere se non che le memorie non spogliano, ma si moltiplicano per con-divisione: ed è su questo sentiero che mi permetto di gettare un seme piccino per ripercorrere la sua struggente biografia. Ci provo entrando in medias res durante il clima mussoliniano dell’epoca. Un periodo non semplice nel guazzabuglio vangoghiano di una politica che si sarebbe successivamente sfasciata; gli anni dellafascistizzazione, dei Figli della Lupa, dell’Opera Nazionale Balilla, dei Fasci giovanili e della Gioventù italiana del Littorio: come dimenticarseli!? Eppur si è mossa, sul motto di Galilei, per il meglio, in prima linea, da donna, per sperimentazione: in questo frontline fu propedeutico il diploma di infermiera professionale, conseguito presso il Convitto femminile Principessa Maria Cristina di Savoia a Cosenza. Questa struttura divenne, detto fatto, luogo di accoglienza e pronto soccorso improvvisato per molti militari feriti del secondo conflitto novecentesco.Fra i ricordi familiari dei suoi a spiccare è uno in particolare: il volto di un giovane friulano arruolato in quella guerra senza senso, Fulvio, un soldato qualunque. Lo scoppio di una mina lo avrebbe colpito a tal punto da riempirgli il viso e il corpo di schegge. Proprio a lei venne affidato in cura. Avendo bisogno di medicazioni continue -proseguono gli eredi del suo appassionato memoriale – gli si dedicò con particolare premura, estraendogli ogni giorno le centinaia di schegge che tormentavano il suo corpo. Fu questa la prima ed impegnativa prestazione dainfermiera diplomata. L’incontro con il dott. Peppino Petronio, attento e lucido interprete delle istanze del tempo in campo sanitario, fu nel prosieguo assai determinante: in discussione c’era la salute pubblica, impoverita da una carenza strutturale che urlava di disperazione. In quel frangente venne a concretizzarsi un primissimo ambulatorio a servizio dell’intera comunità, dei lavoratori e delle fasce più deboli della popolazione: a dire il vero, tutto in divenire, tra piccoli locali in uno dei palazzi che facevano da cornice a Piazza d’Armi. Lei presente, come sempre! Lì si eseguivano addirittura in condizioni d’urgenza piccoli interventi salvavita, anche senza anestesia: per salvaguardare l’incolumità tutto ciò si profilava come emergenzaobbligata senza se e senza ma. Tuttavia siamo ad un passo da un’importante svolta evolutiva: la neonata Cassa mutua o INAM (Istituto Nazionale Assicurazione Malattie) è di quegli anni, raccontano i cronisti. La sezione fu inaugurata il 9 luglio 1949: la Rossetti insieme a Petronio organizzava e coordinava gli ambulatori e tutta la gestione del nuovo ente, che si arricchiva man mano di nuovo personale medico, paramedico ed amministrativo. Un particolare a memento: ai nastri d’apertura era l’unica dipendente donna della nuova istituzione sanitaria del territorio, battezzata, nel gergo lametino, a’cassamuta, tuttora dialettalizzata nel nostro vernacolo. C’è da aggiungere che l’organico contava la prestazione di più mani: il dott. Cuiuli, il dott. La Scala, il dott. Scalise, il capo-sezione Di Fresco con funzioni amministrative. Nel 1953 fu affiancata da una collega che sarebbe diventata una grande amica, l’ostetrica Lina Sgromo: più tardi l’avrebbe affiancata Lina Jolanda Reillo, sotto la supervisione del laborioso Giovanni Saladino, che ricopriva mansioni di generico. Se pensiamo che non venivano riconosciuti alle madri lavoratrici gli stessi diritti che si sarebbero affermati qualche decennio dopo, possiamo inferire che fare la madre con professione, per giunta da Capo sala, all’acme della sua carriera, non sia stato del tutto maneggevole. Eppure riusciva ad armonizzare tutto: sul piano dell’esserci, c’era e per tutte le cose. Cosa rara, ecco perché Rosa fu cara! Insieme a tutto il suo staff: una per tutti, nella logica di squadra! Per costoro il panico non faceva parte del bagaglio formativo, assolutamente no! Per lei, ad onor del vero, valeva la considerazione privilegiata di persona paziente: di corsa in corsia è tuttora una dote singolare, ragion per cui è giusto ricordarla insieme ai suoi colleghi da qui a poco dalla Giornata internazionale della sua categoria, che ricorre giustapposta nel giorno apostolico di maggio, il dodici, quasi a farsi, questo dì, data eucaristica di ogni Cristo passionato incontrato per strada. Ai piedi della Croce le mani di una donna fanno la differenza nella sofferenza: «in forma dunque di candida rosa / mi si mostrava la milizia santa / che nel suo sangue Cristo fece sposa» (Par XXXI, vv. 1-3). Come chiosare il suo ritratto umano? La buona e santa sanità: satis est, accompagnato da un pensiero bruzio di bellezza per una delle tante perle che hanno costellato il nostro Mediterraneo cittadino: nel nome di una madre, ancora una volta!
Francesco Polopoli
Concorso fotografico SCATTI D’AUTORE PER TROPEA IN FIORE
2° Concorso Fotografico SCATTI D’AUTORE PER TROPEA IN FIORE abbinato al Concorso “Finestre Balconi Vicoli Fioriti ANNA MARIA PICCIONI Città di Tropea”
Art 1. Puó partecipare chiunque ami la fotografia e Tropea, adulti e giovani, inclusi gli studenti.
Art 2. La foto che ritrae Tropea, con sviluppo in orizzontale e niente trucchi, di buona qualità tecnica per consentire l’ingrandimento, ha come tema “TROPEA RINASCE“
Art 3. Lo scatto può essere inoltrato da subito, e fino al 30 Giugno 2020, alle Coordinatrici del Concorso “Finestre Balconi Vicoli Fioriti Anna Maria Piccioni Cittá di Tropea” Beatrice Lento e Mariantonietta Pugliese, attraverso le loro mail beatricelento@gmail.com mariantonietta_pugliese@yahoo.it
La foto, valutata migliore dalla Giuria del Concorso “Finestre Balconi Vicoli Fioriti Anna Maria Piccioni Città di Tropea”, sará riprodotta nella gigantografia che pubblicizzerá la manifestazione finale di premiazione dei vincitori della kermesse floreale, le dieci foto più belle accompagneranno le composizioni floreali nel video che sará proiettato durante la cerimonia e saranno, poi, esposte a Palazzo Sant’Anna sede del Comune di Tropea.
Tropea 4 Maggio 2020
Le Coordinatrici
Beatrice Lento e Mariantonietta Pugliese
Moduli di partecipazione al Concorso Finestre Balconi Vicoli Fioriti Anna Maria Piccioni Città di Tropea
Modulo Categoria Privati
Modulo d’iscrizione al 13o Concorso Finestre Balconi e Vicoli Fioriti
Anna Maria Piccioni Città di Tropea Anno 2020
Il \La sottoscritto\a____________________________________________________________ Nato\a il _________________a___________________ prov.__________________________ Residente in Via\Piazza ________________________n._____________________________ Comune_______________________ C.a.p. _________________ prov._________________ Tel.________________________cell._______________________________________________________ e-mail_____________________________________________________________________
CHIEDE
di partecipare al concorso Balconi Fioriti 2020 del Comune di Tropea con l’allestimento del
o balcone
o davanzale
o particolare architettonico
o scala
o aiuola
o fioriere
o aiuola pubblica sita in via/piazza__________________________________________
DICHIARA
Di accettare integralmente tutti i contenuti del bando di concorso e il giudizio finale della giuria, di
avere preso visione dell’informativa art.13 d.lgs.196\2003 sulla privacy e di esprimere il proprio consenso per i trattamenti indicati e la diffusione dei dati per le finalità specificate. Inoltre il partecipante esonera l’organizzatore da ogni e qualsiasi responsabilità e\o obbligazione anche nei confronti dei terzi che dovesse derivare dalla partecipazione al concorso.
DATA _________________
FIRMA ________________
Modulo categoria attività commerciali/Albergatori e B&B
Modulo d’iscrizione al 13o Concorso Finestre Balconi e Vicoli Fioriti
Anna Maria Piccioni Città di Tropea Anno 2020
Il \La sottoscritto\a____________________________________________________________ Nato\a il _________________a___________________ prov.__________________________ Residente in Via\Piazza ________________________n._____________________________ Comune_______________________ C.a.p. _________________ prov._________________ Tel.________________________cell._______________________________________________________ e-mail_____________________________________________________________________
CHIEDE
di partecipare al concorso Balconi Fioriti 2020 del Comune di Tropea con l’allestimento del
o balcone
o davanzale
o particolare architettonico
o scala
o aiuola
o fioriere attività commerciale
o aiuola pubblica sita in via/piazza___________________________
Con la propria impresa denominata______________________________ sita in via______________________
DICHIARA
Di accettare integralmente tutti i contenuti del bando di concorso e il giudizio finale della giuria, di
avere preso visione dell’informativa art.13 d.lgs.196\2003 sulla privacy e di esprimere il proprio consenso per i trattamenti indicati e la diffusione dei dati per le finalità specificate. Inoltre il partecipante esonera l’organizzatore da ogni e qualsiasi responsabilità e\o obbligazione anche nei confronti dei terzi che dovesse derivare dalla partecipazione al concorso.
DATA _________________
FIRMA ________________
Concorso Finestre Balconi Vicoli Fioriti Anna Maria Piccioni Città di Tropea
13° concorso finestre balconi vicoli fioriti Anna Maria Piccioni Citta’ di Tropea 2020 edizione speciale dedicata alla Vergine di Romania
“Nei giorni orribili di peste o guerra quando con fremito tremò la terra in Te, o gran Vergine di Romania, trovò rifugio la patria mia”
P. Luigi Errico
Regolamento
Art. 1 Motivazione del concorso e Promotori
Realizzare quest’edizione speciale, nel corso della pandemia, è un bene per tutti, oseremmo dire un dovere civico. La cura della nostra Tropea la dobbiamo a noi stessi, a prescindere da ogni avversità, e l’evento è un segno di vitalità e speranza! Il Concorso nasce dal desiderio di rendere ancora più affascinante la nostra Città attraverso decori floreali a cura di privati e di attività commerciali, migliorando, così la qualità della vita e dell’ambiente urbano e coinvolgendo la Comunità attraverso la sensibilizzazione nei confronti del bello. L’iniziativa è promossa congiuntamente dal Comune, dalla Pro Loco, dall’Istituto di Istruzione Superiore, dalla Consulta delle Associazioni, dall’AssCom (Associazione Commercianti), dall’ As.Al.T (Associazione Albergatori), da OspitiAmo Tropea (Associazione B&B), e da sos KORAI Onlus.
Art.2 Obiettivi
potenziamento della coscienza ecologista e della cultura del bello
promozione della conoscenza della Cittá di Tropea e delle sue architetture anche recenti
esaltazione del decoro floreale quale elemento di mitigazione degli spazi
sviluppo del senso civico e di appartenenza alla Comunità
apprezzamento del verde, dei fiori e del loro linguaggio
Art.3 Destinatari e modalità di iscrizione/ partecipazione
La partecipazione al concorso, che prevede l’abbellimento a tema libero ed a proprie spese, è totalmente gratuita ed aperta a tutti i residenti, proprietari di immobili, responsabili di attività commerciali, albergatori e titolari di B&B nel Comune di Tropea. Nelle operazioni di decorazione floreale dovranno essere rispettati i Regolamenti Comunali vigenti. I partecipanti potranno abbellire con fiori e piante l’esterno visibile dei balconi e/o delle finestre e/o di altri particolari esterni e/o fioriere e/o aiuole pubbliche, tenendo conto dei criteri stabiliti nel presente bando. Il presente Regolamento e il modulo d’iscrizione sono disponibili sulle pagine Facebook di Pro loco, sos KORAI, AssCom, OspitiAmo, Associazione Albergatori As.Al.T, Consulta e sulla pagina web del Comune e dell’Istituto d’Istruzione Superiore. Il modulo, debitamente compilato, dovrà essere presentato all’indirizzo mail asscommtropea@gmail.com Successivamente all’iscrizione saranno consegnati appositi cartelli numerati che dovranno essere obbligatoriamente esposti sui balconi, sui davanzali o sulle strutture partecipanti al concorso. L’iscrizione dovrà essere effettuata nel periodo compreso tra il 15 Maggio ed il 12 Giugno 2020. Entro la data del 13 Giugno 2020 gli allestimenti floreali dovranno essere completati.
Art. 4 Selezione dei vincitori
La selezione dei vincitori sarà effettuata da una apposita Giuria che darà una valutazione mediante l’attribuzione di un punteggio ai parametri di seguito indicati 1. combinazione dei colori dei fiori 2. sana e rigogliosa crescita degli stessi 3. mantenimento durante tutto il periodo del concorso 4. originalità dei lavori 5. recupero ed abbellimento di strutture edilizie ed architettoniche tipiche 6. inserimento armonico nel contesto urbano paesaggistico
Art. 5 Composizione della Giuria
La Giuria é composta da dieci membri e precisamente da un rappresentante di ogni Promotore del Concorso, da un Esperto Floricoltore e da una Personalità Artistica
Art.6 Svolgimento delle operazioni di valutazione
La Giuria nominerà al suo interno un Presidente, definirà le modalità di attribuzione dei punteggi, secondo i parametri di valutazione di cui al precedente art. 4, e deciderà sull’esecuzione dei sopralluoghi, che potranno essere ripetuti nel tempo e dovranno rimanere rigorosamente riservati. Il voto del Presidente di Giuria prevarrà in caso di situazioni di parità.
Art. 7 Criteri di esclusione
Saranno esclusi dal concorso gli allestimenti iscritti dopo le ore 12,00 del giorno 12 Giugno 2020 e quelli realizzati con fiori finti (ad es: di carta, plastica e/o altri materiali)
Art. 8 Premiazione
La Premiazione dei vincitori avverrà con pubblica cerimonia che si terrà entro Luglio 2020. In tale occasione verranno proiettate le immagini degli allestimenti in concorso classificatisi nei primi dieci posti di ciascuna sezione. La consegna dei premi è subordinata alla presenza alla cerimonia. In caso di mancata partecipazione il premio non verrà corrisposto. La cerimonia si svolgerà nel rispetto delle regole vigenti a tutela della salute, dettate dalla pandemia da Covid 19, e verrà conseguentemente organizzata e pubblicizzata.
Art. 9 Premi Categoria Privati
1°classificato Buono per l’importo di € 200,00 per l’acquisto di bulbi, sementi e piante ornamentali
2°classificato Buono per l’importo di € 100,00 per l’acquisto di bulbi, sementi e piante ornamentali
3°classificato Buono per l’importo di € 50,00 per l’acquisto di bulbi, sementi e piante ornamentali
Categoria Attività Commerciali/Strutture Alberghiere B&B
1ºclassificato Buono per l’importo di € 200,00 per l’acquisto di bulbi, sementi e piante ornamentali
2ºclassificato Buono per l’importo di € 100,00 per l’acquisto di bulbi, sementi e piante ornamentali
3ºclassificato Buono per l’importo di € 50,00 per l’acquisto di bulbi, sementi e piante ornamentali Ad ogni vincitore sarà donata, inoltre una mattonella artistica ricordo.
Art. 10 Accettazione Regolamento
L’adesione comporterà l’accettazione, in modo incondizionato e senza alcuna riserva o eccezione, di tutte le norme contenute nel presente regolamento.
Le Coordinatrici del Concorso Beatrice Lento e Mariantonietta Pugliese
Elisa Dattilo: la sindachessa di Jacurso
È vero che i ruoli prescindono dal genere, ma è altrettanto evidente come attraverso le parole si possa costruire una più civica segnaletica di direzione: la società è migliore, ogni volta in cui la lingua ha tutte le capacità di migliorarla. Il fatto che “persona” sia così generico da identificare chiunque non semplifica le cose, specie alla luce di un percorso più lineare per alcuni e più accidentato per altri. La categoria ontologica (potremmo chiamarla post-aristotelica, filosoficamente parlando) chiede conto del prezzo di alcune fette sociali, per le quali non tutto è filato liscio come l’olio dal Dopoguerra in avanti. Storicamente le donne, ancorché culte ed educate, al di là del loro contesto familiare, immiserito da una forbice piuttosto aperta, da Nord a Sud d’Italia, non ebbero una vita facilissima sul piano dell’uguaglianza e questo significa che l’equità distributiva e la giustizia sociale hanno viaggiato a velocità diversa ai quattro angoli della nostra Penisola. In tutto questo è stato tipicamente maschile decidere quale fosse il “bene” per una donna. Come non richiamare all’attenzione, a questo punto, Amalia Signorelli quando dice di sé il pensiero di tuttele contemporanee storiche della sua età: «è una vita che mi batto contro persone che appunto perché mi vogliono tanto bene sanno meglio di me ciò che è bene per me». Detto questo, se per l’Accademia della Crusca è corretto l’uso di termini quali avvocata, magistrata, ministra ed architetta, lo è soprattutto per il lavoro di primo cittadino, la Sindaca, per l’appunto! In passato parole quali maestra, operaia, modella, infermiera, sono passate per lo stesso processo di assimilazione di diritto (senza rovesci). In Calabria, ad onor del vero, ce la siamo sbrigati da soli, coniando la forma “sindachessa”, quasi sessant’anni fa, pensate un po’! Gli studi di De Saussure sarebbero occorsi in soccorso a confortare la convenzione come uso consapevole della forma acquisita, sicurissimamente! Arriviamo ai nostri luoghi, ora! Siamo a Jacurso, nel catanzarese, sulle pendici del monte Contessa, in un belvedere allungato in direzione del pianoro lametino. Il soggetto, in questione, è Elisa Dattilo (1919-1967): donna di spiccata sensibilità bruzia e probabilmente anche un po’ romana per patria d’elezione (ad immaginarcela mentre frequenta, a quei tempi, il Collegio del Sacro Cuore a Trinità dei Monti). Un bagaglio che si fa valigia d’idee al suo ritorno in mezzo ai luoghi natii. La piccola urbe divenne, detto -fatto, il centro del suo mondo nel fervore delle tensioni che già sentiva da lontano: il magnetismo delle radici, raccontano, non tardò a farsi, infatti, impegno politico. Nel 1952 il paese la ingaggiò nel partito della Croce (così passava per la vulgata la storica Democrazia Cristiana): un successo, ne venne eletta sindaco con pieno consenso cittadino. Da “antesignana di una nuova generazione” si proiettò storicamente su scelte allora inusuali. In che modo? Partendo innanzitutto dalle sue collaboratrici: come vice–sindaco chiamò un’altra donna, Rosa Dattilo e persino un assessore, Vittoria Facciolo. Una leadership tutta femminile, per niente debole, nel nome del gentil sesso: la quota rosa sarebbe venuta molto tempo dopo…I compiti: i più versatili! Quelli di ordinaria amministrazione: le assunzioni del personale per il Comune, il taglio del bosco comunale “Barone S. Giovanni”, la costruzione della strada del “Passo Fossa del lupo”, le eventuali cause legali contro alcune società e naturalmente la votazione dei bilanci di previsione delle entrate e delle spese del territorio. Insomma, ogni cosa passava sotto la sua supervisione: in tutto ciò, fermare, formare, firmare le cose avranno pure comportato fatiche e confronti d’ogni risma, come succede da sempre, non stiamo parlando di minutaglie! Durante il suo mandato si distinse per aver fortemente sostenuto il diritto allo studio e quello alla salute, senza trascurare nulla di intentato per sortire il risultato desiderato. Molto attenta alla prevenzione, promosse le vaccinazioni contro la tubercolosi, favorendo le colonie estive per le famiglie più povere. Provvide, altresì, a garantire gratuitamente le visite e le relative cure sanitarie a coloro che ne avevano bisogno in ottemperanza all’ art. 32 della nostra Costituzione che sancisce che “la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività”. Forte di queste convinzioni nel 1953 ottenne l’approvazione di un progetto (ben 12 milioni di lire!),finanziato dal Ministero dei Lavori pubblici per realizzare la rete idrica e fognante del paese che, come tutti sappiamo, è una condizione ineludibile per la salute pubblica. L’igiene, si sa, è prevenzione, cioè profilassi: lo sappiamo mediaticamente per bombardamento mediatico in questi ultimi tempi di Covid-19, non è vero!? Tetragona nel carattere, proprio così! Si sollevò abbastanza facilmente dai timori con i Ministri d’allora a difesa della collettività: gli onorevoli Foderaro, Cassiani, Galati, La Russa, ricordandone solo alcuni. Basta la stima di Margherita Riga nei suoi confronti a definirla come bussola di orientamento in non poche circostanze. La “sindachessa”, come la chiamavano i compaesani, terminò il suo mandato a causa delle dimissioni di alcuni consiglieri che la fecero andare in minoranza. Ai margini, tuttavia, non restò mai la sua dottrina sociale: da Componente del Comitato cittadino del CIF (Centro italiano femminile) e Membro dell’Associazione “Maria Cristina di Savoia” promosse insieme ad altre giovani signore numerose iniziative benefiche e di solidarietà fino alla sua prematura scomparsa, poco prima del clima sessantottino, che avrebbe investito successivamente tutta la nostra Nazione. Una curiosità, che la fregia di un’ulteriore menzione d’onore: fu tra le prime donne anche a prendere la patente, guidando una Belvedere per portare i figli al mare o in città. Da Ernestina Prola, che è la prima signorina al volante (correva l’anno 1907), ai giorni nostri, la licenza di guida per il fiocco rosa si è lentamente caricata a carbonella: non è così zuccherina la realtà cinematografica quando ci presenta quelle deliziose pellicole avanguardistiche con Marylin Monroe o Greta Garbo. Lì la proiezione non coincide con l’identificazione di quanto succede fra la gente comune: lo shop da rubacuori, ahinoi, sa inflazionare le copertine editoriali, e molto spesso per battere cassa sull’eccezionalità del momento, già! Col mercato si è mercanteggiato troppo sulla pelle dell’humanitas: ecco perché rivendico i diritti delle nostre madri. Elisa, come matrona meridiana, ci rammemora, invece, che la produttività è pensiero colato come l’oro. Lei al plurale è diventata loro per quanto di buono e giusto è venuto fuori dal selciato di un buon esempio come il suo. Ai posteri l’ardua sentenza…si dice nel 5 maggio manzoniano: a 5 giorni dal compleanno di lei, il verso del Milanese si fa augurale per la nostra Calabrese in tutte le forme di emancipazione. Auguri a tutte, mi va di chiosare, lasciando aperte storie belle come questa…
FRANCESCO POLOPOLI
Elisa Dattilo: la sindachessa di Jacurso di Francesco Polopoli
È vero che i ruoli prescindono dal genere, ma è altrettanto evidente come attraverso le parole si possa costruire una più civica segnaletica di direzione: la società è migliore, ogni volta in cui la lingua ha tutte le capacità di migliorarla. Il fatto che “persona” sia così generico da identificare chiunque non semplifica le cose, specie alla luce di un percorso più lineare per alcuni e più accidentato per altri. La categoria ontologica (potremmo chiamarla post-aristotelica, filosoficamente parlando) chiede conto del prezzo di alcune fette sociali, per le quali non tutto è filato liscio come l’olio dal Dopoguerra in avanti. Storicamente le donne, ancorché culte ed educate, al di là del loro contesto familiare, immiserito da una forbice piuttosto aperta, da Nord a Sud d’Italia, non ebbero una vita facilissima sul piano dell’uguaglianza e questo significa che l’equità distributiva e la giustizia sociale hanno viaggiato a velocità diversa ai quattro angoli della nostra Penisola. In tutto questo è stato tipicamente maschile decidere quale fosse il “bene” per una donna. Come non richiamare all’attenzione, a questo punto, Amalia Signorelli quando dice di sé il pensiero di tuttele contemporanee storiche della sua età: «è una vita che mi batto contro persone che appunto perché mi vogliono tanto bene sanno meglio di me ciò che è bene per me».Detto questo, se per l’Accademia della Crusca è corretto l’uso di termini quali avvocata, magistrata, ministra ed architetta, lo è soprattutto per il lavoro di primo cittadino, la Sindaca, per l’appunto! In passato parole quali maestra, operaia, modella, infermiera, sono passate per lo stesso processo di assimilazione di diritto (senza rovesci). In Calabria, ad onor del vero, ce la siamo sbrigati da soli, coniando la forma “sindachessa”, quasi sessant’anni fa, pensate un po’! Gli studi di De Saussure sarebbero occorsi in soccorso a confortare la convenzione come uso consapevole della forma acquisita, sicurissimamente! Arriviamo ai nostri luoghi, ora! Siamo a Jacurso, nel catanzarese, sulle pendici del monte Contessa, in un belvedere allungato in direzione del pianoro lametino. Il soggetto, in questione, è Elisa Dattilo (1919-1967): donna di spiccata sensibilità bruzia e probabilmente anche un po’ romana per patria d’elezione (ad immaginarcela mentre frequenta, a quei tempi, il Collegio del Sacro Cuore a Trinità dei Monti). Un bagaglio che si fa valigia d’idee al suo ritorno in mezzo ai luoghi natii. La piccola urbe divenne, detto -fatto, il centro del suo mondo nel fervore delle tensioni che già sentiva da lontano: il magnetismo delle radici, raccontano, non tardò a farsi, infatti, impegno politico. Nel 1952 il paese la ingaggiò nel partito della Croce (così passava per la vulgata la storica Democrazia Cristiana): un successo, ne venne eletta sindaco con pieno consenso cittadino. Da “antesignana di una nuova generazione” si proiettò storicamente su scelte allora inusuali. In che modo? Partendo innanzitutto dalle sue collaboratrici: come vice–sindaco chiamò un’altra donna, Rosa Dattilo e persino un assessore, Vittoria Facciolo. Una leadership tutta femminile, per niente debole, nel nome del gentil sesso: la quota rosa sarebbe venuta molto tempo dopo…I compiti: i più versatili! Quelli di ordinaria amministrazione: le assunzioni del personale per il Comune, il taglio del bosco comunale “Barone S. Giovanni”, la costruzione della strada del “Passo Fossa del lupo”, le eventuali cause legali contro alcune società e naturalmente la votazione dei bilanci di previsione delle entrate e delle spese del territorio. Insomma, ogni cosa passava sotto la sua supervisione: in tutto ciò, fermare, formare, firmare le cose avranno pure comportato fatiche e confronti d’ogni risma, come succede da sempre, non stiamo parlando di minutaglie! Durante il suo mandato si distinse per aver fortemente sostenuto il diritto allo studio e quello alla salute, senza trascurare nulla di intentato per sortire il risultato desiderato. Molto attenta alla prevenzione, promosse le vaccinazioni contro la tubercolosi, favorendo le colonie estive per le famiglie più povere. Provvide, altresì, a garantire gratuitamente le visite e le relative cure sanitarie a coloro che ne avevano bisogno in ottemperanza all’ art. 32 della nostra Costituzione che sancisce che “la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività”. Forte di queste convinzioni nel 1953 ottenne l’approvazione di un progetto (ben 12 milioni di lire!),finanziato dal Ministero dei Lavori pubblici per realizzare la rete idrica e fognante del paese che, come tutti sappiamo, è una condizione ineludibile per la salute pubblica. L’igiene, si sa, è prevenzione, cioè profilassi: lo sappiamo mediaticamente per bombardamento mediatico in questi ultimi tempi di Covid-19, non è vero!? Tetragona nel carattere, proprio così! Si sollevò abbastanza facilmente dai timori con i Ministri d’allora a difesa della collettività: gli onorevoli Foderaro, Cassiani, Galati, La Russa, ricordandone solo alcuni. Basta la stima di Margherita Riga nei suoi confronti a definirla come bussola di orientamento in non poche circostanze. La “sindachessa”, come la chiamavano i compaesani, terminò il suo mandato a causa delle dimissioni di alcuni consiglieri che la fecero andare in minoranza. Ai margini, tuttavia, non restò mai la sua dottrina sociale: da Componente del Comitato cittadino del CIF (Centro italiano femminile) e Membro dell’Associazione “Maria Cristina di Savoia” promosse insieme ad altre giovani signore numerose iniziative benefiche e di solidarietà fino alla sua prematura scomparsa, poco prima del clima sessantottino, che avrebbe investito successivamente tutta la nostra Nazione. Una curiosità, che la fregia di un’ulteriore menzione d’onore: fu tra le prime donne anche a prendere la patente, guidando una Belvedere per portare i figli al mare o in città. Da Ernestina Prola, che è la prima signorina al volante (correva l’anno 1907), ai giorni nostri, la licenza di guida per il fiocco rosa si è lentamente caricata a carbonella: non è così zuccherina la realtà cinematografica quando ci presenta quelle deliziose pellicole avanguardistiche con Marylin Monroe o Greta Garbo. Lì la proiezione non coincide con l’identificazione di quanto succede fra la gente comune: lo shop da rubacuori, ahinoi, sa inflazionare le copertine editoriali, e molto spesso per battere cassa sull’eccezionalità del momento, già! Col mercato si è mercanteggiato troppo sulla pelle dell’humanitas: ecco perché rivendico i diritti delle nostre madri. Elisa, come matrona meridiana, ci rammemora, invece, che la produttività è pensiero colato come l’oro. Lei al plurale è diventata loro per quanto di buono e giusto è venuto fuori dal selciato di un buon esempio come il suo. Ai posteri l’ardua sentenza…si dice nel 5 maggio manzoniano: a 5 giorni dal compleanno di lei, il verso del Milanese si fa augurale per la nostra Calabrese in tutte le forme di emancipazione. Auguri a tutte, mi va di chiosare, lasciando aperte storie belle come questa…
Francesco Polopoli
Al via il tredicesimo Concorso Finestre Balconi Vicoli Fioriti Anna Maria Piccioni Città di Tropea
Beatrice Lento
Donna Popa
La donna, l’altra metà del cielo…
Non trovo miglior testo della canzone di Vasco Rossi, per dire della donna che è realmente sopra-creaturata. Nella storia delle levatrici lo vedo addirittura esplicitato sul piano lessicale e le parole, fateci caso, ci restituiscono a verità molto più profonde. La levata del Sole è il momento in cui il nostro astro appare all’orizzonte e costituisce il momento terminale dell’alba; che dire, poi, «di gobba a ponente luna crescente, gobba a levante luna calante», che è una traduzione libera dell’espressione latina «crescensdecrescit, decrescens crescit» («crescente descresce, decrescente cresce»)? Anche in questo caso abbiamo un’altra levata, quella del satellite, cui spesso si è posato lo sguardo del Recanatese. Insomma, nel lessico dei corpi celesti sembra esserci un prolungamento del fare femmineo: lei che riscalda, lei che fa rilucere gli angoli angusti della vita quotidiana. Il sole, la luna. Semper lux, lucis femina est, dico io: posso coniare questo motto personale con il mio paterno copyright!? Suo è anche il senso della protezione: qui trovo calzante la locuzione spartana della «levata di scudi». Come non rammemorare, sia pure en passant, il coraggio laconico di Gorgo mentre spinge suo marito Leonida nella battaglia delle Termopoli? Difendere con le unghie e con i denti è tuttora una prerogativa del focolare domestico: flesso al genere femminile a tutela dei propri più cari. Al-levare è sollevare dai pericoli, lo sanno bene le nostre mamme, eccome! Senza dilungarmi di più, voglio evidenziare ancora come il gr. «polis» ed il lat. «urbs» siano sostantivi col fiocco rosa e che, per estensione, rendano finanche il significato di «cittadini di una città», a sottolineare la matrice femminea come motore mobile del Tutto. E mi taccio, avendo fatto intendere quanto penso in merito: dobbiamo esserne tutte e tutti consapevoli. Ma torniamo alla figura dell’ostetrica, circoscrivendo l’attenzione a qualcuna della nostra tradizione bruzia. Intanto, nei suoi scritti,Platone, parlando di Socrate, fa spesso riferimento alla madre levatrice. Era chiamata in questo modo, perché era in grado di «levare» il neonato dal corpo della donna incinta. Torna sempre quel verbo stellare, sidereo, fateci caso! Forse per questa ragione, nel suo ruolo di preparazione al parto, si è insinuata un po’ di astrologia. In Sicilia, ad esempio, la mammana esortava il nascituro a venir fuori recitando delle formule magiche: – “Nesci nesci cosa fitènti, /ti lu cumanna Diu ‘nniputenti ./Veni fora e nun tardari, /chi a tò matri ha libirari”. Non escludo che dalle nostre parti si potesse fare la medesima cosa per quella stretta comunanza di tradizioni che legano le terre più a sud della nostra penisola: il Regno delle due Sicilie, per l’appunto! Sui pronostici del sesso del nascituro le espressioni erano alquanto colorite, a volte ritmate a suon di filastrocca: “panza pizzuta nunporta cappeddu”, per una femminuccia, eh sì! In una società androcratica di prevaricazione di ruolo vigeva, comunque, la frase “auguri e figghi masculi”, indipendentemente dal fatto che un maschio, cioè “due braccia forti”, avrebbe potuto aiutare la famiglia come reddito e manovalanza. Una Fenarete calabrese è Amelia Colavita (1897-1985), alias Donna Popa che, in oltre mezzo secolo di carriera, ha fatto nascere circa 11mila bambini, l’ultimo dei quali nel 1980 all’età di ottantatré anni. Una figura di punta, potremmo dire, per il territorio sambiasino, benché si sia spostata in tutto l’hinterland lametino, lasciando traccia di sé e del suo scrupoloso operato dalle coste alle campagne. Col cavallo di San Francesco, quando poteva permetterselo, in bici o a piedi, senza fare differenza alcuna, ha percorso i sentieri più dissestati della nostra Regione, che nemmeno Google maps, oggi, avrebbe potuto individuare, se non altro per quelle frazioni più periferiche, dove le conseguenze post-belliche erano sì visibili tra i ciottoli di tante rovine. Una brigantessa buona per la generazione meridiana del nostro Stivale: a proposito, portava con sé sempre una grande borsa di pelle nera con gli attrezzi del mestiere ed in mezzo a forcipe e a tant’altro custodiva segretamente una piccola rivoltella, per sicurezza, non per altro, benché non ci sia stata mai occasione di arrivare a duelli, nelle non poche selve oscure da lei percorse, prima di bussare al campanello delle proprie partorienti. Tutte le volte che penso a lei, si fa forte l’ipostasi sambiasina di unamaieutica socratica improntata “a donne coraggio” d’eccezione: il meglio della nostra gioventù, sic dicitur, è venuto fuori in nome di una tenera genitrice, il suo!“Così è la notte, una folla di madri illuminate, che si chiamano stelle”, avrebbe chiosato il nostro Erri De Luca: come dargli torto, e soprattutto per le nostre grandi matrone della Calabria, che è terra d’ogni bene?
Francesco Polopoli
Ersilia Bronzini Majno cofondatrice dell’Unione Femminile
Ersilia Bronzini Majno (1859-1933) descrive le origini e le prospettive del femminismo a lei contemporaneo
Il feminismo in Italia
L’educazione primitiva intellettuale e morale del vostro poopolo non si potrà ottenere giammai pienamente e felicemente finché non facciate concorrere la donna all’opera vostra. Voi mi dite che il regno della donna deve essere la famiglia. Tanto meglio, io rispondo, poichè la famiglia è il principio della repubblica, le virtù domestiche sono il fondamento delle sociali, l’amor di famiglia il primo raggio dell’amor di patria, il buon ordine della casa il primo elemento del buon ordine dello Stato. Indipendentemente da ciò, potete voi ignorare la possente ifluenza che le donne possono esercitare nel seno di una repubblica?
Romagnosi, Scienza delle Costituzioni
Vasta e complessa è la trattazione di questo tema che potrebbe dare interessante materia ad un volume. Vasta per lo sviluppo che ha preso in Italia ove le femministe hanno rapidamente sostituito le affermazioni teoriche una azione pratica di lavoro sociale fondando istituti, società, opere di assistenza svariatissime – dalle leghe di lavoro alle società di patronato, dalle istituzioni per i bambini lattanti alle casse di maternità, dagli asili alle scuole professionali – svolgendo nei più disparati campi una attività sagace e perseverante.
Complesso, perché in Italia l’acuita questione religiosa e l’intolleranza, l’intransigenza ch’essa genera hanno dato indirizzo vario all’azione feminista, rendendo impossibile una unica concorde operosità anche per il trionfo di quei postulati chiari, definiti che dovrebbero raccogliere la cooperazione comune.
Così, sovente, invece di azione compatta, organizzata, contro tutti i pregiudizi e le ingiustizie che nella nostra società colpiscono la donna e conseguentemente il fanciullo, abbiamo movimenti parziali, scaramucce, senza quella cosciente ostinata continuità, quel largo consenso, quel generoso impulso che fanno sparire l’individuo e le sue passioni nell’ardore dell’opera per un ideale comune. Abbiamo in Italia, come resto ovunque, un feminismo di diverse gradazioni e tendenze. Un feminismo borghese incerto e timido, dalle parvenze intellettuali e aristocratiche, un feminismo cattolico con solo carattere di infallibilità intransigente che prende voce dalla curia e un feminismo sereno e razionale che non si perde in vane recriminazioni, lascia la réclame all’industria, trova assurda la lotta di sesso, vuole il riconoscimento dei diritti della donna, come utile e necessaria reintegrazione del diritto all’attività sociale dell’uomo. Un feminismo che ha indirizzate le proprie energie ad un lavoro pratico del quale ebbe modo di misurare le difficoltà e conoscere le esigenze dei nuovi doveri, di acquistare l’esperienza per compierli e per dar vita ad iniziative utili, vero campo sperimentale per lo studio dei problemi che s’impongono alla società nostra.
Queste diverse tendenze del feminismo in Italia pur non potendo essere che eccezionalmente armonizzanti fra loro ovvie ragioni, compiono nel momento attuale un’utile funzione. Esse servono ad illuminare ed interessare le donne d’ogni classe e di ogni opinione, a mantener vive le energie, a raggruppare i diversi elementi nei diversi campi, contribuendo alla formazione di quella coscienza politica e sociale che la donna deve avere per esplicare le sue attività con sicuri criteri, per adoperare con chiara coscienza e fermezza l’arma insistentemente chiesta del voto.
Il feminismo svoltosi integralmente con esplicazioni pratiche d’attività sociale e continua propaganda e agitazione per le rivendicazioni di diritto, non ha fatto che seguire la via tracciata dalle feministe che fin dai primordi della vita nazionale irradiarono tanto fervore d’ideale e d’azione. Ed è interessante constatare che queste prime pioniere troppo dimenticate, iniziarono la loro campagna feminista affermando i diritti della donna lavoratrice, dell’infanzia, dell’istruzione del popolo, non trascurando le rivendicazioni giuridiche propriamente dette, invocando dapprima con vivacità di polemica singolare, il diritto di voto.
Una donna d’alto intelletto, d’eccezionale energia, di intuizione grandissima, feminista d’azione, precorsi i tempi coll’opera sua. Patriota ardente come le donne che poi si raggrupparono intorno a lei per dar vita alle sue iniziative, Laura Solera Mantegazza fu l’iniziatrice gloriosa del feminismo che si afferma con opere di attività sociale, non discutendo della nostra capacità d’azione ma provandola. Essa pensa subito a come migliorare la condizione della donna lavoratrice, che questa si doveva chiamare a raccolta, istruire dei nuovi doveri e dei nuovi diritti, unire in associazione perché conoscesse la forza della previdenza e della solidarietà. Ma prima ancora era necessario pensare ai figli suoi. Il doloroso problema dell’infanzia che cresce senza amore, mancanza di assistenza da parte della famiglia disgregata dal lavoro, preparando i minorenni traviati e delinquenti, si affacciava già allora penoso, impressionante. E sorgono i ricoveri dei bambini lattanti, germi delle future sale d’allattamento che la legge imporrà agli industriali, gli asili infantili, le scuole per gli analfabeti. E sorge fra un entusiasmo commovente la prima Società Generale di mutuo soccorso e istruzione delle Operaie, che dà vita alla prima forma d’assicurazione per la malattia, per l’invalidità, per la maternità, alle prime pensioni per la vecchiaia, per le vedove, alla prima cooperativa di lavoro e consumo, alla prima assistenza per disoccupazione. Che propugna l’allattamento materno e raccoglie le statistiche, tutti i dati necessari intorno a queste iniziative, che insegna alle operaie essere il mutuo soccorso il primo passo della previdenza e della solidarietà, che bisogna farne altri per giungere ad ottenere alla lavoratrice equa retribuzione e condizioni umane di lavoro.
E mentre Anna Maria Mozzoni, la pionieri in Italia dei diritti giuridici della donna, svolge in altro campo la sua azione e proclama il nostro diritto al voto, ad accedere a tutti i gradi dell’istruzione, a tutti gli impieghi, Laura Mantegazza fonda la prima scuola professionale e prepara le prime telegrafiste, le prime contabili, corrispondenti, macchiniste, decoratrici, etc. Un giornale, “La Donna”, diretto da Alaide Beccari, soave figura di sacrificio, di fede e d’amore, propugna le nuove rivendicazioni, e un uomo di temepramento energico, ardente, Salvatore Morelli, persuaso della giustizia della nostra causa la sostiene in Parlamento, e la legge che ci dà diritto di testimoniare negli atti pubblici prende nome da lui. Anna Maria Mozzoni nel 1864, in occasione della revisione del Codice Civile, scrive il volume “La Donna e i suoi rapporti sociali”, del quale sarebbe interessante trascrivere, se lo spazio lo consentisse, il periodo che riassume le riforme invocate perché ci dà un concetto della finalità del movimento feminista in quei primi tempi di vita nazionale, che sono ancora quelle d’oggi.
Altro curioso documento è l’ordine del giorno proposto da Anna maria Mozzoni a nome della Lega promotrice degli interessi femminili (fondata da lei nel 1880) al Comizio dei Comizi, indetto dalla Lega democratica nazionale tenutosi a Roma l’11-12 febbraio 1881
Quell’ordine del giorno suscitò una vera tempesta, ma venne strenuamente sostenuto dalla battagliera feminista e votato. Esso concludeva così: “il Comizio dei Comizi riconosce, afferma e proclama così nell’uomo come nella donna il diritto alla integrità del voto”.
La prima petizione feminista fu presentata al Parlamento italiano dalla Lega promotrice degli interessi femminili. E’ firmata Anna Maria Mozzoni, Paolina Schiff, Giuseppina Pozzi, Noerina Bruzzesi, Virginia Negri, Costantino Lazzari. Essa chiede, ampliandole, le riforme legislative propugnate da Anna Maria Mozzoni fin dal 1864, più la Lega raccomandava alla Camera le proposte di legge presentate alla Camera stessa per la ricerca della paternità e il divorzio.
Eravamo nel dicembre 1882 e oggi nell’anno di grazia 1908 (si può dire 1914!) vi è ancora una Commissione che studia il progetto di legge sulla ricerca della paternità; quanto alla riforma dell’istituto matrimoniale, sebbene promessa in un discorso reale, è ancora una chimera degna di coscienze pervertite.
E vi sono purtroppo gruppi di donne che combattono questa riforma, che non si credono competenti di formulare un’opinione intorno all’obbligo di precedenza del matrimonio civile al religioso, che toglierebbe tanti inganni e tante sventure, che ritengono la ricerca della paternità tema grave da meditare ancora, che ammettono solo il diritto di voto amministrativo e vogliono mantenere la loro azione in un limite moderato, ragionevole, ritenendo di sottrarre così il feminismo dalle nubi e dalle fantasie della retorica, dalle lotte delle sètte dei partiti, mantenendolo in un ambiente di pace e di unione universale!
Queste feministe ragionevoli, timorose della lotta, dimenticano che tutte le conquiste della civiltà sono dovute alle aspre lotte combattute dalle minoranze per il trionfo dei principi che le maggioranze non riconoscono se non quando vi sono forzate.
—————
Il feminismo che si inziava così vivace, combattente e perspicace sia nel campo teorico che in quello pratico, ebbe come un periodo di sosta quando si svolse ardita e battagliera l’azione del partito socialista che otteneva la legislazione sul lavoro, proclamava i diritti della donna e sospingeva proletarieto e borghesia verso nuove forme di rapporti sociali e apriva nuovi orizzonti a tutte le rivendicazioni di diritto e di libertà.
Ma fu una lotta che preparava nuove forze e nuovi metodi di azione e preparava la costituzione organizzata di vari gruppi.
A Roma la Federazione romana delle opere di attività femminile, presieduta dalla Contessa Lavinia Taverns, diventata poi Consiglio Nazionale delle donne italiane, sotto la presidenza della contessa Gabriella Spalletti. Ebbe vita da questo gruppo la Biblioteca circolante e la Cooperativa delle industrie femminili con succursali nelle principali città d’Italia, che fa rivivere coll’opera di dame colte ed attive quelle industrie artistiche dimenticate delle varie regioni. Iniziativa preceduta dall’Aemilia Ars di Bologna, dovuta alla geniale intuizione della contessa Gavazza. Pure a Roma la Società Per la donna, della quale è anima Eva De Vincentis, che promosse studi sociali e di diritto feminista e fondò il dormitorio per minorenni di così grande utilità.
A Milano la risorta Lega per la tutela degli interessi femminili che sostiene specialmente le rivendicazioni giuridiche e studia la questione feminista in genere.
L’Unione femminile nazionale che dal 1900 svolge senza interruzione il suo largo e comprensivo programma.
Sue iniziative principali sono: l’Ufficio d’indicazioni e assistenza, la cui utilità incontestata, anche per le prove che fornisce circa la necessità di coordinamenti e riforme delle opere d’assistenza pubblica, emerge dal fatto che Roma, venezia, Firenze, Torino, Padova e altre molte città d’Italia hanno pure costituiti tali uffici; la prima società e scuola festiva di disegno professionale per le piscinine (piccole lavoratrici) con ricreatorio e bibliotca per l’infanzia; l’Ufficio di collocamento per le donne di servizio in unione alla Società Umanitaria e un dormitorio per le stesse con corsi di cucina; l’Asilo Mariuccia, casa di ricovero per le fanciulle bisognose per qualsiasi ragione d’assistenza e di redenzione per donne che vogliono ritornare alla vita onesta; Comitato Pro Infanzia, Comitato contro la Tratta delle Bianche, che hanno presentato al Parlamento una petizione copera da circa 10.000 firme, con proposte per una miglior difesa della donna e del fanciullo, proposte che saranno sostenute alla Camera da alcune fra le più note personalità parlamentari. Le scuole nell’Agro Romano, opera mirabile della sezione romana dell’U.F.N., presieduta da Anna Celli, l’opera degli Uffici indicazione e assistenza, svolta a Torino da un’altra sottosezione, presieduta da Anna Treves, dimostra come sia concorde e si estenda l’opera delle femministe che non s’arrestano alle affermazioni teoriche di diritto che è meglio conquistare coll’azione.
Esiste pure a Milano la Federazione femminile presieduta da Adele Coari, che rappresenta l’azione femminile con indirizzo cattolico e ha dato vita a parecchie iniziative: uffici di collocamento, convegni per le bambine, per le domestiche, etc..
A Torino esiste una Lega democratica nazionale femminile che vorrebbe coordinare le forze femminili operanti in tutta Italia, animata dalla fede religiosa.
Esistono poi Federazioni di opere femminili regionali, collegate a quella di Roma, e a Firenze venne recentemente fondato un gruppo di signore il Lyceum Club, che pare avrà imitatori a Roma e a Milano.
L’agitazione per il diritto di voto iniziata da questi diversi gruppi, da alcuni completa, da altri limitata al voto amministrativo, è ora diremo così, unificata dalla costituzione del Comitato nazionale per il diritto di voto, presieduto da quella donna d’acuto intelletto e di gran cuore, che è la contessa Giacinta Martini Marescotti.
Questo Comitato ha estesa ed intensificata l’azione creando Comitati regionali e presentando al Parlamento una petizione che provocò, il 24 febbraio 1907, una discussione vivacissima alla Camera e la nomina di una Commissione per studiare l’argomento.
Tutto questo movimento femminista ha ora, oltre i giornali quotidiani che ci aprono cortesemente le loro colonne, una stampa propria.
A Roma, la rivista “Vita Femminile Italiana”, diretta da Sofia Bisi Albini e “Pensiero Nuovo”, diretta da G. Serra e Anita Pagliari; a Milano “l’Unione Femminile”, diretta da Nina Rignano, e a Pavia “l’Alleanza”, diretta da Carmela Baricelli. A Bari “La voce della donna”, diretta dal Prof. Giagnano, che si sforza di risvegliare la donna del mezzogiorno, le cui energie sono atrofizzate da pregiudizi e costumi veramente medioevali.
A grandi tratti è così delineata la vita del femminismo in Italia e chiedo venia se il breve tempo e il breve spazio concesso a questo argomento non permetta di parlare dell’operosità intellettuale, scientifica e sociale di tante donne benemerite, che portano con convinzioni diverse, ma sempre umilmente, il loro contributo alla causa femminile. Virginia Nathan, Maria Pasolini, Dora Melegari, Sibilla Aleramo, Maria Montessori, G. Le Maire, Anna Celli e moltissime altre a Roma. A Firenze con Ida e Bice Cammeo, le marchese Tolomei e Alfieri, Nina Sierra, Laura Orvieto, e a Milano con Rebecca Calderini, Alessandrina Ravizza, Aurelia Zoz, Nina Rignano, Maria Camperio, Linda Malnati, Carlotta Clerici. Una schiera ormai così numerosa, che sfugge alla possibilità di una denominazione individuale, lavora per provare indiscutibilmente la maturità della donna ad esercitare i doveri inerenti ai diritti ch’essa reclama.
Quali furono le conquiste di questo tenace lavoro? L’accesso a tutti i gradi d’istruzione è libero alla donna, come pure a tutti gli impieghi e professioni. (Solo la donna avvocato attende ancora giustizia).
Quest’anno dal Politecnico di Torino usciva laureata a pieni voti la prima donna italiana ingegnere civile, la signora Emma Strada.
Una donna, una sola finora è riuscita a riprendere la gloriosa tradizione da secoli interrotta delle donne insegnanti nelle cattedre universitarie. Rina Monti, alto intelletto, temperamento energetico, venne chiamata questo anno a coprire la cattedra di zoologia e anatomia comparata alla Università di Sassari. Maria Montessori insegna antropologia alla Scuola di Magistero annessa all’Università di Roma, e la dottoressa Emma Driussi venne per la prima volta in Italia chiamata a far parte dei Regi ispettorati per gli scavi e monumenti. Una conquista importantissima fu la donna ispettrice di fabbrica aggiunta questo anno colla nomina di Santa Volonteri, una ardita e colta lavoratrice.
Nel campo giuridico le conquiste del femminismo italiano sono:
La legge così detta Morelli (anno 1977) che dà alla donna il diritto di testimoniare negli atti pubblici; la legge del 1890 che ammette le donne a far parte dei Consigli delle Congregazioni di Carità e di qualsiasi altro Istituto di beneficenza, salvo per la donna maritata l’autorizzazione del marito, la legge del 1895 che riconosce la donna elettrice ed eleggibile nei collegi dei probiviri; la legge del 1895 sull’istruzione che chiama a far parte delle Commissioni municipali di vigilanza, nelle scuole elementari una o più donne scelte dai Consigli comunali preferibilmente fra le madri di famiglia.
Le donne possono pure essere nominate nelle Commissioni governative delle carceri, e a Milano, questo anno, Carlotta Negri e Ersilia Majno ebbero tale mandato.
Il Comune di Milano, fondando gli Uffici mandamentali di indicazioni, chiamava pure parecchie donne a far parte delle diverse Commissioni.
Alla nomina di Commissioni incaricate di studiare i problemi della ricerca della paternità e del diritto di voto ha pure certamente contribuito la perserverante campagna femminista, che quest’anno si è solennemente affermata nei Congressi femminili di Roma e di Milano. Il Congresso di Roma, che si inaugurava con intervento regale nella maestosa cornice del Palazzo di Giustizia l’aprile del 1908, ebbe l’appunto di aver voluto trattare troppa materia. La vastità e l’importanza degli argomenti portati in discussione se furono una conferma delle innate capacità oratoria e polemica della donna, furono anche una rivelazione del suo spirito d’osservazione, del suo ardente desiderio di rendersi ragione dei complessi problemi che agitano l’epoca nostra. Se questo Congresso rilevò un numero imponente di donne colte e studiose dei vari fenomeni sociali e portò all’opera di rivendicazione femminile un serio contributo di studi e osservazioni, il Congresso di Milano precedentemente indetto nel 1906 e rimandato per ragioni di opportunità al maggio 1908 portò nella trattazione dei vari temi un contributo prezioso d’esperienza acquistato nel quotidiano lavoro, nel contatto costante colle difficoltà, le miserie e le ingiustizie che colpiscono e rendono difficile la vita alla classe sociale più numerosa e laboriosa.
Il Congresso di Roma non entrò nel cuore della questione più scottante, non in quella dei diritti del lavoro e della dissolubilità del vincolo matrimoniale, della precedenza del lavoro civile al religioso, disposizione che ovvierebbe a tanti inganni e seventure, nemmeno la questione così grave del diritto del fanciullo fu particolarmente e ampiamente trattata e la questione del diritto di voto fu lasciata fuori confesso e discussa in una giornata emozionante per iniziativa del Comitato nazionale per il suffragio femminile.
La questione della aconfessionalità della scuola, così ardente ora in Italia, venne agitata poderosamente da Linda Malnati della quale, per sorpresa, si disse poi, venne votato l’ordine del giorno che la reclamava. Gemma Muggiani nella chiusura del Congresso leggeva una commiato che coraggiosamente, malgrado le proteste, ribadiva il significato della votazione. Il Congresso di Milano confermando durante la trattazione dei vari temi le proposte formulate dall’U.F.N. nella petizione al Parlamento, lumeggia arditamente il problema della donna operaia, delle lavoratrici della casa. Argentina Altobelli concentra in un bell’ordine del giorno, votato dal Congresso, entusiasticamente, le aspirazioni di queste falangi di donne che potentemente contribuiscono al benessere e alla ricchezza nazionale, si confermò il loro diritto di avere una rappresentanza nell’Ufficio del lavoro, come pure quello della donna in genere di partecipare ai lavoro di tutte le Commissioni governative o comunali chiamate a studiare le questioni d’istruzione, d’assistenza, di diritto, etc., oggi ancora solo composte di uomini; si chiede il riconoscimento legislativo del divorzio e l’obbligo di precedenza del matrimonio civile al religioso. Ma sempre soprattutto, come ebbe a dire Teresita Friedman. in un suo profondo e magistrale articolo sul Congresso, ciò ci cui il Congresso si occupò quasi ad esuberanza fu la protezione dell’infanzia e della maternità…
Si capiva di essere fra gente che come suo primo ufficio sentiva la cura delle nuove generazioni sieno esse di figli propri o altrui.
Ai due Congressi fu una ressa di donne d’ogni ceto, età e convinzione che portavano sincere, audaci, convinte il frutto dei loro studi, della loro esperienza di lavoro, di lotta o di dolore.
E vi fu stupore, consenso, entusiasmo, vi fu derisione, denigrazione, oltraggio. Uomini che certo non avevano mai arrossito, frequentando gli ambienti dove “jeunesse se passe”, scrissero di avere arrossito sentendo trattare in modo troppo libero, da donne, argomenti che certo essi conoscono a fondo. Che la donna pura, onesta abbia cessato di ignorare il vizio che travolge tante creature umane, che abbia affrontato coraggiosamente il problema della vita sessuale, della prostituzione, della degenerazione della [propria] specie, perché sentì che finalmente essa, chiamata a perpetuarla, deve sapere, per impedire ch’essa si degradi invece di elevarsi, questo è sintomo della corrotta anima delle donne femministe, che osano colle loro mani toccare le piaghe e scoprire il putridume che la società nostra nasconde così bene e così bene diffonde colla sua doppia morale.
Nessun aggettivo ci fu risparmiato, si scrisse quello che non era vero, si parò di malafede e di disonestà e peggio, producendo una preziosa raccolta di sfoghi maschili dettati dal dispetto e dal timore del progresso imponente della causa femminile.
Ma come scrisse un uomo di buon senso, il femminismo non è il prodotto di menti esaltate, di gente isterica, esso è voluto da una inesorabile necessità storica ed esso viene a suo tempo come ognuna delle grandi rivoluzioni etico-sociali.
Ed è veramente così. Tutto il pensiero, le aspirazioni, le ricerche, le lotte dei secoli passati si sono ripercossi e vivono in questo nostro meraviglioso secolo; divennero le scoperta che ravvicinano i popoli, centuplicano la produzione industriale, risparmiano all’uomo brutali fatiche, portano benessere e gioia al focolare domestico. Gli eroi oscuri e dolorosi hanno preparato questo risveglio, questa luce che penetra ovunque ardente e purificante, fuga le tenebre del periodo preumano e rischiara la via all’uomo nuovo, che libero di superstizioni, di coercizioni, di dogmi, di oppressioni, di classi, di disuguaglianze inizia il secolo della umanità vera.
“E la capacità di questo sogno”, disse Ellen Key chiudendo il Congresso di Milano, con ispirate parole che resteranno sempre nel cuore di quanti ebbero la ventura di udirle, “è la capacità di questo sogno che ci dà la nobiltà umana, la ragione più profonda perché occorre dare alla donna tutti i suoi diritti legali e sociali. Questa ragione umana è che la madre, colla creatura nuova che dà alla umanità, è il vero pontifex maximus, la prima costruttrice di questa via che ci condurrà dalla vita presente a questo nostro avvenire sognato”.
Ersilia Majno Bronzini