Archivio degli autori

Suor Plautilla

Dopo lungo e meticoloso restauro, seguito e sostenuto da Advancing Women artist, il sodalizio che recupera opere di donne, L’ultima Cena di Plautilla Nelli ritorna nella sua sfolgorante bellezza.

Plautilla era una suora, pittrice autodidatta, che dipingeva nel chiuso del suo Convento.

Beatrice Lento

Nebras

Che cosa hanno visto gli occhi di Nebras

Etiope, 18 anni, in fuga dalla fame. Venduta, stuprata e torturata per un anno in Libia. Prima dai trafficanti, poi dai soldati pagati dall’Italia.

Si chiama Nebras, ha 18 anni, ed è bella; esile, i movimenti eleganti.

Il padre possedeva delle terre, in Etiopia. La siccità e il contrasto con un gruppo rivale gliele strappano. Per un po’, Nebras lavora come domestica in alcune case vicine, ma «i pochi soldi andavano dalla mano alla bocca», quasi non ne vale la pena.

Un giorno la sua migliore amica, Chiatu, dice: «Andiamo in Europa a salvare noi e le nostre famiglie». Hanno sedici anni e nessun soldo. Ma sono insieme, e partono. Trovare i trafficanti è stato facile, tutti sanno come fare, il Viaggio è nel tuo dna se sei nato nel Corno d’Africa, è una possibilità tra le altre. Si accordano per una cifra, avrebbero pagato i trafficanti una volta giunte a Sabrata o a Tripoli. Non sapevano che stavano offrendosi come schiave. Come facevate a non saperlo?, chiedo. Scuote la testa. Nessuno parla del Viaggio. «Si parte per aiutare la famiglia. Come si potrebbe dire, una volta arrivati, che si è vivi per miracolo? Sarebbe far soffrire la famiglia, l’opposto del motivo per cui si parte».

Le caricano su una jeep, sono in cinquanta, il bagaglio rimane a terra. Viaggiano per giorni verso il Sudan e il deserto. Prima del confine si fermano. I trafficanti chiedono i soldi. Non li hanno. Nessun problema: vengono vendute. Duemila dollari l’una.

I nuovi trafficanti sono armati e indicano una direzione, in mezzo al nulla del deserto. Il gruppo comincia a camminare. Il confine si trova a dodici ore a piedi, non si può attraversare in auto, è pericoloso. Poi di nuovo su una jeep, arrivano vicino a Khartum. La prima prigione. Le rinchiudono in una stanza con altre trenta persone. I trafficanti stanno in una camera più piccola, lì di fianco. Ne sentono i rumori. Loro stanno per terra, hanno fame, e sete.

I trafficanti entrano quattro, cinque volte al giorno e chiedono soldi. Alcuni tra gli schiavi li hanno. Nebras e Chiatu no. Prendono un telefono e ordinano di chiamare a casa. Nebras ha un cugino in Arabia Saudita. Ricorda il numero a memoria.

Lui si nega. Da mangiare hanno un piatto al giorno in dieci. Da bere una bottiglia da mezzo litro d’acqua, in quindici: ognuno ha quella che sta in un tappino. A chi chiede di più viene pisciato in faccia. Riempiono bottigliette di urina e li costringono a ingoiare. Là dentro ci stanno tre mesi. Una notte i trafficanti prendono Nebras e la portano nella piccola stanza. Non sa esattamente quanti sono, non lo ricorda. La tengono chiusa tre giorni. La violentano. Nelle pause, lei batte i pugni contro le pareti, nessuno la sente. Piange. «È colpa mia», mi dice. «Ero troppo debole, non mangiavo. Fossi stata più forte, gli altri mi avrebbero sentita». Quando esce si accascia tra le braccia di Chiatu, l’amica, che piange due giorni stretta a lei. Dopo è la volta dell’amica. Quando torna, dopo tre giorni, sanguina in molti punti. Ora è Nebras a stringerla. Ma Chiatu non parla più.

Poi, una notte, di nuovo, arrivano. Le vendono ai libici. Cinquemila dollari l’una. In quei tre mesi il valore è aumentato. I trafficanti libici le caricano su un camion con altre 150 persone. Impiegano una settimana ad attraversare il Sahara. Da bere, acqua mista a olio di motore. Alcuni durante il viaggio muoiono di fame e stanchezza, vecchi e bambini. Le madri piangono.

Arrivati a Kufra rinchiudono tutti i sopravvissuti in una prigione sotterranea. Si entra da un buco di mezzo metro. Dentro non si sta in piedi. Acqua filtra dal soffitto. Non c’è bagno. Si defeca e si urina seduti, dentro le gonne e i pantaloni. Non c’è aria, si muore di puzza e di asfissia. I libici entrano e chiedono denaro. Quando aprono l’apertura è insieme sollievo e terrore. Di nuovo Nebras telefona al cugino. Niente. Da mangiare ricevono cibo avariato, i vermi sono vivi. Loro mangiano.

«Quando hai fame mangi tutto». Stanno accasciate a terra nei loro escrementi per altre quattro settimane, senza luce. Poi Chiatu smette di muoversi. Muore tra le braccia di Nebras. Nebras, di notte e di giorno la vede ancora al suo fianco, oggi che mi parla la sua amica è lì con noi. Dopo tre mesi, Nebras inizia a provare strani movimenti nell’addome. Ha il terrore di essere incinta. I trafficanti ogni giorno entrano, e torturano. Sciolgono plastica sugli arti. Arroventano tubi di metallo e li premono sulle schiene.

Un giorno prendono sette uomini e li trascinano fuori. Ne ammazzano cinque, scattano foto. Ributtano dentro gli altri due, che raccontino. Ai rimanenti mostrano le foto. Se devono violentare, violentano sottoterra, davanti a tutti. Così che si veda. E i soldi si procurino prima. Neanche pagare subito è buono. Se paghi subito ti mantengono lì. Sei animale da mungere. Poi, la vendono ancora. Ottomila dollari. Il debito cresce, l’ultimo trafficante accumulerà quello che non hanno preso gli altri.

Nebras viene trasportata a Bani Walid. Più vicina al mare, più vicina alla meta, non lontana da Misurata. Il viaggio dura giorni, sono in cinquanta. Chi guida è ubriaco, guida veloce dentro il deserto. La jeep si ribalta. Molti muoiono, tanti bambini. Nebras vede crani all’aria. Seppelliscono i morti dentro la sabbia.

Aspettano tre giorni che arrivino ad aggiustare la jeep. Lei si rifiuta, ma viene caricata sulla macchina bagnata del sangue dei sepolti. Di notte fa freddo, lei trema. I trafficanti se ne accorgono, la bagnano con acqua ghiacciata. Poi picchiano con bastoni sotto le piante dei piedi. A Bani Walid li chiudono di nuovo sotto terra. Nebras è incinta, ora lo sa. Le fanno chiamare per la terza volta il cugino. Lui accetta di pagare. Dopo due mesi la portano a Sabrata, sul mare. La fine è vicina, si dice.

In verità ciò che spera è di morire presto. Il bimbo che porta in grembo è il terrore calato nelle sue viscere. Aspetterà che maturi abbastanza da uscire da lei. Incinta di cinque mesi, viene venduta alla polizia libica. Crede di essere finalmente in mani amiche, ma i poliziotti sono peggio dei trafficanti. La rinchiudono in una stanza e la violentano. Anche se lei dice loro di essere incinta, mostra il ventre. Poi un poliziotto domanda «è un libico che ti ha fatto questo?», e indica la pancia.

Nebras fa sì con la testa e chiede «perché non avete avuto pietà?». Così il poliziotto impara che lei parla l’arabo. La usa come mediatrice con gli etiopi. Nebras sta male. Alcuni prigionieri organizzano un piano per scappare, sente che ne parlano continuamente. Dopo tre settimane scappano. La portano con loro perché è incinta. A Sabrata l’accompagnano all’ospedale.

Partorisce al settimo mese, il neonato sta male. Il giorno in cui le fanno vedere il bambino, Nebras decide di uccidersi. Si taglia le vene dei polsi, ma le infermiere la salvano. Nebras, sdraiata in una stanza di ospedale, si chiede «è reale ciò che mi è successo? Volevo solo andare via dall’Etiopia». Le infermiere le dicono che forse può tornare a casa. Ma tutto vuole, Nebras, tranne quello: se suo padre sa del bambino l’ammazza per disonore. Nebras non può parlarne con nessuno. Il personale Unhcr la trova in ospedale e la trasporta in Niger assieme al figlio. Lei gli dà il nome di Bilal.

Nella Casa de passage, quando la incontro, le sue compagne credono che il figlio sia di un uomo che Nebras ama. Un uomo che l’aspetta in Europa. Questo fa credere a tutte, Nebras. Nebras non ha mai più parlato con la sua famiglia.

Che Bilal è figlio del trafficante libico lo sappiamo io e la psicologa. Adesso lo sai anche tu che hai letto la sua storia.

Nebras, torturata per più di un anno in Libia per essere fuggita dalla fame nel suo paese.

GIUSEPPE CATOZZELLA

Su L’Espresso del 28.10.2018

Beatrice Lento

The Braves one

Vorrei parlarvi delle Akashinga che in lingua bantu significa “le coraggiose”.

Chi sono? Sono una task force tutta al femminile che difende gli animali in via d’estinzione dai cacciatori di frodo. Siamo nel basso Zambesi, Zimbawe, Africa Sud-orientale.

Le Akashinga sono donne armate che si addestrano e si allenano duramente sfidando gli stereotipi maschili e la tradizione. Si prendono una rivincita sulla vita, si riprendono la vita e ciò che spetta loro di diritto: un futuro. Difendono la terra e gli animali per tutti noi, non solo per il proprio territorio.

Queste donne sono legate da difficili e dolorose storie che si portano a tracolla insieme al loro AK-47, donne relegate ai margini della vita sociale. Alcune orfane, altre vedove, ragazze madri o ripudiate dai mariti, mendicanti e prostitute costrette per sopravvivere a vendere il proprio corpo. Kelly Lyee Chigumbura aveva 17 anni quando è stata violentata vicino alla casa della sua famiglia nella valle dello Zimbabwe. Dopo aver realizzato che era incinta del figlio del suo stupratore, Chigumbura abbandonò la scuola e mise da parte il suo sogno di diventare infermiera. “I miei obiettivi erano andati in frantumi”, dice. “Era come se non potessi fare più nulla con la mia vita.” Donne ai margini. Donne forti, piene di risorse, in attesa di un’occasione di riscatto. Che è arrivata quando Marcus Mader, un ex soldato dei corpi speciali australiani impegnato da anni nella lotta al bracconaggio, ha pensato: perché non ingaggiare queste donne, fiere, capaci e motivate nella lotta contro i cacciatori di frodo? In fondo la guerra in Iraq, dove Mader ha lavorato come contractor, gli ha insegnato chiaramente e con suo grande stupore, che le donne hanno un tasso di successo molto più alto nel contrastare la resistenza.

Già in Sudafrica si era tentato un esperimento simile nel 2013 con la Black Mamba Anti-Poaching Unit, reclutando donne per difendere rinoceronti, ghepardi e licaoni.

Ma questo progetto avviato nella Phundundu Wildlife Area nell’ecosistema Zambesi inferiore, non ha solo l’obiettivo di salvaguardare gli animali. È innovativo perché pensato per dare alle donne una vita nuova, renderle meno vulnerabili e discriminate. È una vera e propria azione di empowerment femminile. E ci sta riuscendo.

Quando si sono aperte le iscrizioni la risposta è stata impressionate. Sono arrivate in tantissime. Ora il plotone è composto da 26 donne, tutte altamente addestrate all’uso delle armi, al combattimento corpo a corpo, alle esercitazioni di guerriglia. Donne che studiano l’arte dell’imboscata e al tempo stesso le abitudini della fauna e i segreti della terra. Riconoscono le impronte, leggono i segni sugli alberi e seguono le tracce di uomini e animali. Le Akashinga padroneggiano le tecniche di pattugliamento e di mimetismo. Sanno prestare pronto soccorso in caso di attacco e sanno come perquisire, arrestare e preservare la scena di un crimine.

Quando il progetto è partito la diffidenza, soprattutto maschile, è stata enorme. C’era molta resistenza, sia perché la task force era di donne ma anche perché… di quali donne stiamo parlando? Di donne sfruttate ed emarginate dalla società. Quelle rifiutate, derise e minacciate. Donne abbandonate al loro destino.

Dirigendosi verso i campi di allenamento venivano molestate dagli uomini ubriachi che urlavano: “Questo lavoro non fa per te. Non lo è mai stato. Torna a casa tua! “

Ma le donne sono coraggiose, siamo tutteAkashingaben prima di essere dei Ranger. Non avendo mai ricevuto una forma di reddito sicura, avevano ormai affrontato miriadi di avversità e vissuto in condizioni di povertà estrema all’interno delle zone rurali emarginate dello Zimbabwe. Ogni giorno della loro vita. Sfidando il ridicolo e lo stereotipo non avrebbero mai perso quest’opportunità. E non si sono arrese. Finché sono tornate tutte a casa in divisa da Ranger.

Kumire è una madre single di 32 anni il cui marito è fuggito con una donna più giovane mentre era incinta del suo secondo figlio. “Questo lavoro non è pensato solo per gli uomini”, dice, “ma per tutti quelli che sono in forma e forze”. Per questo si allenano duramente tutto il giorno, con prove massacranti, sfinenti, al limite delle loro capacità: come trasportare una tenda da 90 chili in cima a una montagna con le gambe legate. Per 36 che provano, in 3 sole ce la fanno. Oggi, dopo un duro lavoro e uno forza incredibile, Vimbai, Tracey, Primerose vestite in mimetica e col fucile d’assalto a tracolla, si aggirano per la boscaglia. La perlustrano, la custodiscono, la proteggono. Sia la terra che gli animali. Sono vere professioniste, capaci, serie, oneste. Praticano imboscate al mattino immerse nel verde sottobosco come un’ombra screziata. Al collo un AR-15 maneggevole nel combattimento ravvicinato, un’ arma è abbastanza precisa da abbattere un bersaglio nemico a 500 metri.

La prima unità africana anti-bracconaggio armata di tutte le donne sta cambiando il modo di vivere di tutto il territorio. Il parco era diventato una specie di area libera da chi voleva appendersi un trofeo sopra al caminetto. Adesso gli animali sono al sicuro e le coraggiose Akashinga arrestano i bracconieri senza sparare un singolo colpo. In un anno ne hanno arrestati 80.

Ramrod dritta e orgogliosa, sorride mostrando la vivida cicatrice che le attraversa il labbro superiore, quello che il suo ex ragazzo le ha rotto picchiandola rabbiosamente quando era ubriaco. “Posso testimoniare il potere di questo programma di cambiare la mia vita. Ora ho il rispetto della mia comunità, anche da giovane madre single” spiega. Le donne sono meno corruttibili degli uomini, è un dato di fatto ormai constatato, lavorano di più, si ubriacano meno e soprattutto sono fiere di ciò che fanno. Per loro non è solo un lavoro. Apprezzano essere Akashingaperché hanno la possibilità di una vita migliore, anzi, di una vita.

I loro compiti sono di lavorare per fermare il crimine illegale: pattugliano all’interno e attorno alla riserva, interagiscono con la comunità, si mettono in contatto con le autorità locali, conducono una formazione regolare e mantengono un’alta etica di conservazione.

Da quando le Akashinga operano sul territorio il bracconaggio è crollato e tutte queste donne hanno conquistato l’indipendenza economica.

Ma volete sapere una cosa incredibile? Da quando queste donne proteggono la terra e perlustrano guardinghe il territorio, tutti si sono accorti di una cosa straordinaria: gli animali, in particolare gli elefanti e i bufali, sono meno aggressivi e attacchi e incidenti con la popolazione sono di gran lunga diminuiti. I contingenti femminili inducono meno aggressività negli animali.

auguriamo che l’obiettivo che punta a reclutare 1000 donne, proteggendo una rete di 20 ex riserve di caccia entro il 2025 sia raggiunto.Lo Zimbabwe ospita la seconda popolazione di elefanti del mondo e la Lower Zambezi Valley è una delle quattro roccaforti del paese.

“Un crescente numero di prove suggerisce che potenziare le donne è la più grande forza per un cambiamento positivo nel mondo di oggi”

Il progetto Akashinga è un investimento per le donne e le loro famiglie, per lo sviluppo di comunità rurali, le aree limitrofe e selvagge. Dando autonomia alle donne, si porta localmente a una riduzione della povertà, si migliora l’assistenza sanitaria, si sviluppano nuove competenze, si consente ai bambini di andare a scuola, diminuisce lo stupro e la violenza sessuale e c’è un considerevole aumento dell’aspettativa di vita grazie alla riduzione delle malattie e una pianificazione familiare strutturata.

Le Akashinga potenziano e ispirano. Combattenti incaricate del loro destino fisico e finanziario, queste donne contribuiscono a cambiare e migliorare il mondo.

Una storia che dà speranza e fiducia nel futuro.

Dal web

Beatrice Lento

Tentazione aspettando il 25 NOV

  Ecco come fu. – Vero com’è vero Iddio! Erano in tre: Ambrogio, Carlo e il Pigna, sellaio. Questi che li avevano tirati pei capelli a far baldoria: – Andiamo a Vaprio col tramvai -. E senza condursi dietro uno straccio di donna! Tanto è vero che volevano godersi la festa in santa pace.
  Giocarono alle bocce, fecero una bella passeggiata sino al fiume, si regalarono il bicchierino e infine desinarono al Merlo bianco, sotto il pergolato. C’era lì una gran folla, e quel dell’organetto, e quel della chitarra, e ragazze che strillavano sull’altalena, e innamorati che cercavano l’ombrìa; una vera festa.
  Tanto che il Pigna s’era messo a far l’asino con una della tavolata accanto, civettuola, con la mano nei capelli, e il gomito sulla tovaglia. E Ambrogio, che era un ragazzo quieto, lo tirava per la giacchetta, dicendogli all’orecchio:
  – Andiamo via, se no si attacca lite -.
  Dopo, al cellulare, quando ripensava al come era successo quel precipizio, gli pareva d’impazzire.
  Per acchiappare il tramvai, verso sera, fecero un bel tratto di strada a piedi. Carlo, che era stato soldato, pretendeva conoscere le scorciatoje, e li aveva fatto prendere per una viottola che tagliava i prati a zig zag. Fu quella la rovina!
  Potevano essere le sette, una bella sera d’autunno, coi campi ancora verdi che non ci era anima viva. Andavano cantando, allegri della scampagnata, tutti giovani e senza fastidi pel capo.
  Se fossero loro mancati i soldi, pure il lavoro, o avessero avuto altri guai, forse sarebbe stato meglio. E il Pigna andava dicendo che avevano spesi bene i loro quattrini quella domenica.
  Come accade, parlavano di donne, e dell’innamorata, ciascuno la sua. E lo stesso Ambrogio, che sembrava una gatta morta, raccontava per filo e per segno quel che succedeva con la Filippina, quando si trovavano ogni sera dietro il muro della fabbrica.
  – Sta a vedere – borbottava infine, ché gli dolevano le scarpe. – Sta a vedere che Carlino ci fa sbagliare la strada! –
  L’altro, invece, no. Il tramvai era là di certo, dietro quella fila d’olmi scapitozzati, che non si vedeva ancora per la nebbiolina della sera.
  «L’è sott’il pont, l’è sott’il pont a fà la legnaaa…» Ambrogio dietro faceva il basso, zoppicando.
  Dopo un po’ raggiunsero una contadina, con un paniere infilato al braccio, che andava per la stessa via. – Sorte! – esclamò il Pigna. – Ora ci facciamo insegnar la strada -.
  Altro! Era un bel tocco di ragazza, di quelle che fan venire la tentazione a incontrarle sole. – Sposa, è questa la strada per andare dove andiamo? – chiese il Pigna ridendo.
  L’altra, ragazza onesta, chinò il capo, e affrettò il passo senza dargli retta.
  – Che gamba, neh! – borbottò Carlino. – Se va di questo passo a trovar l’innamorato, felice lui!-
  La ragazza, vedendo che le si attaccavano alle gonnelle, si fermò su due piedi, col paniere in mano, e si mise a strillare:
  – Lasciatemi andare per la mia strada, e badate ai fatti vostri.
  – Eh! che non ce la vogliamo mangiare! – rispose il Pigna. – Che diavolo! –
  Ella riprese per la sua via, a testa bassa, da contadina cocciuta che era.
  Carlo, a fine di rompere il ghiaccio, domandò:
  – O dove va, bella ragazza… come si chiama lei?
  – Mi chiamo come mi chiamo, e vado dove vado -.
  Ambrogio volle intromettersi lui: – Non abbia paura, che non vogliamo farle male. Siamo buoni figliuoli, andiamo al tramvai pei fatti nostri -.
  Come egli aveva la faccia d’uomo dabbene la giovane si lasciò persuadere, anche perché annottava, e andava a rischio di perdere la corsa. Ambrogio voleva sapere se quella era la strada giusta pel tramvai.
  – M’hanno detto di sì – rispose lei. – Però io non son pratica di queste parti -. E narrò che veniva in città per cercare di allogarsi. Il Pigna, allegro di sua natura, fingeva di credere che cercasse di allogarsi a balia, e se non sapeva dove andare, un posto buono glielo trovava lui la stessa sera, caldo caldo. E come aveva le mani lunghe, ella gli appuntò una gomitata che gli sfondò mezzo le costole.
  – Cristo! – borbottò. – Cristo, che pugno! E gli altri sghignazzavano.
  – Io non ho paura di voi né di nessuno! – rispose lei. – Né di me? – E neppure di me? – E di tutti e tre insieme? – E se vi pigliassimo per forza? – Allora si guardarono intorno per la campagna, dove non si vedeva anima viva.
  – O il suo amoroso – disse il Pigna per mutar discorso – o il suo amoroso come va che l’ha lasciata partire?
  – Io non ne ho – rispose lei.
  – Davvero? Così bella!
  – No, che non son bella.
  – Andiamo, via! E il Pigna si mise in galanteria, coi pollici nel giro del panciotto. – Perdio! se era bella! Con quegli occhi, e quella bocca, e con questo, e con quest’altro! – Lasciatemi passare – diceva ella ridendo sottonaso, con gli occhi bassi.
  – Un bacio almeno, cos’è un bacio? Un bacio almeno poteva lasciarselo dare, per suggellare l’amicizia. Tanto, cominciava a farsi buio, e nessuno li vedeva. – Ella si schermiva, col gomito alto. – Corpo! che prospettiva – Il Pigna se la mangiava con gli occhi, di sotto il braccio alzato. Allora ella gli si piantò in faccia, minacciandolo di sbattergli il paniere sul muso.
  – Fate pure! picchiate sinché volete. Da voi mi farà piacere! – Lasciatemi andare, o chiamo gente! – Egli balbettava, con la faccia accesa: – Lasciatevelo dare, che nessun ci sente -. Gli altri due si scompisciavano dalle risa. Infine la ragazza, come le si stringevano addosso, si mise a picchiare sul sodo, metà seria metà ridendo, su questo e su quello, come cadeva. Poi si diede a correre con le sottane alte.
  – Ah! lo vuoi per forza! lo vuoi per forza! – gridava il Pigna ansante, correndole dietro.
  E la raggiunse col fiato grosso, cacciandole una manaccia sulla bocca. Così si acciuffarono e andavano sbatacchiandosi qua e là. La ragazza furibonda mordeva, graffiava, sparava calci.
  Carlo si trovò preso in mezzo per tentare di dividerli. Ambrogio l’aveva afferrata per le gambe onde non azzoppisse qualcheduno. Infine il Pigna, pallido, ansante, se la cacciò sotto, con un ginocchio sul petto. E allora tutti e tre, l’uno dopo l’altro, al contatto di quelle carni calde, come fossero invasati a un tratto da una pazzia furiosa, ubbriachi di donna… Dio ce ne scampi e liberi!
  Ella si rialzò come una bestia feroce, senza dire una parola, ricomponendo gli strappi del vestito e raccattando il paniere. Gli altri si guardavano fra di loro con un risolino strano. Com’ella si muoveva per andarsene, Carlo le si piantò in faccia col viso scuro: – Tu non dirai nulla! – No! non dirò nulla! – promise la ragazza con voce sorda. Il Pigna a quelle parole l’afferrò per la gonnella. Ella si mise a gridare.
  – Aiuto!
  – Taci!
  – Ajuto, all’assassino!
  – Sta zitta, ti dico! –
  Carlino l’afferrò alla gola.
  – Ah! vuoi rovinarci tutti, maledetta! – Ella non poteva più gridare, sotto quella stretta, ma li minacciava sempre con quegli occhi spalancati dove c’erano i carabinieri e la forca. Diventava livida, con la lingua tutta fuori, nera, enorme, una lingua che non poteva capire più nella sua bocca; e a quella vista persero la testa tutti e tre dalla paura. Carlo le stringeva la gola sempre più a misura che la donna rallentava le braccia, e si abbandonava, inerte, con la testa arrovesciata sui sassi, gli occhi che mostravano il bianco. Infine la lasciarono ad uno ad uno, lentamente, atterriti.
  Ella rimaneva immobile stesa supina sul ciglione del sentiero, col viso in su e gli occhi spalancati e bianchi. Il Pigna abbrancò per l’omero Ambrogio che non si era mosso, torvo, senza dire una parola, e Carlino balbettò:
  – Tutti e tre, veh! Siamo stati tutti e tre!… O sangue della Madonna!… –
  Era venuto buio. Quanto tempo era trascorso? Attraverso la viottola bianchiccia si vedeva sempre per terra quella cosa nera, immobile. Per fortuna non passava nessuno di là. Dietro la pezza di granoturco c’era un lungo filare di gelsi. Un cane s’era messo ad abbaiare in lontananza. E ai tre amici pareva di sognare quando si udì il fischio del tramvai, che andavano a raggiungere mezz’ora prima, come se fosse passato un secolo.
  Il Pigna disse che bisognava scavare una buca profonda, per nascondere quel ch’era accaduto, e costrinsero Ambrogio per forza a strascinare la morta nel prato, com’erano stati tutti e tre a fare il marrone. Quel cadavere pareva di piombo. Poi nella fossa non c’entrava. Carlino gli recise il capo, col coltelluccio che per caso aveva il Pigna. Poi quand’ebbero calcata la terra pigiandola coi piedi, si sentirono più tranquilli e si avviarono per la stradicciuola. Ambrogio sospettoso teneva d’occhio il Pigna che aveva il coltello in tasca. Morivano dalla sete, ma fecero un lungo giro per evitare un’osteria di campagna che spuntava nell’alba; un gallo che cantava nella mattinata fresca li fece trasalire. Andavano guardinghi e senza dire una parola, ma non volevano lasciarsi, quasi fossero legati insieme.
  I carabinieri li arrestarono alla spicciolata dopo alcuni giorni; Ambrogio in una casa di mal affare, dove stava da mattina a sera; Carlo vicino a Bergamo, che gli avevano messo gli occhi addosso al vagabondare che faceva, e il Pigna alla fabbrica, là in mezzo al via vai dei lavoranti e al brontolare della macchina; ma al vedere i carabinieri si fece pallido e gli s’imbrogliò subito la lingua. Alle Assise, nel gabbione, volevano mangiarsi con gli occhi l’un l’altro, che si davano del Giuda. Ma quando ripensavano poi al cellulare com’era stato il guaio, gli pareva d’impazzire, una cosa dopo l’altra, e come si può arrivare ad avere il sangue nelle mani cominciando dallo scherzare.

Giovanni Verga

Beatrice Lento

Ali Tate Cutler

É la prima modella taglia 50!

“Ci sono stati molti momenti in cui ho avuto tanti dubbi, certo. Ho messo in discussione il fatto di essere carina, sentivo la necessità di cambiare lavoro per proteggere la mia salute mentale a causa dell’enorme pressione alla quale ero sottoposta”

Certamente questo evento aiuterà molte donne a liberarsi da ogni imbarazzo legato al peso e a sentirsi sexy.

Beatrice Lento

Ali Tate Cutler

É la prima modella taglia 50!

“Ci sono stati molti momenti in cui ho avuto tanti dubbi, certo. Ho messo in discussione il fatto di essere carina, sentivo la necessità di cambiare lavoro per proteggere la mia salute mentale a causa dell’enorme pressione alla quale ero sottoposta”

Certamente questo evento aiuterà molte donne a liberarsi da ogni imbarazzo legato al peso e a sentirsi sexy.

Beatrice Lento

Sylvia Earle e il mare

Sylvia Earle, oceanografa di fama mondiale, è stata ospite al “National Geographic Festival delle Scienze” di Roma (fino al 22 aprile all’Auditorium Parco della Musica, www.auditorium.com). Ha tenuto una conferenza sulla salvaguardia degli oceani. Durante il festival si celebra anche la Giornata della Terra del 22 aprile.

Quello che sogno veramente è che tutti un giorno possano andare sott’acqua, a esplorare gli oceani, con le mute da sub e i sottomarini. Lì c’è un mondo straordinario, ancora sconosciuto e tutto da scoprire. Non bisogna averne paura». Sylvia Earle è una celebrità: oceanografa di fama mondiale, ingegnere, scienziata, fondatrice di diverse associazioni per la salvaguardia degli oceani (Mission Blue, SEAlliance and Deep Ocean Exploration and Research), nonché esploratrice per la National Geographic Society. Il New York Times l’ha nominata “Leggenda vivente” e per la rivista Time è un “Eroe del Pianeta”. Negli anni ’50 è stata una delle prime donne a immergersi con le bombole. Oggi di anni ne ha 82: al telefono qualche giorno fa, mentre mi parlava da chissà dove, mi ha raccontato che la settimana prima aveva fatto un’immersione in Indonesia. 

«Sott’acqua mi sento a casa»

«Gli oceani oggi sono in pericolo e dobbiamo fare qualcosa in fretta » mi racconta. «Ci sono già delle “zone morte” dove manca l’ossigeno, non crescono le piante e i pesci muoiono». Lei, che ha collezionato oltre 100 spedizioni e passato più di 7.000 ore sott’acqua, può testimoniarlo. Le prime immersioni con la maschera e le pinne risalgono a quando aveva 13 anni, nel Golfo del Messico, dopo che la famiglia si era trasferita dal New Jersey alla Florida. Da allora è stato amore assoluto. Complici anche i film del guru Jacques Costeau. Si è poi laureata in Biologia marina e ha iniziato il dottorato di ricerca in Botanica per catalogare le alghe. «Sott’acqua mi sento a casa» confessa. E una casa a 15 metri di profondità per 15 giorni l’ha avuta davvero: «Era il progetto Tektite, nel 1970. Insieme ad altre 4 donne (perché stare così a stretto contatto con scienziati uomini a quei tempi sarebbe stato compromettente, ndr) abbiamo vissuto in una struttura subacquea ed eseguito ricerche ed esperimenti sulla flora marina. Una specie di paradiso, nell’arcipelago delle Isole Vergini».

«Il mio obiettivo è creare sempre più parchi marini protetti». 

Oggi per proteggere quel paradiso e tutto il mondo sottomarino, la Earle gira di continente in continente tenendo conferenze e partecipando attivamente a campagne e iniziative. Nel 2009 ha vinto un Ted Prize con la sua lezione su come gli oceani influenzino la nostra vita: «Il Pianeta è fatto per il 71% di acqua, che alimenta l’atmosfera terrestre. Se questo ecosistema subisce variazioni, e l’oceano non è più in grado di assorbire anidride carbonica e produrre ossigeno, ci andiamo di mezzo tutti». Colpa del petrolio che viene scaricato in mare, dei fertilizzanti per l’agricoltura che attraverso i fiumi arrivano fino alle coste, della pesca intensiva che distrugge la fauna e il ciclo vitale. «L’oceano è troppo grande, vasto. Si pensa che tutto possa contenere e niente possa nuocergli. Non è così». Lo dimostrano la plastica e la spazzatura che vengono ingerite dai pesci, contaminandoli. «Perciò non li mangio» dice. «E anche perché sono contraria alla pesca intensiva». L’impegno di Sylvia ora è concentrato sugli “Hope Spot”, luoghi della speranza: parchi nazionali sottomarini dove la fauna e la flora devono essere protetti (chiunque può segnalarli sul sito missionblue. org). «Oggi ce ne sono circa 100 censiti dalla Iucn, International union of conservation of nature, un’associazione di scienziati e volontari che condivide dati e informazioni sulla natura. Il nostro obiettivo è crearne sempre di più e sensibilizzare i governi a ridurre le emissioni nocive».

«Con i colleghi maschi ho sempre usato il senso dell’umorismo»

“Her Deepness” (Sua Profondità, come viene chiamata) nel 1964, durante il primo viaggio nell’oceano indiano, era l’unica donna in un equipaggio di 70 uomini. «Pensi ai commenti! (ride, ndr). Oggi è tutto molto più facile di quando ho iniziato io: ci sono donne comandanti, tante scienziate, signore a capo di industrie. Prima, potevi ottenere qualche vantaggio in quanto donna, ma per lo più avevi dei doveri da compiere». Come se l’è cavata con i colleghi maschi? «Sfruttando il senso dell’umorismo e mettendo sempre al primo posto la mia professione. Per raggiungere certi livelli e portare avanti le tue passioni devi fare le cose nel miglior modo possibile, senza chiedere favori o aspettare che qualcuno raccolga qualcosa per te o ti aiuti a portare un peso. Non devi farti trattare come una bambina. Non aspettarti di avere favoritismi, ma dimostra che sei tremendamente seria in quello che fai» dice Sylvia, 2 mariti e 3 figli. «Li ho portati con me ogni volta che mi è stato possibile durante i viaggi lunghi, e li ho coinvolti nelle mie ricerche». E così facendo ha trasmesso loro la passione per il mare. La più grande oggi è amministratore delegato e presidente di una società che costruisce sottomarini e robot subacquei, il secondo lavora al California Fish and Wildlife Department e l’ultima è una musicista che si ispira per le sue composizioni all’oceano.

Da Donna Moderna

Beatrice Lento

La grande Emily

Una parola muore
quando è detta
dice qualcuno
Io dico che proprio
quel giorno
comincia a vivere.

E Dickinson

Beatrice Lento

Le chiavi

Allora questa è del cancello, questa del portoncino blindato, no questa è del garage….. Se cambio la serratura ha detto che m’ammazza, dice che è anche casa sua, solo perché ci ha abitato , ma io ci stavo in affitto da prima che arrivasse lui, ma se cambio la serratura ora m’ammazza. La cambio?, non la cambio???… 
E io non l’ho cambiata, così è entrato di notte tranquillo con le sue chiavi e mi ha strangolata mentre dormivo. Il ragazzino non si è accorto di nulla, ha continuato a dormire. 
Era bravo con il ragazzino, lo portava ai campi sportivi a vedere le partitelle, è stato quello che mi ha ingannato, se uno è buono con il ragazzino è buono pure con me, pensavo… 
Mi sentivo tanto sola, la fabbrica , il ragazzino, mi piaceva vedere un uomo dentro casa la mattina, son belli i maschi in bagno mentre si fanno la barba con quel buon profumo di pulito….. per essere pulito era pulito , si cambiava due camice tutti i giorni, io non ero una grande stiratrice ,lo so, ma lui era un po’ fissato, è colpa delle madri che abituano questi maschi come al Grand Hotel, e poi quando escono nel mondo vero non ci si ritrovano più… 
Se avessi avuto i soldi c’andavo io al Grand Hotel insieme al ragazzino e lasciavo quella maledetta casa, me l’avevano detto al centro anti-violenza, cambia la serratura , ma io c’avevo paura che m’ammazzava , l’aveva urlato ai quattroventi :”se cambia la serratura l’ammazzo”. E io non l’ho cambiata….e infatti è entrato e m’ammazzato…non c’è una logica…. Chi ci capisce qualcosa è bravo…
Allora questa è della porta principale, no del portoncino…

Entrava e usciva a tutte le ore come gli pareva, accendeva la televisione a tutto volume di notte, mi svegliava il ragazzino, svuotava il frigorifero, si mangiava la spesa di due giorni, era abituato a servirsi a piacimento …poi veniva in camera da letto, lì non c’erano proprio le serrature, apriva e anche lì si serviva a piacimento, solo del bagno non aveva le chiavi, lì potevo chiudermi a piangere in santa pace.

Eppure dopo l’ultima discussione sembrava quietato, vedrai che ha capito, ho pensato, non mi ha neanche detto: “se cambi la serratura t’ammazzo”, allora mi son detta, quasi quasi domani la cambio…ma mi ha ucciso prima… 
Io non lo volevo offendere, volevo solo lasciarlo o meglio volevo che lui ci lasciasse in pace a me e al ragazzino… 
Ma lui dalla madre non ci voleva tornare, eppure la madre stirava meglio di me, me lo diceva sempre, dovresti imparare da mia madre, non ho fatto in tempo…

Scusate glielo dite voi alle ragazze del centro anti-violenza che c’avevano ragione, io non le ho più trovate, dice che hanno dovuto chiudere per via dei tagli , ora al posto loro c’è una banca, ma il mutuo non me l’hanno dato, peccato volevo tanto cambiare casa… ora mi son rimaste solo queste chiavi e non mi ricordo neanche cosa aprono… questa è del cancello… e questa??

Serena Dandini

Beatrice Lento

La doppiezza dell’uomo violento

Così afferma Dacia Maraini.

“È una realtà che ho potuto constatare studiando diversi casi. Spesso la vittima non viene creduta perché il suo carnefice mostra all’esterno un aspetto talmente ben costruito che risulta difficile convincersi che possa essere una persona violenta. Penso che la doppiezza di questi uomini nasca da un totale rifiuto del cambiamento. Non riescono ad accettare la volontà di autonomia delle donne, la loro emancipazione”.

Beatrice Lento