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Maria da GRETA Quaderno dell’8 Marzo di sos KORAI

Era l’inizio del 2014, a luglio avrei conseguito, se tutto fosse andato per il meglio, la laurea in medicina e chirurgia. Lo stress per gli ultimi esami da incasellare nei tempi giusti a volte mi offuscava la mente e mi faceva trascurare con grande pena i miei affetti più cari. Sul finire di febbraio appresi che il mio ateneo aveva da poco stabilito una convenzione che consentiva scambi culturali e di formazione presso un’Università in Uganda. L’idea da subito mi affascinò e cercai, con l’aiuto del mio docente di malattie infettive, fautore della convenzione, di creare un piccolo gruppo di persone motivate a partire. In poco tempo trovai quelle che sarebbero poi divenute, da lì a poco, compagne di viaggio e, in seguito, amiche speciali.

Prima di poter partire, iniziai a preparare tutto: le diverse vaccinazioni e la profilassi antimalarica, cose assolutamente banali con il senno di poi. Arrivò quindi il momento di partire, il due agosto. Partenza nel primo mattino, scalo poi a Roma, poi a Kigali e finalmente Entebbe. Il primo viaggio veramente lungo della mia vita, non riuscì a dormire in aereo, guardai diversi film e lessi qualcosa. All’arrivo era l’alba su Entebbe. Uscite dall’aeroporto cercammo colui che doveva portarci al nostro alloggio. Incontammo un uomo, tra i tanti, con un foglio A4 stretto tra le mani, i nostri nomi scritti con un pennarello rosso consumato, qualche lettera in meno o di troppo nei nostri nomi. Ma ci eravamo trovati. Paul, il nostro autista, da subito si dimostrò accogliente e gentile. Mi sedetti sul posto di fianco al guidatore e iniziai a fargli, nel mio inglese, mille domande. Le mie amiche dietro in silenzio.

Costeggiammo il lago Vittoria. Uno spettacolo indescrivibile, come i mille che sarebbero seguiti nei giorni successivi. Ogni tanto sulla riva gruppi di piccoli pescatori con le loro barchette oneste e usurate. Dopo due ore e mezzo di viaggio arrivammo al nostro alloggio. Un posto abbastanza spartano, ma tutto sommato accogliente. I nostri 4 lettini in camera erano sormontati da piccole zanzariere per proteggerci nel corso della notte.

Facemmo le assegnazioni dei chi dorme dove e iniziammo ad esplorare la nostra nuova dimora. Una piccola cucina in comune con qualche scarafaggio a farci compagnia e un salotto dove vivere la vita in comune con i nostri inquilini, altri ragazzi provenienti sia da altre regioni italiane che da altre parti del mondo. Nel pomeriggio, dopo aver mangiato qualche merendina che ci era rimasta in borsa, ci recammo in visita presso la struttura dove avremmo

lavorato per le successive settimane.

Un paio di chilometri da fare a piedi ci separavano dall’ospedale. Ma in mezzo un traffico infernale e selvaggio, mille boda-boda, un’aria paradossalmente inquinatissima e irrespirabile. Arrivammo a destinazione, un ospedale molto grande rispetto a quello dove ci eravamo formate. Venimmo assegnate ciascuna ai rispettivi reparti e rientrammo a casa. Nel frattempo sbrigammo le ultime cose, corsa a fare una sim card per poter comunicare con casa e comprare qualcosa da mangiare.

Il giorno dopo iniziammo la nostra attività in ospedale. Sveglia presto, colazione veloce, ricordarsi di prendere il malarone e via. Mi assicurai di avere tutto con me: il camice, il fonendo, la mascherina con il filtro giusto per proteggermi dalla tubercolosi come mi era stato raccomandato.

Mi recai presso il reparto di malattie infettive, dove ero stata assegnata. Rimasi da subito attonita per lo scenario che mi si presentò innanzi. Cameroni con decine di persone ammassate e in condizioni gravissime, sotto i letti, su dei pezzi di cartone sparsi qui e là e arrangiati alla men peggio, i parenti dei ricoverati.

La cosa che mi entrò dentro immediatamente fu proprio la puzza di quei luoghi di sofferenza, un odore acre e pungente che nei giorni dopo imparai ad amare e non è mai più andato via da me e che, oggi che sono a casa, a volte mi manca. Vidi casi nuovi, mai affrontati in Italia, poiché in Africa, per l’assenza di cure adeguate e diagnosi tempestive, il medico può osservare l’evoluzione naturale delle malattie, Sostanzialmente, vidi ogni giorno l’evoluzione dell’infezione di HIV nel conclamato AIDS, con quadri gravissimi.

Ogni giorno, non ritrovai che la metà dei pazienti visti il giorno prima, qualcuno era morto nella notte, qualcun altro qualche ora dopo il mio rientro a casa. I casi di tetano, malattia si può dire scomparsa in Italia grazie alla vaccinazione, erano diversi. Ricordo il primo che vidi. Un giovane ragazzo di 30 anni che era stato messo dietro una tenda costruita con sacchi neri della spazzatura per essere protetto dalla luce che scatena le contrazioni tetaniche che possono essere dolorosissime; da noi non avrebbe contratto il male perché sarebbe stato vaccinato o comunque avrebbe ricevuto immedia- tamente le cure adeguate.

La notte, prima di addormentarmi, rivedevo i volti delle persone che erano morte e sentivo un gran senso di colpa, ma al tempo stesso constatavo il mio essere fortunata per essere nata dalla parte “giusta” del mondo e quanto importante possa essere in que- sto senso la geografia. I giorni volarono via, la sera tornavamo a casa e lavandoci il viso, lasciavamo sull’asciugamano la terra rossa d’Uganda e il nostro stremo. Dopo due settimane, mi resi conto di come gli Africani siano in realtà un grande popolo, un popolo per cui non esiste il verbo avere, ma il verbo essere. Essere una famiglia, essere parte dell’U- niverso, essere insieme indipendentemente da come sei. Dividevano con noi tutto. Superata la diffidenza iniziale, amicizie profonde e sincere nascevano.

Dalla terza settimana, mi spostai in pediatria. Inutile dire lo strazio provato sin dal primo momento. Bambini morivano come mosche per banalità, per l’assenza di antibiotici o altri farmaci comuni che buttiamo via, poiché scaduti, dai nostri armadietti in bagno ogni anno. In qualche modo sei preparato alla morte di un adulto o di una persona anziana, ma quando muore un bambino, senti che è la speranza ad andar via, il futuro di un popolo che si sgretola. Tra mille riflessioni di questo genere, passai al sesto lettino di quella mattina e incontrai il piccolo Martin, un bimbo bellissimo di cinque anni ricoverato per un problema urologico che si portava dietro dalla nascita e che in Italia si sarebbe immediatamente risolto.

Rimase colpito dai miei occhiali, lo guardai, piccolo e sudicio nella sua felpina gialla di pile e con le ciabattine arancioni di almeno tre taglie più grandi. Presi un guanto dalla mia tasca, ci soffiai dentro e lo chiusi a mò di palloncino. Poi ci disegnai sopra due piccoli occhi e una risata. Glielo diedi e lui sorrise, ma non se ne interessò più che un tot. Lo diedi allora ad un’altra bambina che si era avvicinata nel frattempo, incuriosita dalla scena.

Martin continuava a fissare i miei occhiali. Lo presi allora in braccio e glieli diedi, nonostante senza non è che vedessi molto e lui frettolosamente subito ad indossarli. Una grande amicizia speciale era nata, senza una parola pronunciata. Di fondo, parlavamo la stessa lingua. Dopo qualche minuto, sopraggiunse il pranzo per i piccoli ricoverati: una piccola bustina contenente 100 ml di latte e un uovo sodo. Il piccolo Martin mi tirò il camice mentre io mi ero un attimo voltata e mi porse il suo uovo. Era disposto a dividere con me, nonostante non avessi fatto nulla per lui, il pasto più importante della giornata, consapevole che non avrebbe avuto altro. Di fronte a quel gesto, davvero indescrivibile, capii in realtà quanto grande può essere l’amore per gli altri e quanto cieca ero stata nel corso della mia vita, nonostante avessi sempre cercato di vivere di sani principi e senza nuocere a nessuno.

L’incontro con questo sconosciuto bimbetto mi aveva in qualche modo cambiata. Le persone continuavano a morirci sotto gli occhi come mosche. L’impotenza di fronte a tutto questo lasciava un ampio spazio alla rabbia che spingeva a dare alle persone che incontravi, in uno strato estremo di povertà, le cose che possedevi. Compravi la frutta, ma tornando a casa ne rimanevi priva poiché la davi ai bambini che ti tendevano la mano per strada. Davi via i tuoi vestiti e le cose che avevi portato.

Durante un fine settimana, decidemmo di fare visita a un lebbrosario. Non credevo che potessero esisterne ancora al mondo. In un posto incontaminato, sulle rive del lago Vittoria, una piccola comunità di suore si prendeva cura di queste figure silenziose, fantasmi di loro stesse che soggiornavano in questo remoto villaggio.

Alcuni di loro avevano con mezzi di fortuna costruito delle protesi a prolungamento di parti del loro corpo che la lebbra aveva portato via. Dare la mano ad una di queste persone è stata una delle esperienze più forti della mia vita. Eppure, questo anziano signore di 80 anni senza conoscermi né temermi mi allungò la sua mano, priva delle dita che gli avrebbero consentito di stringere la mia. Io ricambiai con sincero affetto quel gesto, con senso di universale amore. Rientrammo nel silenzio e i giorni e la fatica continuarono a scorrere nelle nostre vite, finchè non arrivò dopo qualche settimana il tempo di rientrare. Salite sull’aereo, un grande senso di angoscia mi prese. Non volevo partire, non volevo ritornare, sentivo che quella terra era diventata la mia.

Maria Mazzitelli

Beatrice Lento

Nasrin Sotoudeh

L’ avvocata e attivista per i diritti umani iraniana Nasrin Sotoudeh é stata condannata a 38 anni di carcere e a 148 frustate.

“Quando ti impegni per certe condanne sei condannata un pò anche tu”

I diritti femminili rimangono la sua ossessione ed é così che ha sostenuto le ragazze del ” My Stealthy Feedom” che lottavano per l’ abolizione dell’ hijab.

Oggi é rinchiusa in prigione, non le fanno vedere né i figli né il marito

Beatrice Lento

Nasrin Sotoudeh

L’ avvocata e attivista per i diritti umani iraniana Nasrin Sotoudeh é stata condannata a 38 anni di carcere e a 148 frustate.

“Quando ti impegni per certe condanne sei condannata un pò anche tu”

I diritti femminili rimangono la sua ossessione ed é così che ha sostenuto le ragazze del ” My Stealthy Feedom” che lottavano per l’ abolizione dell’ hijab.

Oggi é rinchiusa in prigione, non le fanno vedere né i figli né il marito

Beatrice Lento

Un fiore sulla scrivania

Intervista di Eugenio Arcidiacono a Tatiana Biagioni

” Se provi attrazione per una collega e metti un fiore sulla sua scrivania, non compi una molestia. Lo diventa se lei non gradisce e tu ripeti il gesto.”

Nel suo studio di Milano l’avvocato Tatiana Biagioni da anni ascolta le storie di donne che subiscono molestie sul posto di lavoro. Parla in modo pacato, ma si accalora quando le chiediamo di Asia Argento e del produttore Weinstein che l’ha violentata. «È vergognoso perché si cerca di deviare l’attenzione sul fatto che lei abbia denunciato dopo vent’anni, mentre ciò che conta è l’abuso che ha subìto. Quello che è accaduto a lei lo ritrovo in tante donne comuni che si sono rivolte a me: un uomo molto potente e di una certa età di fronte a una donna giovane in condizione di inferiorità. Come si fa a giudicare in modo così superficiale, a dire: potevi rifiutarti? Ogni donna reagisce in modo diverso e ogni situazione è diversa. Di norma non si denuncia: si cerca di andare avanti, cercando la strada che si ritiene meno dolorosa».

Perché non si denuncia?

«Il primo motivo è appunto la paura, del tutto fondata, di perdere il lavoro. Poi c’è la vergogna di essere giudicate dalla società o anche dai propri familiari. Una vergogna frutto del pregiudizio che si esplicita in espressioni come “un motivo ci sarà stato” o “se l’è andata a cercare”. Mentre è assodato che quasi tutti i molestatori sono seriali e quindi tendono a ripetere il loro comportamento a prescindere dall’atteggiamento della vittima. Eppure nei racconti che le donne mi fanno c’è sempre il senso di colpa per non essere riuscite a comportarsi diversamente».

Qual è il confine tra il corteggiamento e la molestia?

«Prima di tutto bisogna concentrarsi sul luogo, ossia il posto di lavoro. C’è una bella differenza se una battuta anche pesante viene fatta durante una cena tra amici o dal tuo capo mentre stai lavorando. Perché a un amico puoi rispondere per le rime, mentre con il tuo capo devi avere a che fare tutti i giorni, quindi non sei assolutamente libera. Poi la legge definisce la molestia un comportamento indesiderato che ha l’effetto di produrre un clima intimidatorio, offensivo e umiliante. Quindi assume il punto di vista di chi lo subisce, non di chi lo compie. Il quale può anche non avere lo scopo di molestare, ma se produce questo effetto, per la legge si configura così. In generale sul posto di lavoro non sono ammesse battute a sfondo sessuale: se un uomo le fa e vede che la collega non ride o cambia argomento, deve essergli chiaro che il comportamento è indesiderato. Così come se vede che la collega si ritrae quando lui cerca un contatto fisico».

Veniamo da decenni di conquiste dei diritti femminili. C’è stata una regressione?

«Negli ultimi vent’anni è accaduto proprio questo. Molti uomini di fronte alle accuse si indignano: “Ma come, io non l’ho toccata nemmeno con un dito…”. Perché identificano il molestatore con lo stupratore, ma non è così. Il problema è che spesso nemmeno le donne sono consapevoli di ciò che subiscono. Se il tuo capo ti invita a cena, tu rifiuti e lui te la fa pagare in qualche modo sul lavoro, allora la regola deve essere che si comunica questo comportamento ai responsabili aziendali e se non basta si fa una denuncia per molestie. Solo così questo fenomeno potrà finire».

Però nessun datore di lavoro ammetterà mai che è stato quello il motivo del licenziamento…

«In effetti è un problema, perché l’onere della prova spetta alla vittima e non è quasi mai semplice dimostrare le accuse. Però, dato che i molestatori sono seriali, si possono cercare altre testimonianze che avvalorino la denuncia. In più, la Cassazione ha anche sancito la possibilità di usare a scopi difensivi registrazioni audio, oltre a mail, chat e Sms».

Chi denuncia cosa può ottenere?

«Prima di tutto ogni atto conseguente alla molestia viene dichiarato nullo, dal licenziamento al demansionamento, al trasferimento. E poi si può chiedere un risarcimento del danno non patrimoniale».

La legge obbliga i datori di lavoro a tutelare l’integrità fisica e morale dei dipendenti. Quindi in caso di molestie anche loro sono responsabili…

«Le aziende dovrebbero essere le prime a denunciare, anche solo perché gli converrebbe da un punto di vista economico. Una persona molestata rende il 70% in meno, ma anche tutti quelli che le stanno intorno provano disagio e quindi sono meno produttivi. E invece c’è ancora la tendenza a lavare i panni sporchi in famiglia».

Beatrice Lento

Modulo d’iscrizione al Concorso Finestre Balconi Vicoli Fioriti Tropea

#PrincipatodiTropea

Ami i fiori e le piante e vuoi che Tropea sia ancora più bella?

Partecipa anche tu!

Il Concorso si articola in due sezioni riservate rispettivamente ai privati e ai commercianti e albergatori, scarica il modulo d’iscrizione che ti riguarda, compilalo ed inoltralo ad

asscommtropea@gmail.com

dal 15 aprile fino alle ore 12 del 18 maggio.

Ti divertirai, farai crescere la tua Cittá e potrai vincere buoni premio per

l’ acquisto di piante, bulbi e semi

Beatrice Lento

Concorso per Tropea in Fiore Modulo Iscrizione Privati

#PrincipatodiTropea

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Beatrice Lento

Concorso Finestre Balconi Vicoli Fioriti Anna Maria Piccioni Città di Tropea

#PrincipatodiTropea Sono felice di presentarvi il Concorso, intitolato all’Artista innamorata di Tropea Anna Maria Piccioni, dedicato, nell’Anno Mottoliano, a Francesco che, assieme ad Irma, fece di Tropea un’Isola d’ Amore.

Grazie al fotografo Vins Croatio Frak, ad Anna Miceli, condirettrice artistica, a Mariantonietta Pugliese, che con me coordina l’ evento, ai numerosi Promotori e a Giovanni Macrì Sindaco di Tropea che, dopo un anno di sosta, ha rilanciato alla grande lo splendido Concorso

“Finestre Balconi Vicoli Fioriti Anna Maria Piccioni Città di Tropea”

Beatrice Lento

Sara nella mente di Tiziano Riverso

Percorrendo le pagine del nostro quaderno ci imbattiamo in “Sara”, un breve racconto proveniente da una “penna” famosa nel campo della poesia, la penna di Sara Rodolao. Il suo testo non poteva che essere trasposto in un’immagine opera di una “matita” altrettanto famosa, quella di Tiziano Riverso, illustratore, vignettista, fumettista, collaboratore con diverse testate nazionali e locali (2 nomi per tutti, il Giorno e la Repubblica)

“Sara” di Sara Rodolao

• Sara si racconta da sola, nel suo cammino, iniziato abbandonando un pezzo di sè, con indosso un vestitino leggero e gli zoccoletti. Ce la immaginiamo bambina, colta da un senso di inadeguatezza rispetto al mondo circostante. A volte è così che iniziano i cammini verso la ricerca del sè, verso il cammino giusto da percorrere. E Riverso la riproduce, non più bambina alla stazione ma donna, durante il suo cambiamento di rotta,durante il nuovo percorso che l’ha portata verso la poesia. Una Sara ormai donna, ma sempre con un vestitino leggero e gli zoccoletti, quasi fossero quelli della Sara bambina, che abbandonava la sua infanzia alla stazione.

Di Viviana Mazzocca

Beatrice Lento

Vittoria daGRETA, Quaderno dell’ 8 Marzo di sos KORAI

Quando mi fu chiesto dalla dott.ssa Lento di scrivere la mia storia e quella di Maria, circa due anni fa, immediatamente dopo la nascita di Maria a nuova vita, io respinsi l’invito, poiché macinare ancora

quel dolore, ricordando gli sguardi miei e di Maria e sentendo ancora il suo profumo, mi infastidiva.

Ne avevo avuto abbastanza di quel rapporto: troppo dolore, troppo amore, troppa intensità…percepirlo ancora mi scorticava mille altre volte la pelle del corpo…ero stanca.

Sono stati anni quelli, ben otto, quasi nove, che hanno segnato totalmente il mio rapporto con la vita e il suo senso, anni che mi hanno vista immersa in continue sfide fatte di decisioni con me stessa per Maria, che mi hanno sempre più incorag- giata a guardare diritto in faccia la realtà, senza lagne né timori, perché è vero che quando hai a che fare con il cuore della vita tutto, all’improvviso, si ribalta dentro di te.

Ma chi è Maria? Maria è una donna di sessantotto o forse cinquantadue o forse settantasette anni o forse di un anno o addirittura di due o tre mesi…che, dopo aver dedicato tutta la sua vita ad accudire il marito, dializzato per venticinque anni, ad un certo punto, dopo la sua morte, si fa venire la bella idea di conoscere Alzheimer, impavida e senza alcun freno, come quando incontri, per caso, un tizio all’improvviso e perdi completamente la testa per lui. Attenzione perché perder la testa per Alzheimer non è mica cosa dappoco.

Questo tizio, che non conoscevo, se non per sentito dire e che già in passato aveva rapito altre persone, e nessuna era riuscita a dirgli di no, é stato capace di prenderla tutta la mia Maria. L’ ho odiato, perché lei, dal momento in cui l’ha conosciuto, ha quasi subito dimenticato chi fosse e chi io fossi….totalmente sconvolta da costui, niente riusciva a farle cambiare idea e io urlavo e mi disperavo cercando di farle comprendere che non era Il suo tipo.

Niente da fare, Maria era sua… battaglia persa. Anni in cui dici:“ Ma come? Mi guardi, mi tocchi, senti e ascolti la mia voce ma non mi ami più? Non mi riconosci più? Guardami, sono Vittoria, sono tua figlia. Perché mi stai facendo questo, perché hai deciso di non seguirmi più? Perché hai deciso di non amarmi piú? Perché tanti altri hanno la mamma e io, invece, ho quasi dimenticato il tuo sapore, il tuo sentire, le tue tenerrezze? Rispondimi Maria! Rispondimi mamma!”

Ricordo ancora quando mi insegnavi a cantare, quando mi tenevi le mani per guidarmi a muovere i primi passi, col cuore, verso la vita. Sei sempre stata una donna docile, tenera, remissiva, educata e disponibile con tutti, ora, che dovevi ancora insegnarmi a vivere, te ne sei andata dietro a quello. Perdevo velocemente tutto: mio padre e dopo sette mesi mia madre, ormai dimentica di se stessa, di tutta la sua vita e di me. Accettare queste perdite non fu cosa facile, dovevo fare qualcosa per me prima di tutto e di conseguenza per Maria. L’intruso non lascia scampo, ti toglie tutto, e quindi cosa fai? Te lo fai amico. Inizia subito un percorso di accompagnamento a Maria che, a dirla tutta, serviva maggiormente a me. La mia priorità ero io e il sorriso che tutte le mattine, quando mi recavo nella sua stanza, quella di fronte alla mia, lei mi regalava:“ Maria svegliati sono le 9 iniziamo la nostra giornata!” E lì una serie di canzoni-melodie, forse anche un pochino stonate, parole legate tra di loro senza neanche un filo logico preciso, ma tutto, proprio tutto, non era lasciato al caso, tutta quella complicità, tutta quella compassione vicendevole abbattevano quella barriera che per i primi due anni, da quando Alzheimer aveva deciso, bruscamente, di fare parte della nostra vita, io avevo costruito.

Lì, in quel momento, capìì quanto l’umanità di ognuno di noi può realizzare cose grandiose! E il bello era che io ero la protagonista e Maria mi partoriva ogni giorno a vita nuova. Alzheimer mi stava regalando, a sua insaputa, una dolcezza con mia madre che raramente si percepisce, tutto assumeva, nel dramma della malattia, una luce diversa, più dinamica, più coinvolgente.

E tra le mille avventure del wandering, durato 5 mesi, dei punti di sutura alla testa, per la caduta dalle scale, della protesi al femore, degli attacchi di TIA, ripetuti e asintomatici, io e Maria non avevamo certo il tempo di annoiarci. Sedia a rotelle, rialzatori water, ciambelle per la prevenzione delle lesioni da decubito, pannoloni, traverse, cateteri, omogenizzati, acqua gelificata, assistenti sanitari, insomma, in altre circostanze, roba da urlo isterico…in altre circostanze…ma quelle non erano le altre circostanze, erano le mie e di Maria e noi eravamo una squadra affiatata e sapevamo come darci la mano, sostenerci e accompagnarci.

Dulcis in fundo: un presidio sanitario sconvolgente, in quelle circostanze isteriche che non dovevano apparte- nerci ma che per un nano secondo mi dominarono, l’arrivo del letto col rispettivo materasso antidecubito.

Basta! Ancora una volta mi sentivo arrabbiata e al tempo stesso fortificata.

Ancora non vuoi arrenderti Alzheimer? Bene sposto i mobili della stanza dove dorme Maria, tolgo i libri e dipingo i muri, vuoi sapere come? Non bianchi, piatti, tristi, uniformi, come a voler segnare una condanna a morte, ma arancione sfumato di giallo, il colore del sole, del fuoco, della forza, dell’amore.

Certamente, perché fu solo l’amore a muovere me e Maria nella stessa direzione, quella direzione che ogni giorno tracciavo per Lei e, nonostante tanti dubbi, tante mie domande sul faccio bene, faccio male, Lei mi ricompensava col suo sorriso. Io sapevo che col progredire della malattia la mia mamma avrebbe avuto una totale regressione ma certamente non potevo assoggettarmi come una vittima a questa iattura.

Ho cercato di rifiutare ciò che stava accadendo a lei e a me, ma nulla da fare. Non è negando una data situazione o circostanza di malattia che le cose migliorano e si corre il rischio di essere soggiogati da un atteggiamento vittimistico. Il malato, qualunque sia la sua patologia, deve metabolizzare il suo status e non deve arrendersi.

Oggi la mia Maria mi manca e nonostante le difficoltà vissute vorrei ancora averla accanto. Grazie a Lei e alla sua terribile sofferenza ho capito, ho capito che la malattia e tante altre circostanze difficili e tormentate della vita non sono negatività perché grazie a loro puoi scoprire meglio te stessa e conoscere il senso vero dell’Amore…ciao Maria, grazie di tutto quello che mi hai donato…rimarrai per sempre dentro di me.

Vittoria Laria

Beatrice Lento

Gianna Beretta Molla ritratta da Vittoria

• Un altro ritratto arricchisce il nostro quaderno, questa volta opera di Vittoria Saccà, persona che mi è vicina da tanti anni e che mi ha saputo dare sempre buoni consigli. Vittoria, da scrittrice e pittrice, non poteva che offrirsi in entrambi gli incarichi: scrive di santa Gianna Beretta Molla e ne traccia i lineamenti traendo l’immagine da una delle più famose foto che la ritraggono.

È una santa Gianna, è un medico Gianna, è una moglie, è una donna. Ma è una mamma soprattutto: una mamma che non opera un sacrificio, ma una scelta. Vittoria ha chiamato “scelta e destino” il suo dipinto. Il che è più eloquente di ogni altra spiegazione.

Viviana Mazzocca

Beatrice Lento