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Francesca: la Regina di Scordovillo

Francesca: la Regina di Scordovillo
In un caldo pomeriggio di luglio, con le ali della mia sfrenata fantasia, che parte in quarta quand’é alimentata dalle suggestioni giuste, salgo sull’auto del mio amico, videoreporter di LaCTV Saverio Caracciolo.

Direzione Scordovillo, il campo Rom di Lamezia Terme considerato da tanti una discarica a cielo aperto e anche un fortino presidiato da violenze e degrado. Ci vuole coraggio a vivere quest’avventura ma la posta in gioco é alta: scoprire un pezzetto d’anima di un popolo odiato e disprezzato dalla storia.

A me piacciono gli Zingari ma quando mi azzardo a dirlo vengo quasi sempre “divorata” da chi mi sta accanto e solitamente mi apprezza. Sono affascinata dai ” Figli del vento” tanto da credere d’essere stata anch’io una gitana in una precedente vita ma, molto più realisticamente, l’atteggiamento nasce dall’influenza materna di accoglienza delle zingare che regolarmente frequentavano la nostra casa, commarelle le chiamava la mia mamma sempre pronta a confortare le loro pene e a offrire un pò d’aiuto in cambio di palettine di ferro.

Sull’auto di Saverio, che sfreccia veloce nella mia mente affascinata da un suo splendido video, la tensione è sempre più palpabile man mano che la distanza dalla metà si riduce.

La natura che ci circonda d’improvviso muta volto diventando aspra, dura, arida, insudiciata e bistrattata dall’ottusità di noi umani. Le erbacce sono l’unico elemento di bellezza e il resto é bruttura: i rifiuti accatastati e un fetore nauseante avvolgono tutto.

Il lamento di una fisarmonica spezza la tensione e ” Il cuore rallenta la testa cammina in quel pozzo di piscio e cemento in quel campo strappato dal vento a forza di essere vento (1)”

Topi morti, cassonetti puzzolenti, panni stesi lavati senz’acqua corrente, niente luce solo il lume della luna e delle stelle, lamiere contorte per tetti.

“Si ricordano che siamo Italiani solo quando ci sono le votazioni e promettono, promettono…ora dicono che ci cacceranno ma noi non vogliamo lasciare Nicastro, noi vogliamo solo un pezzo di pane sincero e poi morire qui dove anche i topi ci conoscono e ci vogliono bene, sono buoni con noi, siamo amici. Siamo qui dalla prima guerra mondiale, dal ’15 , siamo Zingari e siamo Italiani, vorremmo tanto far capire agli altri chi sono veramente i Rom”

Così grida alla telecamera una donna, giovane, forte, decisa, con gli occhi di cielo e i capelli di carbone.

Vedo tante altre donne: intrecciano capelli, lavano poveri stracci in vasche di plastica rotte. Un uomo con un ghigno poco simile a un sorriso suona una fisarmonica, balla e canta:” Mia moglie é un tipo ostico ma l’omini senza fimmini non ponnu stá”

Tante donne si fanno riprendere e parlano dei figli malati, delle case ammalorate, dei patimenti quotidiani, la dolenza più costante e veemente è contro i politici che da sempre assicurano e non mantengono, che sfruttano e non danno benessere, che si riempiono la bocca di giustizia ma non si impegnano a costruirla dando a tutti i cittadini pari opportunitá e uguaglianza di diritti e poi invettive pungenti contro alcuni dei più recenti governanti che odiano gi Zingari e vogliono distruggere la loro cultura.

Nel Campo sono tante le creature femminili, d’ogni etá, alcune tra le più giovani, hanno un linguaggio più evoluto che appalesa tracce, sia pur minime, di istruzione. É difficile per loro abbracciare il sapere offerto dalla Scuola, mi torna alla mente una ragazza, anche lei lametina e zingara, conosciuta agli inizi della mia carriera di docente, che si era laureata condannandosi così all’infelicità perpetua: rinnegata dal suo popolo, che si sentiva tradito dalla sua scelta, disprezzata dai colleghi per la “puzza” di zingara, priva d’identità era caduta in depressione e si era suicidata.

A un tratto, nel Campo maledetto, la scena cambia, tutto scompare per lasciare il posto a Lei, solo a Lei, la protagonista di un copione misterioso e sconosciuto.

É Francesca: la matriarca, la regina di Scordovillo.

Ha 96 anni, ha avuto 10 figli, è molto malata, la sua é una vecchiaia rubata.

Rosso, é rosso il colore di Francesca, la Gitana vegliarda dal viso segnato profondamente da una vita complicata.

Il rosso lo vedo sui suoi abiti, nel cibo che tocca con le mani, nelle ferite del suo volto, nel fondo dei suoi occhi, nella sua povera dimora.

É rossa come il sangue la sua vita trascorsa arrampicandosi giorno e notte sulle montagne, salendo fin sulle cime con la carriola carica di delusioni e di amarezze ma anche di gioie e di sorrisi, col marito che andava a giocare a carte e tornava a casa carico di desideri, di delusioni e sogni inappagati.

” Ora, dalla mattina alla sera sto seduta qua, le mie gambe sono stanche, sognano pure loro le montagne ma non ce la fanno più. Da ragazza li portavo io i soldi a casa non come le altre compagne che dovevano riceverli dai mariti per fare un po’ di spesa. Tutti gli Zingari del Campo appartengono a me, sono carne mia, qui siamo al buio, nel luridume…quanto vorrei, per me e per loro, una casa buona, una casa da cristiana, non vorrei tutta questa porcheria che mi schifo pure a sedermi”

Francesca ha uno sguardo fulminante, una voce che arriva all’anima, una forza che ancora trasuda dalle sue carni martoriate dai segni della miseria più che del tempo, dalla sua figura promana una luce e un profumo che ti incantano al punto da non vedere più il degrado che circonda ogni cosa, a brillare su tutto é uno splendido colore rosso, il suo colore!

Sono rossi i fiori sul suo vestito nero, rosso é il suo fazzoletto, rosse le pennellate che inaspettatamente spuntano sulle pareti nere del suo tugurio. Rossa é la sua vita e rosso é il fuoco che ancora brucia nella sua straordinaria anima.

Il mio amico Saverio mi propone di andare veramente con lui a Scordovillo, s’impegna a trovare il modo di farmi entrare ma io non voglio farlo…ho paura.

Ho paura, ho paura che la mia elaborazione, frutto delle splendide emozioni suscitate dal suo video, crolli confrontandosi con la realtà.

Francesca mi rimane nel cuore e, nonostante tutto, mi appare come una Donna Libera, capace di guardare negli occhi il destino, senza paura, perfettamente padrona della sua femminilità.

Chiudo gli occhi e risento il magico canto che mi ha accolto all’inizio di quest’avventura dell’anima…

“…ora alzatevi spose bambine

che è venuto il tempo di andare

con le vene celesti dei polsi

anche oggi si va a caritare
e se questo vuol dire rubare

questo filo di pane tra miseria e sfortuna

allo specchio di questa kampina

ai miei occhi limpidi come un addio
lo può dire soltanto chi sa di raccogliere in bocca

il punto di vista di Dio.(1)”

(1) F. De André, Khorakhane
Libera elaborazione di Beatrice Lento della storia di Francesca raccolta da Saverio Caracciolo di LaCTV nel Campo Rom di Scordovillo nel Luglio del 2018

Ph Saverio Caracciolo

Beatrice Lento

Macrina Marilena Maffei e le sue Donne di Mare

Non è un racconto fantastico, ma la storia vera delle pescatrici delle Eolie. Donne che affrontavano coraggiosamente il mare in burrasca, spostandosi di isola in isola per vendere il pescato. E dopo il duro lavoro correvano a casa, ad accudire i familiari e, spesso, anche a zappare la terra per coglierne i frutti ed alleviare la miseria.Diverse testimonianze ci tramandano che in molti paesi di mare solo le donne, tramite la recita di orazioni tramandate da madre in figlia, erano le uniche in grado di placare le tempeste marine. Nonostante questi poteri straordinari, antiche superstizioni invece ritenevano le donne a bordo di natanti portatrici di maledizioni e sfortune.

Su questi antichi gesti e riti si potrebbe scrivere un intero trattato ma vogliamo mettere in evidenza una storia al femminile delle Isole Eolie che stava per essere fagocitata dall’oblio e che, grazie alla studiosa antropologa Macrina Marilena Maffei, oggi può essere raccontata.

Nella storia della Sicilia non c’è traccia di donne di mare. A centinaia si raccontano e si ricordano le storie dei pescatori, nessun cenno invece alle storie delle pescatrici. Si è creduto così che le donne siciliane non si fossero mai avventurate per mare. Ed invece scopriamo che fino al 1950, nelle sette Isole Eolie, c’erano delle donne che anche da sole andavano a pesca fino a quindici-diciotto miglia lontano dalla costa. Affrontavano coraggiosamente il mare in burrasca, si spostavano di isola in isola per vendere il pescato, arrivando a volte fino a Milazzo e a Palermo.
La cosa curiosa è che le pescatrici delle Eolie hanno segnato profondamente la storia di quei territori, ma nelle ricostruzioni storiografiche locali non si trova alcun cenno: inesorabilmente sono state estromesse dalla memoria, è stato negato loro il diritto del ricordo di tutto quello che sono state capaci di realizzare per la sopravvivenza delle loro famiglie e delle loro comunità.
Il libro della Maffei “Donne di Mare” nasce con l’unica finalità di strapparle “dal mondo della trasparenza”, di raccontare la loro vitalità, la forza e le fatiche, l’energia ed il loro patire. Raccogliendo interviste e testimonianze, pare di rivederle quando toccavano terra spossate dalla stanchezza, spesso inzuppate d’acqua salmastra con quei lunghi abiti di certo non adatti allo svolgimento del loro lavoro.
Le pescatrici delle Eolie sono state donne che hanno imparato a dare il nome ai venti, ad intuire la pericolosità delle onde violente, a leggere le ore nelle stelle. E dopo il duro lavoro correvano a casa, ad accudire i familiari, a riordinare, a cucinare, a lavare i panni e spesso anche a zappare la terra per coglierne i frutti ed alleviare la miseria.
Le pescatrici delle Eolie hanno generato ed allevato figli e qualcuna li ha partoriti sulle spiagge, li ha allattati sulle barche sballottate dalle onde.
Raccontare la loro storia significa abbattere uno stereotipo che ci ha sempre configurato le donne della nostra isola confinate fra le mura di casa o nei lavori agricoli.

A Stromboli la sera le donne si riunivano in gruppi formati da tre o quattro donne pescatrici e “andavano a totani”. Nelle altre isole la maggior parte usciva all’alba, verso le quattro del mattino. Quelle che avevano figli si portavano dietro un sacco che facevano diventare culla.
Le pescatrici e le donne di mare hanno segnato profondamente la storia delle Isole Eolie e ne troviamo traccia addirittura in alcuni scritti dell’arciduca Luigi Salvatore D’Austria del 1894 e dello studioso Michele Lojacono Pojero: “A Panarea le donne remano sulle loro barche e vanno alla pesca”. Ma queste tracce sbiadiscono con il passare degli anni, nonostante queste donne possono considerarsi “un’icona straordinaria di cui le Eolie possono fregiarsi”.
Oggi finalmente è emersa la realtà di questo territorio che ha coinvolto i destini di molte generazioni al femminile.
Le pescatrici delle Eolie hanno recuperato, grazie ad un’altra donna, il loro diritto alla memoria nella storia della Sicilia.

Beatrice Lento

Sognando insieme!

A distanza di circa dieci mesi dall’idea iniziale, dopo un intenso percorso operativo di sei mesi, diventa realtà il sogno di dar vita ad un’Associazione di Volontariato riconosciuta che tutela e valorizza la Donna contrastando la subcultura maschilista e la violenza.

A sognare insieme un gruppo di 60 volontari, di ambedue i generi, di ogni età e svariate competenze che si impegna nella luce dell’articolo tre della Costituzione puntando al rinnovamento dell’educazione affettiva per rendere concreti la Parità di Genere e i principi della Giustizia Sociale.

 Giunge il primo di agosto il Decreto della Regione Calabria che riconosce a sos KORAI, questo il nome scelto, le connotazioni richieste per essere iscritta nel apposito Registro Regionale delle Organizzazioni di Volontariato alla sezione Socio-Educativo-Culturale ed é grande la soddisfazione di tutti i soci per il riconoscimento che consolida l’identità della loro creatura.

“Sono tantissime le associazioni che nascono nel nostro territorio e si impegnano per un ideale con successo e col piacere di condividere e di lavorare tra amici, ma a noi questo non bastava, il nostro desiderio” dichiara la Presidente Beatrice Lento “era quello di essere riconosciuti ufficialmente nell’ambito del Terzo Settore come Organizzazione che opera secondo gli autentici principi del Volontariato diventando così una Onlus.

 Non é stata facile questa scelta nè questo percorso perché le regole, che sono importantissime, comportano l’aderenza a principi e modalità rigorosi ed esigenti, ma solo così si ha quella garanzia di coerenza che noi desideravamo. Essere una Onlus, un’Organizzazione Non Lucrativa di Utilità Sociale, oltre ai vantaggi delle agevolazioni e di specifici diritti, comporta il riconoscimento della finalità esclusiva di solidarietá in un settore di rilevante interesse sociale: é questo il plusvalore che ricercavamo. Il Decreto Regionale che sostiene il nostro nuovo status é per noi motivo d’orgoglio, rafforza e qualifica la nostra identità e ci sprona a proseguire con sempre maggiore impegno”

Tantissime le attività svolte nei sei mesi di attività da sos KORAI, particolarmente cogenti i numerosi interventi formativi con i giovani, considerata la sua finalità di contrasto alla subcultura maschilista e alla violenza sulle donne attraverso l’educazione affettiva. “Ancora oggi” precisa la presidente 

 Lento “i pregiudizi di genere e gli stereotipi di ruolo sono diffusissimi e siamo soprattutto noi donne, in quanto principali educatrici, a perpetuarli inconsapevolmente, intervenire in questo settore è la leva strategica del rinnovamento relazionale che auspichiamo. Molto coinvolgente anche AGÁPE, il nostro primo Quaderno dell’8 Marzo, che raccoglie tante affascinanti storie di donne legate alla Calabria, ed il Blog soskorai.it , che conquista migliaia di visualizzazioni” 

Il cammino di sos KORAI è sicuramente in salita e costellato di enormi ostacoli se pensiamo ai femminicidi e alle molestie che si susseguono senza sosta come pure alle discriminazioni in campo professionale e nel settore della politica ai danni del genere femminile e alla carenza in genere della giustizia sociale ma se la sfida é ardua è anche alta la volontà di vincere la partita con l’impegno educativo che da sempre è l’arma vincente. 

“La nostra passione è forte ed ora che il sogno si é trasformato in realtà faremo di tutto per raggiungere la nostra ambiziosa meta, traguardo indispensabile per costruire una società sana, civile e avanzata. L’attività di questi mesi é stata intensa ma fruttuosa e gratificante” aggiunge la presidente Lento” e mi piace evidenziare la presenza di tanti Amici di sos KORAI che ci hanno affiancato e aiutato con convinta determinazione, anche a loro il nostro grazie e l’augurio di proseguire assieme questa splendida avventura. Il nostro tempo é complicato ma il bene c’é e alla fine sconfiggerà ogni fantasma di morte, lo strumento più efficace è il Servizio che dando senso alle azioni allontana le angosce che incombono sull’umanità.

 Auguri ancora ad sos KORAI: che possa proseguire con sempre maggiore coesione e amore il suo percorso di civiltà”

La Presidente di sos KORAI

Beatrice Lento

Tropea 4 agosto 2018

Beatrice Lento

Allatta in passerella!

Si chiama Mara Martin ed é la modella americana che ha  portato al seno la sua piccola durante la sfilata.

Decine di migliaia di fan hanno apprezzato la sua scelta ma non sono mancate le critiche.

Di certo la risonanza é stata planetaria.

” Sono contenta di aver contribuito a normalizzare l’allattamento al

 seno: un atto naturale, non esibizionistico, che una mamma deve poter fare ovunque si trovi” dichiara aggiungendo di essere contenta di aver avuto l’occasione per ” mostrare agli altri che le donne possono fare tutto”

Beatrice Lento

E siamo Onlus: auguri sos KORAI

Cari Socie e Soci e cari Amici di sos KORAI Onlus, con gioia Vi partecipo che, sulla base della documentazione da me inoltrata includente il resoconto dettagliato dei primi sei mesi di attività, la nostra Associazione, con decreto regionale n. 8604 del 1/8/ 2018, appena pervenutomi, é stata riconosciuta in possesso dei requisiti richiesti per le Associazioni di Volontariato ed é stata iscritta nell’apposito registro, con pubblicazione sul BURC della Calabria, divenendo Onlus di diritto.

É una grande conquista, un traguardo e un punto di partenza per il nostro impegno che, ne sono certa, sarà corroborato dal riconoscimento che ci qualifica e determina nella nostra Identità.

Il mio grazie sentito a tutti Voi, compresi gli Amici dell’Associazione che ci hanno affiancato ognuno con le proprie competenze con affetto e convinzione.

Grazie, cari Soci, per tutto quello che avete dato con passione convinta e soprattutto grazie per aver accolto il mio appello dello scorso settembre consentendo così al “mio” sogno di diventare “nostro” é quindi splendida realtà.

Che la nostra piccola e grande sos KORAI divenga faro di speranza a sostegno dei principi della Democrazia, della Libertà e del Servizio e che i nostri cuori siano illuminati da quest’ importante scelta di Bene.

Vi abbraccio offrendovi un pensiero per il cuore: Mentre tu hai una cosa può esserti tolta. Ma quando tu dai, ecco l’hai data. Nessun ladro te la può rubare. E allora é tua per sempre.( James Joyce )

Con affetto.

La Presidente di sos KORAI Onlus

Beatrice Lento

Tropea 2 Agosto 2018

Beatrice Lento

Lista delle cose da evitare

Non vuoi correre il rischio di essere stuprata? 

Seconda una parte della societá e di alcuni tribunali ecco la lista delle cose da evitare:

– non esagerare con rossetto, matita, fard…

-no a gonne corte, abiti aderenti, tacchi, pants troppo stretti…

– dopo le 23 attenta…cerca di non uscire…

-non bere alcolici 

Questa é solo un assaggio di cose da evitare  ma ti basta per capire che

“non te la devi andare a cercare”.

Stai attenta donna perché il tempo delle streghe non è finito sono solo cambiate le modalitá della caccia e della soppressione: un tempo venivamo bruciate nelle piazze oggi siamo arse sui social, sui giornali, nei tribunali e in tanti, tanti luoghi ancora e, spesso, purtroppo, tra gli accusatori e i denigratori ci siamo anche noi.

Beatrice Lento

Una camicia talismanica anche per te?

Elvan Özkavruk Adanır e Jovita Sakalauskaite Kurnaz, due accademiche e artiste turche hanno recuperato la tradizione antica delle “camicie talismaniche” in uso nella cultura ottomana: gli antichi usavano queste camicie ricamate con alcuni versi del corano per rendere invincibili i guerrieri in battaglia, proteggere dal malocchio e portare fortuna a chi le indossava.

Il progetto si chiama “Denial of Fear and Despair: Talismanic Shirts” e le opere tessili sono state create per proteggere simbolicamente la donna, ma anche per attirare l’attenzione sui casi di violenza di cui continuano ad essere vittime.

Beatrice Lento

Arcangela Tarabotti

Elena Cassandra Tarabotti, nasce a Venezia nel 1604; anche se la data di nascita è incerta si sa che fu battezzata il 24 febbraio nella Parrocchia di San Pietro[1]

. La sua famiglia apparteneva probabilmente alla categoria dei commercianti, il padre Stefano era esperto nelle cose di mare[2], e la madre si chiamava Maria Cadena. Vivevano nel rione di Castello, una zona popolare nota per le attività legate al mare dove si trovavano infilatrici di perle, marinai, costruttori di remi[3]…. Primogenita di almeno quattro sorelle e con due fratelli, sarà l’unica della sua famiglia ad essere destinata, contro la sua volontà, a diventare monaca nel monastero benedettino di Sant’Anna, nel rione Castello.Elena Cassandra infatti aveva ereditato proprio da suo padre un difetto fisico che la rendeva zoppa[4] e che per l’epoca non la rendeva maritabile, per questo fu destinata probabilmente ad entrare in monastero.

La Chiesa di Sant’Anna in Castello a Venezia dove suor Arcangela Tarabotti entrò nel 1617

Elena Cassandra entrerà in monastero nel 1617[5]. Tre anni dopo, nel 1620 prese i voti con la cerimonia della vestizione diventando suor Arcangela, nome con il quale firmerà anche la maggior parte delle sue opere, nelle quali denuncerà la drammatica realtà delle monache forzate, ma anche la più generale condizione della donna nella sua epoca e società. Essa verrà poi consacrata però solo nel 1629[6]. Arcangela non uscirà più dal monastero, dove vivrà per più di trent’anni e dove morirà per una bronchite il 28 febbraio nel 1652.

Arcangela Tarabotti scrisse diversi libri per denunciare la sua condizione di monaca forzata riuscendo a dare una chiara lettura della propria condizione che interessava però in realtà numerose veneziane. Riesce dalla propria esperienza a fare un quadro preciso delle motivazioni sociali, economiche e politiche che riguardavano la condizione delle donne veneziane nella sua epoca.
Le sue opere possono essere suddivise tematicamente e viste come una trilogia sulla condizione delle monache con le opere: La Semplicità Ingannata o La Tirannia paterna, L’Inferno monacale e il Paradiso monacale; un dittico proto femminista con gli scritti: L’Antisatira di Arcangela Tarabotti in risposta al Lusso donnesco e con Che le donne siano della specie degli uomini, e un nucleo invece a se stante che sono le Lettere familiari e di complimento.

Prima opera che firmò con lo stratagemma dell’anagramma di Galerana Baratotti, reso necessario per l’intensità dei temi trattati e per le sue argomentazioni. Infatti partendo dalla sua situazione di monaca forzata descrive la durezza dell’esistenza, non solo da un punto di vista personale, ma di quello di tante altre donne che come lei erano state costrette alla monacazione[9]. In questa opera Arcangela Tarabotti denuncia la sua condizione, che non è una situazione isolata ma è un costume adottato, abusato dalla società veneziana, dai padri che ingannano le figlie per farle entrare in monastero, dallo Stato, la Repubblica di Venezia, che permette questa pratica per preservare la classe nobiliare e dalle autorità ecclesiastiche, che vengono accusate anch’esse di essere troppo superficiali nell’indagare la reale vocazione delle monache, se non a volte complici nell’inganno.
L’opera presenta una struttura che si ritroverà anche negli altri suoi scritti, con una nota dedicatoria e la suddivisione in tre libri e verrà pubblicata solo dopo la sua morte nel 1654 con il titolo de “La semplicità ingannata”.
La semplicità ingannata

Edizione postuma, venne pubblicata con un titolo diverso anche per sottolineare l’aspetto che più nella sua esperienza, e in quella della maggior parte delle sue consorelle, era stato causa di tanto dolore, cioè appunto l’inganno da parte del genitore nell’età in cui più ci si fida di lui. Suor Arcangela usa la metafora di un uccellino che, libero, mentre canta viene intrappolato da una rete e rinchiuso[10]. La nota dedicatoria viene anch’essa cambiata: infatti ne La Ttrannia paterna era indirizzata alla Repubblica veneziana, qui invece Arcangela Tarabotti si rivolge direttamente a Dio, il quale è l’unico a conoscere la verità in una società di ingannatori.
Nella Lettera al lettore l’autrice spiega che non parla per astio, ma per denunciare l’inganno orribile che condanna degli esseri viventi a restare chiusi tra delle mura per sempre, per la salute del Cristianesimo e per il sollievo delle anime.
Anche l’ultima parte viene modificata, aggiungendo un capitolo in cui suor Arcangela prende le difese delle donne contro i ripetuti attacchi misogini dell’epoca, che nel Seicento si richiamano alla più vasta Querelle des femmes. Nello specifico risponde alle numerose critiche al genere femminile, rileggendo il mito di Eva e confutando l’evidenza per la quale, se Eva aveva peccato, era perché, a differenza delle donne della sua epoca, era libera di pensare e decidere.
L’inferno monacale

In quest’opera si ritrovano un po’ i temi che aveva già affrontato nella Semplicità ingannata ma si sofferma maggiormente nella descrizione della difficoltà della vita che non si è scelta. La convivenza con le altre monache del monastero, gli episodi che descrivono l’abbrutimento dell’animo di chi è costretto ad una vita che non voleva. L’opera si apre con ben due note dedicatorie, una alla Repubblica di Venezia, e che era quella originaria della Tirannia paterna, e una invece rivolta proprio a quei padri che avevano costretto le proprie figlie ad una vita piena di disagi e sofferenze.
Il Paradiso monacale

Seppur forse ultima opera del trittico pensato, diventa la prima opera pubblicata da Arcangela Tarabotti nel 1643. Viene dedicata al Cardinale di Venezia, Federico Baldissera Bartolomeo Cornaro e consiste in un soliloquio con Dio a cui confessa i suoi peccati, che tuttavia si fermano al solo fatto di non portare gli abiti monacali[14]. Nella Lettera al lettore pone in evidenza invece il motivo del libro, che era quello di sottolineare quanto per una monaca vocata i monasteri fossero luoghi di pace, sottolineando in questo modo in realtà quanto non lo fossero per chi, come lei, non aveva scelto liberamente una vita religiosa.
Le opere perdute

Si pensa che il Paradiso monacale, L’inferno monacale dovessero far parte di una trilogia sulla falsa riga della Divina commedia di Dante, poiché era prevista anche l’opera Il Purgatorio delle mal maritate , opera tuttavia persa. Sono rimasti anche i titoli di altri scritti mai trovati: Le contemplazioni dell’anima amante, La via lasciata del Cielo e La luce monacale.
L’Antisatira

Fu la seconda opera pubblicata da suor Arcangela nel 1644 e fu scritta in risposta all’opera di Buoninsegni e alla sua Satira Mennipea contro il lusso donnesco, nella quale ridicolizzava le donne per le loro acconciature, per il loro modo di vestirsi, per la loro vanità, associando al lusso un senso di peccato e dannazione.
L’opera fu dedicata a Vittoria Medici della Rovere, moglie di Ferdinando II de’ Medici.
Lettere familiari e di complimento

Furono pubblicate nel 1650 e dedicate a Francesco Loredan, membro dell’Accademia degli Incogniti. Dalla sua corrispondenza si riscontrano testimonianze che riportano episodi sia della sua vita monastica ma anche personale e culturale e dei motivi per i quali scrisse le sue opere. L’epistolario rende pienamente testimonianza degli scambi intellettuali che Arcangela ebbe con i maggiori scrittori e pensatori della sua epoca in Italia ma anche all’estero.
Che le donne siano della specie degli uomini – Difesa della donna

Fu la sua ultima opera, e fu scritta in risposta ad un trattato del 1647 che sosteneva che le donne non avessero un’anima: “Che le donne non siano della specie degli uomini. Discorso piacevole tradotto da Horatio Plata Romano”. Arcangela Tarabotti per difendere le donne da questa accusa usa a sua volta passi delle Sacre Scritture per smontare le affermazioni del trattato.

Da Wikipedia

Beatrice Lento

Mariane e le sue lettere d’amore

Quando pensiamo all’amore proibito ad una suora ci torna in mente l’opera del grande Manzoni, non erano rare queste passioni estreme considerata la forzatura familiare che costringeva al convento tante donne per nulla convinte di tale importante scelta di vita. Ancora una volta la misoginia imperante colpiva nel segno condannando al tormento povere creature violentate nella libertá.Voglio ricordare tra queste Mariane e le sue appassionate lettere amorose.

Apparse a Parigi nel 1669, Le lettere portoghesi costituirono subito un caso letterario. I lettori di La Rochefoucauld e di Racine – il pubblico più esigente della storia in fatto di passione – si infiammarono alle lettere struggenti e disperate di Mariane, la monaca portoghese, abbandonata dal suo amante. Forse mai fino ad allora la prosa francese aveva trovato per l’amore accenti così estremi. «Quale altro personaggio francese del Seicento – si chiede Giovanni Macchia – espresse in questo modo quasi sacrilego la forza dell’amore?». Era davvero una monaca portoghese l’autrice di quelle lettere? L’autore dopo oltre due secoli è stato identificato in Guilleragues, cortigiano con eccellenti amicizie letterarie, autore però di versi galanti e mondani, che impallidiscono al confronto con la prosa delle Lettere. Resta dunque ancora avvolta nel mistero l’origine di questo capolavoro della letteratura francese, anche perché su questa origine si proietta, facendole ombra, l’immagine commovente della monaca portoghese in cui lettori illustri come Stendhal o Rilke hanno trovato condensato il modello più compiuto dell’amour-passion.

Beatrice Lento

Tina Modotti

1924 – Ritratto di Tina Modotti eseguito da Edward Weston
Fotografa, ma anche attrice protagonista di alcuni film muti dei primi anni Venti del secolo scorso, Tina Modotti rientra perfettamente in quella ristretta cerchia di Artisti (sì, con la maiuscola) dell’obiettivo.
La sua fotografia, infatti, è a pieno titolo una delle più importanti testimonianze dell’inizio del secolo scorso.
Ogni volta che si usano le parole “arte” o “artista” in relazione ai miei lavori fotografici, avverto una sensazione sgradevole dovuta senza dubbio al cattivo impiego che si fa di tali termini. Mi considero una fotografa, e niente altro.
Ennesima citazione che prova l’attendibilità un luogo comune che mi piace riportare prima di iniziare a parlare della vita di Tina Modotti: è proprio vero che il vero genio spesso non sa di esserlo.
Tacciati di essere convenzionali e sensazionalisti, tuttavia i luoghi comuni spesso ci azzeccano. E in questo caso, più che in ogni altro.
Tina Modotti: tra Udine e la California
Nata a Udine il 17 agosto 1896, Tina Modotti trascorre i suoi primi mesi di vita nel quartiere di Borgo Pracchiuso dove vive la sua famiglia operaia aderente al Socialismo.
Sua madre era una casalinga che sporadicamente si dedicava al cucito, il padre era un meccanico e carpentiere. La casa in cui viveva la famiglia di Giuseppe Modotti era molto più che spartana, praticamente fatiscente. E in effetti, quando Tina ha solo due anni, tutta la famiglia si trasferisce in Austria per cercare condizioni economiche più favorevoli.
In Austria nascono altri quattro fratelli nel periodo che intercorre fino al 1905, quando la famiglia Modotti fa ritorno a Udine: Tina frequenta con ottimi risultati le scuole elementari nel capoluogo friulano.
Nel 1908 inizia a lavorare in una fabbrica tessile della città, ma è in questo periodo che Tina Modotti ha il suo primo approccio con la fotografia, grazie allo zio paterno, proprietario di uno studio fotografico. E mentre apprende i primi rudimenti su quella che sarà la sua professione da adulta, il padre emigra in America in cerca di un lavoro.
Su esempio preso dal padre, nel 1913 Tina Modotti lascia l’Italia per raggiungere San Francisco dove trova impiego in un’azienda del settore tessile
Il suo primo approccio con l’arte non è subito fotografico, infatti in questo periodo si avvicina al teatro amatoriale recitando in alcune opere di Pirandello e D’Annunzio, gli autori più noti della scena italiana di primo Novecento.
La svolta professionale di Tina Modotti arriva però nel 1918, in seguito al matrimonio con il pittore Roubaix de l’Abrie Richey, anche noto con il soprannome “Robo”. La coppia lascia San Francisco per giungere a Los Angeles. Per Tina è l’occasione giusta per avvicinarsi a una carriera nel cinema.
Tina Modotti a Hollywood
Il primo film a cui partecipa ha per titolo The Tiger’s Coat, in italiano Pelle di tigre. La pellicola, che la vede protagonista accanto a Lawson Butt, è un discreto successo e soprattutto lancia il nome dell’attrice italiana nello stardom hollywodiano.
Percepita come un talento sensuale ed esotico e forte di una recitazione meno convenzionale rispetto alle classiche attrici del periodo, Tina Modotti sembra distinguersi per queste caratteristiche nel cinema del periodo.

Al primo film seguono altri due titoli che non hanno la stessa risonanza di Tiger’s Coat, Riding with Death e I Can Explain. Per Tina Modotti il cinema si trasforma in una vera e propria delusione, anche se rappresenta un’occasione per farsi conoscere negli Stati Uniti. E infatti per la sua bellezza viene immortalata da fotografi come Joahn Hagemayer, Jane Reece e da Edward Weston, con il quale intreccerà una relazione sentimentale.
Nel 1922 muore il marito, durante un viaggio in Messico. Tina Modotti si reca nel paese per i funerali di “Robo” e scopre una nazione che negli anni successivi sarà al centro della sua vita.
Tina Modotti tra San Francisco e il Messico
Nell’estate del 1923 Tina Modotti torna in Messico con il nuovo compagno Edward Weston, con il quale si stabilisce nella capitale. La coppia vive attivamente il clima politico post-rivoluzionario ed entra in contatto con il partito comunista messicano e con diversi artisti del periodo, primi tra tutti i muralisti David Alfaro Siquieros, Clemente Orozco e Diego Rivera.
L’impegno politico coincide con l’avvicinamento all’arte e, grazie alla relazione con Weston, Tina Modotti si avvicina alla fotografia sviluppando prestissimo una propria cifra stilistica.
Il 1924 è un anno fondamentale nella biografia di Tina Modotti: la sua prima esposizione fotogafica, insieme a Edward Weston, è inaugurata nel Palacio de Minerìa, in presenza del capo dello stato. Subito dopo la coppia fa ritorno a San Francisco: giusto il tempo per conoscere la fotografa Dorothea Lange e acquistare una camera Graflex.
Ritornata in Messico, Tina intraprende un viaggio con il suo compagno nelle regioni centrali del paese. È un esperienza di vita e d’arte fondamentale per la sua carriera: tre mesi che porteranno alle immagini per il libro Idols Behind Altars dell’antropologa Anita Brenner.
Da questo punto della sua vita, Tina Modotti è a tutti gli effetti una fotografa professionista con un nome prestigioso, e riesce a vivere con la sua arte. Entra a far parte del partito comunista e ha una relazione con il pittore militante Xavier Guerrero. Tra gli altri suoi impegni, spicca l’impegno per il movimento sandinista nel comitato “Manos fuera de Nicaragua” e si prodiga per la liberazione di Sacco e Vanzetti.
La passione politica
È in questa fase, la seconda metà degli anni Venti, che la fotografia di Tina Modotti cambia radicalmente: il suo obiettivo si sposta dalla natura verso la denuncia sociale. La sua fotografia si fa strumento di indagine. Il lavoro è esaltato in tutte le sue forme, così come le manifestazioni politiche, il ruolo dei sindacati, l’iconografia del comunismo.
Le riviste più importanti del paese si contendono i suoi scatti, mentre la frequentazione della scena intellettuale messicana la porta a conoscere la pittrice Frida Kahlo (con la quale probabilmente ebbe una relazione sentimentale) e lo scrittore John Dos Passos.

Frida e Tina
Dall’estate del 1928 Tina Modotti stringe una relazione con il giovane rivoluzionario cubano Julio Antonio Mella. La sua fotografia è ancora più vicina alla militanza politica, ma la relazione con Mella dura poco perché Julio Antonio è ucciso nel gennaio dal 1929 da alcuni sicari di Gerardo Machado, dittatore di Cuba.

1929 – Uno dei più celebri scatti di Tina Modotti, “Le mani del burattinaio”. Senso estetico simbolista e denuncia politica si fondono in una immagine simbolo della sua fotografia.
Con una sua mostra definita “la prima mostra fotografica rivoluzionaria in Messico”, la carriera di fotografa di Tina Modotti è al suo apice nel dicembre del 1929.
Qualche mese dopo, infatti, è costretta a lasciare la nazione perché accusata ingiustamente di aver partecipato a un attentato contro Pasqual Ortiz Rubio, il nuovo capo di stato. Arrestata ed espulsa dal Messico, Tina fa ritorno in Europa.
Gli ultimi anni di Tina
In Europa Tina Modotti mette da parte la macchina fotografica e si dedica completamente alla politica.
Prima in Russia, dove si unì alla polizia segreta sovietica, poi in Spagna per la Guerra Civile, accanto al politico italiano Antonio Vidali, il suo nuovo compagno fin dagli ultimi giorni in Messico.
In Spagna fino al 1939, rientra in Messico con Vidali sotto falso nome, per morire in circostanze sospette il 5 gennaio del 1942, ufficialmente vittima di un infarto.
Secondo il muralista Diego Rivera, invece, sarebbe stato il suo stesso compagno a ucciderla, in quanto troppo pericolosa per l’attività rivoluzionaria di Vidali.
Ad aumentare il mistero legato alla morte di Tina Modotti, alcuni storici hanno anche parlato di un suo coinvolgimento – insieme ad Antonio Vidali – nell’assassinio del politico russo Lev Trotsky, avvenuto proprio a Città del Messico.
Tina Modotti: lo stile e la tecnica
Come per un’altra grande fotografa italiana, Letizia Battaglia, lo stile della Modotti, specie quello della maturità artistica, è legato a doppio filo all’esperienza personale della società in cui viveva. Alla sua attività politica e rivoluzionaria.

1929 – Donna di Tehuantepec, Messico

Contadini in sciopero, Messico
Come già detto, nell’esperienza di Tina Modotti, il dato biografico e l’aspetto artistico sono praticamente la stessa cosa.
Ma nella sua breve ma intensa attività di fotografa ha lasciato un segno indelebile, mostrando di avere un’innata passione per quella che negli anni sarebbe diventata la “street photography”.
Uno stile fotografico, il suo, non attento ai soli aspetti estetici, ma in primis ai contenuti sociali.
La fotografia, proprio perché può essere prodotta solo nel presente e perché si basa su ciò che esiste oggettivamente davanti alla macchina fotografica, rappresenta il medium più soddisfacente per registrare con obiettività la vita in tutti i suoi aspetti ed è da questo che deriva il suo valore di documento. Se a questo si aggiungono sensibilità e intelligenza e, soprattutto, un’idea chiara sul ruolo che dovrebbe avere nel campo dello sviluppo storico, credo che il risultato sia qualcosa che merita un posto nella produzione sociale, a cui tutti noi dovremmo contribuire.

Beatrice Lento