Archivio degli autori

Josephine

GettyImages
JOSÉPHINE BAKER E GEORGES SIMENON

Quando l’aveva incontrata, il 7 ottobre 1925, al Théâtre des Champs-Elysées, Joséphine Baker non era ancora, come diceva Colette, «la più bella pantera e la più affascinante delle donne», ma solo una ballerina che si faceva notare per il suo dinamismo tra le tante colleghe di colore della Revue nègre.
Georges Simenon al contrario era un poligrafo che si stava affermando nella Parigi notturna degli anni folli. Si firmava ancora Sim e frequentava artisti come Picasso e Vlaminck, viveur come André de Fouquières. Aveva 23 anni e scriveva 80 pagine al giorno. Non si rileggeva mai.

Josephine Baker.
Travolto dal fascino e dalla vitalità di quella ventenne che danzava nuda con un gonnellino di banane, aveva scritto un peana alle sue natiche: «È un sedere agognato da poter essere venerato. L’hanno visto nudo… talmente teso, talmente staccato dal torso con un immenso gesto di sfida, da formare un essere a parte, che vive di vita propria, molto ma molto lontano dal viso della Baker su cui, comicamente, gli occhi si toccavano per lo stupore». Non c’erano dubbi: quella ballerina era «una sintesi di voluttà animale, giovane e vivace come il jazz, trepidante, ridente, brutale e candida, soprattutto gioiosa di una gioia infantile, sana ed esuberante, non viziosa, ma forse avida. Perché il sedere della Baker turba i continenti? Perché gli uomini si commuovono in massa e perché anche la gelosia delle donne viene disarmata? Ma perché è un sedere che ride!».
Presto le più emancipate si riconobbero in quella ragazza che entrava trionfalmente in scena sulle spalle di un nero gigantesco, nuda tranne per una piuma di fenicottero rosa tra le cosce. Non si sentiva volare una mosca mentre il portatore le faceva fare la ruota. Quando Joséphine toccava terra, la sala scoppiava in un boato.

Josephine Baker.
La sua energia era incontenibile come la sua volontà di godersi i piaceri della vita. Quando, reduce dallo spettacolo, Joséphine arrivava al suo club, Chez Joséphine Baker, si scatenava in folli danze. Presto il locale era diventato uno dei posti prediletti dagli snob e dai conoscitori di jazz. La cucina era affidata a Freddie, una cuoca nera che preparava i piatti preferiti della ballerina, tra cui gli spaghetti al peperoncino. Negli intervalli Joséphine allattava con il biberon la capretta Toutoute, membro di riguardo del suo zoo personale.
Non doveva essere stato difficile a un seduttore come Simenon conquistare Joséphine, che accumulava disinvoltamente schiere di amanti tra i due sessi. Le donne che l’avevano conosciuto non avevano dubbi: il fascino di Simenon era quasi palpabile. Insieme a lui si sentivano protette e i problemi sembravano svanire.

Josephine Baker
In una foto di quei giorni Georges Simenon in smoking, seduto vicino a una radiosa Joséphine Baker, aveva un’aria sorniona. I rispettivi accompagnatori sembravano non accorgersi di niente. Il sedicente conte Pepito Abatino, uno gigolò siciliano, sorrideva felice del successo del club che aveva creato, senza badare alla tumultuosa sessualità di Joséphine. La bella, androgina Tigy Simenon, in tubino nero e capelli corti, fissava l’obiettivo con aria fatale, ma nascondeva un’insormontabile frigidità. Eppure molti anni dopo lo scrittore si lamentava ancora della gelosia della moglie pittrice che l’aveva obbligato a nascondere la sua relazione con la Venere Nera.

Georges Simenon
Georges non aveva dubbi sui ruoli dei coniugi nel matrimonio. «La donna deve essere solo un riflesso del marito e sacrificare la propria personalità alla sua». Simenon era geloso di Tigy, ma non sopportava la sua gelosia. Seduceva regolarmente le modelle della consorte, ma evitava con cura le relazioni. «Ci sono donne con cui non si può fare all’amore senza poi esserne inseguiti». Ricorreva quindi a raffinati bordelli o alle avvenenti entraineuses del Café de la Paix.
Aveva una strana idea della discrezione: una volta, avendo sorpreso la moglie di un amico ballare nuda in una casa d’appuntamenti, se l’era fatta mandare in camera, per non «farle venire dei complessi». Il sesso per lui era come il tatto per un cieco: l’unica maniera di raggiungere un mondo che gli sfuggiva. «L’unica comunicazione possibile con le donne è quella sessuale». Anche perché, si diceva, forse non c’era nulla da capire, forse le donne erano solo riflessi del desiderio maschile. «Provavo una vera e propria sofferenza all’idea di sapere che esistevano milioni di donne che non avrei conosciuto».

Georges Simenon
L’unica eccezione alla regola di Simenon fu la lunga relazione con Joséphine Baker. «Ci innamorammo follemente, fu un vero colpo di fulmine». Nella sua vita intima, Baker si comportava con la stessa libertà che la faceva ballare nuda. L’insaziabilità di Simenon dava la misura del suo vuoto affettivo. «Ho sempre vissuto l’amore solo come un incidente, una malattia, quasi una malattia vergognosa» aveva confidato ad André Gide. Ma quella «bambina selvaggia» aveva infranto la sua corazza.
Presto i nottambuli si erano abituati allo strano quartetto – i Simenon, la Baker e Abatino – che ogni sera si ritrovava. Georges, che detestava il siciliano, tentava di camuffare la situazione dicendo di fare il segretario della star. In effetti il romanziere cercava di mettere ordine nella frenetica vita «dell’Uccello delle isole». Rispondeva alle lettere, rivedeva i conti e mandava alla madre dell’artista un assegno mensile. «… Sim è un giovane giornalista, molto gentile e adorabile. Per tutto quello che fa per me la gente pensa che sia il mio segretario…» commentava languidamente la seduttrice.

Josephine Baker
Progettava addirittura una rivista popolare, Joséphine Baker’s Magazine. L’impresa non lo spaventava, dopo avere scritto interamente con 12 pseudonimi diversi il patinato Frou-frou. Gli amici di Joséphine consideravano Georges “un monello” senza interesse che la distraeva dai magnati che la corteggiavano. Ma lei si comportava con la stessa libertà che la faceva ballare nuda o stravolgere la bella faccia simulando lo strabismo. Simenon non aveva mai incontrato una persona altrettanto libera e avida di vita.
Intanto, giorno dopo giorno, la Baker diventava sempre più celebre. I parrucchieri spingevano le clienti a “bakerfissarsi” i capelli con la brillantina come lei. Appena si era laccata d’oro le unghie, una sofisticata poetessa, Anna de Noailles, l’aveva battezzata «la pantera dagli artigli d’oro». I sedili della sua auto, una lussuosa Delage, erano in pelle di serpente. Chiquita, il suo leopardo, aveva una serie di collari coordinati con gli abiti della padrona. I rotocalchi elencavano i nomi dei suoi animali: Ethel, lo scimpanzè, Albert il maiale, Kiki il rettile e via dicendo.
Nel 1927, il loro amore era quasi completo, come il Joséphine Baker’s Magazine, che aveva già pronta la copertina per il primo numero, quando era svanito nel nulla. La fama di Simenon era cresciuta, ma con una velocità inferiore a quella della sua amante. Quando aveva deciso di scrivere le sue memorie, Joséphine si era rivolta a un altro. Invece insieme a lui aveva formulato il folle progetto di un finto rapimento. Per fortuna si erano fermati in tempo. «Che bella réclame! Joséphine e io abbiamo rischiato di caderci… l’inevitabile pubblicità ci ha fatto paura. Un falso scandalo che diventava un vero scandalo!».
Poco dopo Simenon decise di allontanarsi. «Essere il marito o l’amante di una donna famosa e non essere nessuno non sarebbe la peggiore tortura per l’orgoglio di un uomo?». Riuscì a rompere solo con uno sforzo di volontà rifugiandosi con la paziente Tigy all’isola d’Aix, di fronte a La Rochelle, per cercare di dimenticarla. Agli intimi confidava: «Ero diventato l’amico di Joséphine Baker, che avrei sposato se non mi fossi rifiutato, sconosciuto com’ero, di diventare monsieur Baker».
Ma la rinuncia aveva proiettato la silhouette dell’amata nei nuovi romanzi dell’inconsolabile romanziere. Nel Colpo di luna, è facile riconoscerla nel ritratto di un’indigena nuda. «La ragazza aveva un seno abbondante e sodo. I fianchi, come quelli di un maschio adolescente, erano meno larghi del busto, ma il ventre aveva ancora la tipica rotondità dell’infanzia».
Joséphine continuava la sua ascesa e, all’apice del successo, pensava di sposarsi con il sedicente conte Pepito Abatino di Calatafimi che sopportava stoicamente i suoi tradimenti. Quando l’aveva saputo Simenon le aveva scritto furibondo: «Il tuo Pepito è un impostore. È conte come io sono presidente degli Stati Uniti. Si chiama Giuseppe Abatino e lavorava come gigolò prima di mettere le mani su di te. È uno scroccone, un truffatore, un parassita. Non è mai stato capace di pagarsi una birra con il proprio denaro. Non ha mai lavorato. È piuttosto del genere che fa lavorare le donne, sai cosa voglio dire». Intimidita, ma non domata la Baker si sposò segretamente.
Si rincontrarono solo trent’anni dopo a New York, «sempre innamoratissimi» sostiene Simenon. Lei si comportò come se il tempo non fosse passato. Sgranò gli occhi e chiese: «Georges! Perché mi hai abbandonato?». 

Da Io Donna

Beatrice Lento

Allattamento: tabù?

Ancor oggi l’allattamento al seno é questione. Strano…considerata la naturalezza del gesto e strano che lo sia sempre più col passare del tempo.

Di tanto in tanto la cronaca riporta episodi sul tema: madri che allattano allontanate, richiamate, criticate, condannate…

C’é chi ritiene che occorrerebbe creare luoghi riservati un pò ovunque, chi invece crede che bisogna avere il diritto ad allattare senza appartarsi, chi ancora valuta che realizzare aree apposite non serva per non scandalizzare gli altri ma per aiutare madre e bambino.

Tante donne, e pure io, sono convinte che allattare sia l’azione più semplice, naturale, pura e tenera che esista per cui non bisogna rinchiudersi per farlo.

Ricordo che in un passato abbastanza recente, nella mia splendida città, Tropea, donne coi bimbi poppanti, d’estate,  scendevano al mare di buon ora e dopo aver fatto un salutare bagno nelle fresche acque marine, con disinvoltura estrema offrivano la mammella ai loro piccini dopo essersi coperte l’addome con un telo di spugna per non bagnarli, lo facevano alla luce del primo sole e nessuno, proprio nessuno trovava l’evento riprovevole.

Beatrice Lento

Scheggino: la festa delle donne

Scheggino: la festa delle donne 

Correva l’anno 1522, l’Italia era attraversata in lungo e in largo da eserciti e compagnie di ventura che devastavano ogni borgo incontrato, lasciando una lunga scia di fuoco e sangue dietro di loro (il sacco di Roma del 1527 è un chiaro esempio di quale fosse la situazione) . C’era diffidenza, c’era odio, c’era intolleranza e i roghi per streghe, miscredenti (o scienziati) erano accesi di continuo. Era un periodo turbolento, dove i cambi di bandiera erano all’ordine del giorno e il paese confinante poteva assalirti senza darti il tempo di reagire.

Il duca di Spoleto governava un ampio territorio che ricadeva sulle Marche, l’Umbria e l’attuale provincia di Rieti.

La Valle del Nera, era un suo possedimento, ed era un’importante snodo viario per il commercio e il controllo del territorio, consentiva il passaggio dal Tirreno all’Adriatico, attraversando importanti centri religiosi come Norcia e Cascia. Una lunga via d’acqua stretta tra i monti dell’appennino che bagnava una terra fertile e ricca per abbazie e castelli che ne sfruttavano le proprietà.

Tuttavia, il pesante giogo spoletino spinse Picozzo Brancaleoni e Petrone da Vallo a ribellarsi e chiamare a se gli abitanti dei castelli di Rocchetta, di Ponte, di San Felice e Vallo, formando una banda armata con cui insorgere al giovane governatore di Spoleto Alfonso da Cardona, il quale recatosi per risolvere la questione pacificamente, fu tratto in una imboscata e trucidato.

Molti borghi e rocche della Valle si unirono alla rivolta, ma non Scheggino, paesino fortificato all’imbocco della valle e fedele al ducato dai tempi dei Longobardi.

Approfittando dell’assenza degli uomini, impegnati nei lavori di campagna per l’imminente mietitura, Picozzo Brancaleoni e Petrone da Vallo mossero le loro truppe per assediare Scheggino e aprirsi un varco verso Spoleto.

Il 23 luglio ci fu il grande assalto, centinaia di armati si versarono sotto le porte del borgo, tempestandole di colpi di roncole e asce. Gli assediati reagirono nella veste di bambini, aiutati dagli anziani, lanciando sassi e pentole mentre le donne preparavano olio bollente in calderoni posizionati sui assedianti. La battaglia durò per ore ma le mura resistettero e il tracollo dei briganti avvenne quando le donne scesero in piazza con bastoni e legni scacciando le truppe. Nessuna tattica, strategia o armatura ma solo la spinta della forza di salvare il luogo in cui erano nate e vissute. La disfatta fu si grande che Picozzo Brancaleoni e Petrone da Vallo ripiegarono sui loro passi immediatamente, non tentando più di prendere il paese coperti dalla vergogna.

E ancora oggi, a distanza di 500 anni, Scheggino festeggia le donne eroine di un piccolo borgo dell’Umbria.

Giuseppe Benevento

Beatrice Lento

Inspiring Girls: non esistono professioni per sole donne o soli uomini!

Vuoi che tua figlia sia felice e che si realizzi nella vita? Insegnale a sognare di più, a sognare meglio, a sognare “forte”. In Italia non abbiamo solo un problema di (mancate) pari opportunità – siamo al 69esimo posto in quanto a parità di genere su un indice mondiale di 142 Paesi: ne abbiamo già parlato qui: in Italia persino l’accesso ai sogni è limitato per le ragazze.
Esageriamo? Lo dice Valore D, associazione di 160 imprese che promuovono il talento e la leadership femminile: lo affermano le imprese impegnate sul campo tutti i giorni a produrre, a fare affari, a innovare, a stare con “i piedi per terra”. E se anche loro sono preoccupate che alle nostre giovani manchi “il sogno”, vuol dire che abbiamo un problema.
I sociologi dicono che è tutta colpa degli “stereotipi di genere inconsapevoli”. Sono quella cosa per cui, quasi senza volerlo, genitori, insegnanti ed educatoti instillano fin nella prima infanzia nei ragazzi che cosa “va bene per i maschi” e che cosa “va bene per le femmine”. Ci sono esperimenti e ricerche sul campo che lo dimostrano: mediamente a 6 anni i bambini classificano in automatico certe professioni. “Pompiere? Maschio. Infermiera? Donna. E’ il capo? Maschio. Deve occuparsi dell’organizzazione pratica? Femmina”, sono le risposte date a una sorta di “Indovina Chi?” ideato per stimolare i bambini a indovinare, in base alla professione, l’identità di individui di cui non conoscevano il sesso.

Anna Polico, comandante di plotone
Possibile che 6 ragazze su 10 modellino le loro scelte scolastiche solo sulla base di stereotipi di genere e che dei 13enni debbano rinunciare ai sogni solo in base a pregiudizi? Qualcuno ha deciso di cambiare un po’ le cose.
“Inspiring Girls” è un progetto promosso da Valore D, insieme ad Eni e Intesa San Paolo, per “dare un volto ai sogni” delle ragazze: arriva in Italia dopo che Miriam Gonzàlez Durantez, avvocato spagnolo e moglie di Nick Clegg, ex leader del Partito Liberaldemocratico inglese, l’ha lanciato in Inghilterra, in Spagna e in Serbia (e nei prossimi mesi si allargherà ad altri dieci Paesi, Stati Uniti inclusi). L’abbiamo incontrata a Milano, al lancio dell’iniziativa insieme a Valore D, in una “Fabbrica del Vapore” piena zeppa di ragazzi che hanno testato subito che cosa significhi essere ispirati dai modelli giusti.

Barbara Caputo, la donna che insegna ai robot
«L’idea che ho avuto è molto semplice – ci ha detto -: le ragazzine oggi hanno davanti a loro un sacco di modelli, dalla tv al web, per diventare attrice, cantante o cose così. Volevo far capire che ci sono anche altre strade, che essere “belle e magre” non è l’unico sogno che si può avere a 13 anni. I grandi discorsi non servono a nulla: bisognava mostrare loro che cosa le donne possono fare di alternativo e di bello. E che ci sono campi nel mondo del lavoro, come quello legato alle materie scientifiche, che offrono incredibili opportunità da prendere». Miriam Gonzàlez Durantez ha cominciato a ingaggiare donne che riteneva “role model” efficaci, persone impegnate in campi diversi, che hanno dovuto superare anche difficoltà per fare carriera in settori tipicamente maschili, e ha chiesto loro un’ora di tempo all’anno. Per fare cosa? Incontri nelle scuole, in classe e poi in piccoli gruppi. Ora il progetto parte in Italia e l’obiettivo è raggiungere 200 scuole medie, circa 25mila alunni, in tre anni, organizzando incontri pubblici in cui i teenagers potranno confrontarsi con donne che “hanno volato sopra gli stereotipi” e chiedere loro informazioni e consigli.

Laura Astolfi, bio-ingenere
A breve una piattaforma digitale sarà operativa e arricchita anche di contenuti formativi utili ai docenti. L’occasione è ghiotta per le scuole: si potrà attingere da un nutrito numero di professioniste pronte a fare da testimonial (gratis) a una platea che ha un disperato bisogno di modelli.
«Siamo convinti sia la strada giusta per intercettare i talenti delle giovani generazioni», commenta Grazia Fimiani, direttore delle Risorse Umane di Eni. «Dobbiamo insegnare alle ragazze a volare, ad avere sogni grandi e magnifici. E ai ragazzi ad assecondare i loro sogni», ci dice Claudia Parzani, tra le avvocatesse più importanti in Europa. «Stereotipi e auto-limitazioni pesano sulle spalle delle ragazze: bloccano la loro autostima, tarpano loro le ali», commenta Sandra Mori, presidente di Valore D, manager di alto livello di Coca-Cola.
«Due sono gli aspetti che accomunano le ragazze di tutti i Paesi, da quelli più sviluppati a quelli ancora in via di sviluppo – ci spiega infatti Miriam Gonzàlez Durantez -: soffrono di mancanza di autostima e non conoscono le professioni utili al mondo del lavoro contemporaneo. Questo progetto vuole mettere dei piccoli semi: ascoltare una donna che parla per un’ora non è il rimedio a tutto, ma può accendere qualche lampadina. Dobbiamo motivare le nostre ragazze: il mondo ha bisogno dei loro talenti».

www.facebook.com/Inspiringgirlsfoundation
Le role model – donne che hanno saputo non solo sognare ma anche realizzare le loro aspirazioni – in Italia non mancano e Valore D ha già reclutato volontarie per far partire il progetto. Nella gallery che vi proponiamo, alcune donne che hanno scelto di fare da testimonial per “Inspiring Girls”: dalla prima allenatrice di calcio, alla comandante, dalla responsabile di una piattaforma alla ricercatrice sui robot. Ve le mostriamo raccontando in poche righe la loro storia e il consiglio che hanno dato ieri a un centinaio di ragazzi e ragazzi che le ascoltavano, attenti e concentrati, alla Fabbrica del Vapore di Milano.

Di Francesca Amé

Beatrice Lento

Laura Soucek: la mia impresa contro il cancro

Laura da vent’anni segue un’intuizione e gira il mondo per farla fruttificare, i costi in termini personali sono  elevatissimi perché a una donna non si “perdona” di viaggiare per la propria carriera rinunciando ad avere un “normale” ruolo di moglie, madre, sorella, figlia…

Forza Laura continua la tua impresa, sono certa che ce la farai!

Appresso quanto trovato sul web

Si chiama Laura Soucek, ha 39 anni ed è uno dei cervelli in fuga dall’Italia. Oggi lavora al Vhio, Istituto di oncologia di Barcellona e ha all’attivo la scoperta di una proteina che, secondo quando mostrato da studi condotti finora sui topi, sembra essere in grado di bloccare una serie di tumori.   

Un lavoro firmato dalla biologa molecolare di Roma e pubblicato su Genes & Development descrive i risultati ottenuti con Omomyc, proteina artificiale disegnata e creata dalla scienziata con un team di colleghi.  

 

Omomyc è alla base della cura sperimentale che aggredisce la proteina Myc che si nasconde dietro molti tumori, senza intaccare le cellule sane. Finora è stata sperimentata sui topi, ma i risultati aprono prospettive per il futuro. La proteina è risultata efficace anche per i tumori del polmone con mutazione KRas che al momento non hanno possibilità di cura.  

 

Soucek ha disegnato la superproteina negli anni ’90, quando ancora frequentava l’università La Sapienza di Roma.  

 

«Da allora è stata fatta moltissima strada con gli studi su questa proteina. Nel 2008 all’University of California di San Francisco (UCSF) sono riuscita a dimostrare che questa proteina è realmente in grado di bloccare la proteina Myc, coinvolta in quasi tutti i tipi di tumore. Omomyc può far regredire i tumori senza aggredire le cellule sane», spiega Laura Soucek in una nota.  

 

«Ora sappiamo che i topi curati con questa terapia non ripresentano il tumore anche dopo più di un anno, che corrisponde più o meno a circa 35 anni di un essere umano».  

 

Il Vhio, Istituto di oncologia Vall d’Hebron di Barcellona le ha messo a disposizione le risorse necessarie per portare avanti le sue importanti ricerche sulla cura contro il cancro basata sulla sua proteina.  

 

«Quasi 20 anni fa, quando ho creato la proteina Omomyc, ingenuamente non l’ho brevettata pensando di mettere la mia scoperta a disposizione dell’intera comunità scientifica e di accelerare in questo modo i tempi per la ricerca sulle nuove potenziali cure. Non mi rendevo conto che l’assenza di brevetto significa un sostanziale disinteresse da parte delle case farmaceutiche», racconta Laura Soucek. «Ora sto lavorando perché Omomyc (o qualcosa di molto simile) possa diventare un farmaco».  

Beatrice Lento

A un anno di distanza impegno rispettato 

Ritrovo la mia lettera aperta  “Innamorata della Scuola” nel contempo fine e inizio di percorsi vitali importanti: il mio saluto alla Scuola e la promessa di un nuovo impegno nel sociale …l’impegno é stato rispettato e si chiama sos KORAI, viva la Vita!

Innamorata della Scuola

A settembre mi attende l’intrigante sfida di una nuova vita che non potrei abbracciare con l’entusiasmo e la passione consueti senza prima salutare quello che fin’ora è stato il mio splendido, meraviglioso mondo. Lo farò con una riflessione e credo di non sbagliare proponendo all’attenzione di chi legge la bellezza dell’impegno convinto e sincero, vi offrirò il cuore della mia esperienza, maturata in quarantasei anni di amore per i Giovani, che può essere compendiato nel valore della relazione autentica: semplice, pulita, disinteressata. Troppo spesso ne smarriamo il significato profondo e la mortifichiamo commercializzandola, riducendola ad uno scambio. Accade ovunque in famiglia, nella scuola, in politica, nel lavoro ma così facendo sminuiamo noi stessi sporcando la nostra dignità.Il sabato è fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato, è questo il segreto della grandezza della creatura umana capace di elevarsi rispetto al non senso di una quotidianità logorante e ripetitiva.

Cari Amici lavoratori della scuola, consentitemi di proporvi delle raccomandazioni. Accettiamo gli Studenti nella loro esclusività, compensiamo questo nostro tempo senza padri divenendo fari nella notte e ancore nella tempesta, cerchiamo sempre il cuore, la parte bella e buona che c’è in ognuno, ricordiamoci che le soluzioni vanno pensate per ogni ragazzo, che le regole vanno trasformate in emozioni e guardiamo i nostri alunni specchiandoci nei loro occhi senza scordare che anche noi lo siamo stati.

Sono felice di aver trascorso tantissimi anni nella Scuola e tanti altri ancora avrei voluto viverne, non sono stanca e non ho voglia di riposo perché mi sono sempre divertita e ho fatto sempre divertire gli Allievi affinchè fosse facile per loro innamorarsi del Sapere. E’ bello svegliarsi con la voglia di andare in quel luogo dell’anima dove ci si incontra, si parla di sé, si ascoltano gli altri e si scopre il potere emancipatore della Cultura. Una Scuola colorata e luminosa che accoglie e incanta aprendo il cuore al sapere, una Scuola trasgressiva rispetto a modelli pseudo educativi, gabbie ipocrite soffocanti lo slancio vitale.

Il nostro è il lavoro più bello del mondo perché ci esalta prospettandoci l’eternità e stimolandoci a stare sempre al passo con i Giovani. Se non ci riuscissimo, se non fossimo abbastanza attraenti, se non li sapessimo stupire, rischieremmo di deluderli e di deluderci avendo smarrito la nostra funzione.

Tutto questo mi mancherà tantissimo, mi mancherà il mio universo fantasmagorico, mi mancheranno i miei Ragazzi, mi mancherà il popolo della scuola ma niente e nessuno mi impedirà di continuare a spendermi per il bene seguendo, come ho sempre fatto, il mio cuore.

Un grazie appassionato a tutti i miei Collaboratori e alle tante Personalità Autorevoli, Agenzie Formative e Istituzioni con cui abbiamo dato vita al cerchio magico della cultura, che assieme a me hanno avuto il coraggio di abbracciare i problemi del nostro territorio e del nostro tempo spendendosi molto di più degli obblighi e dei vincoli dei Contratti, dei Regolamenti e delle Leggi.

Il mio pensiero a Don Lorenzo Milani che mi ha insegnato ad amare i miei Ragazzi più di Dio, il mio impegno verso un domani sempre nel segno del servizio alla Comunità ed a tutti, proprio a tutti, l’augurio per me più bello

in assoluto: innamoratevi della Scuola!

Beatrice Lento

A Mammicea nostra: Lydia!

Stamane ho ricevuto una visita che mi ha fatto sognare…la bella Tropea governata da una donna straordinaria: passionaria, volitiva, forte, coraggiosa e al tempo stesso dolce, protettiva, amorevole.

Lydia Toraldo Serra, la Sindachessa, rimane scolpita nella nostra Storia più luminosa, fatta di emancipazione femminile.

Lydia dimostra come sia importante mettere a frutto i talenti del mio Genere che si declinano soprattutto sul terreno della creatività, dell’accoglienza, dello spirito di servizio, dell’onestà intellettuale, del pragmatismo e di tanto altro ancora.

Voglio ricordare un aneddoto che i miei illustri ospiti di stamane mi hanno donato, riferito ad una Sua personale riflessione.

Così Lydia parlava guardando la sua ultimogenita : nella mia casa c’é una culla con dentro una piccina che guardandomi mi tende le manine desiderosa di coccole…mi sento in colpa ma poi penso che la maternità va estesa a tutti quelli che hanno bisogno di un aiuto…ai poveri dei bassi, agli affamati senza casa, agli sventurati che non hanno chi li protegge e, prendendo tra le braccia la mia Raffaella, il mio cuore non é più in pena.

Quelle che riporto non sono le parole esatte che Lydia pronunciò ma questo era il senso dello sfogo di una grande Creatura che, giustamente, il popolo tropeano chiamava ” a Mammicea nostra”.

Ciao Lydia, tu si che non morirai mai!

Beatrice Lento

Vituperium in vetulam

É la cinquecentesca invettiva contro la vecchia che rispecchia il luogo comune secondo cui la donna non più fertile é acida e strega insopportabile.

La filosofa Francesca Rigotti rompe lo stereotipo ed evidenzia come tra maschi e femmine la vecchiaia non sia diversa in sè ma nel modo in cui é stata proiettata e proprio a causa della cessata capacitá procreativa che interviene con la menopausa.

La procreazione è a tempo la creazione no!

Anche il linguaggio é complice del taglio maschilista imperante: si partorisce un concetto ma c’é sempre la paternità di un’idea e mai la maternitá.

” Basta coi pregiudizi, la creativitá é frutto di fatica e di esperienza e noi donne ne accumuliamo e mettiamo a frutto  tantissime!”

Beatrice Lento

Perché la donna masochista?

La bella ereditiera, respingendo una quantitá di corteggiatori, mise il suo cuore sull’unico che l’ignorava. Vide il mostro e impegnò il suo cuore per domarlo.

Edmond D’Alton- Shée

É la sindrome della redentrice che fa ritenere a noi donne che con noi lui sará diverso, migliore, affettuoso, gentile …diversamente dal suo habitus. 

Questa supervalutazione di sè, purtroppo, è destinata a fallire miseramente.

Gli esempi sono infiniti, concreti/ famosi/ mitici/ comuni…e alla radice di ognuno di loro c’é un’immensa sofferenza femminile ed una relazione  che sarebbe corretto definire dipendenza affettiva e, certamente, non amore.

Tra le storie più note: Aida, Norma, Medea, Alceste…mi piace ricordare anche la storia tormentata della grande ma fragile Callas.

Beatrice Lento

Donne contro donne 

Le poche voci femminili che si levano per chiedere agli uomini il riconoscimento della loro uguaglianza hanno una maggioranza di avversari femminili anche più grande di quelli maschili.

Cristina Trivulzio Di Belgioioso

Perché?

Il fenomeno purtroppo é reale e si registra in tutti i settori.

Un esempio tra tutti: si tende a perdonare molto più facilmente l’amante traditore che la donna con cui il tradimento é stato consumato.

É importante acquisirne consapevolezza per poter fare squadra, la rivalità tra donne favorisce il maschilismo.

Beatrice Lento