Teresa, Vestale degli Sbariati
Ci accoglie con un intrigante profumo di ginestra, origano e menta il sito delle Grotte degli Sbariati. É un fresco pomeriggio di luglio di trent’anni fa quello che conservo nell’anima, sono a Zungri assieme a mio marito e a tre cari amici, attratti dalla magia di quel luogo esclusivo che solo uno di noi conosce. Il fascino dell’insediamenro rupestre é sconvolgente e, come sempre accade quando incontri la Bellezza, il cuore batte all’impazzata e la mente si perde nella fantasia del sogno..”Anatemaaa anatemati mmanassuu, anatematii mmanassuu de mena ti dichiamu. Pudema stefannonune ma secu ti dichiamu”, il canto incomprensibile mi affascina ed io lo seguo lasciando il gruppo. Agile come una capretta s’inerpica sui sentieri erti, tra le case scavate abilmente nella rupe, una donna dalle movenze eleganti di una danzatrice che accompagna il ballo con la melodia della voce.
La saluto, mi presento e le chiedo il nome e il senso di quella canzone enigmatica. Teresa si chiama, possiede alcuni terreni e grotte e canta la rabbia di un innamorato che non può abbracciare la sua bella per gli ostacoli frapposti dalle differenze di status delle famiglie. No, non conosce l’origine di quella struggente melodia che ha l’incanto di radici antiche.
Teresa scompare all’improvviso ed io rimango ammaliata da quell’apparizione inquietante.
Dopo tre decenni un’attrazione irresistibile mi riporta a Zungri tra le case degli Sbariati, questa volta con i miei nipotini, come se anche a loro dovessi trasmettere l’incanto di quel contesto esclusivo d’impareggiabile seduzione. Il paesaggio é mutato e la cura di chi ama la propria terra traspare nella trasformazione che valorizza l’intrinseca malia di quell’insediamento dalle origini ancor oggi oscure.
Le tracce della fede cristiana sono palesi e le croci e il pesce raffigurato sulla grande cupola di una grotta inducono a pensare a qualcosa di più di un rustico agglomerato di stalle e di dispense per i prodotti della terra.
Mentre fantastico, agevolata dal grigiore della notte, illuminata da suggestive luci incastonate nelle pietre, il mio sguardo è rapito da una figura nera che con disinvoltura si arrampica lungo i sentieri nonostante l’età avanzata.
É Lei, la riconosco é la donna che trent’anni prima mi aveva attratto con la sua ermetica canzone.
“Teresa, Teresa!”, é Lei.
La signora dai capelli di neve raccolti nel nero del fazzolettone si volta e mi sorride, si ricorda di me.
Ci sediamo sul gradino di una delle case di pietra e parliamo ancora come se nei tre decenni trascorsi un magico filo ci avesse tenuto assieme. Teresa stringe tra le mani il rosario e come un fiume in piena risponde alle mie domande che amano scoprire la complessità dell’animo femminile.
É l’ultima di una famiglia di nove, solo lei donna assieme all’unica sorella e all’amatissima madre. Il padre è mancato quando aveva sei mesi e alcuni fratelli sono emigrati in Argentina.
Agli Sbariati é legata perché ha ereditato dalla madre terreni che ne fanno parte, altri li ha comprati ed uno lo ha in fitto. Si definisce l’ultima superstite di quella cultura rupestre e adora quelle rocce che le parlano della mamma, tutti i giorni lei andava alla fonte tra le grotte e lavava la biancheria per poi riportarla asciutta e profumata di acqua sorgiva.
Approfitto della sua benevolenza per approfondire la mia ricerca sulla donna e Teresa si concede compiaciuta del mio persistente interesse. Gli uomini che ha conosciuto non erano cattivi, proprio per niente, ma erano maschi e i maschi, si sa, comandano e controllano le femmine che ai suoi tempi non potevano andare da sole neanche al lavoro.
Era dura la vita delle ragazze: figli da crescere, cucina per sfamare tante bocche, case da curare e duro lavoro nei campi, anche di notte quando i padroni chiamavano. Lei é stata fortunata perché il marito, che pure non aveva scelto ma le era stato proposto tramite “ambasciaturi”, era buono, le voleva bene e amava condividere con lei scelte e decisioni.
É rigorosa e severa col nostro Genere Teresa e affida alla donna il compito di tutela della famiglia a costo di qualsiasi rinuncia e sacrificio, anche il tradimento va sopportato dalla moglie per salvaguardare la serenità dei figli e l’unità familiare
.” Oi i stujavucchi diventaru sarvietti e i sarvietti stujavucchi” mi dice l’Ultima degli Sbariati riferendosi allo sconvolgimento dei costumi che riguarda soprattutto la donna che non é più, con suo rammarico, Angelo del Focolare ed eroina che s’immola per il bene dei figli.
Cerco di proporle una concezione più emancipata e dignitosa dell’essere femminile ma Teresa é irremovibile: la Donna è la roccia su cui si costruisce la famiglia e non c’é spazio per nient’altro.
Quella Creatura straordinaria é analfabeta, le circostanze della vita l’hanno privata dell’istruzione e la sua saggezza antica, erede di una civiltà contadina che forse in quei luoghi esclusivi si intreccia con culture venute da lontano, non ha avuto il dono dello strumento necessario a scrollarsi il giogo della visione subalterna della donna.
Eppure in Lei qualcosa parla di libertà.
É la sua fierezza antica che coniuga la dolcezza e la docilità con una determinazione e forza interiori davvero straordinari.
Le grotte sono la sua energia vitale, lì ritrova la madre, la giovinezza e il profumo amaro del sacrificio fatto anche di pesanti sacchi colmi d’olive portati in testa.
É nata a Marzo la Signora, come me sotto il segno fantasioso dei Pesci, é pure Lei una Sbariata, l’ultima forse, una creatura in cammino capace di guardare al sole anche nel grigiore fitto delle nuvole.
Di questo gioiello raro di architettura rupestre di Calabria é diventata la Vestale, inflessibile, precisa e coerente.
Lei, che lo ricorda abitato solo dagli animali, non dimentica la fatica del vivere: il lavoro a giornata e quello nelle proprie terre, non scorda le donne rispettose dei propri uomini e teme che la libertà di cui tutti oggi godono si trasformi in anarchia capace di distruggere la Famiglia e con essa la Civiltà…anche quella mitica e attraente che affonda le radici nelle Grotte della sua Zungri.
Addio Teresa, Vestale degli Sbariati, nonostante le apparenze, sei stata e rimani una Donna Libera.
Di Beatrice Lento
Tropea 2 settembre 2018
P. S. Non conosco di persona Teresa, me ne sono innamorata grazie alle meravigliose foto di Salvatore Mazzeo e al racconto della splendida Coordinatrice del Museo e Insediamento Rupestre di Zungri Maria Caterina Pietropaolo che ringrazio assieme a Francesco Braccio per l’antico canto ” Anatema”
Luigi Luca Cavalli Sforza: razza umana concetto infondato!
Purtroppo non ha ricevuto il Nobel ma la sua lotta scientifica al razzismo lo avrebbe ampiamente meritato, ecco un articolo che parla di Lui in occasione della sua morte avvenuta oggi…grazie grande Luca!
Ha dimostrato che il concetto di razza umana è biologicamente infondato e abbattuto la barriera tra cultura scientifica e umanistica, facendo dialogare discipline diverse per arrivare a costruire un atlante genetico della storia del mondo. Luigi Luca Cavalli Sforza, genetista e scienziato, è morto a 96 anni a Belluno, dove viveva. Con i suoi studi ha messo le basi per la nascita di una nuova disciplina, la genetica delle popolazioni. Era nato a Genova nel 1922. La sua carriera scientifica, cominciata in Gran Bretagna, è proseguita fra l’Italia e la California, in particolare nelle Università di Parma, Pavia e Stanford dove insegnava. A Stanford negli ultimi anni è stato insignito del titolo di professore emerito. Dopo aver studiato a Torino nella scuola di Giuseppe Levi, come prima di lui avevano fatto Rita levi Montalcini, Salvador Luria e Renato Dulbecco (tutti e tre premiati con il Nobel per la Medicina), Cavalli Sforza ha cominciato la sua carriera nell’Università di Pavia con il pioniere della genetica italiana, Adriano Buzzati Traverso, fratello dello scrittore Dino. Allora i geni erano un’entità da definire, comprendere e misurare: anche grazie al fascino di queste ricerche Cavalli Sforza ha seguito Buzzati Traverso in Germania e poi nell’Istituto di Idrobiologia di Pallanza, in Piemonte, studiando soprattutto la genetica del moscerino della frutta e dei batteri. In seguito il suo interesse scientifico si sarebbe invece concentrato soprattutto sull’uomo. Di Buzzati aveva sposato la nipote, Alba Maria Ramazzotti.L’amore per l’Italia
I colleghi ricordano Luigi Luca Cavalli Sforza come un ricercatore animato da grande curiosità, che lo aveva portato a studiare tanto la biologia quanto la statistica, discipline diverse che riuscì a conciliare nelle ricerche sulla genetica delle popolazioni, dai primi studi condotti in Italia fino ai viaggi in Africa. Dal 1970 ha lavorato nell’Università di Stanford per oltre 20 anni ed è tornato in patria nel 1994, fermamente intenzionato, diceva, a lottare contro «l’inerzia e la lentezza della ricerca italiana». Proprio in Italia intendeva portare avanti le ricerche sull’origine delle popolazioni, che definiva «importanti per comprendere i meccanismi dell’evoluzione e l’adattamento culturale», e sui movimenti migratori. Presto avrebbe osservato, però, che la ricerca era ferma ai livelli di 30 anni prima, con «poco denaro e mal distribuito».
L’atlante genetico del mondo
In ogni caso Cavalli Sforza ha continuato a lavorare, arrivando ad affermare che il concetto di razza è solo culturale e non è dimostrato da alcuna base genetica. Inoltre ha saputo far dialogare discipline diverse – genetica, matematica, archeologia e linguistica – per costruire un atlante genetico del mondo, un albero genealogico dell’evoluzione umana basato su dati biologici, ma anche archeologici e linguistici. Cavalli Sforza era socio dell’Accademia nazionale dei Lincei e membro della Royal Society. Tra le numerose onoreficenze che ha ricevuto nel corso della sua vita, la Medaglia d’oro del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) e il Premio Balzan. Tra le sue pubblicazioni: Geni, popoli e lingue (l’opera più importante); L’evoluzione della cultura; Il caso e la necessità: ragioni e limiti della diversità genetica; Razzismo e noismo: le declinazioni del noi e l’esclusione dell’altro. Insieme al figlio Francesco ha scritto il libro Chi siamo. La storia della diversità umana. Cavalli Sforza si è impegnato anche nella divulgazione scientifica, attraverso pubblicazioni, incontri, organizzazione di festival e mostre.
Dai batteri all’uomo
«È stato uno studioso di grandissima importanza a livello mondiale, ha attraversato tutti i campi della genetica, iniziando dai batteri per arrivare all’uomo» è il ricordo di Guido Barbujani, professore di genetica all’Università di Ferrara che in diverse occasioni ha collaborato con Cavalli Sforza. Anche Barbujani studia la genetica delle popolazioni. «L’intuizione più importante di Cavalli Sforza è l’aver capito, negli anni ‘70, che nel nostro Dna è racchiuso un messaggio che arriva dalle generazioni precedenti e che ci aiuta a capire aspetti della storia e della preistoria che altrimenti ci sarebbero rimasti ignoti. Un uomo di grande lucidità intellettuale, ma anche un grande imprenditore scientifico: ha dato vita a iniziative a livello mondiale, trasformando le sue intuizioni in progetti di ricerca vastissimi come lo Human Genome Diversity Project (Hgdp), strumento attraverso cui si è passati dalla lettura di un singolo genoma alla comprensione delle differenze tra genomi, differenze che ci rendono individui unici e irripetibili».
La storia degli antenati
In che cosa consiste la genetica delle popolazioni? «Fino agli anni ‘70 era una disciplina il cui scopo consisteva nel limitare il più possibile il rischio di malattie genetiche recessive, che si ha quando due genitori sono portatori sani e un quarto dei figli sviluppa la patologia. Dunque un ambito molto limitato – sottolinea Barbujani -. Cavalli Sforza è stato il primo a capire con chiarezza che nelle nostre cellule c’è molto di più, la traccia di una storia trasmessa dai genitori, dagli antenati, fino ad arrivare ai primi sapiens. Una vera e propria genetica dell’evoluzione. Questa intuizione ha messo in moto tante collaborazioni interdisciplinari – con linguisti, archeologi, antropologi, biologi molecolari – e sono stati avviati progetti di ampio profilo culturale».
Confronto tra genomi
Come si è arrivati a superare il paradigma della razza? «Gli studi di Cavalli Sforza e di altri hanno permesso di definire che il concetto di razza non è biologicamente valido – risponde il professor Barbujani -. Si è visto con chiarezza che non ci permette di capire le differenze tra individui, mentre abbandonandolo e lavorando sul confronto tra genomi si aprono grandi strade per la comprensione del nostro passato e della specificità dei singoli esseri umani». Lei è stato allievo di Cavalli Sforza? «Non direttamente – conclude lo scienziato -. Tutti noi genetisti abbiamo lavorato sulle sue idee, ma quando ero nel pieno sviluppo della mia carriera io facevo parte del gruppo di Robert Sokal negli Stati Uniti, uno studioso austriaco che era in concorrenza diretta con Cavalli Sforza. Questo ci ha impedito di lavorare fianco a fianco nello stesso laboratorio, ma nonostante ciò abbiamo collaborato in numerose ricerche. Nutro molto affetto nei suoi confronti, così come lui ne provava nei miei. Voglio ricordarlo come uno dei grandi intellettuali italiani del Ventesimo secolo, un uomo che è riuscito a scavalcare le barriere storiche tra scienze esatte e scienze umane, un merito che, sono certo, gli verrà riconosciuto nei prossimi decenni».
Di Laura Cuppini
Ilaria Capua: scienziati non lasciamo spazio alle false notizie
Ilaria Capua, virologa di fama mondiale, facendo tesoro della sua amara vicenda personale, lancia un appello che fa il giro del mondo e invita a fare in modo che non si venga travolti dalle false notizie per non compromettere la salute dell’umanità.
Ecco La sua dolorosa vicenda narrata da Martina Pennisi
«Ha funzionato tutto alla perfezione. Sono fiera e trionfante. Non ho sbagliato niente, neanche una misura. Sono riuscita a mettere tutto nell’esatto posto in cui l’avevo immaginato». Ilaria Capua, classe 1966, pluripremiata virologa italiana di fama mondiale ed ex parlamentare, non sta parlando di una delle sue scoperte scientifiche ma di un «trasloco multiplo a croce uncinata». Lo chiama così, scherzosamente, con quell’ironia un po’ amara che le rimane appiccicata addosso, nello sguardo e nelle espressioni del volto, nelle risate ruvide, qualunque sia l’argomento di cui sta parlando. È «il» trasloco: quello di due anni fa, dall’Italia agli Stati Uniti nel pieno della bufera giudiziario-mediatica per l’accusa (da cui è stata prosciolta) di trafficare illegalmente virus (e di molto altro). Lei, che — nel 2006 — dopo aver isolato con i suoi collaboratori il virus africano H5N1 dell’influenza aviaria ha sfidato l’Organizzazione mondiale della sanità mettendo a disposizione di chiunque la scoperta in un database aperto, GenBank, e scatenando il dibattito sulla trasparenza e la condivisione dei dati. «È la cosa più importante che ho fatto nella mia vita da scienziata», asserisce. «Rischiavo l’ergastolo», tiene invece a sottolineare ricordando le accuse rese pubbliche nell’aprile del 2014 da un’inchiesta giornalistica. Fissa l’obiettivo del computer e si prende un’eloquente pausa. Si sta raccontando dagli Stati Uniti, dove vive e dirige l’Health Centre of Excellence for Research and Training dell’Università della Florida dal 2016, l’anno in cui si è sentita costretta a lasciare il suo Paese e l’impegno a Montecitorio. Giocherella distrattamente con la macchinetta del caffè. La indica.«È la prima cosa che ho comprato appena sono arrivata. Il resto era nelle mie due case, quella di Roma e quella di Padova, che ho venduto. Ho impacchettato la mia vita in 400 colli. E ho dovuto organizzare anche gli spostamenti di alcuni mobili da casa di mio padre. È morto nel 2013, mi dispiaceva vederli finire in un mercatino dell’usato e volevo portare dei pezzi di “casa” in America».È mancato prima delle accuse e del processo, dunque.
«Allora (fa una pausa, ndr), lui è stato una presenza molto importante nella mia vita, come spesso lo sono i padri nella vita delle figlie femmine. Importante e non sempre misurata. Anche quando se n’è andato ha lasciato segni profondi. Io mi ero trasferita a Roma da pochi mesi anche con l’idea di riallacciare i rapporti con la mia famiglia d’origine. La sua morte ha mandato tutti fuori asse. Se n’è andato dopo un breve periodo in ospedale, a 78 anni, per una serie di complicazioni che si sono sommate a un’insufficienza renale grave. Non ce lo aspettavamo, lui per primo che ha lasciato le cose come se fosse dovuto rientrare dopo qualche giorno. Cinque cani che lo aspettavano a casa, un armamentario completo da cacciatore con fucili e una montagna di cartucce da gestire. Insomma, complicato».
Come avrebbe vissuto la vicenda giudiziaria che l’ha coinvolta?
«Avrebbe sofferto moltissimo. Però, visto che era un avvocato navigato avrebbe potuto sostenermi. Sa cosa mi diceva sempre? Quando gli raccontavo le difficoltà e gli ostacoli che ho incontrato, le strade deviate e le persone che volevano rendermi la vita difficile diceva: “Ilaria, uno di questi giorni devi mettere tutto insieme e scrivere al presidente della Repubblica”. Rimase particolarmente colpito quando mi impedirono di trasferire il mio laboratorio nella Torre della ricerca della Città della Speranza, a Padova. Ed era nulla rispetto a quello che mi aspettava».
Era il 2012, si parlò di un suo trasferimento all’estero anche allora. Poi, nel gennaio del 2013 le arrivò un Sms.
«Di Mario Monti, l’allora presidente del Consiglio. Mi chiese di candidarmi alle elezioni politiche che si sarebbero svolte due mesi dopo (Capua racconta l’episodio anche in Io, trafficante di virus, Rizzoli, 2017, ndr)».
Accettò. Sono passati cinque anni e la scienza rimane un tema non facile da affrontare nel nostro Paese, dentro e fuori dalle aule del Parlamento.
«Quando mi stavo battendo alla Camera perché la direttiva europea sulla sperimentazione animale venisse recepita come era stata emessa da Bruxelles ho cercato di spiegare a un deputato, molto attivo in commissione Sanità, che vietare gli xenotrapianti non voleva dire — come pensavano alcuni in aula — impedire di mettere il cervello di una mucca nella scatola cranica di un criceto ma opporsi, ad esempio, alla cura dei tumori con gli anticorpi monoclonali che si creano ponendo un pezzetto del tessuto del tumore in un topo. Sa cosa mi ha risposto?»
Cosa le ha risposto?
«Che non avevo capito nulla, che loro la direttiva la volevano migliorare. Faccio questo lavoro da 25 anni, da 25 anni mi occupo di sperimentazione animale, perché purtroppo ancora non se ne può fare a meno. Mi sono messa lì, ho impiegato 40 minuti del mio tempo per spiegargli tutto, sugli xenotrapianti e sull’assurdità di vietare le ricerche per le sostanze d’abuso mentre i nostri figli e i figli dei nostri vicini sono esposti alla produzione di droghe nuove ogni settimana. E lui cosa mi risponde? Che non ho capito».
Perché si mette in dubbio la parola degli scienziati con tale leggerezza?
«L’Italia ha sempre avuto uno zoccolo di anti-scientificità. C’è uno scetticismo di base, che forse arriva dalla forte cultura cattolica o da come impostiamo il percorso universitario, non so. Come i musulmani d’altronde, abbiamo una componente culturale da cui è difficile prendere le distanze. Arriviamo a dare addosso a persone come Veronesi, con tutto quello che ha fatto per la ricerca sui tumori. Dobbiamo però distinguere le discussioni oneste da quelle strumentali, e scorrette, di chi cerca di fare presa sulle persone sfortunate che, ad esempio, si trovano ad avere un bambino autistico. Le vaccinazioni non c’entrano nulla ed è stato ampiamente dimostrato, eppure c’è chi ha continuato a insistere su un presunto legame tra le due cose».
Un rimpianto?
«In Parlamento? La mia proposta di legge sui ricercatori indipendenti. L’avevano firmata oltre 60 parlamentari e pur essendo vice presidente della commissione cultura non sono mai riuscita a farla calendarizzare, a dimostrazione di come io sia stata equilibrata e imparziale. È un tema importante, su cui poi sono stati fatti dei passi avanti. La comunità scientifica si muove e cresce anche grazie ai battitori liberi che magari vincono dei premi da milioni di euro all’estero e non possono riportarli in Italia perché il sistema non è molto recettivo. Li abbiamo fatti studiare, li abbiamo formati, si sono fatti le ossa all’estero. Mi sembra stupido farceli scappare».
Gli Stati Uniti l’hanno accolta a braccia aperte, professionalmente. Deve essere un momento storico particolare per viverci. Per lei e per un’adolescente come sua figlia.
«Mi vengono in mente due momenti. L’elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti: Mia aveva 12 anni e mezzo e stava seguendo con me, mio marito e alcuni amici europei i risultati. Si è messa le mani nei capelli ripetendo “Oh my god”. Poi, quando c’è stata la sparatoria nel liceo di Parkland, qui in Florida (era il 14 febbraio scorso e sono morte 17 persone, ndr), ha avuto una crisi di pianto e mi ha detto che non si sentiva sicura a scuola».
Nelle intercettazioni che sono state rese pubbliche ci sono sue frasi ed espressioni molto forti e colorite. Pensa di aver pagato, in quel caso e durante il resto della sua carriera, anche un atteggiamento e un linguaggio considerati normali per un uomo e che a una donna, forse, non si perdonano?
«Senza dubbio. Ci sono tante cose che non mi sono state perdonate in quanto donna, non sono la prima e non sarò l’ultima: sono una scienziata, non le mando a dire, ho avuto successo, non sono un topo da laboratorio. Sono piacente, insomma. Però mi sono anche resa conto di aver usato un linguaggio troppo colorito, in alcuni casi, e di essermi espressa personalizzando eccessivamente alcuni concetti. “I miei virus”, “i miei ragazzi”, dicevo. Attraversare e sopravvivere a quello che mi è capitato mi ha molto cambiata, ma soprattutto mi ha aperto delle aree di consapevolezza che prima non avevo. C’è sempre da imparare. Anche se non penso che sia comprensibile ai più che cosa significhi essere pubblicamente svergognato per qualcosa che non hai fatto, e avere come unica risposta: “Si sa: la giustizia in Italia è così”. Non ci si riprende facilmente da una cosa del genere».
Adesso si definirebbe felice?
«Felice è una parola grossa. Diciamo che sono orgogliosa di me stessa. Come faccio a dire di essere felice? Ho lasciato la mia vita in Italia, il mio laboratorio. Una madre di 81 anni, suo marito Eligio che ne ha 90 e a cui sono molto legata. Gli amici di una vita. Un Paese che non ho mai voluto abbandonare per fare carriera altrove. Io adesso devo ritrovare serenità ed equilibrio, ma sono orgogliosa di come ho tenuto dritta la barra del timone in questa tempesta. E ora ho una nuova missione.
Mi dica.
«Voglio battermi per una giustizia che sia al contempo più scientifica e più umana».
Tina Modotti
Nata a Udine il 17 agosto 1896 e deceduta a Città del Messico il 5 gennaio 1942.
Dopo l’improvvisa scomparsa, il riconoscimento della personalità umana, artistica e politica di Tina Modotti fu quasi immediato e per alcuni anni la sua vita e la sua opera restarono vive in buona parte dell’America latina. Poi cadde l’oblio, lungo di almeno trent’anni. Inquietanti cause di questo silenzio/rifiuto si possono trovare nel mondo reazionario, nel provincialismo, nel dilagante moralismo di questo secolo, contrari alla valorizzazione di una donna libera e inserita nel grande filone della cultura laica.
il 17 agosto 1896
L’opera di Tina, che si trova in buona parte negli Stati Uniti, venne tenuta nascosta nei cassetti dei Dipartimenti di fotografia per la nefasta influenza del maccartismo che rese impossibile, per molti anni e non solo in America, lo studio e la presentazione di un’artista che aveva creato immagini di qualità e militato nel movimento comunista internazionale.
Anche la Sinistra storica non è esente da disattenzioni nei riguardi di questa friulana d’eccezione.
Oggi sappiamo che non esiste un artista di qualità e un militante di valore, come Tina Modotti, che sia stato trascurato per così lungo tempo dagli storici della fotografia e dalla storiografia politica. Tutto ciò è avvenuto nonostante le novità e il fascino che caratterizzano la sua avventura umana:la sua complessa esistenza appare, con il solo raccontarla, un romanzo.
Assunta Adelaide Luigia Modotti, detta Tina, nasce nel popolare Borgo Pracchiuso a Udine, da famiglia operaia aderente al socialismo della fine Ottocento. Il padre Giuseppe lavora come meccanico e carpentiere, mentre la madre Assunta Mondini fa la cucitrice.
Diventa emigrante all’età di soli due anni, quando la famiglia si trasferisce nella vicina Austria per lavoro. Nel 1905 rientrano a Udine e Tina frequenta con ottimo profitto le prime classi della scuola elementare. A dodici anni, per contribuire al sostentamento della numerosa famiglia (sono in sei fratelli), lavora come operaia in una filanda. Apprende elementi di fotografia frequentando lo studio dello zio Pietro Modotti.
Il padre decide di partire per gli Stati Uniti, presto raggiunto da quasi tutta la famiglia. Tina arriva a San Francisco nel 1913, dove lavora in una fabbrica tessile e fa la sarta, frequenta le mostre, segue le manifestazioni teatrali e recita nelle filodrammatiche della Little Italy.
Durante una visita all’Esposizione Internazionale Panama-Pacific conosce il poeta e pittore Roubaix del’Abrie Richey, dagli amici chiamato Robo, con cui si unisce nel 1917 e si trasferisce a Los Angeles. Entrambi amano l’arte e la poesia, dipingono tessuti con la tecnica del batik; la loro casa diventa un luogo d’incontro per artisti e intellettuali liberal.
Tina nel 1920 si trova a Hollywood: interpreta The Tiger’s Coat, per la regia di Roy Clement e, in seguito, alcune parti secondarie in altri due film, Riding with Death e I can explain. Si tratta di una esperienza deludente, che decide di abbandonare per la natura troppo commerciale di quanto il cinema propone. Per la sua bellezza ed espressività viene ripresa in diverse occasioni dai fotografi Jane Reece, Johan Hagemayer e, soprattutto da Edward Weston con cui ben presto nascerà un legame sentimentale.
Il 9 febbraio 1922 Robo muore di vaiolo durante un viaggio in Messico. Tina arriva in tempo per i funerali e scopre, in questa triste occasione, un paese che a lungo l’affascinerà. Rientra a San Francisco per l’improvvisa morte del padre Giuseppe. Alla fine dell’anno scrive un omaggio biografico in ricordo del compagno, che verrà pubblicato nella raccolta di versi e prose The Book of Robo.
A fine luglio 1923 Tina Modotti e Edward Weston (con il figlio Chandler) arrivano in Messico, si stabiliscono per due mesi nel sobborgo di Tacubaja e, quindi, nella capitale. Uniti da un forte amore, vivono entro il clima politico e culturale post-rivoluzionario, a contatto con i grandi pittori muralisti David Alfaro Siqueiros, Diego Rivera e Clemente Orozco, che appartengono al Sindacato artisti e sono i fondatori del giornale El Machete, portavoce della nuova cultura e, in seguito, organo ufficiale del Partito Comunista Messicano.
A contatto con la capacità e l’esperienza di Weston, Tina accelera l’apprendimento della fotografia e in breve tempo conquista autonomia espressiva; alla fine del 1924 un’esposizione delle loro opere viene inaugurata nel Palacio de Minerìa alla presenza del Capo dello Stato.
Fra il 1925 e il 1926, in tempi brevi e diversi, tornano a San Francisco, dove Tina incontra la madre ammalata, conosce la fotografa Dorothea Lange, acquista una camera Graflex. Rientrati in Messico intraprendono un viaggio di tre mesi nelle regioni centrali a raccogliere immagini per il libro di Anita Brenner Idols Behind Altars. Il loro legame affettivo si deteriora e Weston torna definitivamente in California; i contatti continueranno per alcuni anni in forma epistolare.
Tina vive con la fotografia ed esegue molti ritratti, si unisce al pittore e militante Xavier Guerrero (che ben presto andrà a Mosca alla scuola Lenin), aderisce al Partito Comunista, lavora per il movimento sandinista nel Comitato “Manos fuera de Nicaragua” e partecipa alle manifestazioni in favore di Sacco e Vanzetti durante le quali conosce Vittorio Vidali, rivoluzionario italiano ed esponente del Komintern.
Tina trasforma il suo modo di fotografare, in pochi anni percorre un’esperienza artistica folgorante: dopo le prime attenzioni per la natura (rose, calli, canne di bambù, cactus, …) sposta l’obiettivo verso forme più dinamiche, quindi utilizza il mezzo fotografico come strumento di indagine e denuncia sociale, e le sue opere, comunque realizzate con equilibrio estetico, assumono di frequente valenza ideologica: esaltazione dei simboli del lavoro, del popolo e del suo riscatto (mani di operai, manifestazioni politiche e sindacali, falce e martello,…). Sue fotografie vengono pubblicate nelle riviste Forma, New Masses, Horizonte. In questo periodo conosce lo scrittore John Dos Passos e l’attrice Dolores Del Rio, ed entra in amicizia con la pittrice Frida Kahlo.
Nel settembre del 1928 diventa la compagna di Julio Antonio Mella, giovane rivoluzionario cubano, con cui Tina vive un amore profondo e al cui fianco intensifica il lavoro di fotografa impegnata e di militante politica.
Ma il loro legame dura pochi mesi, perché la sera del 10 gennaio 1929 Mella viene ucciso dai sicari del dittatore di Cuba Gerardo Machado proprio mentre sta rincasando con Tina, che rimane indignata e scossa da questo dramma e deve inoltre subire una campagna scandalistica con cui le forze reazionarie tentano di coprire mandanti ed esecutori del delitto politico. Partecipa alle manifestazioni in ricordo di Mella e, in segno di protesta, rifiuta l’incarico di fotografa ufficiale del Museo nazionale messicano. Si dedica alla militanza e al lavoro fotografico, realizzando un significativo reportage nella regione di Tehuantepec. All’Università Autonoma di Città del Messico il 3 dicembre si inaugura una rassegna delle sue opere, che si trasforma in atto rivoluzionario per il contenuto e la qualità delle fotografie e per l’infuocata presentazione tenuta dal pittore Siqueiros. La rivista Mexican Folkways pubblica il manifesto “Sobre la fotografia” firmato da Tina Modotti.
Tina Modotti accanto alle sue opere, Università di Città del Messico 1929
Nel frattempo il clima politico é molto cambiato, le organizzazioni comuniste vengono messe fuori legge: il 5 febbraio 1930 Tina viene ingiustamente accusata di aver partecipato a un attentato contro il nuovo capo dello Stato, Pasqual Ortiz Rubio, arrestata ed espulsa dal Messico. Si imbarca sul piroscafo olandese Edam, compie il viaggio fino a Rotterdam assieme a Vittorio Vidali e raggiunge Berlino, dove conosce Bohumìr Smeral, fondatore del Partito comunista di Cecoslovacchia, lo scrittore Egon Erwin Kisch e la fotografa Lotte Jacobi nel cui studio espone le opere che aveva portato con se dal Messico. tenta di riprendere l’attività fotografica, viene a contatto con le grandi novità dell’informazione giornalistica, specialmente con la stampa popolare di Willy Münzerberg: quotidiani e periodici come il prestigioso “Arbeiter – Illustrierte – Zeitung” che pubblica fotografie di Tina in diverse occasioni. In ottobre decide di partire per Mosca, dove la attende Vidali.
Nella capitale sovietica allestisce la sua ultima esposizione, lavora come traduttrice e lettrice della stampa estera, scrive opuscoli politici, ottiene la cittadinanza e diventa membro del partito; abbandona la fotografia per dedicarsi alla militanza nel Soccorso Rosso Internazionale. Fino al 1935 vive fra Mosca, Varsavia, Vienna, Madrid e Parigi, per attività di soccorso ai perseguitati politici.
Nel luglio del 1936, quando scoppia le guerra civile spagnola, assume il nome di Maria e si trova a Madrid assieme a Vittorio Vidali, suo compagno da anni, che diventa Carlos J. Contreras, Comandate del Quinto Reggimento.
Durante tre anni di guerra, lavora negli ospedali e nei collegamenti, stringendo amicizia con altre combattenti come Maria Luisa Laffita, Flor Cernuda, Fanny Edelman, Maria Luisa Carnelli; si dedica ad attività di politica e cultura: scrive sull’organo del Soccorso Rosso Ayuda, nel 1937 a Valencia fa parte dell’organizzazione del Congresso internazionale degli intellettuali contro il fascismo e, assieme a Carlos, promuove la pubblicazione di Viento del Pueblo, poesia en la guerra con le opere del poeta Miguel Hernandez. Ha occasione di conoscere Robert Capa e Gerda Taro, Hemingway, Antonio Machado, Dolores Ibarruri, Rafael Alberti, Malraux, Norman Bethune e tanti altri della Brigate internazionali. Nel 1938 è tra gli organizzatori del Congreso Nacional de la Solidariedad che si tiene a Madrid.
Durante la ritirata, con la Spagna nel cuore, aiuta i profughi che si avviano alla frontiera e si trova in pericolo sotto i bombardamenti. Arriva a Parigi con Vidali. Nonostante sia ricercata dalla polizia fascista, chiede alla sua organizzazione il permesso di trasferirsi in Italia per svolgere attività clandestina, ma le viene negato per la pericolosità della situazione politica.
Maria e Carlos, come tanti altri esuli, rientrano in Messico, dove il nuovo presidente Lazaro Cardenas annulla la precedente espulsione. Conducono un’esistenza difficile e Tina vive facendo traduzioni, si dedica al soccorso dei reduci, lavora nell'”Alleanza internazionale Giuseppe Garibaldi” e frequenta pochi amici, fra cui Anna Seghers e Constancia de La Mora.
Nella notte del 5 gennaio 1942, dopo una cena con amici in casa dell’architetto Hannes Mayer, Tina Modotti muore, colpita da infarto, dentro un taxi che la sta riportando a casa. Come già era accaduto dopo l’assassinio di Julio Antonio Mella, la stampa reazionaria e scandalistica cerca di trasformare la morte di Tina in un delitto politico e attribuisce responsabilità a Vittorio Vidali.
La tomba di Tina nel Pantheon de Dolores a Città del Messico, con il profilo disegnato dallo scultore Leopoldo Mendez e i primi versi della poesia di Pablo Neruda
Pablo Neruda, indignato per queste polemiche, scrive una forte poesia che viene pubblicata da tutti i giornali e contribuisce a tacitare lo “sciacallo” che
…sul gioiello del tuo corpo addormentato
ancora protende la penna e l’anima insanguinata
come se tu potessi, sorella, risollevarti
e sorridere sopra il fango.
I primi versi sono scolpiti sulla tomba di Tina che si trova al Pantheon de Dolores di Città del Messico. Lungo i decenni dopo la sua scomparsa, in altre occasioni sono stati messi in discussione avvenimenti della vita della Modotti. Soprattutto le circostanze della morte hanno sollecitato interpretazioni diverse, tentativi di scoop giornalistici, ambigue ricostruzioni televisive,… Ciò nonostante la biografia di Tina è rimasta sostanzialmente invariata, perché quelle prese di posizione non sono mai state sostenute da rigorose ricerche, da prove o da obiettive e attendibili testimonianze.
Dal Web
Un Papa così!
_*Puoi avere difetti, essere ansioso e perfino essere arrabbiato, ma non dimenticare che la tua vita è la più grande impresa del mondo. Solo tu puoi impedirne il fallimento. Molti ti apprezzano, ti ammirano e ti amano. Ricorda che essere felici non è avere un cielo senza tempesta, una strada senza incidenti, un lavoro senza fatica, relazioni senza delusioni. Essere felici significa trovare la forza nel perdono, la speranza nelle battaglie, la sicurezza nella fase della paura, l’amore nella discordia. Non è solo godersi il sorriso, ma anche riflettere sulla tristezza. Non è solo celebrare i successi, ma imparare dai fallimenti. Non è solo sentirsi felici con gli applausi, ma essere felici nell’anonimato. Essere felici non è una fatalità del destino, ma un risultato per coloro che possono viaggiare dentro se stessi. Essere felici è smettere di sentirsi una vittima e diventare autore del proprio destino. È attraversare i deserti, ma essere in grado di trovare un’oasi nel profondo dell’anima. È ringraziare Dio ogni mattina per il miracolo della vita. Essere felici é non avere paura dei propri sentimenti ed essere in grado di parlare di te. Sta nel coraggio di sentire un “no” e ritrovare fiducia nei confronti delle critiche, anche quando sono ingiustificate. È baciare i tuoi figli, coccolare i tuoi genitori, vivere momenti poetici con gli amici, anche quando ci feriscono. Essere felici è lasciare vivere la creatura che vive in ognuno di noi, libera, gioiosa e semplice. È avere la maturità per poter dire: “Ho fatto degli errori”. È avere il coraggio di dire “Mi dispiace”. È avere la sensibilità di dire “Ho bisogno di te”. È avere la capacità di dire “Ti amo”. Possa la tua vita diventare un giardino di opportunità per la felicità … che in primavera possa essere un amante della gioia ed in inverno un amante della saggezza. E quando commetti un errore, ricomincia da capo. Perché solo allora sarai innamorato della vita. Scoprirai che essere felice non è avere una vita perfetta. Ma usa le lacrime per irrigare la tolleranza. Usa le tue sconfitte per addestrare la pazienza. Usa i tuoi errori con la serenità dello scultore. Usa il dolore per intonare il piacere. Usa gli ostacoli per aprire le finestre dell’intelligenza. Non mollare mai … Soprattutto non mollare mai le persone che ti amano. Non rinunciare mai alla felicità, perché la vita è uno spettacolo incredibile.*_
(Papa Francesco).
La dichiarazione d’amore di Barbara
«Uomo mio, la gente non sa cosa vuol dire vivere con una donna che ha sempre bisogno di te. E non solo perché è innamorata, ma perché non può compiere la maggior parte delle azioni da sola. La gente non sa cosa vuol dire vivere con una donna così, che di mestiere fa la scrittrice e, quindi, è mossa da venti contrari e impetuosi che la portano a essere un giorno felice come una bambina e un altro triste come un’orfana. Non lo sanno – e a te poco importa perché l’hai scelta e la ami. Ma a me importa, eccome. Perché spesso si pensa a chi ha una disabilità ma non a chi gli vive accanto. E se ci pensa lo trasforma in un santo, o in un infermiere, o in uno strano essere ossessionato da qualche turba mentale. Ma io so, io ti vedo e ti vivo ogni giorno. Io vedo i tuoi occhi che cambiano espressione quando sto male, o sono felice, o sono malinconica. Vedo le tue mani prendersi cura di me, in ogni piccolo gesto, in ogni piccola e grande esigenza. Io non posso camminare per fato, tu non ti allontani per scelta. Ma non è un sacrificio, mi dici, è la mia vita con te. Mi hai sempre detto che il tuo innamorarti di me è stata una non scelta. E forse tutti gli amori lo sono, delle non scelte. Ci ritroviamo innamorati, e basta. Come un’infreddatura o una vincita al lotto. O un fiore che raccogliamo senza pensarci. O quando guardiamo il mare e ci sentiamo bene. Accade, nient’altro. Poi si diventa due, si perde l’unicità che ci ha reso indipendenti e forti fino a poco prima e abbiamo l’altro affiancato a noi, separato ma indispensabile. La gente non sa la responsabilità e la dedizione dell’essere indispensabili, perché viviamo in un mondo in cui si ripete sempre la frase “Tutti necessari ma nessuno indispensabile”. Sembra una frase vera e invece è solo cinica ed esprime il terrore del bisogno di un altro per sentirsi completi, qualunque cosa essere completi significhi e comporti. Ognuno lo è a modo suo. Io lo sono con te, anche quando deraglio, o lo fai tu. Perché anche questo accade stando insieme, amandosi. Ma io i tuoi occhi su di me, sulle mie fragilità li sento sempre. Come sulle mie invincibili battaglie. Tu ci sei. E io ci sono, non perché non potrei fuggire – chi lo dice che non potrei farlo? Sono mille le vie di fuga e non richiedono gambe buone per essere percorse. Io ci sono perché ci sei tu. Siamo comici? Teneri? Ridicoli? E a noi che importa? Sono nostre le ore, il cielo, il mare, i segreti, le parole, i silenzi. Nostri, uomo mio. Teniamoci stretti».
Barbara Garlaschelli
La mia Riace
La mia Riace
La mia Riace si chiama Prioritimen e mi porta alla mente un gruppo di 50 giovani arrivati con i barconi della disperazione.
Ero Dirigente dell’Istituto Superiore di Tropea nel settembre del 2014 quando mi chiesero di accoglierli. Non esitai un istante ad afferrare al volo l’opportunità. Non c’erano sedie né banchi a sufficienza, mancavano i professori, le”carte” erano carenti ma la volgia di fare del bene accomunò tutta la nostra Scuola che intraprese un’avventura unica e irripetibile, scrivendo una meravigliosa pagina della nostra Scuola che amavamo definire Sconfinata.
Li chiamammo ” Gli Alunni Venuti da Lontano” e la voglia di confortarli e promuoverli contagiò anche le famiglie in una gara di solidarietá travolgente. Protagonista della vicenda l’Indirizzo Alberghiero dell’Istituto che in quei mesi di impegno eccezionale calamitò tutte le attenzioni anche quella delle Associazioni di categoria, in prima fila gli Chef della Regione che fecero dono delle loro divise più belle.
La mia Riace la porto sempre nel cuore con gli innumerevoli esempi di affetto e di gratitudine che tutti noi operatori scolastici coinvolti ricevemmo da quei ragazzi dagli occhi immensi e profondi. É la loro lettera di Natale il ricordo più bello:” …anche se molti dicono che siamo un fardello pesante tu ci hai dato la mano, avevamo tristezza e ci hai regalato gioia, eravamo poveri e ci hai fatti ricchi perché ora non siamo soli.” Quando si entra in un Alberghiero il primo incontro é con i profumi, i nostri erano unici, intriganti e piacevolmente trasgressivi: un misto di cipolla, aglio, peperoncino, zenzero, sesamo e curcuma. Immensa l’eredità trasmessaci tra cui la figliolanza ideale di Chi, sentendosi amato, ancor oggi mi chiama Madre.
In questo nostro complicato tempo in cui logiche e calcoli sembrano soverchiare emozioni e sentimenti la mia Riace rimane un faro che mi indica la via che rasserena e dona senso all’esistenza: quella intessuta di rispetto, sensibilità e corrispondenza verso l’Uomo qualunque sia il colore del suo volto.
Di Beatrice Lento
Riace è un comune italiano di 2.343 abitanti della città metropolitana di Reggio Calabria, in Calabria.
Il comune è assurto agli onori della cronaca per il ritrovamento, nel 1972, di due statue bronzee di epoca greca, oggi noti come i Bronzi di Riace.
Recentemente, dal 2004 ad oggi, è stato al centro di politiche di accoglienza degli immigrati. Sono circa 150 gli immigrati accolti dalla popolazione locale, che supportati da politiche sociali sono stati inseriti nel mondo del lavoro, contribuendo allo sviluppo dell’economia del borgo. Nel 2016 sono più di 800 gli immigrati accolti dalla comunità locale.
Oggi il modello di accoglienza è in crisi per il mancato arrivo di fondi già stanziati dal Ministero dell’Interno.
Il Quotidiano del Sud promuove “Una staffetta per Riace” piccolo spazio che accoglie riflessioni sulla tematica dell’accoglienza, decido di partecipare anch’io con questo contributo che ricorda una formidabile pagina di solidarietà scritta dall’Istituto Superiore di Tropea, da me guidato, nell’anno scolastico 2014/15.
Kiki: la modella più trasgressiva di Montparnasse
Musa di Man Ray, amica di Jean Cocteau, lolita di «Papà Hemingway». Lei è Alice Prin, classe 1901, nota ai più come Kiki de Montparnasse. E la sua autobiografia, “Memorie di una modella”, a lungo censurata negli Stati Uniti, è il racconto di una vita a dir poco rocambolesca, fatta di incontri straordinari (“Usciamo con dei tipi che si chiamano dadaisti e altri che si fanno chiamare surrealisti, ma io non riesco a vedere questa gran differenza tra loro!”), notti in cella, ricoveri, eccessi…Era un’oca giuliva di talento: musa di Man Ray, amica di Jean Cocteau, lolita di «Papà Hemingway», lo scrittore, non ancora famoso, che nel 1929 firmò la prefazione dei suoi (di lei) Souvenirs, un’autobiografia censurata negli Stati Uniti per molti anni e ora edita da Castelvecchi con il titolo Memorie di una modella. Lei era Alice Prin, nota ai più come Kiki de Montparnasse e «provvista di un didietro a prova di tutto»: fu modella, amante e sodale dei più famosi pittori d’avanguardia, fu cantante e pittrice modesta, fu scroccona di lusso. Sapeva spillare soldi a chiunque, specie di sesso maschile, dallo spasimante Ernst (Hemingway), «maiale e pitocco», al famigerato editore Roth, un «pirata» che lesinava denaro persino a Joyce e Pound.
Kiki, classe 1901, era figlia di una ragazza madre, che parcheggiò lei e i suoi cinque fratelli dalla nonna in campagna: a scuola ci andò poco e male; iniziò a sgobbare a 12 anni, prima in una maglieria, poi presso la bottega di un panettiere, infine in una legatoria… Ma la voglia di lavorare spirò sul nascere: a 14 anni avvenne «il primo incontro con l’arte»; si mise a posare per uno scultore e scappò di casa perché la madre era contraria a quella professione poco rispettabile.La sua fu una vita a dir poco rocambolesca, tra un ricovero in ospedale per problemi cardiaci, qualche notte in cella per una rissa al bar e una fuga adolescenziale in America: dopo i primi, ridicoli tentativi di sbarazzarsi della verginità, Kiki capì come mettere a frutto le proprie acerbe grazie, imbottendosi il reggiseno di stracci, ritoccandosi le ciglia «con i fiammiferi usati», mostrando il seno per dieci soldi, flirtando a destra e a manca pur di raggranellare mance o di mettere insieme il pranzo con la cena.Le sue memorie naif e ironiche offrono anche un ritratto delle Parigi anni Venti e Trenta, e la bontà dello scritto sta proprio nella sua frivolezza e superficialità – perché come diceva il poeta Brodskij, «le superfici sono spesso più eloquenti del loro contenuto». Ecco allora una tragicomica sfilata di artisti e intellettuali di «Montparnasse, un posto rotondo come un circo. Ci si entra non si sa come, ma uscirne non è facile!»: Modigliani era un tipo irritante e «faceva tremare da capo a piedi»; Kisling la «chiamava bagascia e puttana sifilitica»; Fujita era un «brav’uomo, semplice e simpatico»; Man Ray, con cui Kiki ebbe una relazione di sei anni, aveva un’«aria misteriosa».«Usciamo con dei tipi che si chiamano dadaisti e altri che si fanno chiamare surrealisti, ma io non riesco a vedere questa gran differenza tra loro! C’è Tristan Tzara, Breton, Philippe Soupault, Aragon, Max Ernst, Paul Éluard… Le notti le passiamo a parlare, il che non mi dispiace affatto, anche se non riesco a capire di che cosa si stia parlando». L’unica preoccupazione della modella era la fame, di cibo, uomini o cocaina che fosse: «Sono sempre così allegra che il fatto che sia povera non conta proprio nulla… Quello che più conta è che non so nemmeno cosa significhi essere ammalata». Morale: per ottenere la fama ci vuole la fame e per diventare celebrità occorre la salute. Ciononostante, Kiki riuscì a rovinarsela, la salute, abusando di alcol, patatine fritte e droghe: a 33 anni era arrivata a pesare 80 chili e morirà a neanche 52. Lei abbozzava: «I primi cent’anni della vita sono sempre i più duri!».Nella seconda parte delle Memorie, l’autrice, ormai cinquantenne, racconta le sue ultime avventure e follie, come l’amicizia con uno «stoccafisso», un pesce moribondo e puzzolente, che salva la donna dal suicidio e da lei viene trattato come guru e confidente. È di quegli anni anche il secondo viaggio a New York, alla ricerca del grande amore, un certo Antoine conosciuto in gioventù. A Manhattan ritrova pure «Papà Hemingway» («Si dà troppe arie per essere un vero artista», chiosa l’editore Roth), passa le serate a inseguire le prostitute per strada e si lamenta continuamente che al Greenwich Village «i giorni della vera bohème sono finiti. Ora è tutta una messinscena per turisti» (erano gli anni Cinquanta!).
Franca, anticonformista e a suo modo visionaria, Kiki, scrive Hemingway, «è un monumento: dominò l’epoca di Montparnasse più di quanto la Regina Vittoria non abbia dominato l’epoca vittoriana… Eccovi un libro scritto da una donna che non fu mai una signora. Per circa dieci anni Kiki fu lì lì per essere una regina, ma questo naturalmente è molto diverso dall’essere una signora».
Ma alla fine che importa essere o meno signori? «È stato meglio essere buoni, Kiki».
Di Camilla Tagliabue
Parisa e il calcio
Il teatro dei sogni. Per Parisa Pourtaherian è uno stadio di calcio dove si disputa una partita fra uomini. Fotografa per l’agenzia di stampa iraniana Photoaman, è diventata la prima donna a fotografare un match di football maschile in Iran. Il fatto è accaduto lo scorso luglio, ma la notizia dopo essere diventata virale in patria sta facendo adesso il giro del mondo. Per la precisione il 27 luglio, durante Nassaji Mazandaran-Zob Ahan, da una parte una delle squadre storiche del Paese, della città di Ghaemshahr, dall’altra quella di una delle destinazioni turistiche più famose, Esfahan; sfida terminata 0-1 per gli ospiti con rete di Eddie Hernandez al quindicesimo del primo tempo.
In Iran, alle donne, è vietato entrare negli stadi dove ci sono partite di calcio maschile: “Per la pallavolo, la pallacanestro e l’atletica leggera le restrizioni sono minori – ha dichiarato Parisa – e ci è permesso di entrare negli impianti, ma il football è ancora tabù”. Ricordandosi di avere visto fotografie dove i tifosi salivano sui tetti per seguire i match dello stadio Vatani, si è recata in città tre ore prima dell’inizio della sfida cercando un tetto che potesse ospitarla e provando, soprattutto, di convincere i proprietari delle case a farla entrare. Dopo tanti “No” uno le ha dato il permesso di salire e anche se il primo tempo era terminato e se un albero ostacolava in parte la visuale Parisa Pourtaherian è riuscita a fare il suo shooting, diventando la prima donna iraniana a fotografare una partita di calcio maschile iraniano.
Sarebbe rimasto un gesto anonimo se i colleghi maschi dentro lo stadio non l’avessero vista e avessero iniziato a fotografarla a loro volta, immagini che hanno fatto il giro del Paese. Il tema dei diritti di genere in Iran è all’ordine del giorno, se non per i governanti sicuramente per la popolazione, e molte donne sono state arrestate o mandate via dagli stadi di calcio, quando scoperte travestite da uomo. Nel 2006 il regista Jafar Panhai, Leone d’Oro a Venezia nel 2000 per «Il cerchio», è stato condannato a sei anni di prigione e bandito dal cinema per venti per «Fuorigioco», la pellicola che racconta la storia di un gruppo di ragazze travestite con abiti maschili, appunto, per entrare allo stadio e vedere la partita Iran-Giappone (2-1, 25 marzo 2005, valida per qualificarsi al Mondiale tedesco), scoperte sono state rinchiuse in un recinto, dal quale hanno sentito solamente le urla dei tifosi senza vedere le azioni. Partita terminata con gravi incidenti dopo che uscendo la folla era caduta ed era stata calpestata.
Intanto, in Arabia Saudita qualche passo in avanti è stato fatto con il permesso alle donne di guidare, con l’inserimento dello sport femminile nelle scuole statali e lo scorso gennaio l’Autorità Generale dello Sport ha permesso anche di vedere dal vivo le partite di calcio maschile in tre impianti del Paese: lo stadio internazionale di Re Fahd a Riad; quello di Re Abdullah a Gedda e quello dedicato al principe Mohammad bin Fahd a Dammam. Durante la recente Coppa del Mondo, invece, l’Iran ha permesso alle donne di entrare nello stadio Azadi di Teheran, da 100.000 posti, per vedere le partite sui maxischermi. Piccoli passi avanti che sono visti dalle donne degli altri Paesi arabi dell’area come una spinta a lottare per i propri diritti, cercando di essere sempre più autonome e indipendenti, soprattutto nel lavoro.
Quello che ha fatto Parisa Pourtaherian, la quale spera che il suo esempio serva per aprire il calcio maschile alle donne. Parisa, che ha studiato design industriale all’università di Teheran, è una fotografa affermata che ha coperto eventi sportivi in patria come in Austria, Germania e Svezia, soprattutto di pallavolo, ma seguire una partita di calcio nel posto che gli spetta è ancora un sogno, anche se quello più grande è di farlo all’Old Trafford, per vedere dal vivo il Manchester United, squadra del cuore. Il teatro dei sogni per affermare un diritto, trasformandolo nel tribunale dei diritti per afferrare un sogno.
Di Francesco Caremani
Rispetto!
RISPETTO
Quello che vuoi
Tesoro, io ce l’ho
Quello di cui hai bisogno
Sai che io ce l’ho?
Tutto quello che ti chiedo
È un po di rispetto
quando vieni a casa (solo un po’)
Hey tesoro (solo un po’) quando vieni a casa
(solo un po’) signore (solo un po’)
Non farò niente di sbagliato quando sarai via
Non farò niente di sbagliato
perchè non voglio farlo
Tutto quello che chiedo
È un po di rispetto
quando vieni a casa (solo un po’)
Hey tesoro (solo un po’)
quando vieni a casa (solo un po’)
Yeah (solo un po’)
Sto per darti tutti i miei soldi
E tutto quello che chiedo in cambio, tesoro
È di darmi quello che è giusto
Quando torni a casa (solo un po’)
Yeah baby (solo un po’)
Quando torni a casa (solo un po’)
Yeah baby (solo un po’)
Oh, i tuoi baci
Più dolci del miele
E indovina un po’?
Lo sono anche i miei soldi
Tutto quello che voglio tu faccia per me
È darmi questa dolcezza quando vieni a casa
Yeah baby
Prendilo a frustate per me (rispetto, solo un po’)
Quando arrivi a casa, adesso
R-I-S-P-E-T-T-O
Prova a capiro cosa significa per me
R-I-S-P-E-T-T-O
Prenditi cura di me
Oh (prendimi a pugni, pugni
pugni, pugni)
Un po’ di rispetto (prendimi a pugni
pugni, pugni)
Whoa, piccolo (solo un po’)
Un po’ di rispetto (solo un po’)
Sono stanca (solo un po’)
di provare a continuare (solo un po’)
Stai finendo di ingannare (solo un po’)
e io non sto mentendo (solo un po’)
(Ri) spetto
Quando torni a casa
O potresti entrare (rispetto, solo un po’)
e scoprire che me ne sono andata (solo un po’)
Devo avere (solo un po’)
Un po’ di rispetto (solo un po’)
Grande Aretha!