Archivio annuale 13th Novembre 2018

I figli sono figli!

Il monologo della Madonna delle Rose 

Erano ‘e tre dopo mezanotte. 

P’ ‘a strada cammenavo io sola. D’ ‘a casa mia già me n’ero iuta ‘a sei mise. 

Era ‘a primma vota! E che ffaccio? A chi ‘o ddico? Sentevo ncapo a me ‘e voce d’ ‘e ccumpagne meie: «A che aspetti! Ti togli il pensiero! Io cunosco a uno molto bravo..».

Senza vulé, cammenanno cammenanno, me truvaie dint’ o vico mio, nnanz’ all’altarino d’ ‘a Madonna d’ ‘e rrose. L’affruntaie accussì  «C’aggi’ ‘a fa’? Tu saie tutto… Saie pure pecchè me trovo int’ ‘o peccato. C’aggi’ ‘a fa’? » Ma essa zitto, nun rispunneva.

«E accussì ffaie, è ove’? Cchiù nun parle e cchiù ‘a gente te crede?… Sto parlanno cu’ te!  Rispunne!».

“‘E figlie so’ ffiglie!». Me gelaie. Rummanette accussì, ferma.

 Forse si m’avutavo avarria visto o capito ‘a do’ veneva ‘a voce: ‘a dint’ a na casa c’ ‘o balcone apierto, d’ ‘o vico appriesso, ‘a copp’ a na fenesta… Ma penzaie: «E pecchè proprio a chistu mumento? Che ne sape ‘a ggente d’ ‘e fatte mieie? E’ stata Essa, allora… È stata ‘a Madonna! S’è vista affrontata a tu per tu, e ha vuluto parlà… Ma, allora, ‘a Madonna pe’ parlà se serve ‘e nuie… E quanno m’hanno ditto: “Ti togli il pensiero!”, è stata pur’essa ca m’ ‘ha ditto, pe’ me mettere ‘a prova!… E nun saccio si fuie io o ‘a Madonna d’ ‘e rrose ca facette c’ ‘a capa accussì! “Si’E figlie so’ ffiglie!» E giuraie.

Beatrice Fihn, direttrice esecutiva dell’Ican

É il simbolo della campagna che ha vinto il Nobel per la Pace nel 2017

” Penso che la decisione di creare queste armi sia stata presa principalmente da uomini. Si tratta di un’arma maschilista, perché le conseguenze colpiscono soprattutto le donne.

Oggi le ricerche ci dicono che, se sopravviviamo a una bomba nucleare e sei donna e giovane , avrai maggiori posdibilitá di sviluppare un cancro. Il sistema riproduttivo femminile é il più colpito.

A distanza di tempo, a Hirosima e Nagasaki abbiamo visto donne con problemi di aborti spontanei, neonati nati morti,  sterilitá , malattie neonatali.

Nell’area dove la Russia ha condotto esperimenti negli anni Sessanta e Settanta, un bambino su 20 presenta malattie riconducibili ai test nucleari. Quindi chi stiamo davvero proteggendo con queste armi?”

Tina Modotti

Tina Modotti, sorella, tu non dormi, no, non dormi:forse il tuo cuore sente crescere la rosa

di ieri, l’ultima rosa di ieri, la nuova rosa.

Riposa dolcemente, sorella.

La nuova rosa è tua, la nuova terra è tua:

ti sei messa una nuova veste di semente profonda

e il tuo soave silenzio si colma di radici

Non dormirai invano, sorella.

Puro è il tuo dolce nome, pura la tua fragile vita:

di ape, ombra, fuoco, neve, silenzio, spuma,

d’acciaio, linea, polline, si è fatta la tua ferrea,

la tua delicata struttura.

Lo sciacallo sul gioiello del tuo corpo addormentato

ancora protende la penna e l’anima insanguinata

come se tu potessi, sorella, risollevarti

e sorridere sopra il fango.

Nella mia patria ti porto perché non ti tocchino,

nella mia patria di neve perché alla tua purezza

non arrivi l’assassino, né lo sciacallo, né il venduto:

laggiù starai tranquilla.

Non odi un passo, un passo pieno di passi, qualcosa

di grande dalla steppa, dal Don, dalle terre del freddo?

Non odi un passo fermo di soldato nella neve?

Sorella, sono i tuoi passi.

Verranno un giorno sulla tua piccola tomba

prima che le rose di ieri si disperdano,

verranno a vedere quelli d’una volta, domani,

là dove sta bruciando il tuo silenzio.

Un mondo marcia verso il luogo dove tu andavi, sorella.

Avanzano ogni giorni i canti della tua bocca

nella bocca del popolo glorioso che tu amavi.

Valoroso era il tuo cuore.

Nelle vecchie cucine della tua patria, nelle strade

polverose, qualcosa si mormora e passa,

qualcosa torna alla fiamma del tuo adorato popolo,

qualcosa si desta e canta.

Sono i tuoi, sorella: quelli che oggi pronunciano il tuo nome,

quelli che da tutte le parti, dall’acqua, dalla terra,

col tuo nome altri nomi tacciamo e diciamo.

Perché non muore il fuoco.

Pablo Neruda

Porci con le ali

Ero certa che i miei genitori si sarebbero indignati e invece il successo aveva mondato tutto.

Lidia Ravera

Sono nata negli anni cinquanta, a Torino, e già questo è abbastanza grave. A sette anni, alla scuola elementare Manzoni, ho registrato il mio primo successo letterario. La maestra ha appeso il “pensierino” alla parete, in corridoio. Le bambine delle altre classi sono andate a leggerlo. Una quindicina d’anni dopo è arrivato “Porci con le ali” di cui tutti sanno tutto: due milioni e mezzo di copie vendute in 30 anni. Traduzioni estere, polemiche a non finire, etichette. Un successo non cercato, non goduto, male assorbito. Comunque ininfluente. Le sicurezze si formano prima, se si formano. Valeva di più il pensierino appeso al muro. Ma chi se lo ricorda. Scrivo da quando ho memoria, scrivo per mantenerla, la memoria, l’attenzione, qualcosa di vigile. Ho scritto per sorvegliare lo svolgimento della vita. La mia, quella degli altri. Sono stata, tutta la vita, soggetta ad una irrequietezza che mi spingeva a scrivere, ed incatenata alla mia roccia. Ho scritto 29 libri, per la maggior parte narrativa, una sessantina di sceneggiature. Ho scritto per il teatro, ho scritto canzoni…ho scritto addirittura un lbretto d’opera. E ho scritto migliaia di articoli per giornali e settimanali dal 1972, a Panorama (quello di Laberto Sechi) , sull’Unità (per 20 anni), su Io donna, su Donna Moderna… su Micromega, su Il Fatto Quotidiano. E da oggi qui, sull’Huffington Post. Poi, il 20 marzo scorso, alle 11 del mattino, è suonato il telefono. Era Nicola Zingaretti, che stavo seguendo con compiaciuto maternalismo (ecco qua uno di cui non sarò costretta a scrivere male). Mi ha detto: ho fatto una Giunta dove le donne sono 5 su 10. Ma forse 6 su 10. Bene, ho detto, che la metà del cielo ti benedica. Poi mi ha chiesto di essere io la sesta. Cioè di prendermi carico dell’Assessorato a me più congeniale, la cultura. La prima reazione è stata di sbalordimento. La seconda: un molto opportuno senso di inadeguatezza. A me gestire del denaro pubblico per il bene comune sembra una responsabilità enorme. Così ho detto: caro Zingaretti, tu sei matto. Ma poi, naturalmente, ho accettato. ( E lui mi regalato anche l’assessorato alle Politiche Giovanili). Adesso sto scrivendo il Piano Triennale di Indirizzo per le politiche culturali nella Regione Lazio. Una sfida entusiasmante. Sto cercando di non cambiare voce. A costo di stonare nel coro. 

Lidia Ravera

Marisela Ortiz Rivera

Marisela Ortíz Rivera, psicologa e insegnante nata nello Stato di Chihuahua, è tra le fondatrici di Nuestra Hijas de Regreso a Casa, associazione nata nel 2011 per riunire i familiari e gli amici delle giovani uccise e scomparse. L’associazione è nata dopo la scomparsa e l’assassinio di una delle studentesse della Ortiz Rivera, Lilia Alejandra García Andrade, una giovane di diciasette anni, lavoratrice in una maquiladora e madre di due bambini. La ragazza fu rapita il 14 febbraio del 2001, torturata e strangolata. Il suo corpo venne ritrovato dopo una settimana.
Marisela Ortíz Rivera è insieme alla madre di Lilia, Norma Esther Andrade, la donna simbolo della lotta al femminicidio. Entrambe nel corso degli anni hanno ricevuto diverse intimidazioni e minacce di morte che le hanno costrette a lasciare Ciudad Juárez.
Ho intervistato Marisela nell’aprile del 2013 e ne ho tradotto le risposte.

1) Attualmente lo Stato messicano rappresenta lo Stato con il maggior numero di casi di violenza di genere e i due terzi dei crimini sono definiti di “violenza estrema” da María de la Luz Estrada Mendoza, coordinatrice dell’Osservatorio Cittadino per Monitorare la Giustizia nei casi di Feminicidio a Ciudad Juárez e Chihuaha e dell’Osservatorio Cittadino Nazionale del Femminicidio. Da anni Ciudad Juárez ha conosciuto un particolare boom mediatico e quando in altri paesi, come l’Italia, si parla di femminicidi in Messico, i documentari, i programmi, i telegiornali o i giornali informativi parlano esclusivamente del caso Juárez. Può chiarirci la sua visione sul femminicidio a Ciudad Juárez e, più in generale, nella Repubblica messicana? Ci sono Stati del Messico in cui tale problematica risulta altrettanto importante sebbene poco nota ai nostri occhi? 

Ciudad Juárez è stato il primo luogo in cui si sono registrati i primi assassinii di donne con caratteristiche sessiste, razziste e classiste. È sempre qui dove noi donne abbiamo cominciato a lottare cercando di chiarire la natura di questi crimini, di porre un freno a queste tragedie, oltre che ottenere giustizia. Per questa ragione Ciudad Juárez è conosciuta come la capitale del femminicidio. Tuttavia, esistono numerose similitudini e allo stesso tempo grandi differenze tra gli assassinii dello Stato del Messico e quelli di Ciudad Juárez, dove ciò che attira l’attenzione, oltre il numero delle vittime, è la modalità in cui queste donne sono torturate e assassinate, per non parlare della mancata giustizia sia per le vittime, che per i loro familiari.

2) Secondo lei qual è la ragione di una così spropositata violenza contro le donne in Messico?

È certamente un problema che dipende da molti fattori. Si tratta di una problematica in cui risalta una cultura machista e misogina, e nella quale gli uomini tentano di dimostrare la propria superiorità rispetto alla donna. In Messico si uccide e si tortura perché si può; oltretutto, la corruzione che caratterizza le forze dell’ordine e alcuni settori del governo ha fatto in modo che questa situazione crescesse fino a raggiungere dimensioni inimmaginabili. L’assenza di volontà nel voler indagare sui casi di femminicidio e nel volerli prevenire dimostra la tolleranza di tali crimini da parte delle autorità, il cui interesse riguardo questo tema è praticamente nullo. Ecco perché questi possono essere considerati veri e propri complici. In alcuni casi, infatti, gli stessi membri della polizia sono coinvolti nella scomparsa e assassinio di queste donne.

3) Con la firma del Trattato di Libero Commercio molti uomini hanno deciso di recarsi a lavorare negli Stati Uniti. Anche le donne si sono spostate, molte verso le grandi città come Juárez. Senza dubbio l’industria delle maquiladoras ha contribuito a cambiare i ruoli nella società. Nel mio lavoro descrivo il cambiamento della famiglia tradizionale e, in molti casi, parlo di donne che conquistano la propria indipendenza per il solo fatto di essere loro quelle che “portano il pane a casa”. Pensa che questo cambiamento nei ruoli abbia potuto peggiorare in qualche modo la condizione delle donne a Ciudad Juárez?

Senza dubbio. Infatti un aspetto ampiamente evidenziato nella diffusione di alcuni casi è stato il sentimento di inferiorità da parte dell’uomo nei confronti della donna. Un uomo spodestato dal suo ruolo di dominatore. Questo, per loro, è inaccettabile, così come sono inaccettabili le libertà acquisite col tempo dalle donne, economicamente indipendenti e capaci di conquistare una posizione nella società che prima era loro negata. Donne che lavorano, uomini disoccupati. Tutto questo provoca rabbia nello stato d’animo di questi uomini costretti a mansioni prima attribuite esclusivamente alla donna. Da qui l’umiliazione e la frustrazione che li porta a commettere violenze e in casi estremi uccisioni, non solo su donne, ma anche su bambini e bambine.

4) Condivide l’idea di Marcela Lagarde che qualifica il femminicidio come un crimine di Stato? Pensa che anche gli alti livelli del potere siano influenzati da una cultura misogina che incide negativamente sulla risoluzione dei casi di scomparsa e omicidio delle donne?

Senza dubbio la violenza è presente anche a livello istituzionale, perché nessun problema legato alla donna e alla sua condizione sembra rappresentare una priorità nell’agenda politica messicana. Vi è un disprezzo generale per questo tema verso il quale si mostra un certo interesse solo quando esiste una certa pressione politica. Ciononostante, anche in questi casi esiste una politica di simulazione per cui solo in apparenza si presta attenzione a questi casi. Ad oggi, non esistono politiche reali, di prevenzione, né una volontà effettiva di porre fine a questa violenza.

5) Dopo la promulgazione della Legge Generale di Accesso alle Donne a una Vita libera dalla Violenza, crede che la situazione in Messico sia migliorata?

Non è migliorata affatto, e lo dimostrano le cifre in continuo aumento. Purtroppo questa legge ha solo una funzione dichiarativa; non vi è alcun reale desiderio di applicarla. I politici non ritengono necessario far rispettare la legge e preferiscono incolpare le stesse donne delle tragedie di cui sono protagoniste piuttosto che applicare politiche pubbliche che riescano a fermare questa barbarie, ancora meno se le azioni hanno un costo economico o politico. Essi non agiscono perché questo dimostrerebbe la volontà di assumere una responsabilità che è stata sempre negata.

6) Quanto tempo è passato dall’emissione della sentenza sul caso González ed altri (“Campo algodonero”) e quanta pressione sta esercitando la Corte Interamericana affinché questo caso possa considerarsi chiuso? Considera che il Messico stia avviando una procedura di non indennizzo, nonostante siano stati firmati la maggior parte dei trattati per la tutela dei diritti della donna?

Finora è stata rispettata in minima parte, e non nei tempi indicati. Credo che questa sentenza non troverà mai un seguito; nessuno vuole compiere quanto prescritto nella sentenza, anche perché non sono previste alcune sanzioni in caso di inadempienza. C’è bisogno di sanzioni significative, che colpiscano la parte economica e politica del paese, perché questa è la sola cosa che interessa a coloro che detengono il potere.

7) Nel 2001 si parlava della creazione di una nuova Procura Specializzata in delitti contro le donne, con l’obiettivo di chiarire tali crimini. Consultandone il sito ufficiale, è risultato quasi impossibile trovare informazioni sulle vittime di femminicidio. Ciò che vorrei chiederle è se, a partire dalla creazione di questa “nuova” Procura, è cambiato qualcosa a livello di archiviazione dei dati, o se continua ad essere altrettanto difficile reperire notizie aggiornate e, soprattutto, ufficiali su questo fenomeno.

Sono state aperte numerose procure, commissioni e uffici per poter dare una soluzione a questi casi di femminicidio. Nessuna di queste, però, ha dato dei validi risultati. Sembra, infatti, che si preferisca minacciare e giudicare le famiglie delle vittime e i difensori dei diritti umani in continua lotta al femminicidio, più che tentare di individuare e punire i potenziali responsabili. A questo si aggiungano i continui tentativi di minimizzare i fatti e distogliere l’attenzione pubblica, contribuendo all’atteggiamento di negazione e ridicolizzazione assunto da parte dello Stato. È risaputo, infatti, che le stesse procure sono solite cambiare le versioni dei fatti, creare falsi colpevoli e negare qualsiasi tipo di informazione di base tanto alle famiglie coinvolte quanto ai cittadini in generale, giustificandosi con la discrezione richiesta dai casi. Ma la realtà è che non esistono risultati e le persone detenute, ritenute senza ombra di dubbio responsabili di tali fatti, sono davvero poche.

8) All’inizio le autorità negavano questi crimini. Si trattava di casi isolati, nulla per cui preoccuparsi. Con l’intento di minimizzare, in molti casi, si accusarono le vittime di condurre una “doppia vita”, insinuando che esse stesse fossero responsabili della propria morte. Successivamente iniziò la costruzione di falsi colpevoli, con la chiara intenzione di voler disporre di capri espiatori. Nel 1995, Abdel Latif Sharif è stato accusato per l’omicidio di alcune donne, sebbene lui abbia sempre dichiarato, fino all’ultimo, di essere innocente. Cosa pensa di queste accuse?

Credo che questa domanda possa trovare risposta nella risposta alla domanda precedente. Succede ancora la stessa cosa, addirittura si è arrivati a minacciare le famiglie (e i loro difensori), e, in casi estremi, si è arrivati all’assassinio di coloro che hanno deciso di dedicare la loro vita a far conoscere la verità. È il caso dell’attivista Marisela Escobedo Ortíz, ma anche degli attentati armati e delle minacce di morte contro la mia associazione “Nuestras Hijas de Regreso a Casa” e i suoi membri, avvenimenti che hanno costretto molti di noi a fuggire dalla nostra comunità.

9) L’attenzione sul tema, dopo molti anni, sembra essere stata raggiunta. Adesso è indubbio come molti paesi del mondo e, più in generale, la comunità internazionale, siano al corrente di ciò che succede a Ciudad Juárez e del clima di corruzione e di impunità ivi vigenti. Tuttavia, sebbene negli anni siano state rafforzate alcune misure, il cammino sembra ancora lungo. Su cosa pensa si dovrebbe porre una certa enfasi?

Sulle politiche pubbliche di prevenzione; sulla diffusione reale dei fatti; sulla prevenzione, attraverso l’educazione per il raggiungimento di un’effettiva giustizia giuridica, soprattutto nei confronti di altre vittime del femminicidio, quelle dimenticate: i figli e le figlie di coloro che sono state assassinate o sono scomparse.

10) Cosa può fare una società? Quali responsabilità ha lo Stato affinché questo tipo di avvenimenti possano cessare? E cosa può fare la cittadinanza messicana in generale?

La società deve protestare. Non deve tacere. Coloro che rimangono in silenzio sono complici e permettono che questa situazione continui. Lo Stato ha comunque la responsabilità principale, e ad oggi sembra non abbia risposto ai suoi obblighi. Si deve porre fine a questa corruzione.

11) Cosa significa oggi essere un’attivista in Messico, e nello specifico a Ciudad Juárez?

È un’enorme responsabilità e nello stesso tempo implica il rischio constante di essere uccisi per difendere la giustizia. È un’attività pericolosa, per la quale molti messicani e messicane hanno perso la vita o il diritto alle loro libertà.

12) Infine, collegandomi alla mia ultima domanda, mi piacerebbe sapere se lei, in qualche momento da quando ha iniziato la sua lotta contro il femminicidio, ha mai pensato di lasciare tutto, soprattutto in seguito delle minacce ricevute.

Non ho mai pensato di smettere di lottare, so che morirò lottando. Considero la difesa dei diritti umani un impegno per tutta la vita. Se ho lasciato la mia comunità è per stare al sicuro e continuare a vivere. Perché morire significherebbe non poter più lottare e in questo modo, seppur lontana, posso ancora fare qualcosa per i miei cari. Forse, adesso, da quando ho lasciato il mio paese, ho acquisito una nuova visione, più ampia, oltre a sentire maggior coinvolgimento. Da lontano posso osservare con maggior lucidità i problemi e le possibili soluzioni. Il mio lavoro per Juárez non è finito; difatti, adesso ho organizzato un laboratorio di scrittura per testimoni con fini terapeutici; sono stati realizzati buoni testi, molti dei quali mostrano una drammaticità unica, ma è necessario renderli visibili poiché è l’unica maniera per ricordare le vittime

Dal Web intervista di Lara Tavolilla

Annunciazione di Lotto

Lorenzo Lotto coglie in maniera esclusiva le emozioni di una ragazza semplice, fresca, ingenua di fronte al desiderio divino.

Lei non sembra contenta.

Lei appare contrariata dall’intromissione di un estraneo.

La Sua casa è accogliente e signorile.

L’angelo appare mite e rassicurante ma ha difficoltà a richiamare l’attenzione della fanciulla nonostante l’omaggio di un giglio dal gambo lungo.

Lei ha uno sguardo smarrito e le mani spalmate in avanti in segno di disappunto.

Lui ha una consistenza reale tanto da proiettare l’ombra.

Maria non presta attenzione neppure al Padre Eterno che galleggia in alto contro il soffitto.

La Vergine di Lotto é una brava giovane sconcertata da un evento sorprendente e inatteso.

Libera interpretazione di una critica di Vittorio Sgarbi

Nan Goldin

Nan Goldin è una leggendaria fotografa che vive tra NYC, Parigi e Berlino. Dopo un lungo decennio di depressione è tornata sulle labbra di tutti per aver rilasciato un’intervista a The Observer intitolata: “I wanted to get high from a really early age”.
Nata a Washington D.C. nel 1953, Nan è cresciuta nei suburbs di Boston, in una famiglia della borghesia ebraica. La passione per la fotografia è sbocciata in giovane età, come forma di ribellione e via di fuga dalla rigidità del nucleo familiare.
Ma il motivo principale che l’ha spinta definitivamente verso questa forma d’arte è stata una tragedia personale, ha rivelato la donna. “Ho iniziato a scattare fotografie dopo il suicidio di mia sorella. Quando l’ho persa ho iniziato ad essere ossessionata dall’idea della memoria, non volevo dimenticare mai più nessuno”.

“Dopo la morte di mia sorella ci siamo trasferiti a Boston, io avevo 12 anni. Ho smesso di parlare per anni e la macchina fotografica mi ha aiutato a creare legami con le persone, ad esprimere me stessa”

Un paio d’anni dopo, Nan inizia a frequentare la School of the Museum of Fine Arts, dove conosce David Armstrong, un personaggio chiave nella sua vita, sia lavorativa che personale. David era un rinomato fotografo, ma fu anche il primo modello di Nan come drag queen.

Armstrong è stato la guida di Nan all’interno di un nuovo mondo affascinante. A quel tempo la giovane fotografa ha iniziato il progetto che l’avrebbe resa celebre: The Ballad of Sexual Dependency. Oggi la serie è considerata uno dei capolavori della fotografia contemporanea. Le sono serviti 15 anni per collezionare all’incirca 800 scatti d’amore, sesso, alcol, droga, violenza e morte. Alcune delle foto sono crude, altre disturbanti, ma sempre pregne di realismo.

Nei primi anni ‘80, il virus dell’HIV ha fatto una vera e propria strage, contagiano buona parte dei suoi amici, per poi ucciderli. Nan ha voluto immortalare i loro ultimi attimi nel modo più trasparente possibile in una serie impressionante.
Dal Web

Addio Jo Garceau

É lei la mamma delle pigotte, le bambole di pezza  che davano la possibilità di dare una mano all’Unicef. 

Le sue creazioni non le vendeva ma invitava ad adottarle e l’abitudine si é diffusa nel mondo.

Americana scelse di vivere a Cinisello Balsamo che l’aveva accolta come artista, cantante e insegnante

Le prime bambole nacquero nel 1991 grazie all’impegno di anziani e bambini.

Addio Jo. 

Non ti dimenticheremo : migliaia di pigotte grideranno per sempre il tuo nome. 

Addio Jo Garceau

Fu lei, Jo,  a legare una bambola di pezze alla possibilità di dare una mano all’Unicef.

Non vendeva  le sue pigotte  te ma invitava ad adottarle e l’abitudine si é diffusa in tutto il mondo.

Era  Americana Jo Garceau, innamorata dell’Italia che l’aveva accolta come artista, cantante e insegnante  a Cinisello Balsamo.

Si stima che la bambola abbia aiutato circa 800mila bambini. Grazie a lei molti di questi, che avevano vissuto la fame, hanno avuto accesso all’istruzione

Celebriamo la Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne

In occasione dell’evento ci impegneremo attraverso laboratori formativi dedicati agli studenti dell’Istituto Superiore di Tropea.

Nei quattro Indirizzi di studio della Scuola, nella mattina del 5 dicembre,  si avvicenderanno le provocazioni culturali di quattro Soci : Luigia Barone, Dario Godano, Carla Piro e Valentina Pirrò.

Punto di partenza: l’immagine assai forte, che ritrae un’orribile sequela di donne crocefisse, accompagnata dallo slogan: “in croce maDonne”, con sotto la dicitura :”Stupri dimenticati. Crocifissione di donne armene  da parte dell’esercito turco nel 1917″

Sembrerebbe che quelle rappresentate siano sì vittime del genocidio armeno, ma che l’immagine sia presa da un film, che non sia assolutamente una foto del 1917 né, tantomeno, che le donne che vi sono rappresentate siano state torturate e uccise davvero.

La storia ci insegna che massacri di questo tipo sono davvero successi in Armenia da parte dei turchi tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX, e vi è una nutrita collezione di reperti fotografici disponibili in rete, ma in questo caso particolare pare che  l’immagine sia il fotogramma, tratto da un film muto del 1919, intitolato “Ravished Armenia” che racconta la vicenda di una ragazza cristiana sfuggita al massacro.

Di questo e di tant’altro si discuterà insieme.

Momento clou della mattinata: il consueto dono di libri al Laboratorio di genere Mnemosyne del Liceo Classico da parte della socia Luigia Barone, perché la violenza contro la donna si combatte con la cultura.