Daisy Fraser
Avete mai sentito dell’editore Whedonche dava al tesoro pubblico ogni moneta ricevesse
per supportare un candidato?
O per scrivere sulla fabbrica di conserve
per convincere la gente a investirci?
O per sopprimere gli avvenimenti della banca,
quando era a pezzi e sull’orlo del fallimento?
Avete mai sentito del giudice del distretto
che aiutava tutti eccetto le ferrovie “Q”,
o i banchieri? O che il reverendo Peet e il reverendo Sibley
dessero tutto il loro salario, guadagnato tenendo la bocca chiusa,
oppure parlando in modo chiaro come i loro capi volevano,
per la costruzione dell’acquedotto?
Ma io-Daisy Fraser che passai sempre
per le strade fra cenni di testa e sorrisi,
e colpi di tosse e frasi come “eccola sta arrivando,”
non fui mai portata davanti al giudice Arnett
senza pagare 10 dollari e le spese
al fondo scolastico di Spoon River!
Brava Sofia!
” Se fai ciò che ti piace non puoi essere triste”…ce lo dice Sofia!
SOFIA GOGGIA – Non c’è dubbio che la bergamasca è l’atleta copertina della stagione azzurra. La prima medaglia d’oro per l’Italia nella discesa femminile alle Olimpiadi e la Coppa del Mondo di discesa dall’ultima di Isolde Kostner datata 2001/2002. Sono questi due trionfi i simboli di una stagione strepitosa per Goggia, salita sul podio per nove volte in totale tra discesa, superG e gigante, con tre vittorie all’attivo tutte in velocità. Quarto posto nella classifica generale ed è un piazzamento che poteva anche essere migliore se non ci fossero state nel corso dell’anno le classiche “goggiate”. Sono, però, questi momenti che forse caratterizzano maggiormente la bergamasca, una sciatrice che non si accontenta mai e che vuole sempre raggiungere il massimo traguardo. Anche per il suo carattere, il suo spirito, il suo modo di fare dentro e fuori la pista è ormai diventata “la faccia” dello sci alpino azzurro, un personaggio che coinvolge ed appassiona, come succedeva solamente ai tempi del grande Alberto Tomba.
Fabiola a capo del CERN
L’ha definita “un’esperienza bellissima” e soprattutto “un grande onore essere direttore del Cern” di Ginevra, ma Fabiola Gianotti, prima donna a essere stata scelta nel 2014 alla guida del più grande laboratorio al mondo di fisica delle particelle, intervistata dall’AdnKronos, ha sottolineato come guidare il Consiglio Europeo per la Ricerca Nucleare a Ginevra sia anche “un’esperienza molto arricchente”.
“Il mio lavoro spazia dagli aspetti scientifici a quelli di budget e agli impegni internazionali: è senz’altro un grandissimo onore, un grandissimo privilegio essere alla guida di questo laboratorio veramente speciale” ha spiegato la scienziata inserita da Forbes tra le 100 donne più potenti al mondo.
Una delle poche donne a capo di una ciclopica infrastruttura di ricerca con 21 Paesi membri e migliaia di scienziati impegnati, Gianotti segna di fatto un punto a favore della ricerca scientifica al femminile, celebrata oggi dalle Nazioni Unite con la Giornata Internazionale delle Donne e delle Ragazze nella Scienza.
Minerva Jones
Minerva Jones
Io sono Minerva, la poetessa del paese,
fischiata, sbeffeggiata dagli zoticoni da strada,
per il corpo pesante, l’occhio strabico, il passo ondeggiante,
e rincarono le dosi quando Weldy <il duro>
di me prese possesso dopo una caccia brutale.
Mi lasciò al mio destino dal dottor Meyers;
e io sprofondai nella morte, la paralisi che saliva dai piedi,
come chi entri sempre più nel profondo
in un flusso di ghiaccio.
Andrà qualcuno al giornale del paese
per raccogliere in un libro tutte le mie poesie?
Ero tanta assetata d’amore!
Ero tanta affamata di vita!
(da “Antologia di Spoon River”, Edgar Lee Masters)
Le Futuriste
Una mostra al museo Man di Nuoro celebra l’ingegno delle donne futuriste: pittrici, fotografe, scenografe. Artiste totali e rivoluzionarie che seppero ribaltare gli stereotipi di genere del tempo meglio ancora di quanto seppero fare i colleghi maschi. “L’elica e la luce. Le futuriste. 1912_1944” è curata da Chiara Gatti e Raffaella Resch e mette in risalto l’operato di queste artiste, dalla vicende personali talvolta spregiudicate, grazie a più di 100 opere fra dipinti, sculture, carte, tessuti, maquette teatrali e oggetti d’arte applicata. Nomi poco conosciuti al grande pubblico, da Valentine de Saint-Point, a Brunas, da Alma Fidora (la cui biblioteca e l’archivio di documenti sono andati distrutti sotto i bombardamenti) a Benedetta, fino a Marisa Mori e Wanda Wultz
L’uomo senza corazza
Ettore che si sfila l’elmo per prendere in braccio Astianatte, impaurito dall’armatura, é un uomo di una straordinaria modernità.
La tenerezza del maschio verso il figlio é una grande conquista che l’uomo deve alla donna…alle dure battaglie femminili per la paritá che hanno regalato a Lui il diritto alla pienezza di sentimenti e alla libertá di atteggiamenti nella cura della prole.
Ovviamente, il padre non deve diventare un “mammo” nè la madre deve annullare il suo ruolo di accoglienza.
L’equilibrio giusto nessuno può dire quale sia ma é certo che non bisogna trascurare, man mano che i figli crescono, i limiti e le regole….insegnamento impropriamente definito”paterno”.
Jessica, la prima Gender Editor
La Bennet lavora per il New York Times ed il suo compito é quello di filtrare le notizie dal mondo attraverso l’anima femminile.
Jessica usa la lente del genere anche per scoprire cosa significa essere uomini.
” Non vogliamo ricreare le pagine femminili di cinquant’anni fa, quando i contenuti cosiddetti’ per le donne’ erano circoscritti a una sezione del giornale. Devono esserci in ogni sezione e in ogni medium. Il mondo è stato a lungo raccontato con sguardo maschile perché gli uomini hanno gestito i governi e i media: filtrare il grande giornalismo del Times attraverso uno sguardo femminile serve a bilanciare questa disparitá. E può essere un modello per tutti i media”.
Jessica si occupa molto della dimensione sessualitá ed evidenzia il sessismo radicato in molti.” Alle donne si insegna che devono essere schive, che se dicono subito si vengono giudicate facili e se dicono no in certi casi si rischia che gli uomini reagiscano male.
Gli uomini, d’altro canto, ritengono che devono insistere perché le donne dicono di no anche quando vorrebbero dire di sì”.
Affrontare sistematicamente questa problematica puó fare la differenza.
L’Arminuta
Ci sono romanzi che toccano corde così profonde, originarie, che sembrano chiamarci per nome. È quello che accade con L’Arminuta fin dalla prima pagina, quando la protagonista, con una valigia in mano e una sacca di scarpe nell’altra, suona a una porta sconosciuta. Ad aprirle, sua sorella Adriana, gli occhi stropicciati, le trecce sfatte: non si sono mai viste prima. Inizia così questa storia dirompente e ammaliatrice: con una ragazzina che da un giorno all’altro perde tutto – una casa confortevole, le amiche più care, l’affetto incondizionato dei genitori. O meglio, di quelli che credeva i suoi genitori. Per “l’Arminuta” (“la Ritornata”), come la chiamano i compagni, comincia una nuova e diversissima vita. La casa è piccola, buia, ci sono fratelli dappertutto e poco cibo sul tavolo. Ma c’è Adriana, che condivide il letto con lei. E c’è Vincenzo, che la guarda come fosse già una donna. E in quello sguardo irrequieto, smaliziato, lei può forse perdersi per cominciare a ritrovarsi. Donatella Di Pietrantonio affronta il tema della maternità, della responsabilità e della cura, da una prospettiva originale e con una rara intensità espressiva. La sua scrittura ha un timbro unico, una grana spigolosa ma piena di luce, capace di governare una storia incandescente in cui l’accettazione di un doppio abbandono è possibile solo tornando alla fonte, al corpo, a se stessi. E’ inoltre capace di trasportarci lì, in quell’Abruzzo poco conosciuto, una terra ruvida e aspra che improvvisamente si accende col riflesso del mare.
Lili Marleen
Durante la seconda guerra mondiale l’emittente militare tedesca di Belgrado trasmetteva ogni sera, poco prima delle 22, la canzone “Lili Marleen”, ascoltata con nostalgia non solo dai soldati tedeschi ma anche dai loro nemici. E per pochi minuti succedeva una cosa che a molti sembrava un miracolo: ogni sera, per pochi minuti, le armi tacevano. In brevissimo tempo “Lili Marleen” divenne la canzone più popolare tra i soldati di tutte le nazionalità. In realtà, ai nazisti non piaceva molto il testo, piuttosto antimilitarista e disfattista: la storia del soldato che pensa con malinconia al suo amore lontano non era molto adatta a rafforzare lo spirito di combattimento. Fu persino vietata per un certo periodo, ma le richieste dei soldati tedeschi di ascoltare la canzone ogni sera erano troppo insistenti e così si ripresero le trasmissioni. Questa prima versione, incisa nel 1938, era cantata da Lale Andersen.
Ma non solo “Radio Belgrad” trasmise questa canzone. L’attrice e cantante tedesca Marlene Dietrich, fuggita dai nazisti negli Stati Uniti, cantò la canzone per le truppe alleate e con la sua voce rese questa canzone famosa in tutto il mondo. Oggi è una delle canzoni più conosciute nel mondo, secondo alcuni è anche la canzone più bella di tutti i tempi.