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#Endometriosiparliamone … Giù Giù e Camilla

E così, per chissà quale strano caso della vita, un giorno iniziai a leggere le straordinarie storie di vita di queste donne, le Endine (è così che si chiamano fra loro).

Storie fatte di amarezza e dolore ma tanto coraggio e consapevolezza.

Iniziai a scoprire quanti sogni questa disonesta malattia, l’Endometriosi, aveva strappato a queste giovani donne che nonostante le remore, il pudore e la reticenza, non desiderano altro che raccontarsi.

Il girasole è il simbolo che le rappresenta, la caratteristica di questa pianta annuale è quella di girare sempre il capino verso il sole.

Simboleggia l’allegria, la solarità e la vivacità.

Ed è proprio senza perdere la gioia di vivere, che le Endine lottano con tutta la loro forza contro il mostro.

Vorrei raccontarvi le loro storie, affinché attraverso la loro conoscenza si possano abbattere tutti i muri dell’ignoranza e sconfinare nella consapevolezza informata, l’unica al momento in grado di arrestare la malattia.

Inizierò parlandovi di Giù Giù e della sua storia intitolata “La malattia che non c’è”

” Il giorno del mio 25° compleanno ringraziai i medici che mi salvarono la vita da qualcosa che probabilmente nemmeno loro sapevano cosa fosse in realtá.

Mi rassicurarono addirittura sul fatto che non sarebbe risuccesso.

Credetti loro, ingenuamente.

Brindai alla mia vittoria ignara del calvario incurabile che mi si sarebbe prospettato negli anni a venire.

Invece si ripresentó tante di quelle volte così tempestiva da non poterne quantificare i danni e i dolori.

L’endometriosi é una patologia carogna che si comporta come un tumore e che a causa del ritardo diagnostico genera danni micidiali e irreversibili e invalidità permanenti che ti fanno sentire una donna a metá.

Una malattia che crea delle vere e proprie emorragie interne qua e là. Il sangue, là dove non dovrebbe essere, crea flogosi cronica, tessuto cicatriziale, aderenze e addirittura arriva a mutare e a trasformare la funzionalità degli organi circostanti. Complicazioni dunque di ogni ordine e grado. Certe terapie ti fanno vomitare “sorci verdi” e modificano il tuo corpo e tutto il tuo equilibrio sistemico, modificano la tua forma originaria, il tuo peso, la tua pelle, i tuoi capelli, la tua bellezza. Pensate a questa immagine: pensate a una fiamma vicino a un oggetto di plastica. Osservatene il bordo e noterete che, a causa del calore, dopo un po’ si deformerà. Questo accade nella pancia di chi ha l’endometrio difettoso.

Il vero problema è che non sei creduto, anzi spesso deriso e isolato, perché sono malattie DENTRO, malattie che non si vedono, malattie etichettate erroneamente come immaginarie o psicosomatiche.

Questo mostro ha cambiato la qualitá della mia vita, la mia anima, il mio essere donna.

Ho lo stomaco marcio e poco importa se ragionamenti semplicistici di alcuni “specialisti” hanno contribuito a renderlo tale, se tutti i dolori per anni sono stati associati al fantomatico ”stress” e se mi hanno rifilato cure a caso creando danni ad altri organi vitali.

Questa é la mia guerra e fino a quando riesco a reggerne tutte le conseguenze fisiche e mentali non smetto di lottare. Non smettete mai di lottare.”

Non sempre però le storie in cui mi sono imbattuta avevano il sapore amaro della perdita, a volte leggo delle belle storie a lieto fine.

Il messaggio di speranza di Camilla, rappresenta davvero il punto di forza di tutte le giovani Endine.

”Un anno fa a quest’ora stavo per entrare in sala operatoria ignara e terrorizzata da quel che mi sarebbe aspettato… dopo quattro ore di intervento mi è stata diagnosticata endometriosi severa di quarto grado oltre ad un inaspettato mioma uterino di 8 cm… oggi a distanza di poco tempo ,in realtà, mi risveglio nel mio letto con un piccolo miracolo in me che mi bussa e mi ricorda che a volte la vita è davvero straordinaria, benvenuto sesto mese di gravidanza!

Auguro con tutto il cuore a tutte le Endine di vincere le vostre battaglie facendovi forza anche quando tutto sembra cadervi addosso”

Di Mariantonietta Pugliese

#Endometriosiparliamone : donna ricorda che il dolore non é normale

I “problemi delle donne” vennero considerati da molti medici del diciannovesimo secolo indicativi della costituzione psicologica instabile e delicata delle donne.

Gli atteggiamenti nei confronti delle donne sono migliorati nel corso del ventesimo secolo ma alcune delle vecchie convinzioni persistono influenzando l’atteggiamento della professione medica nei confronti delle sofferenze delle donne, incluso il dolore del ciclo.

Di conseguenza, mentre cercano aiuto per il loro dolore pelvico (che può verificarsi indipendentemente dalle mestruazioni) molte donne con endometriosi vengono convinte che il loro spesso intenso periodo di dolore è “normale”, che è “parte dell’essere una donna”, o che nasce “nella loro testa “. Ad altre viene detto che hanno “una bassa soglia del dolore” o sono “psicologicamente inadeguate”.

La verità è che se il dolore interferisce con la vita quotidiana non è normale.

#Endometriosiparliamone

Consiglio a tutte le mamme che hanno delle bambine: se, dopo le prime mestruazioni, lamentano dolori eccessivi e insistenti, effettuare visite ginecologiche non è superfluo. Probabilmente tutto è nella norma ma un controllo non guasta.

#Endometriosiparliamone…i sintomi

La malattia é tipica dell’ etá fertile e si presenta in almeno il 4% della popolazione femminile, é importante fare una diagnosi precoce

Se hai

Mestruazioni dolorose

Sofferenza nei rapporti sessuali

Dolore pelvico ricorrente

Difficoltà a diventare mamma

Sensazione diffusa di spossatezza

Disagio rettale

Stipsi e diarrea

Perdite di sangue

Ciclo irregolare

Rivolgiti al tuo medico di base o a un ginecologo

Sul sito www.endometriosi.it puoi trovare informazioni

Il dolore é ancora più dolore se tace

Al via il Progetto di sos KORAI “ ENDOMETRIOSI? …parliamone!”
L’ Endometriosi é una patologia al femminile, colpisce circa il 5% delle donne con un picco tra i 25 e i 35 anni e ad esserne interessate sono quasi in tre milioni.
 L’endometrio, che riveste l’ utero, fuoriesce e, raggiungendo altri organi e sedi, provoca danni di variabile entitá. Spesso la diagnosi sopraggiunge dopo un defatigante iter che determina gravi ripercussioni anche psicologiche. É una malattia invalidante che compromette la qualità della vita e la dimensione relazionale per le significative limitazioni che arreca in chi ne soffre, le frequenti assenze dal lavoro possono rischiarne la perdita e le difficoltà relazionali e fisiche possono compromettere la vita a due e la maternità, causando spesso separazioni e divorzi. 
“ L’idea di dar vita al Progetto” dichiara Beatrice Lento, Presidente di sos KORAI “ nasce da uno stimolo offertoci da Mariantonietta Pugliese, una nostra associata” da subito abbiamo colto l’importanza di un impegno a favora della conoscenza, della cura e della prevenzione di questa grave patologia riservata esclusivamente al Genere Femminile.
 La finalitá di sos KORAI é, infatti, la tutela e la promozione della donna a tutto campo. 
Ci occupiamo di contrasto alla subcultura maschilista e alla violenza sulle donne ed anche del suo benessere psicofisico per cui l’attenzione a tutto ciò che può comportare questa patologia é per noi un impegno dovuto. Siamo anche consapevoli dei pregiudizi e dei tabù che l’accompagnano essendo legata alla sfera della genitalità  femminile che continua, ancor oggi, ad essere oggetto di resistenze misogine. Ecco perché riteniamo che parlare di Endometriosi significa contribuire significativamente  all’emancipazione femminile. La strada da percorrere relativamente alla conoscenza e alla cura della patologia è ancora lunga ed é importante svolgere un’ azione di sensibilizzazione  spronando la ricerca sul campo.” 
Com’ é noto sos KORAI é una Onlus con sede sociale a Tropea, nata da poco più di un anno, che si propone di promuovere un cambiamento dei processi educativi rivolti ai giovani, e non solo, depurandoli dagli stereotipi maschilisti, al suo attivo giá numerose azioni di variegata natura. Fanno parte del sodalizio circa cinquanta Soci di ambo i generi e di ogni etá e tanti sono anche i Soci d’Onore: Personalità autorevoli e note che hanno accordato alla giovane Associazione la loro prestigiosa guida.
La Socia Mariantonietta Pugliese, che ha dato l’ input  al Progetto è felice della condivisione ottenuta essendo molto sensibile alla delicata problematica:” Lo scorso 30 marzo” ci dice” a Roma si è svolta una marcia per le vie della città attraverso la quale migliaia di donne hanno provato a far conoscere una malattia terribile, subdola e nascosta, a volte da molti sottovalutata se non ingnorata.
È una malattia cronica, che si comporta come un tumore, portandoti via organi importanti del corpo, ma in realtà non lo è. Nel 40% dei casi causa infertilità, condiziona i rapporti con il partner, distrugge le relazioni interpersonali, e crea difficoltà nella ricerca di un’occupazione.
Esistono pochi centri in Italia e pochi medici specializzati e solo grazie ad una esatta diagnosi si può evitare il peggio. In alcuni casi è invalidante, il terzo e quarto grado della patologia sono riconosciuti attraverso esenzioni e benefici ma i costi dei farmaci e degli interventi senza esenzione sono elevatissimi. 
Da anni queste donne lottano affinché gli venga riconosciuta la malattia e un aiuto economico. Spessissimo le donne sofferenti, per pudore, perché ancora vittime di una mentalità arretrata, tendono a non farne parola con nessuno, soprattutto nella comunità in cui vivono. Invece è necessario farla conoscere il più possibile in 

modo da facilitare una diagnosi precoce.

 Ho da subito pensato che sos KORAI avrebbe potuto aiutare queste donne abbandonate all’indifferenza e a vivere un dolore a volte più grande di loro stesse, aprendo un dialogo con tutti gli amici che la seguono ed anche oltre. La corrispondenza immediata e  piena dell’ Associazione mi conforta e sono certa che riusciremo a dare un piccolo contributo.”
La Presidente Lento riferisce di una grande sensibilità evidenziata dagli associati e la volontà di agire anche diffondendo conoscenza attraverso il Blog sosKORAI.it e la relativa pagina Facebook e mediante un convegno sulla tematica come momenti d’ avvio progettuale:” Si cercherà di investire in cambiamento culturale, sollecitando le donne coinvolte, direttamente e indirettamente, a parlarne per potersi  confrontare, avere informazioni e aiuto psicologico. Abbiamo scelto come slogan di questo nostro impegno la frase:” Il dolore é ancora più dolore se tace.”, é una frase di Giovanni Pascoli che evidenzia l’ importanza di spezzare l’ isolamento e di aprirsi agli altri, é quello che cercheremo di fare con forza.
 Sappiamo che il problema é presente nel nostro territorio e che c’é necessità di saperne di più, di aiutarsi a vicenda e di avere guida e consigli, cercheremo di rispondere a questi bisogni dando vita a circoli virtuosi di scienza e solidarietá. L’ Endometriosi fa paura anche perché molto rimane sconosciuto e inesplorato, se ne parliamo di certo qualcosa cambierá nel bene”
La Presidente di sos KORAI Onlus

Beatrice Lento

Cesara

Cesara

Sono Cesara e alcuni amici mi chiamano Cesarina. La mia vita è stata un’avventura, si potrebbe scrivere un romanzo, anzi tanti romanzi. La mia famiglia era molto povera, mamma mia era casalinga e papà ma-

rinaio ed anche musicista, suonava il Bombardone, è stato anche in Argentina a fare spettacoli.

Con mia madre andavamo a faticare in campagna da quando avevo 8 anni. Una volta venne un temporale fortissimo, eravamo a Brattirò, la mamma aveva una giacca vecchia dei miei fratelli e con quella ha allargato le spine e mi ha fatto mettere sotto per proteggermi dai fulmini. Lì noi andavamo a portare i pesci e loro in cambio ci davano ceci, fagioli, farina. Tante volte andavamo dalla zia Lucrezia, verso la zona del Campo, a raccogliere fichi e poi sulla collina a vendemmiare. In testa mi mettevano fino a 50 chili d’uva e un medico che mi conosceva diceva sempre:«Chi fimmina, sì na diavula». Ero una bella ragazza. Facevo pulizie a tutti, serva di tutti, chi aveva bisogno mi chiamava.

A 22 anni sono andata in Argentina per cercare di cambiare vita, ero poverina. Mi chiamò l’uomo che avevo sposato per procura un anno prima, lui era di San Costantino ed io lo conoscevo perché sua sorella aveva sposato mio fratello.

Quando ho fatto il matrimonio, per la festa abbiamo tolto da casa il letto matrimoniale per avere un pò di spazio. Mio fratello Antonio mi portò nella chiesa del Rosario con l’abito bianco che mi aveva prestato una parente, era il 1952, eravamo in pochi, gli intimi. Il viaggio per andare dal marito lo feci da sola, mio fratello mi affidò a certi amici. Quando andavo a prendere la nave, la mia valigia di cartone, pure se era legata con lo spago grosso, si aprì e cadde a terra tutto quello che c’era: due lenzuola, due cami- cie da notte, due vestiti, la biancheria intima…lo stretto necessario, avevo di tutto un solo cambio. Sulla nave sono stata male per tutto il viaggio, ero sempre a letto, ero sola con una ragazzina che i genitori mi avevono dato a Genova per guardarla ma lei andava sempre in giro, non riuscivo a tenerla controllata, stavo così male che due volte mi portarono nell’ospedale della nave.

C’erano degli uomini che mi infastidivano quando mangiavamo, io lo dissi al comandante e lui mi spostò di tavola. A Buenos Aires trovai una casa tre metri per cinque, senza bagno e senza cucina. Il letto era di una piazza e mezza e c’era un tavolo piccolissimo. Che potevo fare ormai? Il marito mi disse: «Per poco ci arrangiamo qui». A pranzo andavamo a mangiare da una zia e poi mi ritiravo.

Sono rimasta incinta subito, dopo é nata una bambina di sei chili e seicento grammi, uscì sui giornali. C’era

bisogno di un cesareo ma in quell’ospedale non c’era niente, ero tra la vita e la morte. Ho avuto un’emorragia e sono rimasta assai ricoverata, mi hanno lacerata tutta. La bambina é vissuta dieci mesi, piangeva sempre, notte e giorno, era sofferente per quel parto, era bella, figlia mia, Caterina si chia- mava, come la suocera.

Poi rimasi di nuovo incinta di un altro figlio, Carletto, un nome che piaceva a mio marito. A sei mesi gli è venuta la polio- mielite, tanti si ammalavano così, é vissuto quindici anni. Dopo é nata la seconda, Caterina.

Non avevo carrozzella, li portavo in braccio i figli. Io arrivai a un punto da dover cercare da mangiare, mio marito era sempre malato. Andavo ad un centro per i poveri, andavo con Carletto in braccio. In Argentina ho conosciuto tante donne e tanta povertà. Io, anzi, avevo la possibilità di bere il latte la mattina ma vicino a casa mia c’era una bambina che il latte non ce l’aveva, allora di nascosto gli davo il mio e quando mio marito mi chiedeva se lo avevo bevuto dicevo di si e con la mano facevo finta di asciugarmi la bocca. Di bello dell’Argentina non ricordo niente, mi mancava l’aria. Io di cose belle me ne ricordo poche, anche a Tropea: non sono mai andata ad una festa vera, non sono andata neanche a mare se non qualche volta, quand’ero giovane, mi facevo il bagno con un vestito lungo, lungo. Ho incontrato anche una contessa di Roma e sono andata a farle le pulizie. Carletto me lo portavo dietro e lo legavo perché si muoveva troppo.

Mi trattavano benissimo, erano ricchi e buoni ed io ero sempre umile e semplice. Poi ho lasciato la casa corridoio grazie all’aiuto di uno zio, fratello di mia madre, figlio naturale non riconosciuto di un signore ricchissimo che comunque lo aiutava. Era bravissimo e bellissimo lo zio, aiutava tutti, portava anche le sigarette ai carcerati. Lui mi trovò una casa decente ma i servizi erano sempre in comune.

Incominciavamo a migliorare ma mio marito peggiorava in salute e al lavoro erano più i giorni di assenza che faceva, mi sentivo umiliata ad andare continuamente dal datore di la- voro, ogni volta non faceva altro che criticare. Non capivano che malattia avesse, in realtà era un male grave ai reni tanto che andò in dialisi. Dopo alcuni anni ci hanno rimpatriato perché mio marito non poteva più lavorare e non avevamo di che vivere.

Al Consolato c’era un uomo tanto buono, si chiamava Greco, che si prese di pietà e ci aiutò a prendere la pensione. Gli arretrati erano un bel gruzzoletto e ci sentivamo tranquilli ma a un certo punto occorrevano dei controlli per mantenere la pensione d’invalidità, a Tropea non siamo riusciti a farli perché avevano perso dei docu- menti e la pensione non l’abbiamo più avuta. Mio marito era ormai in dialisi e voleva morire ma io gli stavo sempre vicino a curarlo, non lo lasciavo mai, ero sempre con lui. Con gli arretrati della pensione comprai un negozio ed era tanta la voglia di concludere che ho dato subito i soldi alla pro- prietaria. Il giorno dopo lei se ne era dimenticata ma per fortuna poi la memoria le ritornò. Era un negozio di frutta e verdura.

Per risparmiare andavo a raccogliere erbe e origano, avevo le mani sempre bucate. Raccoglievo anche arance e tante volte me le regalavano o me le facevano pagare poco Mi arrampicavo sugli alberi, nelle scarpate, nei burroni, raccoglievo, raccoglievo e così guadagnavo qualcosa. Prima abitavamo con mia madre e poi con l’aiuto di un sacerdote siamo passati al palazzo del Vescovo.

Lavorando ho aggiustato quella casetta che era molto malandata. Anche se ero poverina in quel appartamento mi sono venuti i ladri: era notte, sento uno «scruscio» e di colpo vedo scendere gente dalla finestra, due persone, ero coricata, sono stata zitta, zitta sino a quando hanno rubato tutto, un pò di soldi, il mio poco oro, una penna d’oro che avevano regalato a Caterina per la Comunione, poi se ne sono usciti dalla porta principale.

Lì sono stata tanti anni poi dovevano aggiustare l’appartamento e me e sono andata. Sono passata nella casetta del «Borgo a Basciu» dove vivo anche ora e l’ho pagata un poco alla volta perché il proprietario mi voleva bene e mi volle aiutare dicendomi di dargli i soldi come li avevo. Io non volevo accettare perché sapevo di non poter pagare subito ma lui ha insistito tanto. Ho comprato anche un’altra casetta, mio marito non voleva ma io l’ho presa lo stesso e l’ho pagata un poco alla volta. I figli si sono sposati ed ho dei bei nipotini.

Dimenticavo: quando sono tornata dall’Argentina ho avuto un altro figlio che abbiamo chiamato Nicola. Dopo un poco dalla sua nascita Carletto si ammalò ed io lo portai a Napoli in un Istituto di ragazzi paralizzati. Lí Carletto mio é morto ed io me lo sono portato al cimitero di Tropea.

I miei nipotini sono: due di Caterina e tre di Nicola. Da bambina vivevo in una casa di fronte al mare e sono felice di vivere anche oggi in una casa che guarda l’Isola. Quando mi affaccio dal balconcino mi ricordo la mia infanzia.

Mi ricordo quando con mia madre andavamo a piedi, da un viottolo, a Sant’Angelo a lavorare in campagna dagli zii. Mi ricordo che eravamo in otto: quattro fratelli e due sorelle, più i genitori, tutti in una camera. Un giorno a casa cadde il terrazzo, mio padre si salvò per divino miracolo e mia madre per coprire la parete rotta mise una tenda e moriva- mo dal freddo.

Quante ne ho fatte nella vita mia! Facevo punture a tutti, vestivo i morti, quanti ne ho lavati e vestiti, con le mani nude, mai i guanti, li rispettavo i morti, avevo pietà e non schifo, per amicizia, mai per soldi, a volte qualcuno mi faceva un regalo. Ho fatto tante conoscenze, anche gen- te ricca che mi lasciava le chiavi di casa per fare le pulizie, tutti si fidavano di me, mi dicevano: « Cesarina sei pulita, ordinata, onesta». Ero di salute, mi coricavo vicino ai malati, li assistevo e non mi contagiavo mai, bevevo anche nel loro bicchiere. «Conzavo» i letti «cu gruiu» che forza ci voleva!. Ho fatto l’operaio, il muratore, il falegname, anche in Argentina, partivo col figlio paralizzato, dormivamo per terra, nei cartoni, ci mangiavano i moscerini, raccoglievo pietre e facevamo impasti con cemento e legni. « Chi mugghieri bella che avete trovato, bella, forte e lavoratrice» così dicevano a mio marito.

Io a lui non l’ho mai sottovalutato, pure se era malato, per lui compravo anche i gamberoni e glieli cucinavo quando li desiderava. Mio marito mi ha lasciato sempre libera, aveva piena fiducia, ogni donna deve sapersi guardare. Una volta uno mi mise la mano sul braccio…«u fici- iii». Se a un marito lo tradite di nascosto é una vergogna, bisogna essere oneste e sincere. Posso camminare a testa alta, non ho mai sbagliato!

Mi dispiace che non ho studiato, questo mi dispiace. Mia madre aveva un’amica professoressa, io le facevo tutte le pulizie senza pagarmi e mia madre le chiedeva di farmi un pò di scuola ma lei non l’ha fatto mai, non erano buoni, non mi hanno mai dato neanche un pezzo di pane. Io ho imparato a leggere e a scrivere, più a leggere veramente, da sola, e così sono rimasta «ciuccia».

Aiutavo anche la famiglia del giudice Naso, avevano un figlio paralizzato, molto intelligente, mi voleva molto bene, siamo rimasti amici per tutta la vita, anche la figlia dottoressa mi ha voluto bene, tantissimo, fino alla sua morte.

A una signora ho tenuto le chiavi per 49 anni, gliela facevo trovare pulitissima, quando era bel tempo mettevo persino i mate- rassi al sole perché c’era umidità. Erano generosi, soprattutto il marito che una volta mi regalò cinquantamila lire e mi disse:«Non dirlo a Lucia» Lucia era la moglie. Purtroppo il signore si é buttato dal terzo piano ed è morto, perché scoprì di avere un male incurabile, ed io gli ho fatto dire tante mes- se di suffragio. La signora Lucia non era cattiva ma aveva un carattere troppo pesante, se la faceva con me perché io ero una bonacciona, ero molto umile anche perché così ti fa diventare la pezzenteria.

Una volta la signora mi confidò un segreto, io lo tenni nel mio cuore ma alcune sue amiche a cui l’aveva detto parlarono. Lei se la prese con me, mi accusò di averla tra- dita, sospettava di me perché ero poveretta mentre le amiche erano ‹gnure. Restai malissimo. Dopo una settimana venne a chiedermi perdono perché aveva scoperto che il suo segreto lo avevano messo in piazza le amiche, ma io quella volta non riuscì a perdonare e le sue chiavi non le volli più. Io non sono mai stata traditora, ho messo sempre la buona parola.

Un giorno una ragazza voleva lasciare il marito ed io l’ho convinta a non farlo le ho detto:«Fidati di questa vecchia, non lo lasciare» e lei si é fidata. Ho fatto anche le pulizie a Donna Clotilde, la mattina presto mi chiamava:«Cesarea,

teni i chiavi e fammi i servizi» Quando tornava dal negozio mi portava un panetto di pane enorme e mi diceva :«Mo, si voi, ndi cucinamu e mangia- mu nsemi» Facevo le pulizie anche al Teologo e Peppina, sua sorella, mi diceva:«Non consumari sapuni, strica cu curteu»

Facevo le pulizie anche al Vescovo e una volta che aspettava ospiti da Napoli, dopo che ho pulito tutto, ho messo anche, per bellezza, i tappeti di mia figlia, nuovi, che si doveva sposare, quando l’ha saputo mi voleva ammazzare.

La mia vita é stata questa, sempre in giro a faticare, é stata dura ma anche bella perché ho avuto e ho tanti amici che mi vogliono bene e una bella famiglia. Mio marito era un uomo buono e mi ha sempre rispettato. Oggi sono serena e mi piace ripensare a tutto quello che ho passato anche se tante cose no, tante cose non me le ricordo più.

Cesara Tropeano Storia raccolta e trascritta da Beatrice Lento

Conversando su GRETA Quaderno dell’8 Marzo

Angelo Stumpo:” Quale il filo conduttore delle storie narrate?”
Beatrice Lento:” Le 21 storie di donne raccolte nel Quaderno GRETA sono diversissime tra di loro. Sono tutte storie vere: questo è il primo elemento che le accomuna e come tutte le esperienze reali sono cariche di passioni. La maggior parte sono donne calabresi, alcune di Tropea e dei luoghi vicini, che hanno i tratti tipici dell nostra terra, prima tra tutte la complessitá che, se ci riflettiamo, é  cosa diversa dalla contraddittorietà.
Ci sono anche donne straniere che si sono innamorate dei nostri luoghi e qualche donna che gli autori hanno incontrato nel mondo virtuale o nella letteratura. 
Sono tutte, creature che hanno vissuto e vivono intensamente tracciando un segno luminoso del loro essere nel mondo, con  una metafora, usata da una delle Donne di Greta, Maria la Tessitrice, direi lasciando  ”… una scia nel mondo come le lumache …”
Sono donne coraggiose e forti che non si arrendono ed anche dinanzi agli eventi più travolgenti sono capaci di risollevarsi, con quel talento tutto al femminile che é la resilienza: la capacità di resistere e ricomporre sempre i cocci della propria esistenza saldandoli con l’oro, come fanno i giapponesi e ,quindi, risorgendo ad una vita più bella e preziosa.
Sono Donne che hanno sofferto ma hanno anche gioito, sono soprattutto donne che contano, che hanno scelto, che hanno dato alla loro esistenza la direzione desiderata, anche le vicende più dure e tragiche lasciano trasparire la presenza di esseri volitivi che, con caparbietà, a volte anche con trasgressivitá assoluta, si sono autodeterminate.

Delfina da GRETA secondo Quaderno dell’8 Marzo di sos KORAI

Delfina

Sono Calabrese DOC, nata e cresciuta, orgogliosa di appartenere a questa bellissima Regione. Molti mi chiedono da dove deriva il mio nome, Delfina, in verità non è un nome di famiglia ma porto il nome della mia

madrina, un’intima e cara amica di casa, significa “colei che viene da Delfi” e si festeggia il 26 novembre in memoria di Santa Delfina di Sabron.

Per diversi anni ho prestato servizio in qualità di Dirigente Scolastico presso alcuni Istituti Comprensivi della Provincia di Vibo Valentia; ho vissuto le mie destinazioni con viva soddisfazione, chiaramente mi sono sempre interrogata su quali potessero essere gli obiettivi formativi più pregnanti nell’ambito di un contesto territoriale come il nostro, caratterizzato da particolari fenomeni a livello socioculturale, e quali potessero essere gli strumenti e i momenti di confronto e di sensibilizzazione, al fine di focalizzare alcuni traguardi che potessero essere condivisi e favorire la mobilitazione delle migliori risorse disponibili all’interno ed all’esterno della Istituto; ho cercato di dare vita a una scuola che fosse capace di interpretare con responsabilità le istanze umane, sociali, ambientali del territorio, che sapesse educare e formare, ma soprattutto aprirsi per creare un dinamico e innovativo rapporto con la realtà circostante e per fornire agli allievi validi strumenti conoscitivi, senza dimenticare l’identità culturale e i valori umani. La mia esperienza professionale è stata straordinaria, ho incontrato molte persone speciali che mi hanno voluto e mi vogliono bene, che mi hanno mostrato rispetto e disponibilità, in sintonia con il mio pensiero e il mio modo di essere, che, a volte, con un piccolo gesto mi hanno donato serenità, e che non smetterò mai di ringraziare per averle in- contrate nel mio cammino.

Sono nata in una famiglia vecchio stile, di sani principii morali ed educazione rigida, tutti credenti e praticanti. Ho vissuto un’infanzia protetta, ogni membro della famiglia vigilava sull’altro, così come i vicini di casa, il male non ci sfiorava, si giocava sicuri per strada, quella era la vera libertà! Non esisteva il timore di incorrere in un maniaco, in un mostro. Le donne erano sacre in famiglia, la mia mamma gestiva e governava la casa ed accudiva tutti, anche gli anziani, e prestava aiuto a chi aveva bisogno, infatti, spesso ci si supportava tra vicini con i poveri mezzi allora a disposizione. Grazie a questi esempi, ho maturato la convinzione che la famiglia è tutto e che l’amore dei genitori verso i figli sia la forza più potente che esista. Negli ultimi anni il mio nucleo familiare si è più che raddoppiato: i miei tre figli mi hanno donato ben sette nipotini, spero che questo numero aumenti ancora, intanto, la mia casa è diventata il ritrovo di figli e nipoti, quotidianamente ci incontriamo attorno al tavolo della mia cucina, apparecchiato per 12, 15 tra adulti e bambini, inoltre, i piccoli spesso organizzano a casa dei nonni i “pigiama party”, preceduti da una cena a base di pizza e patatine, amo questa allegra confusione e prego di poter godere del loro affetto per ancora molto tempo, per me è felicità pura, i miei nipoti dicono che non sono vecchia ma “nuova”. Niente mi entusiasma più dei loro baci e abbracci.

Qualche anno fa ho concluso il mio percorso lavorativo, lungo e fruttuoso nonché sempre a contatto con il pubblico, con una bellissima festa, circondata dal personale scolastico, docente e non, e dalle persone care, la fase odierna della mia vita guarda verso il futuro, che per me significa vivere quotidianamente seguendo i principii morali che mi sono stati insegnati dai miei genitori e nonni, inoltre, vorrei trasmettere la saggezza che ho acquisito col tempo e con l’esperienza a coloro che vorranno ascoltarmi.

C’è una parte di me che è poco conosciuta, fin da bambina faccio sogni in cui dialogo con parenti o cari amici defunti, ciò che mi dicono poi puntualmente si avvera, ne sono testimoni i miei familiari a cui racconto nell’immediatezza ciò che ho sognato; questa mia particolare sensibilità mi ha permesso di entrare in amicizia con Natuzza Evolo, la mistica di Paravati, il primo contatto è avvenuto nel 1976, passavo con mio marito da Paravati e lui mi indica la casa di Natuzza, a queste parole sento un brivido e un misto di ansia e timore, allora non conoscevo Natuzza, ne avevo solo sentito parlare. Quella stessa notte in sogno la vidi innanzi a me, dice: “Sono Natuzza, pecchì ti spagnasti oggi?” Le racconto delle sensazioni che avevo pro- vato e lei sorridendo “veni cu mia..” mi conduce in casa e poi mi porta in fondo all’orto, mi dà un oggetto, un portafortuna… “tu non hai nenti… va’ da un medico per l’allergia…”; vedo poi un cumulo di terra in un angolo che, improvvisamente, frana e vedo una gamba di donna, tagliata sotto il ginocchio; questa vista mi impressiona e distolgo lo sguardo, ma Natuzza mi dice invece di guardarla bene perché è la gamba di una mia carissima amica che, se non avesse preso provvedimenti immediati, sarebbe finita così! Appena mi sveglio racconto il sogno a mio marito, il quale minimizza definendolo una mia fantasticheria; la sera andiamo in farmacia e noto che la farmacista, mia intima amica, aveva il viso pallido e tirato, le chiedo cosa avesse e lei risponde di soffrire di un forte dolore alla gamba, solleva la gonna ed io vedo la stessa gamba del sogno… mio marito, scioccato, mi chiede di raccontare il sogno della notte prima, grazie a Natuzza la mia amica ha potuto scongiurare il peggio.

Da allora, ho incontrato Natuzza diverse volte, di presenza e non solo, una volta avevo un grande desiderio di incontrarla ma non ero riuscita ad avere un appuntamento, in sogno mi dice “…non ti preoccupare, ndi vidimu prestu!”, il giorno dopo, mentre stavo pranzando, squilla il telefono ed una collega di Tropea mi chiede di raggiungerla alle 16.00 a Paravati in quanto la persona che doveva accompagnarla si era ammalata, quindi, si era liberato un posto, accettai con immensa gioia poiché avevo il desiderio di chiedere a Natuzza di una mia cara amica che, a seguito di una grave depressione causata da un profondo dolore, si era tolta la vita. Giunta lì, nella sua casa, Natuzza mi abbraccia col suo dolcissimo sorriso dicendo “u vi cavenisti…”, io le chiesi se i miei sogni fossero fantasie o se era lei a venire da me e lei: “su io… quandu mi voi chiamami” , le domando allora della mia amica e le mostro la foto, la guarda e dice: “è salva!… non mi cridi? L’Angelo mi sta dicendo che Gesù misericordioso s’abbrazzau e l’aiutau a fari u grandi passu… e poi, quandu fici u nzanu gestu non era ida pecchì era saurita… l’Angelo dice ca è cuntenta di tutti i rigali chi nci fai ogni misi” infatti, ogni mese le facevo dire una messa, piansi di felicità e ritornai a casa come in estasi.

La vigilia dell’ultimo Natale prima della sua dipartita la ricorderò sempre con commozione, squilla il mio telefo- no di casa, era una mia amica che mi dice: “Una persona vuole farti gli augu- ri…”, sento la sua voce, era lei, la mia cara Natuzza, ho provato una gioia im- mensa e una grande emozione, le chiesi come si sentisse e lei mi rispose: “Bella mia, u tempu mio cu vui è pocu…, quandu io su cu Gesù, vicinu a idu, vui mi chiamati e mi diciti chi voliti… e io tantu pistu finu a chi mi faci a grazia chi mi domandati”, poi mi augura un buon Natale.

Un’altra volta l’ho sognata molto sofferente, che faticava a salire gli scalini di casa per i forti dolori alle gambe, io mi avvicinavo a lei e l’aiutavo; l’indomani, dopo aver acquistato tante bellissime rose, assieme a Costantino Seva, anche lui devoto a Natuzza, ci recammo a Paravati per portare quei fiori all’altare della Madonnina di Natuzza; in seguito andammo a casa sua ma il signore della portineria non ci fece entrare perché sentiva addosso a noi un profumo troppo intenso, tuttavia nessuno dei due quel giorno aveva messo profumo, davanti al cancello incontriamo il sacerdote Don Pasquale Barone, il quale ci racconta che Natuzza non stava bene e soffriva di dolori alle gambe, proprio come avevo sognato la notte prima; secondo Don Pasquale il profumo sentito dal portiere era la stessa Natuzza che ci salutava, nello stesso tempo che mi trovavo a Paravati vicino casa mia è crollato un pino, fino a qualche minuto prima mio marito stava conversando proprio in quel punto con un suo amico e si era allontanato proprio da qualche istante.

Nel mio rapporto con Natuzza spesso lei utilizzava i sogni per dirmi qualcosa, una notte sognai che, assieme alle mie amiche dell’Inner Wheel di Nicotera, eravamo andate a visitare la casa di Natuzza e la chiesa in costruzione, ad un certo punto rimango sola e sento Natuzza che mi chiama, si trovava dietro un pilastro, mi avvicino e l’abbraccio, mi dà un sacchetto di carta marrone all’interno del quale trovo una gon- na lunga e nera di georgette ed una giacca con cappuccio nera bordata di verde, mi dice che dovrò indossarla quando diventerò maestra. Io sorridendo le dico che ero una professoressa ormai in pensione, ma lei mi disse che un giorno avrei capito. In effetti, qualche tempo dopo, mi è capitato di leggere in chiesa un brano dalla prima lettera di San Paolo apostolo ai Corinzi, versetto 28:“…alcuni perciò Dio li ha posti nella chiesa in primo luogo come Apostoli, in secondo luogo come Profeti, in terzo luogo come Maestri.” Sempre in sogno, un’altra volta entro in una stanzetta bianca nel nuovo stabile di Paravati, vedo un lettino e una persona coperta da un lenzuolo bianco, lo sollevo e vedo Natuzza molto sofferente e triste, di fianco a lei su un tavolino c’è un ostensorio e dentro l’ostia vi è una scritta: EGO SUM; mi avvicino a lei e dico: “Hai visto che brutta situazione?” all’improvviso si scatena una tempesta e lei con voce flebile mi invita ad andar via. “E come faccio? Non vedi che tempesta?” E lei mi risponde “Non ti preoccupare: mò scampa!”.

Ho raccontato questo sogno sia a Don Francesco Vardè, parroco della cattedrale di Nicotera, che al Vescovo Luigi Renzo. Sono sicura che la tempesta che stava distruggendo l’opera voluta da Natuzza si stia allontanando. Io credo fermamente che Natuzza abbia svolto un’opera altamente meritoria, sia dal punto di vista umano che spirituale, portando conforto e consolazione a tantissime persone oppresse da problemi più o meno gravi.

Per concludere, vorrei raccontarvi di mio fratello Pino, maggiore di me di 16 anni, era bello, buono, disponibile e molto affettuoso, è stato per me un secondo padre, un maestro amorevole per i suoi piccoli allievi ed anche per me. La sua morte improvvisa mi ha distrut- ta e segnato per la vita… ma lui non ha permesso che la sua sorellina si auto- distruggesse nel dolore, tre mesi dopo la sua scomparsa è venuto a trovarmi per rassicurarmi, mi ha detto che era felice ed era lì per aiutarmi… le sue parole furono: “Mussuneddu mio, non fare cosi, non dirmi queste cose, se tu sapessi quanto è bello…io sono felice e ti aiuto, vi aiuto tutti. Riprenditi e vivi, io ti sarò sempre vicino. Adesso il tempo è scaduto e devo lasciarti.” Mi abbraccia, io lo sento come se fosse vivo, poi sparisce. Io urlo così forte da svegliare tutta la casa, mio marito mi aveva sentito parlare durante tutto questo tempo.

Sono convinta che ci vuole la tristezza per capire la felicità e l’assenza per riconoscere il valore della presenza di qualcuno. Questa esperienza mi è servita per rafforzare la mia fede e mi ha convinta dell’esistenza di una vita eterna senza affanni né dolori, ma solo di gioia e felicità. L’esempio sia di mio fratello che di Natuzza mi hanno insegnato l’umiltà, la virtù di darsi agli altri veramente senza aspettarsi alcuna ricompensa materiale.

Oggi voglio augurare una buona vita a tutti e anche a me che ogni giorno mi rimbocco le maniche e affronto la vita, oggi so che significa la parola “sacrificio”, non mi arrendo mai e affronto la quotidianità con l’intima soddisfazione di sapere che ho accanto veri amici che mi proteggeranno e mi vorranno bene sempre.

Mi sento come un bravo giardiniere che periodicamente pota le sue piante affinché possano avere una crescita armoniosa e una maggiore fertilità, imparia- mo a farlo anche noi cosi potremmo rifiorire.

Delfina Barbieri Caffo MADRINA DEL QUADERNO dell’8 Marzo GRETA

Donne in cammino

In questi ultimi anni il numero di donne uccise da maschi che ritenevano così di amarle in maniera assoluta ed esclusiva (“se non la posso avere io, non potrà averla nessuno”), è stato particolarmente elevato. La cronaca quotidiana, purtroppo, porta, volta a volta, il proprio drammatico contri- buto a tale tragica contabilità. Vittime sicuramente, e in primo luogo loro, ma vittime anche i loro assassini, che perdono anch’essi la propria vita, condannandola alla galera per aver inteso praticare la violenza assoluta su donne che pure pensavano di amare, ritenendole proprietà indiscutibile. La cultura maschilista, così densa di pregiudizi, così intessuta di stereotipie, prosegue con ritmo esponenziale, il proprio trionfale cammino. Nella mia pluridecennale pratica di riflessione e di ricerca sulla cultura tradizionale della nostra regione, e non soltanto di essa, ho incontrato spesso queste aberranti valutazioni della donna quale “cosa”, inferiore naturaliter, per così dire, rispetto al maschio e alle correlative, non meno aberranti, esaltazioni dei maschi. Basterà pensare ai canti popolari, alle leggende, ai proverbi e a tutte le altre espressioni folkloriche formalizzate, per concludere che la donna vi svolge un ruolo subalterno complementare rispetto al ma- schio. Gli esempi a questo riguardo potrebbero essere legione. Eppure, nonostante tutto, le donne nella società tradizionale conservarono una, per così dire, connaturata dignità che tutti riconoscevano e tutelavano. Sono nato e ho vissuto l’infanzia, l’adolescenza e la “meglio gioventù”, per riprendere l’espressione pasoliniana, in un piccolo paese, San Costantino di Briatico, che continua a essere per me l’angolo del mondo dal quale guar- dare l’universo, la patria culturale, oltre che anagrafica, perché scelta come punto focale al quale continuamente ritornare, quali che siano le peregri- nazioni per il mondo. Ricordo come le donne venivano rispettate, accosta- te con una gentilezza e una finezza di tratto dai miei compaesani, quasi tutti protagonisti di una realtà contadina, troppo spesso liquidata perento- riamente come rozza e brutale. Non intendo indulgere a una visione idil- liaca di tale realtà, ma avverto, avendo avuto la fortuna di una lunga esistenza, il dovere di dare questa testimonianza di anni concretamente vissuti di cui conservo vivissimo il ricordo e che attraverso lo strumento della memoria, sono in grado di presentificare avvertendo di essi lo sno- darsi realistico, le sensazioni a esse associate, il sapore che le accompagna- vano. È quella dignità che viene presentata con estrema efficacia narrativa

da Corrado Alvaro, Fortunato Seminara, Mario La Cava, Leonida Repaci e da tanti altri scrittori impegnati a rappresentare la propria terra, la “non bella vita dei pastori d’Aspromonte”, la propria “terra amara”, il proprio “vento nell’uliveto”, il potente affresco del ciclo dei Rupe. Sono, questi, ci- tazioni, riferimenti alle opere di scrittori, ognuno dei quali andrebbe studiato in profondità, cogliendone caratteristiche e tratti specifici, rinvianti spesso a una società contraddittoria. A titolo esemplificativo, citerò Fortu- nato Seminara, che in La fidanzata impiccata ci presenta con rigorosa par- tecipazione lo scivolare graduale della protagonista dall’amore all’attesa, alla delusione, alla disperazione, al suicidio. La stessa dignità la ritrovo nelle donne dipinte da Enotrio Pugliese: macchie scure, avvolte negli scial- li che coprono tutto il corpo, spesso piegato a piangere un giovane immerso nel proprio sangue. La donna, dunque, nella cultura tradizionale, svolge un ruolo di particolare rilevanza e in qualche modo insostituibile. È lei a presiedere ai momenti fondamentali dell’esistenza individuale: la nascita e la morte; i complessi rituali del parto e quelli funerari, la costituiscono di fatto come sacerdotessa di tale culto. Nonostante il dominio maschile – esercitato spesso sino alla ferocia, nel lungo snodarsi dei millenni –, alle donne è connaturata o le donne hanno conquistato uno spazio nel quale si esplica un’antica, ineludibile dignità. Chi di noi ha avuto modo di peregri- nare per i nostri paesi assolati avrà notato gruppi di donne anziane, com- poste nei loro immutabili vestiti neri, sedute dinanzi alle loro case, enon può non essere stato colpito dalla dignità che emanava dalle rughe scolpite nel loro volto, apparentemente impassibile. La cultura, oltre che la fisiolo- gia, assegna loro – lo si è già accennato – di presiedere ai momenti più importanti della vita di un essere umano: la nascita, la morte. Il dolore connesso al parto, antica maledizione divina per l’infrazione del peccato originale (“… e tu, donna, partorirai con dolore”) potenzia il vincolo ma- dre-figlio, ulteriormente rafforzato dall’allattamento; al confronto la figura paterna sbiadisce, e non è un caso che sia stato ironicamente sottolineato che se ai maschi fosse stato assegnata dalla natura la procreazione, con il carico di dolore a essa connesso, il mondo si sarebbe estinto. Nella nostra cultura, poi, quando l’umano conclude l’ultima fase della sua esistenza, spetta alle donne della famiglia o ad altre da queste delegate aver cura del cadavere, in modo da renderlo visibile agli altri per l’ultimo saluto. Spetta ancora a loro il lamento funebre che ripercorre i tratti salienti della vita del defunto esaltandone le virtù, come ci è stato mostrato esemplarmente da Ernesto de Martino nel suo Morte e pianto rituale nel mondo antico: dal lamento pagano al pianto di Maria (1958), divenuto rapidamente un classico della nostra ricerca antropologica. Negli anni Ottanta, Mariano Meli- grana e io abbiamo indagato i variegati aspetti con i quali viene affrontato nei nostri paesi il trauma della perdita della persona cara, ponendo in ri- salto le differenziate modalità con le quali si attuano le strategie del cordo- glio e il trascendimento della datità, del dolore: il risultato delle nostre ri- cerche è stato presentato nel nostro Il ponte di San Giacomo. L’ideologia della morte nella società contadina del Sud (1982). In tali modalità la donna è quasi sempre presente, sacerdotessa del culto dei morti, vestale cui è de- mandato il compito di gestire la sacralità del distacco e l’intenso ethos del trascendimento, per usare una nota espressione demartiniana. Mi sto rife- rendo alla donna nella società tradizionale, è innegabile però che tale figu- ra ha avuto negli anni una radicale trasformazione. Il nostro oggi è marca- to da una ben diversa soggettività femminile, che riafferma con decisione le proprie ragioni. Si pensi che nell’Italia del dopoguerra ogni anno nasce- vano 35.000 bambini da ragazze nubili, la maggior parte delle quali erano andate a servizio a casa d’altri; il padrone che le considerava a propria di- sposizione in ogni senso aveva poco da temere dalla legge. L’Italia era l’u- nico Paese d’Europa – compresi il Portogallo di Salazar e la Spagna di Franco – a vietare la ricerca della parternità: i figli di NN, “nescio nomen”, bollati come tali pure sui documenti, non avevano diritto a cercare e sco- prire l’identità del padre. Nel clima attuale di rivendicazione orgogliosa della propria ineludibile autodeterminazione e della libera sessualità che ne consegue, si situa lo spazio della dichiarazione di Elda Billi che campeg- gia su una parete della Casa internazionale delle donne di Roma: Libera sessualità in libero stato OVVERO:il corpo, il desiderio, l’intelligenza:/vo- glia di vivere senza fili spinati,/inquisizione paludata di perbenismo,/roghi veri e virtuali, odori d’incensi nauseanti,/litanie lugubri di uomini che odiano le donne,/la loro autodeterminazione, la loro libertà./Corpo desi- derante, libero di volare,/di conoscere, di sognare, di stare al mondo,/in un mondo/senza prevaricazioni misogine,/senza armi, senza guerra, senza violenza,/senza compratori di anime:/questi i veri delitti contro l’umanità,/ non certo il corpo appassionato/che quando esulta non ha colore, razza, etnia, confini,/avendo ben presente che la libertà non significa licenza,/ma rispetto dell’altra, dell’altro, coscienti./Questo, almeno, ha insegnato il femminismo./A guardare con occhi aperti i diversi da me,/a condividere con loro speranze di tempi/senza quel sangue e senza quegli orrori/che uomini della Provvidenza e/sacerdoti del vero dio (e ognuno ha il suo)/ preparano per il futuro./Roma, 8 luglio 2000.Le donne oggi ereditano le conquiste del clima culturale faticosamente guadagnato dalle prime gene- razioni femministe e anche grazie a esso che possono godere per così dire di una, pur sempre relativa, libertà. È una libertà pagata molto spesso con una ancora maggiore, devastante solitudine. L’anno scorso, per rendermi conto degli orientamenti che emergevano o che andavano emergendo dall’universo femminile, di cui intuivo movimenti e fermenti, ho assunto come osservatorio privilegiato le rubriche delle lettrici a settimanali di lar- ga diffusione e di differenziato target di lettori. In tali rubriche spesso sono pubblicate lettere di donne meridionali, di diversa età, che attendono dalle titolari, un consiglio, una parola di conforto o semplicemente l’ascolto dei loro dubbi, delle loro sofferenzeIn un accurato studio di Maria Trigila (Let- tere di donne ai giornali: i casi di Famiglia cristiana e Grazia), Miriam Ma- fai, che curò su Grazia la rubrica “Le donne parlano”, negli anni a cavallo del Duemila, racconta di ricevere circa dieci lettere a settimana e di sce- glierne poi tre cui rispondere: il tema che in generale spicca, è quello della solitudine: vuoto e solitudine sembra le donne avvertano durante le loro giornate in particolare quando, dopo una vita impiegata a occuparsi di marito e figli, il primo magari muore o le lascia, oppure, pur presente, ri- sulta psicologicamente assente; i secondi, adulti, non vivono più in casa. «Le donne si chiedono cosa fare delle loro giornate e non è facile dare loro un consiglio. Chi non è mai andata a teatro non comincia a sessant’anni, chi non era abituata alla lettura non trova conforto nei libri. Ho suggerito spesso di mettersi in contatto con organizzazioni che si occupano di vo- lontariato, e il mio consiglio è stato seguito (alcune lettrici mi hanno scrit- to per ringraziarmi: “Adesso ho riempito le mie giornate aiutando gli al- tri)». Solitudine è poi quella delle mogli che lamentano, anche dopo soli pochi mesi di matrimonio, il torpore psicologico del proprio marito, il suo silenzio o incapacità di comunicare; solitudine la Mafai legge nel compor- tamento di alcune di loro che scrivono semplicemente per parlare di sé, che non sentono necessaria la sua risposta, quanto forte il bisogno di esser da lei lette. Temi molto presenti che pure la Mafai rileva tra le lettere che riceve, sono quelli della gestione della vita familiare di tipo tradizionale (il rapporto con le figlie adolescenti e poi il loro ruolo di donne nella famiglia; il rapporto nuora-suocera); quello del lavoro (che non c’è o che è faticoso, che impedisce di stare vicini alla famiglia o che potrebbe essere utile ab- bandonare per dedicarsi appunto esclusivamente alla famiglia). Vi è, nelle lettere scritte in questi anni alle/ai titolari di rubriche, una maggiore liber- tà di pensiero e di comportamento; possono permanere delle ingenuità, delle ritrosie, delle reticenze, dei timori ancestrali, ma complessivamente le protagoniste sono sciolte, ormai, dalle paure e dalle vergogne che avvi- luppavano la condizione femminile nella società tradizionale. Ovviamen- te, una considerazione siffatta è variamente valida, a seconda dei settori e

delle tematiche che le lettrici e le titolari delle rubriche via via affrontano. Ad esempio, mentre la pratica disinvolta della sessualità etero è abbastanza diffusa e non suscita problematiche per le quali rivolgersi alle rubriche, ben diversa è la situazione per quanto riguarda gli “amori proibiti”. Ne Le italiane si confessano – il bel libro pubblicato da Gabriella Parca nel 1959, nella quale sono presenti quasi trecento lettere scelte tra ottomila, inviate, in tre anni (1956-59) ai due settimanali più diffusi in tutta Italia – è presen- te, tra le altre, una lettera dalla Sardegna, a mio avviso estremamente em- blematica. «… Prima di tutto mi voglio presentare: ho 24 anni e sono spo- sata, ho una bambina e amo veramente mio marito. Ogni settimana seguo attentamente lo vostre risposte ma forse una risposta su questo argomento non l’avete mai data. Tutti, più o meno, chiedono consigli sui propri fidan- zati o fidanzate che siano, o cose del genere. La mia invece, è molto diversa: è una cosa che per il momento solo a voi posso confidare. Dunque di trat- ta di una ragazza che si è innamorata di me. Sì, è proprio così, avete capito perfettamente: si tratta proprio di una giovane della mia stessa età, che abita nella mia stessa frazione da cinque mesi. Nei primi tempi che l’avevo conosciuta non facevo troppo caso ai suoi complimenti, durante il riposo del lavoro, oppure quando veniva a trovarmi a casa, ma un mese fa, tor- nando a casa dal lavoro, alle 10 di sera come al solito, mi parlò dicendo che non poteva più dormire perché io le ho preso il cuore e che si è innamora- ta di me. Io le risposi che nulla le potevo fare; allora, prendendomi per le spalle, disse che io potevo fare qualcosa per lei, così dicendo mi baciò sulla bocca. Con uno scatto mi staccai da lei dicendole se era impazzita e tiran- dole uno schiaffo ma lei non fece nulla e rimase lì nella strada con la mano sulla guancia. Io le gridai che racconterò tutto ai suoi. “Niente loro potran- no fare per staccarmi da te”, rispose; “io ti amo troppo e non voglio perder- ti, sia anche con la minaccia, ma vedrai che con l’andar del tempo tu mi vorrai un po’ di bene e mi basta. Ma ora io mi sento proprio di odiarla. Non posso più sopportare il suo sguardo o durante il lavoro e mi continua a fare delle proposte poco pulite. Giorni fa volevo dir tutto a suo fratello e ai genitori ma dopo tutto non vorrei che gli altri lo sapessero. Ci sarebbero parecchi giovanotti che continuano a farle la corte, gente molto seria, di- stinta, ma lei proprio non ne vuole sapere. Per dire il vero è una bella ra- gazza, bionda, con gli occhi profondi, molto bella. E proprio di questo io ho paura, forse mi capirete… e non vorrei che questo mi dovesse accade- re». È un miscuglio di sorpresa, repulsione, timore di una sotterranea at- trazione che emerge in una lettera che ci giunge da decenni lontani. Leg- gendo tale lettera ho ricordato i miei incontri con Gabriella Parca a Parigi nei primi anni Settanta e di come mi comunicasse il senso di libertà che

aveva, vivendo nella capitale francese, così diversa dal clima restrittivo e sostanzialmente bigotto del nostro Paese in quegli anni. Per analogia di contenuto ho ricordato anche le lettere che Michela Margiotta, salentina, ha scritto negli anni Sessanta ad Annabella Rossi, che l’aveva conosciuta nel corso della celebre spedizione demartiniana sul tarantismo. Questa si realizzò con approfonditi sopralluoghi, nella cappella di San Paolo a Gala- tina, con una équipe interdisciplinare, pronta a indagare il fenomeno dai diversi punti di vista: etnologico (E. de Martino), con specifica attenzione alla realtà sociale delle protagoniste (V. De Palma e A. Signorelli), psicopa- tologico e psichiatrico (G. Jervis), etnomusicologico (D. Carpitella), foto- grafico (A. Rossi). Annabella Rossi, la cui vivacità intellettuale e la cui cu- riosità nell’accezione migliore del termine erano notevolissime, come ho sperimentato direttamente lungo i diversi decenni della nostra amicizia e di una collaborazione che si realizzava attraverso incontri quotidiani, ave- va chiesto alla tarantata una serie di informazioni sulla sua vita e sulla sua condizione vista dall’interno. E Michela, che si affeziona sempre di più alla sua cara signorina, risponde con grande sforzo – avendo soltanto seguito la prima elementare –, alle richieste dell’antropologa. Michela è lusingata dell’attenzione della buona signorina, alla quale si lega emotivamente sem- pre più. Annabella pur affezionata a Michela, non ricambia in alcun modo il suo amore e poi, inaspettatamente per Michela, pubblica tutte le sue let- tere cambiando soltanto il nome, Anna invece di Michela: si tratta, però, secondo Michela, di uno stratagemma inutile, dato che nel piccolo am- biente nel quale vive, è immediatamente riconoscibile, dunque rimprove- ra, alla sua illustre interlocutrice, di aver messo in piazza i suoi sentimenti e le sue vicende personali. Il libro, pubblicato nel 1970 con un saggio di Tullio De Mauro, ha un grande successo, ma Michela rompe definitiva- mente con Annabella e nonostante i numerosi tentativi che questa fa nel tempo per riallacciare i rapporti, non la vorrà più vedere. Mutano i tempi, certo, ma permangono pur con ovvie modifiche, antiche paure, remote paure, antiche tabuizzazioni. È indubbio però che la donna sia oggi ormai in cammino sia in senso letterale, sia in senso metaforico. È in tale cammi- no molto è stato fatto ma ancora molto rimane da fare, ché i processi per conquistare la consapevolezza sono sempre complessi e articolati. Ma da parte dei maschi il cammino è ancora più lungo, ché la cultura maschilista, la tradizione virilocratica sono plurimillenari e richiedono un ancora maggiore sforzo perché siano trascesi realmente. Ma questo non li rende meno necessari e urgenti.

Quaderno dell’8 Marzo 2019 #2

Luigi M. Lombardi Satriani

Maria da GRETA Quaderno dell’8 Marzo di sos KORAI

Era l’inizio del 2014, a luglio avrei conseguito, se tutto fosse andato per il meglio, la laurea in medicina e chirurgia. Lo stress per gli ultimi esami da incasellare nei tempi giusti a volte mi offuscava la mente e mi faceva trascurare con grande pena i miei affetti più cari. Sul finire di febbraio appresi che il mio ateneo aveva da poco stabilito una convenzione che consentiva scambi culturali e di formazione presso un’Università in Uganda. L’idea da subito mi affascinò e cercai, con l’aiuto del mio docente di malattie infettive, fautore della convenzione, di creare un piccolo gruppo di persone motivate a partire. In poco tempo trovai quelle che sarebbero poi divenute, da lì a poco, compagne di viaggio e, in seguito, amiche speciali.

Prima di poter partire, iniziai a preparare tutto: le diverse vaccinazioni e la profilassi antimalarica, cose assolutamente banali con il senno di poi. Arrivò quindi il momento di partire, il due agosto. Partenza nel primo mattino, scalo poi a Roma, poi a Kigali e finalmente Entebbe. Il primo viaggio veramente lungo della mia vita, non riuscì a dormire in aereo, guardai diversi film e lessi qualcosa. All’arrivo era l’alba su Entebbe. Uscite dall’aeroporto cercammo colui che doveva portarci al nostro alloggio. Incontammo un uomo, tra i tanti, con un foglio A4 stretto tra le mani, i nostri nomi scritti con un pennarello rosso consumato, qualche lettera in meno o di troppo nei nostri nomi. Ma ci eravamo trovati. Paul, il nostro autista, da subito si dimostrò accogliente e gentile. Mi sedetti sul posto di fianco al guidatore e iniziai a fargli, nel mio inglese, mille domande. Le mie amiche dietro in silenzio.

Costeggiammo il lago Vittoria. Uno spettacolo indescrivibile, come i mille che sarebbero seguiti nei giorni successivi. Ogni tanto sulla riva gruppi di piccoli pescatori con le loro barchette oneste e usurate. Dopo due ore e mezzo di viaggio arrivammo al nostro alloggio. Un posto abbastanza spartano, ma tutto sommato accogliente. I nostri 4 lettini in camera erano sormontati da piccole zanzariere per proteggerci nel corso della notte.

Facemmo le assegnazioni dei chi dorme dove e iniziammo ad esplorare la nostra nuova dimora. Una piccola cucina in comune con qualche scarafaggio a farci compagnia e un salotto dove vivere la vita in comune con i nostri inquilini, altri ragazzi provenienti sia da altre regioni italiane che da altre parti del mondo. Nel pomeriggio, dopo aver mangiato qualche merendina che ci era rimasta in borsa, ci recammo in visita presso la struttura dove avremmo

lavorato per le successive settimane.

Un paio di chilometri da fare a piedi ci separavano dall’ospedale. Ma in mezzo un traffico infernale e selvaggio, mille boda-boda, un’aria paradossalmente inquinatissima e irrespirabile. Arrivammo a destinazione, un ospedale molto grande rispetto a quello dove ci eravamo formate. Venimmo assegnate ciascuna ai rispettivi reparti e rientrammo a casa. Nel frattempo sbrigammo le ultime cose, corsa a fare una sim card per poter comunicare con casa e comprare qualcosa da mangiare.

Il giorno dopo iniziammo la nostra attività in ospedale. Sveglia presto, colazione veloce, ricordarsi di prendere il malarone e via. Mi assicurai di avere tutto con me: il camice, il fonendo, la mascherina con il filtro giusto per proteggermi dalla tubercolosi come mi era stato raccomandato.

Mi recai presso il reparto di malattie infettive, dove ero stata assegnata. Rimasi da subito attonita per lo scenario che mi si presentò innanzi. Cameroni con decine di persone ammassate e in condizioni gravissime, sotto i letti, su dei pezzi di cartone sparsi qui e là e arrangiati alla men peggio, i parenti dei ricoverati.

La cosa che mi entrò dentro immediatamente fu proprio la puzza di quei luoghi di sofferenza, un odore acre e pungente che nei giorni dopo imparai ad amare e non è mai più andato via da me e che, oggi che sono a casa, a volte mi manca. Vidi casi nuovi, mai affrontati in Italia, poiché in Africa, per l’assenza di cure adeguate e diagnosi tempestive, il medico può osservare l’evoluzione naturale delle malattie, Sostanzialmente, vidi ogni giorno l’evoluzione dell’infezione di HIV nel conclamato AIDS, con quadri gravissimi.

Ogni giorno, non ritrovai che la metà dei pazienti visti il giorno prima, qualcuno era morto nella notte, qualcun altro qualche ora dopo il mio rientro a casa. I casi di tetano, malattia si può dire scomparsa in Italia grazie alla vaccinazione, erano diversi. Ricordo il primo che vidi. Un giovane ragazzo di 30 anni che era stato messo dietro una tenda costruita con sacchi neri della spazzatura per essere protetto dalla luce che scatena le contrazioni tetaniche che possono essere dolorosissime; da noi non avrebbe contratto il male perché sarebbe stato vaccinato o comunque avrebbe ricevuto immedia- tamente le cure adeguate.

La notte, prima di addormentarmi, rivedevo i volti delle persone che erano morte e sentivo un gran senso di colpa, ma al tempo stesso constatavo il mio essere fortunata per essere nata dalla parte “giusta” del mondo e quanto importante possa essere in que- sto senso la geografia. I giorni volarono via, la sera tornavamo a casa e lavandoci il viso, lasciavamo sull’asciugamano la terra rossa d’Uganda e il nostro stremo. Dopo due settimane, mi resi conto di come gli Africani siano in realtà un grande popolo, un popolo per cui non esiste il verbo avere, ma il verbo essere. Essere una famiglia, essere parte dell’U- niverso, essere insieme indipendentemente da come sei. Dividevano con noi tutto. Superata la diffidenza iniziale, amicizie profonde e sincere nascevano.

Dalla terza settimana, mi spostai in pediatria. Inutile dire lo strazio provato sin dal primo momento. Bambini morivano come mosche per banalità, per l’assenza di antibiotici o altri farmaci comuni che buttiamo via, poiché scaduti, dai nostri armadietti in bagno ogni anno. In qualche modo sei preparato alla morte di un adulto o di una persona anziana, ma quando muore un bambino, senti che è la speranza ad andar via, il futuro di un popolo che si sgretola. Tra mille riflessioni di questo genere, passai al sesto lettino di quella mattina e incontrai il piccolo Martin, un bimbo bellissimo di cinque anni ricoverato per un problema urologico che si portava dietro dalla nascita e che in Italia si sarebbe immediatamente risolto.

Rimase colpito dai miei occhiali, lo guardai, piccolo e sudicio nella sua felpina gialla di pile e con le ciabattine arancioni di almeno tre taglie più grandi. Presi un guanto dalla mia tasca, ci soffiai dentro e lo chiusi a mò di palloncino. Poi ci disegnai sopra due piccoli occhi e una risata. Glielo diedi e lui sorrise, ma non se ne interessò più che un tot. Lo diedi allora ad un’altra bambina che si era avvicinata nel frattempo, incuriosita dalla scena.

Martin continuava a fissare i miei occhiali. Lo presi allora in braccio e glieli diedi, nonostante senza non è che vedessi molto e lui frettolosamente subito ad indossarli. Una grande amicizia speciale era nata, senza una parola pronunciata. Di fondo, parlavamo la stessa lingua. Dopo qualche minuto, sopraggiunse il pranzo per i piccoli ricoverati: una piccola bustina contenente 100 ml di latte e un uovo sodo. Il piccolo Martin mi tirò il camice mentre io mi ero un attimo voltata e mi porse il suo uovo. Era disposto a dividere con me, nonostante non avessi fatto nulla per lui, il pasto più importante della giornata, consapevole che non avrebbe avuto altro. Di fronte a quel gesto, davvero indescrivibile, capii in realtà quanto grande può essere l’amore per gli altri e quanto cieca ero stata nel corso della mia vita, nonostante avessi sempre cercato di vivere di sani principi e senza nuocere a nessuno.

L’incontro con questo sconosciuto bimbetto mi aveva in qualche modo cambiata. Le persone continuavano a morirci sotto gli occhi come mosche. L’impotenza di fronte a tutto questo lasciava un ampio spazio alla rabbia che spingeva a dare alle persone che incontravi, in uno strato estremo di povertà, le cose che possedevi. Compravi la frutta, ma tornando a casa ne rimanevi priva poiché la davi ai bambini che ti tendevano la mano per strada. Davi via i tuoi vestiti e le cose che avevi portato.

Durante un fine settimana, decidemmo di fare visita a un lebbrosario. Non credevo che potessero esisterne ancora al mondo. In un posto incontaminato, sulle rive del lago Vittoria, una piccola comunità di suore si prendeva cura di queste figure silenziose, fantasmi di loro stesse che soggiornavano in questo remoto villaggio.

Alcuni di loro avevano con mezzi di fortuna costruito delle protesi a prolungamento di parti del loro corpo che la lebbra aveva portato via. Dare la mano ad una di queste persone è stata una delle esperienze più forti della mia vita. Eppure, questo anziano signore di 80 anni senza conoscermi né temermi mi allungò la sua mano, priva delle dita che gli avrebbero consentito di stringere la mia. Io ricambiai con sincero affetto quel gesto, con senso di universale amore. Rientrammo nel silenzio e i giorni e la fatica continuarono a scorrere nelle nostre vite, finchè non arrivò dopo qualche settimana il tempo di rientrare. Salite sull’aereo, un grande senso di angoscia mi prese. Non volevo partire, non volevo ritornare, sentivo che quella terra era diventata la mia.

Maria Mazzitelli