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Le due amiche geniali

Lila, figlia di un calzolaio, ha i capelli neri, due occhi intelligenti e una forza interiore con cui sfida il mondo. Elena, detta Lenù, è una ragazzina bionda e timida che sa cogliere con il suo sguardo le piccole cose. Si conoscono in prima elementare. A scuola sono le più brave. L’una è la forza dell’altra, contro i soprusi, le ingiustizie dei grandi e le violenze dei maschi del quartiere. Inseparabili, insieme provano la prima fuga, tenendosi mano nella mano alla conquista del mare, simbolo di libertà. Sono in competizione, si cercano e si allontanano. L’una primeggia sull’altra. Diverse nei caratteri, ma unite da un coraggio che le porta a sfidare l’orco nero, Don Achille, il boss temuto da tutto il rione. Consapevoli di poter cambiare i loro destini attraverso lo studio e la conoscenza. Le due amiche geniali cercano di farsi valere in un mondo adulto, «plebeo» e arretrato, dove le donne devono «faticare» e non studiare. Elena potrà farlo e continuare ad andare a scuola, Lila no. Le lasciamo così, nei primi due episodi che hanno conquistato 7 milioni di telespettatori. Cerchiamo allora di scoprire alcune curiosità del due giovani interpreti – entrambe dodicenni – che per volontà di Elena Ferrante sono attrici non professioniste, scelte provinando 8000 bambini nelle scuole di Napoli e dintorni. Elisa è di Napoli ma ha origini norvegesi, mentre Ludovica è di Pozzuoli, come il suo idolo Sophia Loren. Insieme, l’una accanto all’altra, Elisa e Ludovica erano la copia perfetta per interpretare: la timida diligente Lenù e l’impavida Lila. «Non ci siamo preparate, siamo andate sul set con il nostro… essere noi», ha dichiarato con piglio Ludovica. E dopo questa avventura? Sognano di fare le attrici. Ovviamente le “facce da cinema” non mancano!

Dal Web

Giulia

Immaginate un padre che vieta alla moglie di allattare il figlio e magari ne chiude un altro a chiave perchè vuole attenzioni dalla mamma. Il bimbo strilla disperato, la mamma ha fatto un cesareo e non ce la fa a camminare.

Non so se l’immaginazione serva ma la mia storia é proprio questa.

Mi sono laureata in scienze motorie a 25 anni, avevo una vita attiva e tanti amici. Quando lo conosco in palestra lui ne ha 38 ed é bello.

Stiamo insieme da 15 giorni  ma lui vuole subito darmi la chiavi di casa, regalarmi una macchina e aprirmi un conto.

Resto incinta perchè lo volevamo e ci sposiamo. A casa sua, però, manca tutto, pure le porte, e anche se la famiglia, oltre alle nozze paga l’arredo, scelto da me, io sto male lì.

Lui non c’è mai, nel quartiere non c’è nulla, pranzo da mia madre per non impazzire e lui mi chiama anche lì. Lo fa dalla mattina alla sera, é ossessionato che lo tradisca, mi alza le mani quando vede un emoticon sotto una foto sui social e poi spacca il primo di tanti miei cellulari.

Mi aggredisce se spendo soldi per comprare la pasta perché a lui non piace. Per fortuna mi ammalo durante la gravidanza e mi ricoverano: in ospedale mi sento protetta.

Quando nasce Nadia viene a vederla la sera tardi

Un medico dell’ospedale San Giovanni Battista mi mette in contatto con lo Spazio Donna di San Basilio: mi aiutano ad andare via. Mi ascoltano, mi trovano un lavoro.

La strada è lunga. Non riesco a guardarmi allo specchio, non mi riconosco

Il fatto é che quando la violenza è tanta resta il freddo e la paura. A volte, però, anche la speranza ed é come respirare.

Giulia (nome di fantasia) 27 anni , Roma, Prenestino

Marica

Tu ci puoi vivere nell’inferno. Anzi per mia mamma dovevo restarci, finché almeno le bimbe crescevano. Poi invece un giorno accade qualcosa e l’inferno non ha più un posto per te. 

Nel mio c’era di tutto: gelosia folle, lividi sulle braccia perchè tanto d’inverno non le vede nessuno, sedie prese a calci, sguardi di terrore,  suoceri contro la mia “lingua lunga”, soldi usati per bere e giocare.

C’era pure Giada, la nostra prima figlia appena nata, mio marito perde le staffe per nulla, mi stringe il collo e mi trascina sul balcone per buttarmi giù.

Dopo qualche anno arrivano Esther e le nuove minacce: guarda che te le tolgo, te le uccido nel sonno. Così la notte mi chiudo a chiave nella stanza da letto con le bimbe e l’inferno non conosce sosta neanche nel sonno. 

Una sera però ho un pensiero lucido: se non le salvo ora queste bambine non le salvo più. Esco le lascio dai miei, mostro i lividi alla Guardia Medica e lo denuncio: avrò sbagliato qualcosa quella sera se ancora oggi, dopo quattro anni, ho ottenuto solo la separazione provvisoria e lui é stato assolto dalla condanna. 

Nel frattempo il mio ex dice in giro che sono una pazza che picchiava le figlie ma io vado avanti, ho una casa mia e sto facendo un tirocinio. Ho anche un sogno, ma appartiene alle bimbe: si chiama serenitá.

Marica (nome di fantasia, 35 anni Palermo

La Vergine dall’occhio nero

Di Massimo Negro
Non penso che quello che andrò a scrivere per introdurre la nota possa far piacere alla Madonna, ma d’altronde è ciò che è accaduto. Né spero di meritare per questo lo stesso castigo che capitò al Ciuccoli.

La prima volta che ho visitato il Santuario della Madonna delle Grazie è stato un bel po’ di tempo fa. All’epoca, ancora adolescente, frequentavo l’Azione Cattolica del paese in cui sono cresciuto e mi sono formato, Tuglie. Era una domenica, una bella giornata, e si era deciso di trascorrerla in questo splendido luogo alla periferia di Galatone. Il pomeriggio, dopo aver pranzato a sacco, entrammo in chiesa per le ore dedicate al ritiro spirituale.
Ma ahimè quel giorno un altro evento importante stava accadendo. Era la penultima di campionato di serie A, quando ancora le partite venivano giocate tutte nel pomeriggio della domenica e la trasmissione radiofonica “Tutto il calcio minuto per minuto” ci teneva incollati alla radio per conoscere l’andamento delle partite. Un campionato combattuto, Juventus e Roma si stavano giocando al fotofinish la vittoria del campionato. Quel giorno la Roma giocava in casa contro il Lecce, alla sua prima stagione nel massimo campionato e ormai da tempo matematicamente retrocesso.
Quel pomeriggio mi misi in fondo alla chiesa con radio e cuffiette per ascoltare quello che Ameri e Ciotti raccontavano nei loro microfoni. Delle preghiere ricordo poco, ma ascoltai una splendida radiocronaca al termine della quale il Lecce batté la Roma 3-2. Prima ed unica vittoria fuori casa del Lecce in quel campionato misero in quanto a soddisfazioni calcistiche.
Ci sono tornato altre volte ma, ancora oggi, non appena rimetto piede nel Santuario è quel ricordo giovanile che mi torna subito in mente. Chiedo perdono!

Ma veniamo al Ciuccoli. Chi era costui e perché spero di non meritare lo stesso suo castigo? Siamo nella Galatone di un anno imprecisato del 1500. Un ubriacone e giocatore di carte o, per meglio dire, uno che a carte, tra un bicchiere di vino e l’altro, di soldi sul tavolo ne metteva e, tranne qualche rara eccezione, li perdeva anche.
Forse a causa della stanchezza e del peso dell’abbondante vino in corpo, una sera trovò rifugio in una piccola cappella dedicata alla Madonna sita a poche decine di metri da dove ora sorge il Santuario. L’uomo era intenzionato a non proseguire oltre e a farsi in quel posto una bella dormita. Ma una lampada votiva accesa all’interno gli impediva di prendere sonno. Con la vista alterata dal rimarchevole grado alcolico ingurgitato, anche una piccola luce può dar fastidio. Così tra imprecazioni e ubriachi ondeggiamenti prese una pietra e con animo irato la scagliò contro colei che pareva guardarlo con disapprovazione. Il racconto popolare ci tramanda che la pietra ebbe a colpire in pieno il viso della Vergine, l’occhio destro in particolare, creando una strana ombreggiatura su di esso; a tutti gli effetti pareva (e sembra ancora) un grosso livido, di quelli che si rimediano dopo una qualche sonora scazzottata.

Il Ciuccoli ubriaco ma non stupido, si rese conto di averla fatta grossa e così scappò via.
Il giorno dopo e nei giorni successivi la popolazione del luogo si accorse di quella strana colorazione dell’intonaco dell’affresco e, non potendola spiegare in alcun modo (non so tra l’altro se qualcuno poi in quest’opera si sia mai cimentato) iniziò a gridare all’evento divino ed iniziarono le solite pratiche devozionali che solitamente ancora oggi accompagnano le madonne o i santi piangenti.
Il Ciuccoli convinto di averla fatta franca continuò tranquillo nella sua solita vita, tra un bicchiere di vino e un mazzo di carte da tagliare, mantenendosi lontano da quel luogo. Finché una sera ci ricapitò, solo che ebbe meno fortuna della precedente perché inciampò nel corpo di un uomo morto. Sfortuna per lui volle che nei pressi stessero passando anche dei gendarmi che alla vista del Ciuccoli accanto al cadavere provvidero subito ad arrestarlo. La macchina della giustizia di allora si mise in moto in modo inesorabile e lo sfortunato ubriacone venne condannato a morte nonostante le sue dichiarazioni di innocenza. Ad aspettarlo vi era il patibolo erto in Piazza San Sebastiano.
Quando il confessore si avvicinò all’uomo per raccogliere la sua confessione e impartirgli l’assoluzione in articulo mortis, il Ciuccoli ebbe l’alzata d’ingegno di mettersi a gridare alla piazza dichiarano nuovamente la sua innocenza e, come prova della sua buona volontà e veridicità della sua affermazione, dichiarò che era stato lui a far l’occhio nero alla Madonna. La tradizione racconta che sino a quel momento la piazza stesse stancamente e silenziosamente seguendo la sua impiccagione ma, a sentire che era stato lui ad arrecar danno all’immagine della Vergine che nel frattempo aveva assunto il ruolo di icona miracolosa, iniziò a gridare furiosa a voce alta “Alla forca!” .
Così il Ciuccoli destinato a morire per un fatto di sangue, venne messo a morte per quel suo atto sacrilego.

L’attuale santuario venne ultimato nel 1597 e al suo interno venne posta l’icona miracolosa della Madonna delle Grazie. Considerando che l’inizio dei lavori di costruzione dell’edificio sacro iniziarono nel 1586, è probabile che il fatto del Ciuccoli sia accaduto intorno a quella data.
Il racconto riportato è ormai parte integrante della tradizione popolare e religiosa galatonese e dell’intero Salento. La devozione, rinnovata ogni anno nei primi giorni di settembre con una bella festa molto partecipata, ebbe a nascere sì in modo particolare e, per il Ciuccoli, tragico ma si radicò subito nelle pratiche religiose della popolazione del luogo e dei centri limitrofi.

Ancora oggi il sentimento di amore verso la Madonna è particolarmente sentito ed evidente. La sera della processione ho parlato con delle persone i cui occhi luccicavano per la commozione ogni qual volta si rivolgevano alla Vergine. Mi è stato anche raccontato di un presunto miracolo accaduto di recente ad una signora di Desenzano sul Garda particolarmente ammalata che, dopo una visita al Santuario, pare che sia stata, passato qualche giorno dopo il rientro nel suo paese, inspiegabilmente guarita. Pare che si stia raccogliendo la documentazione medica per capire meglio cosa sia accaduto.

Il via vai di fedeli all’interno della chiesa è incessante. Donne, uomini, bambini salutano prima la statua della Madonna e poi si recano sull’altare ove di lato è posta l’icona miracolosa per toccarla e sostare per qualche breve momento di preghiera.

Ma questa festa ha anche un’altra particolarità legata ad un antica tradizione, sorta praticamente insieme all’edificio sacro, questa volta non di natura religiosa. La processione non si svolge la vigilia del giorno di festa ma il giorno antecedente la vigilia. Infatti il 7 settembre tradizione vuole che la gente che si recava in visita presso il Santuario sostasse la sera all’esterno con i familiari e gli amici consumando un pasto frugale consistente in due fette di pane condite con sardine sotto sale e accompagnate da un bicchiere di vino.
Considerando che questa tradizione è ancora seguita dagli abitanti di Galatone, si preferisce far procedere la processione il giorno prima della vigilia, quindi il 6 settembre, e così lasciare il 7 settembre, giorno della vigilia, a quella che ai giorni nostri è diventata la “Festa della Pagnotta e del Vino”.
Il giorno della festa, l’8 settembre, la gente si affolla intorno al Santuario per ascoltare la santa messa, aggirarsi tra le baracche e, comunque, recarsi in chiesa per un saluto alla Madonna.

Celimene

Il Misantropo, Molière (Atto III, scena IV)

Signora, devo davvero ringraziarvi. Vi sono obbligata per il consiglio che mi avete dato, e lungi dall’offendermene voglio subito ricambiare il favore, dandovi anch’io un consiglio che può giovare alla vostra reputazione; e visto che mi avete dato prova della vostra amicizia riferendomi le voci che corrono sul mio conto, voglio anch’io seguire un così bell’esempio riferendovi quel che si dice su di voi. L’altro giorno, in una casa in cui m’ero recata in visita, ho incontrato alcune persone di assai rare virtù, che parlando di quelle che dovrebbero essere le vere cure di un’anima che intenda viver bene, hanno fatto cadere il discorso su di voi, signora. E lì, il vostro rigoroso pudore e le vostre grandi dimostrazioni di zelo, sono state citate tutt’altro che a buon esempio; questa ostentazione di severità, il vostro continuo parlare di onestà e di saggezza, le vostre smorfie e i vostri gridolini a ogni minima parola ambigua, come se foste l’innocenza stessa che si scandalizza, l’alta considerazione che nutrite di voi stessa, e gli sguardi di commiserazione che gettate al vostro prossimo, le vostre continue lezioni e le continue censure delle cose più semplici e innocenti, tutto questo, signora, se posso essere sincera, è stato oggetto di critiche unanimi e convinte. A che serve – dicevano – quest’aria pudica e saggia che tutto il resto smentisce? Ha un bel recitare le sue preghiere a puntino; ma poi picchia i suoi servi, e neanche li paga. Non vi è luogo sacro nel quale non ostenti un grande zelo; ma poi si copre di cipria per sembrare più bella. Fa nascondere le nudità dei quadri; ma poi le piacciono molto le cose nude e spinte. Quanto a me, ho preso le vostre difese contro tutti, assicurando che era tutto e soltanto maldicenza; ma ho trovato la mia opinione avversata da tutte le altre, e la conclusione comune fu che voi fareste bene a darvi meno pensiero di quel che fanno gli altri, e a darvene un po’ di più di quel che fate voi; che si deve guardare molto bene in se stessi, prima di poter pensare a condannare gli altri; e che se si vogliono correggere i difetti altrui bisogna farlo con l’autorità di una vita esemplare, ma che comunque – se è il caso – è sempre meglio rimettersi a coloro ai quali il Cielo ha affidato questo compito. Signora, so che anche voi siete troppo intelligente per non prendere in giusta parte il mio consiglio, e per non capire che esso nasce dalle intime pene della premura ch’io ho per il vostro bene.

Da  “Il Misantropo” Molière

Dire a qualcuno il mio dolore

“Oh dire, dire a qualcuno il mio dolore, la mia miseria, dirlo a me stessa, in una forma nuova, decisa, che mi rivelasse qualche angolo ancora oscuro del mio destino!”

Da “Una Donna” di Sibila Aleramo

Una donna è un romanzo di Sibilla Aleramo composto tra il 1901 e il 1904 che ebbe immediata fortuna soprattutto per il tema affrontato. Si tratta infatti di uno dei primi libri femministi apparsi in Italia.
Nelle prime pagine emerge la figura paterna e l’autrice rievoca il suo rapporto con il padre che ha per lei una grande preferenza e che le trasmette gli ideali di forza e indipendenza nei quali egli crede. Il contatto con la madre appare invece più sbiadito perché con lei la fanciulla non riesce ad entrare pienamente in contatto e ne giudica il carattere debole e sottomesso.
Quando Sibilla ha circa otto anni, il padre, che è ingegnere, decide di lasciare Milano per andare a dirigere una fabbrica di bottiglie nelle Marche, sulla costa adriatica, a Portocivitanova – ora Civitanova Marche – e così tutta la famiglia si trasferisce. Sibilla è felice e con tutto l’entusiasmo e la curiosità dei suoi dodici anni collabora in modo attivo alla fabbrica come segretaria suscitando nella gente del paese meraviglia e critiche per il suo atteggiamento anticonvenzionale e sprezzante tra gli operai.
Tra il padre e la madre della protagonista intanto si accumulano le tensioni già esistenti nel periodo milanese che sfociano in un tentato suicidio della madre, la quale sopravvive, ma rimane vittima di una demenza progressiva che la porterà ad essere ricoverata nel manicomio di Macerata, dove vivrà fino alla morte, abbandonata da tutta la sua famiglia. La ragazza scopre poi che il padre ha una relazione extraconiugale e da quel momento prende verso di lui una posizione aperta e giudicante che causerà la rottura del rapporto affettivo con lui.
Questa brusca realtà e l’inizio di una storia amorosa con un giovane impiegato della fabbrica e la violenza sessuale della quale è vittima, fanno entrare con durezza la protagonista nel mondo adulto. Costretta al matrimonio, che accetta senza gioia, vive l’esperienza come un’ulteriore perdita di libertà anche perché il marito si dimostra ben presto una persona meschina e molto lontana dai suoi interessi. Nascerà un bambino che non servirà a modificare la situazione tra i coniugi.
Per aver risposto alle attenzioni di un uomo, il marito la maltratta brutalmente e la chiude in casa per un certo periodo durante il quale lei si rende conto che il suo vero ed unico affetto è il bambino, ma la depressione aumenta e, in un momento di sconforto, tenta il suicidio. A causa di un dissapore con il suocero, il marito decide di lasciare la fabbrica e di trasferirsi a Roma con la moglie e il figlioletto.
L’avvio di una collaborazione giornalistica con una rivista femminile rende maggiormente cosciente la protagonista che una donna deve poter esprimere anche al di fuori della famiglia la sua identità e conquistarsi una vita indipendente. Il pensiero della madre, che ha sacrificato ai figli e ad un uomo-padrone la sua esistenza infelice, l’aiuta a ripercorrere un cammino difficile ma necessario di rigenerazione.
Conosce un uomo che ha intrapreso un cammino di ricerca spirituale e trova conforto nella conversazione con lui, ma il marito, sospettoso di quella relazione, la maltratta nuovamente e l’unico motivo che la trattiene dal lasciare il tetto coniugale è il timore di non riuscire a portare con sé il bambino. Il marito la minaccia, se vuole andarsene non avrà mai il bambino. Una notte lei lo sente invocare il nome di una sua amica e capisce che quell’ometto ignorante si era innamorato della sua collega della rivista. Decide di lasciarlo per non ripetere una via di secolare soggezione e per dignità verso sé stessa. Dopo un doloroso percorso interiore, decide quindi di abbandonare la casa e il bambino al quale è dedicato il libro nella speranza che possa comprendere la tormentata strada che l’autrice-protagonista ha sentito di dover percorrere.
Il romanzo rappresenta molto fedelmente la vita dell’autrice, che si firma per la prima volta con il nome di Sibilla Aleramo, ma pur essendo una autobiografia è strutturato con un impianto letterario tale da poter essere considerato, come dice Maria Corti, un vero romanzo.

La storia di Sara

Tra le donne che hanno sopportato per decenni c’è Sara, romana, 50 anni. «I primi tempi prendevo le botte come un gesto d’affetto: sono cresciuta con una padre violento, credevo che anche il mio ex lo facesse perché mi amava». La reazione di Sara è stata una profonda depressione, che l’ha portata a un ricovero e poi alla psicoterapia. Finita il giorno in cui il marito l’ha seguita, è entrato nello studio della psicologa e ha spaccato tutto. La dottoressa lo ha denunciato, poi ha telefonato a Sara e le ha detto che non poteva più seguirla. Sono iniziati anni di sevizie, minacce di morte o di suicidio (da parte di lui), referti in ospedale, denunce poi ritirate. «I carabinieri mi mandavano a chiamare e chiedevano: cosa vuole fare, proseguire o mettersi d’accordo? E io ritiravo», dice Sara. Anche questo succede spesso: «Senza una formazione specifica, le forze dell’ordine tendono a trattare le violenze come un fatto privato, che i coniugi devono risolvere da soli. Alcuni assistenti sociali li chiamano “conflitti”, invece che reati», spiega Anna Costanza Baldry, psicologa e criminologa.
Solo nel 2005, dopo quasi dieci anni di sevizie, Sara ha trovato la forza di chiedere di nuovo aiuto e si è rivolta al Centro antiviolenza della Provincia di Roma. Lì ha incontrato l’avvocatessa Teresa Manente, che un anno dopo ha portato il caso a processo. Sembrava fatta. Invece la mattina dell’udienza Sara ha mandato un fax in tribunale, per ritirare il mandato e la richiesta di costituirsi parte civile. «Ero in preda al panico: mio marito aveva bruciato il negozio di mia mamma». È il terrore, non il dolore, il nucleo delle violenze domestiche: le donne vivono nella paura costante, pensano soltanto a sopravvivere, tornano sui loro passi. Così danno forza ai persecutori. Sara ha vissuto in una bolla per anni. Finché un’amica le ha detto: «Tu hai paura di morire, ma sei già morta». Qualcosa è scattato: Sara ha cambiato la serratura di casa e ha scritto su tutti i muri, con il pennarello rosso: «Sono uscita dal cancro». A fine 2010 ha convinto l’avvocatessa Manente a riprendere il suo caso. Nel frattempo l’uomo è stato condannato per maltrattamenti a un anno (con l’indulto non farà carcere); è in corso un processo per stalking e gli è stato notificato il divieto di dimora nel Lazio. Sara non ha più paura: «Se la legge funziona, se non sei sola, puoi provare a rinascere a una vita (davvero) normale»

Dal Web

Avevo un seno grosso 

Anni fa credevo che fosse normale che il mio fidanzato dovesse prendermi in giro per il mio fisico. All’epoca avevo un seno molto grande. E purtroppo credevo anche fosse normale farmi denigrare davanti ai nostri amici quando scherzosamente si parlava di matrimonio.Le mie nozze giunsero nel 2006. Nel 2007 nacque il mio piccolo Marco, frutto dell’unione tra me e mio marito.

La nostra all’inizio appariva una famiglia felice e tranquilla. Ma lui mi riservò un trattamento non meritato. Non muoveva un dito in casa e non mi aiutava con il piccolo. Anzi, se chiedevo aiuto… apriti cielo! Poi, lui lavorava e io no, quindi non potevo chiedere nulla.

Nell’aprile 2009 le cose cambiarono. Lui si affezionò alla mia migliore amica. Trattamenti di superlusso per lei, che era magra e bionda e aveva 15 anni meno di me.

Lei non aveva le occhiaie procurate dalla stanchezza di dover crescere un bimbo, non aveva il seno grosso e non aveva neanche la pancetta del parto. Mio marito iniziò a dormire sul divano, con scuse assurde. Finché non giunse il compleanno di Marco, che compì 2 anni.

Proprio il giorno del compleanno di mio figlio, nella cucina di mia suocera, scoprii mio marito e la mia amica che si stavano baciando. Loro non mi videro, ma io mi sentii morire dentro. Realizzai che era successo proprio a me, che avevo lasciato tutto, amicizie e famiglia, per lui.

Mio marito arrivò a dirmi che il suo problema ero io. E che lo stava risolvendo con un’altra persona! La goccia che fece traboccare il vaso fu la seguente: andammo in vacanza con amici e ovviamente c’era lei. Fortunatamente c’era anche il mio migliore amico, che mi fu vicino in quella triste situazione e anche successivamente. Vidi lei e mio marito in tenda insieme e presi finalmente una decisione.

Quanto piansi… Mi incolpavo e mi dicevo che ero stata io a chiedere troppo evidentemente. Mi lasciò in campeggio. Tornai a casa e decisi che non potevo far correre, perciò chiamai un avvocato e andai via da casa! Non avevo ne’ lavoro ne’ una casa, ma non ci pensavo. Volevo solo fuggire da quell’incubo!

Il mio amico mi ospitò a casa sua per un po’ di tempo. E lì’ accadde il miracolo: ci innamorammo perdutamente.

Trascorso un anno, il mio ormai ex marito, che nel frattempo conviveva con la mia ex amica, mi picchiò davanti al bimbo. Io lo denunciai subito e mi trasferii lontano, a circa 200 km di distanza, con Paolo, il mio amore.
Tramite vie traverse e tanti soldi regalati, riuscì a convincere un giudice che assegnò la residenza del bimbo da lui. Per questo motivo, dovetti tornare a pochi chilometri di distanza dalla mia prima casa coniugale.

Nel 2012 io e Paolo ci siamo sposati e ad aprile di quest’anno ho scoperto di essere incinta. Il 18 dicembre è nata la nostra bimba. Lei è stata la mia rinascita. Ora il piccolo Marco, che ha sette anni, vive con noi anche se non ha ancora la residenza. Purtroppo non posso permettermi altri avvocati, per adesso.

Ho raccontato la mia storia perché vorrei aiutare le donne a uscire da queste situazioni, di maltrattamenti e di abusi. Perché ricordate che gli abusi non sono solo fisici o sessuali, ma anche psicologici ed economici. Se siete maltrattate, SEGNALATELO!

Siamo donne e ci rialziamo sempre, abbiamo il sole dentro, e, con le lacrime agli occhi, vi dico di trovare sempre la forza! Siete e siamo fortissime, se lo vogliamo.

Dal Web

Dipinto di Assunta Mollo

Flavia Perina

Iscritta all’Ordine dei giornalisti professionisti dal 1982, ha cominciato la sua carriera giornalistica svolgendo il praticantato presso il quotidiano Secolo d’Italia, allora diretto da Alberto Giovannini. Dal 1985 al 1989 ha lavorato per il canale televisivo Telemontecarlo come redattrice e inviata del telegiornale, per poi entrare nella redazione de Il Sabato, settimanale guidato da Paolo Liguori, dove rimase fino al 1990[4]

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Nello stesso anno, con la nomina a direttore di Giano Accame, fu chiamata a fare la caporedattrice del Secolo d’Italia. Dal 2000 al 2011 ha diretto il quotidiano, ricoprendo il ruolo di direttore politico a partire dal 2006, quando venne affiancata da Luciano Lanna in veste di direttore responsabile.
Durante gli anni della sua direzione ha introdotto temi inusuali per la stampa italiana di destra, tra cui il femminismo, l’ecologismo e il dialogo con i cittadini di religione islamica. In qualità di direttore del Secolo d’Italia, e in un secondo momento nel ruolo di parlamentare, ha portato avanti campagne come quella per la verità sul caso Stefano Cucchi[6] e quella per il voto ai cittadini extracomunitari residenti in Italia da più di cinque anni. Nel 2011 ha aderito alle mobilitazioni indette dal movimento Se Non Ora Quando? in risposta allo scandalo del Rubygate e ha pubblicato per ADD Editore il saggio Senza una donna. Un dialogo su potere, diritti, famiglia, nel paese più maschilista d’Europa, scritto con la deputata del PD Alessia Mosca. Restò alla guida del Secolo d’Italia fino al 22 marzo 2011, quando, dopo la rottura tra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini, venne esonerata dall’incarico per via dell’incompatibilità della sua linea editoriale con le posizioni della maggioranza degli ex AN. Insieme a lei lasciarono il giornale anche Luciano Lanna e il caposervizio cultura Filippo Rossi.
Dopo la lunga esperienza al Secolo d’Italia, nel 2014 la Perina è stata per un breve periodo condirettore dell’agenzia di stampa Adnkronos. Nel febbraio 2015 ha fatto parte insieme a Malcom Pagani ed Eric Jozef della giuria del talent Americano — Il primo sulla notizia!, condotto da Tommaso Mattei e andato in onda su Agon Channel. Ha inoltre collaborato con diverse testate giornalistiche cartacee e online, tra cui Il Fatto Quotidiano, Il Post, Linus e Linkiesta. Dalla fine del 2017 dirige Libertà Civili, una rivista bimestrale promossa dal Dipartimento Immigrazione e Libertà Civili del Ministero dell’Interno e dedicata all’approfondimento di tematiche legate al fenomeno dell’immigrazione nel contesto italiano.
Attività politica Modifica

Figlia di Marcello Perina e Wilma Coppola, entrambi dirigenti del MSI, cominciò a interessarsi di politica sin da giovanissima. Nel 1976, all’età di diciotto anni, aderì al Fronte della Gioventù, l’organizzazione giovanile del Movimento Sociale Italiano, e fu tra le fondatrici del mensile Éowyn, la prima rivista di riflessione femminile della destra italiana.Alla fine degli anni ‘70 fu impegnata nelle attività della Nuova Destra, il movimento guidato dal politologo Marco Tarchi, partecipando all’organizzazione del primo Campo Hobbit, che si tenne a Montesarchio (Benevento) l’11-12 giugno 1977.Nel 1977 ha passato 40 giorni nel carcere di Rebibbia in seguito a una retata della polizia contro i giovani della destra dopo gli scontri con la sinistra extraparlamentare seguiti alla morte di Walter Rossi, venendo poi liberata e scagionata da ogni accusa.
Alle elezioni politiche del 2006 venne eletta alla Camera dei deputati nella circoscrizione Toscana nelle liste di AN, riconfermandosi anche alle elezioni politiche del 2008, questa volta nelle liste del Popolo della Libertà. Nel 2009 fu tra i primi firmatari, insieme all’ex segretario del Partito Democratico Walter Veltroni, della proposta di legge bipartisan per il riconoscimento del voto amministrativo ai cittadini extracomunitari residenti in Italia da almeno cinque anni[16]. Il 30 luglio 2010, in seguito allo strappo tra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini, fu uno dei 34 deputati del PdL che seguirono l’ex leader di AN nella formazione del nuovo gruppo Futuro e Libertà per l’Italia. Nel corso della sua carriera parlamentare ha fatto parte della Commissione Cultura, della Commissione Affari Sociali e della Commissione di Vigilanza Rai. Dal 2013 ha abbandonato la politica ed è tornata alla sua attività di giornalista.

Dal Web

Cristina Omenetto

CRISTINA OMENETTO

Nata a Milano, dove vive e lavora, si è avvicinata alla fotografia verso la metà degli anni ottanta dopo numerose esperienze di studio e di lavoro che l’hanno portata a vivere per lunghi periodi in Inghilterra e negli Stati Uniti. Campi privilegiati del suo lavoro sono da sempre l’indagine sociale, il ritratto ed il paesaggio. Ha indagato e documentato per anni le problematiche delle donne e dei bambini migranti che vivono nella società occidentale, argomento sul quale ha pubblicato alcuni libri, così come parzialmente pubblicato è il lavoro sperimentale su immagine e memoria del paesaggio, realizzato con un sistema di ripresa che somma e sovrappone frammenti di spazio, superando la staticità consueta della rappresentazione. Ha collaborato per molti anni con l’Archivio della Comunicazione e dell’Immagine per l’Etnografia e la Storia Sociale della Regione Lombardia, per il quale ha realizzato numerosi progetti fotografici sul mondo giovanile, sui frontalieri, su alcuni mestieri che stanno scomparendo e con il progetto Osserva.Te.R. per l’Assessorato Agricoltura della Regione Lombardia sul tema “La gente e il paese”. Nel 1998 ha partecipato come artista docente al programma “Learning through art” del museo Solomom R. Guggenheim di New York. Libri monografici: “Donne migranti Eritree a Milano”. Mazzotta. Milano, 1986. “Donne Filippine in Italia” . Guerini e Associati. Milano, 1993. “Donne Arabe in Italia”. Guerini e Associati. Milano, 1993. “Bambine e bambini di qui e d’altrove”. Guerini e Associati, Milano 1998. “In & Out”. Baldini & Castoldi. Milano, 1998. Ha esposto in numerose mostre personali e collettive in Italia e all’estero e le sue opere fanno parte di collezioni pubbliche e private.