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Chimamanda Ngozi Adichie

La maternità è un dono fantastico, ma evita di definirti solo in termini di maternità. Sii una persona completa.
In queste prime settimane da neo mamma sii gentile con te stessa. Chiedi aiuto. Pretendi aiuto. Non esistono le Superdonne.
Non dire mai a tua figlia che deve fare una cosa o che non la deve fare «perché sei una femmina». «Perché sei una femmina» non è mai una buona ragione. In nessun caso.  

Chimamanda Adichie è nata il 15 settembre 1977 a Enugu e cresciuta a Nsukka, una piccola cittadina universitaria nel sud della Nigeria. Quinta di sei figli, appartiene a una famiglia di etnia igbo. Il padre, James Nwoye Adichie, lavorava come professore di statistica presso la locale Università della Nigeria; la madre, Grace Ifeoma, fu la prima donna a diventare direttrice della stessa università. Per un anno e mezzo Chimamanda studiò medicina all’Università della Nigeria e in quel periodo si occupò della revisione del giornale The Compass, una rivista universitaria gestita dagli studenti di medicina.
A diciannove anni vinse una borsa di studio per frequentare comunicazione all’Università di Drexel, Filadelfia, dove visse per i due anni successivi. Si trasferì poi in Connecticut per studiare comunicazione e scienze politiche alla Eastern Connecticut State University e scrisse diversi articoli per il giornale universitario, il Campus Lantern. Nel 2001 si laureò con il pieni voti assoluti e la lode e iniziò un master in scrittura creativa all’Università Johns Hopkins, Baltimora.
Il suo esordio letterario avvenne nel 1997 con la pubblicazione di una raccolta di poesie (Decisions). L’anno dopo scrive un’opera teatrale, For Love of Biafra, che narra la vita di una giovane donna Igbo, Adaobi, e della sua famiglia, al tempo della guerra civile nigeriana.
Durante gli ultimi anni di Università inizia a lavorare al suo primo romanzo, Ibisco viola (Purple hibiscus), pubblicato nel 2003. L’opera ottiene un grande successo e importanti riconoscimenti, come l’Orange Prize, assegnato al migliore romanzo pubblicato nel Regno Unito, e il Commonwealth Writers’ Prize. Il libro viene tradotto in italiano nel 2006, e nello stesso anno viene pubblicato in Inghilterra e negli Stati Uniti il suo secondo lavoro, Metà di un sole giallo (Half of a Yellow Sun). Per quest’opera la scrittrice vinse numerosi premi, come l’Orange Prize nel 2007,me nel 2009 ricevette in Italia il premio internazionale Nonino.
Nel 2008 vince il premio MacArthur Fellows Program e ottiene un master in studi africani all’Università Yale.
Nel 2015 la rivista Time l’ha inserita nella lista delle cento persone più influenti al mondo.In più occasioni è stata nominata come «la figlia del ventunesimo secolo di Chinua Achebe»

L’Adichie vive tra la Nigeria e Baltimora, è sposata con Ivara Esege, medico a Baltimora, e nel 2016 è nata la loro prima figlia.

Nel 2017 l’Haverford College e l’Università di Edimburgo  le hanno conferito una laurea ad honoris causa.

Sentenza Corte di Cassazione 28926

Il divieto di licenziare per matrimonio vale solo per le donne
La nullità del licenziamento intimato in costanza di matrimonio, vigente per le sole lavoratrici donne, non è discriminatoria ma giustificata. Parola di Cassazione
 

di Valeria Zeppilli – Il codice delle pari opportunità stabilisce che il licenziamento intimato alla lavoratrice dipendente dal giorno della richiesta di pubblicazioni di matrimonio, seguita dalla sua celebrazione, sino a un anno dopo la stessa debba considerarsi nulla.
Su tale disposizione è stata recentemente chiamata a pronunciarsi la Corte di cassazione che, come con la sentenza numero 28926/2018 qui sotto allegata, non la ha ritenuta discriminatoria come avrebbe voluto invece il ricorrente, un lavoratore uomo licenziato nel corso del predetto arco temporale.

 

Diversità di trattamento giustificata

Per i giudici, la diversità di trattamento tra lavoratrici e lavoratori che deriva dal campo di applicazione circoscritto del divieto di licenziamento per matrimonio, “lungi dall’essere discriminatoria” è piuttosto giustificata da ragioni di tutela della maternità e della necessità, per la donna, di adempiere alla sua essenziale funzione familiare.
Coerenza con la costituzione e con la Cedu

La disposizione attualmente rinvenibile nel codice delle pari opportunità, insomma, non si pone in contrasto né con la Costituzione italiana né con la normativa antidiscriminatoria europea sancita dalla Carta dei diritti fondamentali dell’UE.
Con particolare riferimento alla Costituzione, per la Corte la tutela accordata dall’ordinamento alle lavoratrici che intendono sposarsi si fonda su una pluralità di principi costituzionali, in particolare su quelli di cui ai seguenti articoli:
– articolo 2: garanzia dei diritti inviolabili dell’uomo, tra i quali la libertà di contrarre matrimonio
– articolo 3: uguaglianza sostanziale, attraverso la rimozione degli ostacoli al pieno sviluppo della persona umana,
– articolo 31: agevolazione della formazione di una famiglia, con superamento degli ostacoli che possono contrastarla,
– articolo 37: fissazione di condizioni di lavoro della donna compatibili con l’adempimento della sua funzione familiare,
– articolo 4: diritto al lavoro,
– articolo 35: tutela del lavoro.

I figli sono figli!

Il monologo della Madonna delle Rose 

Erano ‘e tre dopo mezanotte. 

P’ ‘a strada cammenavo io sola. D’ ‘a casa mia già me n’ero iuta ‘a sei mise. 

Era ‘a primma vota! E che ffaccio? A chi ‘o ddico? Sentevo ncapo a me ‘e voce d’ ‘e ccumpagne meie: «A che aspetti! Ti togli il pensiero! Io cunosco a uno molto bravo..».

Senza vulé, cammenanno cammenanno, me truvaie dint’ o vico mio, nnanz’ all’altarino d’ ‘a Madonna d’ ‘e rrose. L’affruntaie accussì  «C’aggi’ ‘a fa’? Tu saie tutto… Saie pure pecchè me trovo int’ ‘o peccato. C’aggi’ ‘a fa’? » Ma essa zitto, nun rispunneva.

«E accussì ffaie, è ove’? Cchiù nun parle e cchiù ‘a gente te crede?… Sto parlanno cu’ te!  Rispunne!».

“‘E figlie so’ ffiglie!». Me gelaie. Rummanette accussì, ferma.

 Forse si m’avutavo avarria visto o capito ‘a do’ veneva ‘a voce: ‘a dint’ a na casa c’ ‘o balcone apierto, d’ ‘o vico appriesso, ‘a copp’ a na fenesta… Ma penzaie: «E pecchè proprio a chistu mumento? Che ne sape ‘a ggente d’ ‘e fatte mieie? E’ stata Essa, allora… È stata ‘a Madonna! S’è vista affrontata a tu per tu, e ha vuluto parlà… Ma, allora, ‘a Madonna pe’ parlà se serve ‘e nuie… E quanno m’hanno ditto: “Ti togli il pensiero!”, è stata pur’essa ca m’ ‘ha ditto, pe’ me mettere ‘a prova!… E nun saccio si fuie io o ‘a Madonna d’ ‘e rrose ca facette c’ ‘a capa accussì! “Si’E figlie so’ ffiglie!» E giuraie.

Beatrice Fihn, direttrice esecutiva dell’Ican

É il simbolo della campagna che ha vinto il Nobel per la Pace nel 2017

” Penso che la decisione di creare queste armi sia stata presa principalmente da uomini. Si tratta di un’arma maschilista, perché le conseguenze colpiscono soprattutto le donne.

Oggi le ricerche ci dicono che, se sopravviviamo a una bomba nucleare e sei donna e giovane , avrai maggiori posdibilitá di sviluppare un cancro. Il sistema riproduttivo femminile é il più colpito.

A distanza di tempo, a Hirosima e Nagasaki abbiamo visto donne con problemi di aborti spontanei, neonati nati morti,  sterilitá , malattie neonatali.

Nell’area dove la Russia ha condotto esperimenti negli anni Sessanta e Settanta, un bambino su 20 presenta malattie riconducibili ai test nucleari. Quindi chi stiamo davvero proteggendo con queste armi?”

Tina Modotti

Tina Modotti, sorella, tu non dormi, no, non dormi:forse il tuo cuore sente crescere la rosa

di ieri, l’ultima rosa di ieri, la nuova rosa.

Riposa dolcemente, sorella.

La nuova rosa è tua, la nuova terra è tua:

ti sei messa una nuova veste di semente profonda

e il tuo soave silenzio si colma di radici

Non dormirai invano, sorella.

Puro è il tuo dolce nome, pura la tua fragile vita:

di ape, ombra, fuoco, neve, silenzio, spuma,

d’acciaio, linea, polline, si è fatta la tua ferrea,

la tua delicata struttura.

Lo sciacallo sul gioiello del tuo corpo addormentato

ancora protende la penna e l’anima insanguinata

come se tu potessi, sorella, risollevarti

e sorridere sopra il fango.

Nella mia patria ti porto perché non ti tocchino,

nella mia patria di neve perché alla tua purezza

non arrivi l’assassino, né lo sciacallo, né il venduto:

laggiù starai tranquilla.

Non odi un passo, un passo pieno di passi, qualcosa

di grande dalla steppa, dal Don, dalle terre del freddo?

Non odi un passo fermo di soldato nella neve?

Sorella, sono i tuoi passi.

Verranno un giorno sulla tua piccola tomba

prima che le rose di ieri si disperdano,

verranno a vedere quelli d’una volta, domani,

là dove sta bruciando il tuo silenzio.

Un mondo marcia verso il luogo dove tu andavi, sorella.

Avanzano ogni giorni i canti della tua bocca

nella bocca del popolo glorioso che tu amavi.

Valoroso era il tuo cuore.

Nelle vecchie cucine della tua patria, nelle strade

polverose, qualcosa si mormora e passa,

qualcosa torna alla fiamma del tuo adorato popolo,

qualcosa si desta e canta.

Sono i tuoi, sorella: quelli che oggi pronunciano il tuo nome,

quelli che da tutte le parti, dall’acqua, dalla terra,

col tuo nome altri nomi tacciamo e diciamo.

Perché non muore il fuoco.

Pablo Neruda

Porci con le ali

Ero certa che i miei genitori si sarebbero indignati e invece il successo aveva mondato tutto.

Lidia Ravera

Sono nata negli anni cinquanta, a Torino, e già questo è abbastanza grave. A sette anni, alla scuola elementare Manzoni, ho registrato il mio primo successo letterario. La maestra ha appeso il “pensierino” alla parete, in corridoio. Le bambine delle altre classi sono andate a leggerlo. Una quindicina d’anni dopo è arrivato “Porci con le ali” di cui tutti sanno tutto: due milioni e mezzo di copie vendute in 30 anni. Traduzioni estere, polemiche a non finire, etichette. Un successo non cercato, non goduto, male assorbito. Comunque ininfluente. Le sicurezze si formano prima, se si formano. Valeva di più il pensierino appeso al muro. Ma chi se lo ricorda. Scrivo da quando ho memoria, scrivo per mantenerla, la memoria, l’attenzione, qualcosa di vigile. Ho scritto per sorvegliare lo svolgimento della vita. La mia, quella degli altri. Sono stata, tutta la vita, soggetta ad una irrequietezza che mi spingeva a scrivere, ed incatenata alla mia roccia. Ho scritto 29 libri, per la maggior parte narrativa, una sessantina di sceneggiature. Ho scritto per il teatro, ho scritto canzoni…ho scritto addirittura un lbretto d’opera. E ho scritto migliaia di articoli per giornali e settimanali dal 1972, a Panorama (quello di Laberto Sechi) , sull’Unità (per 20 anni), su Io donna, su Donna Moderna… su Micromega, su Il Fatto Quotidiano. E da oggi qui, sull’Huffington Post. Poi, il 20 marzo scorso, alle 11 del mattino, è suonato il telefono. Era Nicola Zingaretti, che stavo seguendo con compiaciuto maternalismo (ecco qua uno di cui non sarò costretta a scrivere male). Mi ha detto: ho fatto una Giunta dove le donne sono 5 su 10. Ma forse 6 su 10. Bene, ho detto, che la metà del cielo ti benedica. Poi mi ha chiesto di essere io la sesta. Cioè di prendermi carico dell’Assessorato a me più congeniale, la cultura. La prima reazione è stata di sbalordimento. La seconda: un molto opportuno senso di inadeguatezza. A me gestire del denaro pubblico per il bene comune sembra una responsabilità enorme. Così ho detto: caro Zingaretti, tu sei matto. Ma poi, naturalmente, ho accettato. ( E lui mi regalato anche l’assessorato alle Politiche Giovanili). Adesso sto scrivendo il Piano Triennale di Indirizzo per le politiche culturali nella Regione Lazio. Una sfida entusiasmante. Sto cercando di non cambiare voce. A costo di stonare nel coro. 

Lidia Ravera

Marisela Ortiz Rivera

Marisela Ortíz Rivera, psicologa e insegnante nata nello Stato di Chihuahua, è tra le fondatrici di Nuestra Hijas de Regreso a Casa, associazione nata nel 2011 per riunire i familiari e gli amici delle giovani uccise e scomparse. L’associazione è nata dopo la scomparsa e l’assassinio di una delle studentesse della Ortiz Rivera, Lilia Alejandra García Andrade, una giovane di diciasette anni, lavoratrice in una maquiladora e madre di due bambini. La ragazza fu rapita il 14 febbraio del 2001, torturata e strangolata. Il suo corpo venne ritrovato dopo una settimana.
Marisela Ortíz Rivera è insieme alla madre di Lilia, Norma Esther Andrade, la donna simbolo della lotta al femminicidio. Entrambe nel corso degli anni hanno ricevuto diverse intimidazioni e minacce di morte che le hanno costrette a lasciare Ciudad Juárez.
Ho intervistato Marisela nell’aprile del 2013 e ne ho tradotto le risposte.

1) Attualmente lo Stato messicano rappresenta lo Stato con il maggior numero di casi di violenza di genere e i due terzi dei crimini sono definiti di “violenza estrema” da María de la Luz Estrada Mendoza, coordinatrice dell’Osservatorio Cittadino per Monitorare la Giustizia nei casi di Feminicidio a Ciudad Juárez e Chihuaha e dell’Osservatorio Cittadino Nazionale del Femminicidio. Da anni Ciudad Juárez ha conosciuto un particolare boom mediatico e quando in altri paesi, come l’Italia, si parla di femminicidi in Messico, i documentari, i programmi, i telegiornali o i giornali informativi parlano esclusivamente del caso Juárez. Può chiarirci la sua visione sul femminicidio a Ciudad Juárez e, più in generale, nella Repubblica messicana? Ci sono Stati del Messico in cui tale problematica risulta altrettanto importante sebbene poco nota ai nostri occhi? 

Ciudad Juárez è stato il primo luogo in cui si sono registrati i primi assassinii di donne con caratteristiche sessiste, razziste e classiste. È sempre qui dove noi donne abbiamo cominciato a lottare cercando di chiarire la natura di questi crimini, di porre un freno a queste tragedie, oltre che ottenere giustizia. Per questa ragione Ciudad Juárez è conosciuta come la capitale del femminicidio. Tuttavia, esistono numerose similitudini e allo stesso tempo grandi differenze tra gli assassinii dello Stato del Messico e quelli di Ciudad Juárez, dove ciò che attira l’attenzione, oltre il numero delle vittime, è la modalità in cui queste donne sono torturate e assassinate, per non parlare della mancata giustizia sia per le vittime, che per i loro familiari.

2) Secondo lei qual è la ragione di una così spropositata violenza contro le donne in Messico?

È certamente un problema che dipende da molti fattori. Si tratta di una problematica in cui risalta una cultura machista e misogina, e nella quale gli uomini tentano di dimostrare la propria superiorità rispetto alla donna. In Messico si uccide e si tortura perché si può; oltretutto, la corruzione che caratterizza le forze dell’ordine e alcuni settori del governo ha fatto in modo che questa situazione crescesse fino a raggiungere dimensioni inimmaginabili. L’assenza di volontà nel voler indagare sui casi di femminicidio e nel volerli prevenire dimostra la tolleranza di tali crimini da parte delle autorità, il cui interesse riguardo questo tema è praticamente nullo. Ecco perché questi possono essere considerati veri e propri complici. In alcuni casi, infatti, gli stessi membri della polizia sono coinvolti nella scomparsa e assassinio di queste donne.

3) Con la firma del Trattato di Libero Commercio molti uomini hanno deciso di recarsi a lavorare negli Stati Uniti. Anche le donne si sono spostate, molte verso le grandi città come Juárez. Senza dubbio l’industria delle maquiladoras ha contribuito a cambiare i ruoli nella società. Nel mio lavoro descrivo il cambiamento della famiglia tradizionale e, in molti casi, parlo di donne che conquistano la propria indipendenza per il solo fatto di essere loro quelle che “portano il pane a casa”. Pensa che questo cambiamento nei ruoli abbia potuto peggiorare in qualche modo la condizione delle donne a Ciudad Juárez?

Senza dubbio. Infatti un aspetto ampiamente evidenziato nella diffusione di alcuni casi è stato il sentimento di inferiorità da parte dell’uomo nei confronti della donna. Un uomo spodestato dal suo ruolo di dominatore. Questo, per loro, è inaccettabile, così come sono inaccettabili le libertà acquisite col tempo dalle donne, economicamente indipendenti e capaci di conquistare una posizione nella società che prima era loro negata. Donne che lavorano, uomini disoccupati. Tutto questo provoca rabbia nello stato d’animo di questi uomini costretti a mansioni prima attribuite esclusivamente alla donna. Da qui l’umiliazione e la frustrazione che li porta a commettere violenze e in casi estremi uccisioni, non solo su donne, ma anche su bambini e bambine.

4) Condivide l’idea di Marcela Lagarde che qualifica il femminicidio come un crimine di Stato? Pensa che anche gli alti livelli del potere siano influenzati da una cultura misogina che incide negativamente sulla risoluzione dei casi di scomparsa e omicidio delle donne?

Senza dubbio la violenza è presente anche a livello istituzionale, perché nessun problema legato alla donna e alla sua condizione sembra rappresentare una priorità nell’agenda politica messicana. Vi è un disprezzo generale per questo tema verso il quale si mostra un certo interesse solo quando esiste una certa pressione politica. Ciononostante, anche in questi casi esiste una politica di simulazione per cui solo in apparenza si presta attenzione a questi casi. Ad oggi, non esistono politiche reali, di prevenzione, né una volontà effettiva di porre fine a questa violenza.

5) Dopo la promulgazione della Legge Generale di Accesso alle Donne a una Vita libera dalla Violenza, crede che la situazione in Messico sia migliorata?

Non è migliorata affatto, e lo dimostrano le cifre in continuo aumento. Purtroppo questa legge ha solo una funzione dichiarativa; non vi è alcun reale desiderio di applicarla. I politici non ritengono necessario far rispettare la legge e preferiscono incolpare le stesse donne delle tragedie di cui sono protagoniste piuttosto che applicare politiche pubbliche che riescano a fermare questa barbarie, ancora meno se le azioni hanno un costo economico o politico. Essi non agiscono perché questo dimostrerebbe la volontà di assumere una responsabilità che è stata sempre negata.

6) Quanto tempo è passato dall’emissione della sentenza sul caso González ed altri (“Campo algodonero”) e quanta pressione sta esercitando la Corte Interamericana affinché questo caso possa considerarsi chiuso? Considera che il Messico stia avviando una procedura di non indennizzo, nonostante siano stati firmati la maggior parte dei trattati per la tutela dei diritti della donna?

Finora è stata rispettata in minima parte, e non nei tempi indicati. Credo che questa sentenza non troverà mai un seguito; nessuno vuole compiere quanto prescritto nella sentenza, anche perché non sono previste alcune sanzioni in caso di inadempienza. C’è bisogno di sanzioni significative, che colpiscano la parte economica e politica del paese, perché questa è la sola cosa che interessa a coloro che detengono il potere.

7) Nel 2001 si parlava della creazione di una nuova Procura Specializzata in delitti contro le donne, con l’obiettivo di chiarire tali crimini. Consultandone il sito ufficiale, è risultato quasi impossibile trovare informazioni sulle vittime di femminicidio. Ciò che vorrei chiederle è se, a partire dalla creazione di questa “nuova” Procura, è cambiato qualcosa a livello di archiviazione dei dati, o se continua ad essere altrettanto difficile reperire notizie aggiornate e, soprattutto, ufficiali su questo fenomeno.

Sono state aperte numerose procure, commissioni e uffici per poter dare una soluzione a questi casi di femminicidio. Nessuna di queste, però, ha dato dei validi risultati. Sembra, infatti, che si preferisca minacciare e giudicare le famiglie delle vittime e i difensori dei diritti umani in continua lotta al femminicidio, più che tentare di individuare e punire i potenziali responsabili. A questo si aggiungano i continui tentativi di minimizzare i fatti e distogliere l’attenzione pubblica, contribuendo all’atteggiamento di negazione e ridicolizzazione assunto da parte dello Stato. È risaputo, infatti, che le stesse procure sono solite cambiare le versioni dei fatti, creare falsi colpevoli e negare qualsiasi tipo di informazione di base tanto alle famiglie coinvolte quanto ai cittadini in generale, giustificandosi con la discrezione richiesta dai casi. Ma la realtà è che non esistono risultati e le persone detenute, ritenute senza ombra di dubbio responsabili di tali fatti, sono davvero poche.

8) All’inizio le autorità negavano questi crimini. Si trattava di casi isolati, nulla per cui preoccuparsi. Con l’intento di minimizzare, in molti casi, si accusarono le vittime di condurre una “doppia vita”, insinuando che esse stesse fossero responsabili della propria morte. Successivamente iniziò la costruzione di falsi colpevoli, con la chiara intenzione di voler disporre di capri espiatori. Nel 1995, Abdel Latif Sharif è stato accusato per l’omicidio di alcune donne, sebbene lui abbia sempre dichiarato, fino all’ultimo, di essere innocente. Cosa pensa di queste accuse?

Credo che questa domanda possa trovare risposta nella risposta alla domanda precedente. Succede ancora la stessa cosa, addirittura si è arrivati a minacciare le famiglie (e i loro difensori), e, in casi estremi, si è arrivati all’assassinio di coloro che hanno deciso di dedicare la loro vita a far conoscere la verità. È il caso dell’attivista Marisela Escobedo Ortíz, ma anche degli attentati armati e delle minacce di morte contro la mia associazione “Nuestras Hijas de Regreso a Casa” e i suoi membri, avvenimenti che hanno costretto molti di noi a fuggire dalla nostra comunità.

9) L’attenzione sul tema, dopo molti anni, sembra essere stata raggiunta. Adesso è indubbio come molti paesi del mondo e, più in generale, la comunità internazionale, siano al corrente di ciò che succede a Ciudad Juárez e del clima di corruzione e di impunità ivi vigenti. Tuttavia, sebbene negli anni siano state rafforzate alcune misure, il cammino sembra ancora lungo. Su cosa pensa si dovrebbe porre una certa enfasi?

Sulle politiche pubbliche di prevenzione; sulla diffusione reale dei fatti; sulla prevenzione, attraverso l’educazione per il raggiungimento di un’effettiva giustizia giuridica, soprattutto nei confronti di altre vittime del femminicidio, quelle dimenticate: i figli e le figlie di coloro che sono state assassinate o sono scomparse.

10) Cosa può fare una società? Quali responsabilità ha lo Stato affinché questo tipo di avvenimenti possano cessare? E cosa può fare la cittadinanza messicana in generale?

La società deve protestare. Non deve tacere. Coloro che rimangono in silenzio sono complici e permettono che questa situazione continui. Lo Stato ha comunque la responsabilità principale, e ad oggi sembra non abbia risposto ai suoi obblighi. Si deve porre fine a questa corruzione.

11) Cosa significa oggi essere un’attivista in Messico, e nello specifico a Ciudad Juárez?

È un’enorme responsabilità e nello stesso tempo implica il rischio constante di essere uccisi per difendere la giustizia. È un’attività pericolosa, per la quale molti messicani e messicane hanno perso la vita o il diritto alle loro libertà.

12) Infine, collegandomi alla mia ultima domanda, mi piacerebbe sapere se lei, in qualche momento da quando ha iniziato la sua lotta contro il femminicidio, ha mai pensato di lasciare tutto, soprattutto in seguito delle minacce ricevute.

Non ho mai pensato di smettere di lottare, so che morirò lottando. Considero la difesa dei diritti umani un impegno per tutta la vita. Se ho lasciato la mia comunità è per stare al sicuro e continuare a vivere. Perché morire significherebbe non poter più lottare e in questo modo, seppur lontana, posso ancora fare qualcosa per i miei cari. Forse, adesso, da quando ho lasciato il mio paese, ho acquisito una nuova visione, più ampia, oltre a sentire maggior coinvolgimento. Da lontano posso osservare con maggior lucidità i problemi e le possibili soluzioni. Il mio lavoro per Juárez non è finito; difatti, adesso ho organizzato un laboratorio di scrittura per testimoni con fini terapeutici; sono stati realizzati buoni testi, molti dei quali mostrano una drammaticità unica, ma è necessario renderli visibili poiché è l’unica maniera per ricordare le vittime

Dal Web intervista di Lara Tavolilla

Nan Goldin

Nan Goldin è una leggendaria fotografa che vive tra NYC, Parigi e Berlino. Dopo un lungo decennio di depressione è tornata sulle labbra di tutti per aver rilasciato un’intervista a The Observer intitolata: “I wanted to get high from a really early age”.
Nata a Washington D.C. nel 1953, Nan è cresciuta nei suburbs di Boston, in una famiglia della borghesia ebraica. La passione per la fotografia è sbocciata in giovane età, come forma di ribellione e via di fuga dalla rigidità del nucleo familiare.
Ma il motivo principale che l’ha spinta definitivamente verso questa forma d’arte è stata una tragedia personale, ha rivelato la donna. “Ho iniziato a scattare fotografie dopo il suicidio di mia sorella. Quando l’ho persa ho iniziato ad essere ossessionata dall’idea della memoria, non volevo dimenticare mai più nessuno”.

“Dopo la morte di mia sorella ci siamo trasferiti a Boston, io avevo 12 anni. Ho smesso di parlare per anni e la macchina fotografica mi ha aiutato a creare legami con le persone, ad esprimere me stessa”

Un paio d’anni dopo, Nan inizia a frequentare la School of the Museum of Fine Arts, dove conosce David Armstrong, un personaggio chiave nella sua vita, sia lavorativa che personale. David era un rinomato fotografo, ma fu anche il primo modello di Nan come drag queen.

Armstrong è stato la guida di Nan all’interno di un nuovo mondo affascinante. A quel tempo la giovane fotografa ha iniziato il progetto che l’avrebbe resa celebre: The Ballad of Sexual Dependency. Oggi la serie è considerata uno dei capolavori della fotografia contemporanea. Le sono serviti 15 anni per collezionare all’incirca 800 scatti d’amore, sesso, alcol, droga, violenza e morte. Alcune delle foto sono crude, altre disturbanti, ma sempre pregne di realismo.

Nei primi anni ‘80, il virus dell’HIV ha fatto una vera e propria strage, contagiano buona parte dei suoi amici, per poi ucciderli. Nan ha voluto immortalare i loro ultimi attimi nel modo più trasparente possibile in una serie impressionante.
Dal Web

Elezioni di Midterm: vincono le Donne

Su 964 candidati in corsa alle elezioni di Midterm, il voto di metà mandato negli Stati Uniti, 272 erano donne.
Si tratta di un numero di candidature femminili senza precedenti per la corsa al Congresso statunitense, un fenomeno che ha spinto i giornalisti a coniare il termine “pink wave“, l’onda rosa.
E se è vero che al Midterm 2018 non c’è stata la grande “onda blu” , i democratici hanno infatti vinto la Camera ma di stretta misura e il Senato è rimasto invece nelle mani dei Repubblicani, in compenso c’è stata l’onda rosa appunto.
Un numero record di donne è stato eletto alla Camera dei Rappresentanti alle elezioni Usa di metà mandato infatti, si parla di 84 su 435 seggi, il massimo della storia statunitense. (Qui tutti i risultati)

 

Il risultato raggiunto dalle donne è una vetta storica considerando che al momento ci sono 61 democratiche e 23 repubblicane.
Il reportage di TPI da New York – “Ecco come ci siamo rialzati dopo il 2016”: cronaca della elezioni di midterm tra gli attivisti Democratici

Ad oggi le donne rappresentano solo il 20 per cento del Congresso, con il Partito Democratico che raggiunge il 37 per cento e quello Repubblicano che sfiora il 18 per cento.

 

Ma il record delle elezioni di metà mandato di quest’anno è un vero e proprio successo. La Cnn per celebrare questo risultato titola “Non è l’anno della donna, è l’anno delle donne”, la testata Politico ha attivato sul sito The Women Rule Candidate Tracker, un contatore che monitora in tempo reale candidature, vittorie e sconfitte.
“Posso dirlo senza indugi”, ha detto la senatrice democratica Kirsten Gillibrand, una della probabili candidate alle Presidenziali del 2020, “le donne stanno guidando la resistenza. Un anno e mezzo dopo la prima marcia della nostra generazione, l’energia dal basso sta crescendo. Le donne stanno tenendo insieme la democrazia in un momento molto pericoloso”.

 I dati ufficiali sono del Center for Women and American Politics (CAWP) di Rutgers: 61 le donne, nello specifico 41 democratiche e 20 repubblicane, che hanno tentato le primarie del proprio partito per la nomination alla carica di governatore. Ce l’hanno fatta 12 democratiche e 4 repubblicane.
Ma le donne non sono protagoniste del midterm 2018 soltanto in qualità di candidate e vincitrici, ma anche come elettrici. Il successo femminile di queste elezioni è dovuto anche alle posizioni misogine dell’attuale presidente Donald Trump, che in queste votazioni potrebbe perdere consensi.
Secondo i primi sondaggi, il 64 per cento delle intervistate ha dichiarato di avere un’idea “sfavorevole” di Trump.

Le donne del Midterm 2018

“Capisco il dolore della classe dei lavoratori perché ho sperimentato quel dolore”, Alexandria Ocasio-Cortez, 29 anni, ispanica, socialista con un passato da cameriera è diventata la più giovane parlamentare americana di sempre. “Sono nata in un quartiere dove il codice di avviamento postale della zona in cui vivi determina il tuo destino”, racconta a proposito delle sue origini nel Bronx.
La sua vittoria è stata netta nel distretto del Bronx di New York ed è entrata nella storia: Alexandria Ocasio Cortez a soli 29 anni è la donna più giovane mai arrivata al Congresso.
Alexandria Ocasio-Cortez aveva vinto a sorpresa le primarie dei democratici a New York per le elezioni di midterm, sconfiggendo uno dei nomi di punta del partito. In passato ha lavorato per Bernie Sanders e secondo molti può rappresentare il futuro dei dem.

 

Tra le candidate in Minnesota si è presentata anche Ilhan Omar, 36 anni, che è diventata la prima donna musulmana rifugiata al Congresso. Omar, che aveva già conquistato la copertina di Time, sarà la prima rifugiata e la prima ad indossare l’hijab al Congresso, diventando “il peggior incubo di Donald Trump”.

Stacey Abrams 44, scrittrice e avvocata, candidata dem in Georgia, stato ultra conservatore non ce l’ha fatta invece. Se fosse stata eletta sarebbe diventata la prima donna e la prima afroamericana nella storia degli Stati Uniti a diventare governatore.
Christine Hallquist è invece la prima transgender a correre come governatore per il Vermont.
Dal web

Premio Cairo al femminile

Le vincitrici sono: Iva Lulashi, Gabriella Ciancimino, Sophie Ko, Romina Bassu, Nazarena Poli Maramotti, Isabella Nazzari, Valentina colella.

Il premio intende promuovere giovani under 40.